IL TRAFFICO ACCORCIA LE ALI


 

 

Scritto da David Catchpoole

Articolo tradotto con permesso di http://www.creation.com

Articolo originale http://creation.com/traffic-clips-wings

Tradotto da Eleonora Battezzato

 

Migliaia di nidi di fango appartenenti ad una colonia di rondini scogliera sotto una sporgenza di un sottopasso in Nebraska, USA.

Secondo I titoli dei giornali in prima pagina: “gli uccelli evolvono la capacità di evitare il traffico.[i] Un altro quotidiano dichiara: “L’evoluzione attraverso le carcasse degli uccelli investiti”.[ii] Entrambe gli articoli si basano su delle ricerche sui cambiamenti delle rondini scogliera[iii] nel sud- ovest del Nebraska. Dal 1982 i ricercatori stanno conducendo annualmente alcune indagini dettagliate riguardo alle colonie di migliaia di questi volatili che costruiscono nidi di fango sui cavalcavia delle autostrade, nei sottopassaggi e nelle condutture stradali.

 

I ricercatori raccolsero le carcasse delle rondini scogliera investite dalle automobili e scoprirono giusto attraverso lo studio di quel periodo, che quelle vittime della strada avevano un apertura alare più lunga rispetto alla media. Nel 2012, ad esempio, la media delle rondini scogliera aveva un apertura alare di 106 mm, contro ai 112 mm delle carcasse rinvenute per strada. Inoltre, con il passare degli anni, sempre meno uccelli venivano urtati dalle macchine, nonostante il numero dei nidi e dei volatili fosse più del doppio, mentre la quantità del traffico sulle strade era rimasto stabile.[iv]

 

 

Foto per gentile concessione di Charles R. Brown

 

La diminuzione delle carcasse, vittime della strada, non fu l’unico cambiamento che i ricercatori avevano osservato in 30 anni. La differenza della lunghezza alare tra gli uccelli uccisi per strada e maggior parte dei volatili si fece sempre più consistente col passare degli anni. Ovvero la lunghezza alare media tra i volatili divenne complessivamente sempre più piccola, passando dai 111 mm nel 1982 ai 106 mm nel 2012.

Le rondini scogliera sono delle esperte nella costruzione dei loro nidi a forma di cono, fatti di fango. I siti naturali di questi nidi sono adagiati su delle scogliere o scarpate, preferibilmente al di sotto delle sporgenze, ma le strutture create dall’uomo come i cavalcavia autostradali e i sottopassaggi sono una vera e propria attrazione per le rondini, nonostante il pericolo dell’eccesso di velocità dei veicoli. La femmina delle rondini scogliera deposita da tre a sei uova.

Perché dovrebbe essere così? I ricercatori hanno pubblicato sulla pagina del quotidiano Current Biology:

Una possibile spiegazione è che la selezione ha favorito gli individui la cui morfologia alare permette una migliore via d’uscita. Le ali più lunghe hanno una carica alare più debole e non permettono dei decolli verticali così brevi come le ali più arrotondate. Perciò, gli individui che si posano sulla strada, come le rondini scogliera spesso fanno, che sono in grado di volare più verticalmente verso l’alto, potrebbero essere maggiormente abili nell’evitare o più effettivamente svoltare lontano da un veicolo in avvicinamento.iv

Così gli uccelli aventi ali più lunghe avrebbero una maggiore possibilità di essere uccisi dai veicoli e una probabilità minore nel riprodursi, non trasmettendo in questa maniera i geni delle “ali lunghe” alla generazione successiva.

Ciò diede luogo al titolo in prima pagina che gli uccelli si stanno “evolvendo” nello scansare il traffico pesante. “L’evoluzione è un processo continuo”, ha affermato il ricercatore Professore dell’Università di Tulsa Charles Brown, “e le strade e i SUV[v] fanno parte della natura o del vivere allo stato brado; essi esercitano delle pressioni nella selezione in un modo tale che non possiamo immaginare.”i

 

Foto per gentile concessione di Valerie A. O’Brien

 

Ma esercitare delle “pressioni di selezione” (o attraverso una selezione naturale o attraverso pressioni causate dall’uomo come in questo caso) non è la stessa cosa nell’intendere “l’evoluzione” come quel processo che ci viene spesso rappresentato essere causa della trasformazione di microbi in uomo attraverso milioni o anche miliardi di anni. Le rondini scogliera non stanno sviluppando delle nuove caratteristiche che permettono loro di sopravvivere al traffico moderno. Per quanto una pressione di selezione sia agendo sull’apertura alare (Professor Brown riconosce che un cambiamento nel loro comportamento potrebbero essere anche un fattore)[vi], stiamo semplicemente osservando un’eliminazione selettiva, una rimozione dalla popolazione di volatili aventi ali più lunghe alla sopravvivenza di uccelli dotati di ali più corte che trasmettono i loro geni alla generazione successiva.

Sono le rondini scogliera dotate di ali più lunghe che diventano “vittime della strada” in quanto sono meno capaci ad evitare o svoltare lontano dai veicoli in avvicinamento rispetto ai loro compagni con ali più corte.

Questo studio, e annessa relazione, è un classico esempio del modo confuso con i quali i termini “evoluzione” e “selezione naturale” vengono legati come sinonimi[vii]. Non lo sono. Purtroppo molte persone vengono ingannate dai titoli in prima pagina che proclamano l’evoluzione pensando che gli scienziati abbiano la prova di generi di cambiamenti necessari ai batteri per essersi trasformati in uccelli attraverso milioni di anni. L’azione di eliminazione selettiva della selezione naturale può alterare la composizione genetica di una popolazione velocemente- qualcosa che coglie frequentemente di sorpresa i ricercatori evoluzionistici[viii], in quanto essi sono spesso prigionieri di idee riguardanti un lento e graduale cambiamento e confusi nella distinzione tra evoluzione e selezione naturale.[ix] il Professor Brown aveva torto nell’appellarsi all’”evoluzione”, ma aveva assolutamente ragione quando disse a ScienceNOW: “Questo è un chiaro esempio di come si possa osservare la selezione naturale in tempi brevi.”ii

Perciò stiamo al massimo assistendo ad un cambiamento di frequenza di geni preesistenti nella popolazione delle rondini scogliera, in quanto i geni per le ali corte vengono favoriti su quelli per un’apertura alare più lunga. Così non c’è nessuna evoluzione da vedere, dal momento che la pressione della selezione del traffico può solo accorciare le ali esistenti, non può crearle![x]

 

Riferimenti e note


[i]Holland, M., Gli uccelli si evolvono nello scansare il traffico, news.com.au, 20 Marzo 2013.

[ii]Williams, S., Evoluzione via Roadkill, news.sciencemag.org, 18 Marzo 2013.

[iii]Petrochelidon pyrrhonota.

[iv]Brown, C. e Brown, M., Dove sono finite tutte le vittime della strada? Current Biology23(6): R233-R234, 2013.

[v]SUV= fuoristrada.

[vi]Sebbene i ricercatori non possano valutare direttamente l’aspetto comportamentale e istruttivo, essi affermano che se gli uccelli individuali sono in grado di evitare macchine dopo un incontro ravvicinato, allora spetterebbe agli uccelli più giovani essere sovra rappresentati tra le vittime della strada- ma non lo sono stati.

[vii]Walker, T., Non farti ingannare dal prodotto civetta, Creation29(4): 38-39, 2007; creation.com/baitandswitch.

[viii]Catchpoole, D. e Wieland, C., Sorpresa sulle specie veloci: la rapida apparizione oggi di nuove varietà di pesce, lucertole, e quant’altro devia le aspettative evoluzionistiche … ma si adatta perfettamente alla Bibbia,Creation23(2):13-15,2001;creation.com/speedy.

[ix]Catchpole. D. Definizione dei termini – la rinfrescante trasparenza sulla selezione naturale dell’evoluzionista Dr. John Endler, è stata largamente ignorata, creation.com/defining-terms, 11 Gennaio 2011.

[x]Per saperne di più su come nei cambiamenti che sono stati osservati negli esseri viventi, non vi sia traccia di evoluzione. Vedi: Catchpole, D., The3Rs of Evolution: Rearrange, Remove, Ruin—in other words, no evolution!,Creation35(2):47–49, 2013; creation.com/3-Rs-of-evolution.

Foto per gentile concessione di Charles R. Brown

PALEONTOLOGI E GENETISTI CONTRO DARWIN


 di Michele Buonfiglio


1.  LE AFFERMAZIONI DEL DARWINISMO: Nel 1859, Charles R. Darwin, all’età di 50 anni, pubblicò la sua opera più famosa: On the Origin of Species by Means of Natural Selection(L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale), nella quale affermava che le specie sono soggette a variazioni (evoluzionismo). Quattro sono i concetti fondamentali dell’opera di Darwin:

  1. Le specie sono soggette a variazioni;
  2. Il processo evolutivo è lento, graduale, continuo e non presenta salti o bruschi cambiamenti;
  3. Tutti gli organismi discendono da un comune e unico antenato;
  4. La formazione di una specie è dovuta esclusivamente all’azione della selezione naturale.

 

Secondo Darwin, riassumendo, la selezione naturale (the survival of the fittesi) attraverso un processo evolutivo graduale, lento e continuo (gradualismo), permetterebbe la formazione di nuove specie meglio dotate. In questo articolo esamineremo le critiche di paleontologi, biologi e genetisti ai quattro punti fondamentali del darwinismo.

 

 

2.  LE SPECIE SONO SOGGETTE A VARIAZIONI: Quando parliamo di evoluzione biologica occorre fare una distinzione fondamentale tra microevoluzione e macroevoluzione. Lamicroevoluzione è l’insieme dei piccoli cambiamenti che si osservano nell’interno di una popolazione.[1] Il genetista Sermonti scrive: «La microevoluzione […], cioè le variazioni delle frequenze dei geni nelle popolazioni […] è un fenomeno superficiale, piuttosto ovvio».[2]

La microevoluzione può spiegare le piccole modiche entro la specie, nonché l’origine delle razze e delle specie affini. Pensiamo, per esempio, alle diversificazioni dei fringuelli delle Galápagos, che hanno portato alla formazione di 14 specie di fringuelli. Naturalmente, trattandosi di microevoluzione, le variazioni si svolgono entro limiti ben stabiliti, producendo solo nuove razze o specie affini.

La macroevoluzione è invece l’insieme dei cambiamenti evolutivi di grande portata che sarebbero accaduti durante lunghi periodi di tempo. Non è cosa facile ricostruire il passato. Lo studio dei processi macroevolutivi è oggetto di accese discussioni da parte dei paleontologi e dei genetisti.

Il paleontologo evoluzionista Eldedgre scrive: «Alla macroevoluzione fa da contrappeso lamicroevoluzione […]. Il dibattito verte su questa domanda: i tradizionali processi microevolutivi darwiniani sono sufficienti a spiegare l’intera storia della vita? Per gli ultradarwinisti, lo stesso termine macroevoluzione suggerisce automaticamente una risposta affermativa. A loro giudizio, la macroevoluzione implica l’azione di processi — anche genetici — che per ora sono sconosciuti, ma che si devono immaginare come generatori di una spiegazione soddisfacente della storia della vita. Ma la macroevoluzione non deve reggere necessariamente un carico concettuale così pesante. Nel suo significato di base, vuol dire semplicemente evoluzione su larga scala».[3]

 

 

3.  IL PROCESSO EVOLUTIVO È LENTO, GRADUALE E CONTINUO: Eldredge scrive: «Alla domanda: “Che cosa accade alle specie quando l’ambiente cambia?”, la risposta standard dell’epoca post-darwiniana divenne: “Evolvono”. Le specie subiscono un processo di trasformazione per arrivare a soddisfare le nuove condizioni. In mancanza di ciò, sono destinate a estinguersi. Qui l’immaginazione contrasta con il buon senso e, peggio ancora, con la realtà empirica. Con il vantaggio di circa 130 anni di minuziosa analisi post-darwiniana del mondo naturale, è ormai più che chiaro che nella stragrande maggioranza dei casi in risposta al cambiamento ambientale le specie si spostano, vanno a vivere in un altro luogo […] È questol’inseguimento dell’habitat (habitat tracking), che prosegue incessantemente, generazione dopo generazione, nell’ambito di ogni specie sulla faccia della Terra».[4] Quando poi le specie non riescono a trovare un habitat adatto, si estinguono.

Eldredge e il biologo-paleontologo Gould hanno fatto notare che «i paleontologi sono rimasti attaccati al mito della trasformazione adattativa graduale anche di fronte alla prova evidente del contrario. La responsabilità per il mancato inserimento nel quadro dell’evoluzione della realtà empirica della stasi[5] è dovuta, per lo più, alla riluttanza dei paleontologi a incrociare le armi con la tradizione darwiniana».[6]

Nonostante le obiezioni fatte da Eldredge e Gould, però, «gli ultradarwinisti continuano a perpetrare blandamente il mito originario secondo cui la selezione naturale più la variazione ereditabile più il tempo portano inevitabilmente al cambiamento».[7]

 

 

4.  TUTTI GLI ORGANISMI DISCENDONO DA UN COMUNE ANTENATO: Questo terzo punto, per essere considerato valido, dovrebbe anch’esso trovare conferma nella documentazione fossile, ma anche se gli ultradarwinisti affermano che la macroevoluzione sia unfatto ormai accettato da tutti, essa in realtà non trova conferma nella documentazione fossile. «In che cosa», scrive il genetista Sermonti, «consisteva questo fatto? Per ognuno che non fosse specialista di paleontologia, il fatto era ovvio: la graduale derivazione delle specie dalle forme microscopiche, su su fino ai Vertebrati, ai Primati, all’Uomo».[8] Scrive sempre Sermonti: «La testimonianza fossile della prima comparsa dei viventi (metazoi) era precedente di trent’anni all’opera di Darwin ed era stata fatta da Roderick Murchinson nel 1830. Egli aveva trovato che nelle rocce fossilifere, riferite al periodo Cambriano […] si trovavano fossili di tutti i tipi di viventi, mentre gli strati sottostanti non contenevano tracce di vita […] La scoperta di Murchinson non è stata contraddetta, e, cento anni dopo di lui, il geologo G.G. Simpson la confermava […] I tipi fondamentali dell’organizzazione biologica compaiono improvvisamente e tutti insieme, e permangono fino al giorno d’oggi. Questo è un fatto che bisogna fare un bello sforzo per chiamare gradualismo evolutivo».[9]

Il paleontologo Fondi scrive: «Tra i fatti che scaturiscono dall’esame diretto della documentazione paleontologica, quello che forse lascia più sconcertati è l’improvvisa apparizione all’inizio del periodo Cambriano, cioè agli albori dell’eone Fanerozoico, di una fauna marina ricchissima e straordinariamente eterogenea, da includere rappresentanti della maggior parte dei phyla animali a noi noti: Protozoi, Archeociati, Poriferi, Celenterati, Brachiopodi, Molluschi, Anellidi, Artropodi ed Echinodermi. Ciò risulta tanto più enigmatico quando si considera l’assenza praticamente completa di fossili nelle formazioni rocciose sottostanti […] che formano l’ossatura principale di tutti i continenti […] Per più di un secolo e mezzo si è cercato con assiduità e speranza negli affioramenti pre-fanerozoici di ogni continente […] ma il risultato complessivo di tutto questo lavoro è stato magro e desolante».[10]

Le stesse cose affermano, nel loro libro, il paleontologo Garassino e il geologo Stoppato: «Tuttavia, improvvisamente, negli strati inferiori dell’Era Paleozoica le testimonianze fossili scompaiono quasi completamente. Se gli strati del Cambiano (primo periodo dell’Era Paleozoica) conservano una grande varietà di organismi […] negli strati immediatamente sottostanti la documentazione paleontologica manca».[11]

Un altro punto debole di questo terzo punto del darwinismo è sicuramente la mancanza nella testimonianza paleontologica di stadi intermedi (i cosiddetti «anelli di congiunzione») tra una classe animale e l’altra.

 

 

5.  LA FORMAZIONE DI UNA SPECIE È DOVUTA ESCLUSIVAMENTE ALL’AZIONE DELLA SELEZIONE NATURALE: Sermonti osserva che la funzione principale della selezione naturale «è quella di eliminare gli anormali, i marginali, i trasgressivi e di normalizzare la composizione delle popolazioni naturali, un ruolo chiaramente conservativo […] un processo di difesa della specie dalle deviazioni […] Dal punto di vista molecolare, cioè della variazione nel testo del DNA, la mutazione è il fenomeno per eccellenza, l’errore di copiatura […] La cellula possiede meccanismi di riparo della mutazione, e l’organismo opera processi eliminatori dei mutanti che comprendono la selezione e la sessualità. Senza queste difese la mutazione distruggerebbe in breve tutti i testi genetici. In ogni caso il suo compito, poiché i biologi molecolari la pretendono cieca, è demolitiva».[12]

Sermonti osserva: «A questo punto sorge legittima la domanda: tutte le variazioni […] riequilibrate dalla selezione o da essa eliminate o ignorate, hanno qualche cosa a che vedere con l’evoluzione o con l’adattamento delle specie? Sono esse il materiale dell’evoluzione? Ebbene no. Quello di cui la teoria neo-darwiniana ha bisogno sono le famose mutazioni favorevoli (adattative). Di esse nessuna traccia […] Noi cerchiamo un gene nuovo, prodotto dalla mutazione, che si faccia largo nella popolazione per il suo effetto benefico, sostenuto dalla selezione. E non uno ma innumerevoli di questi geni. E questi non si sono mai presentati».[13]

La selezione naturale ha avuto un ruolo importante nella storia della vita, ma esattamente quello opposto al compito immaginato da Darwin: essa ha piuttosto conservato stabile e funzionale il materiale genetico esposto all’avaria dei millenni.

Sermonti conclude dicendo che «la biologia molecolare ha prodotto una rivoluzione molto più profonda di quella che da essa ci si poteva attendere […] ha dimostrato il carattere sostanzialmente astorico della vita […] Migliaia di batteri volteggiano invisibili nell’aria intorno a noi. Essi contengono la vita in tutta la sua complessità biochimica. Nella loro inavvertibile presenza c’è non già il germe della vita, ma la vita intera con tutte le sue innumerevoli costellazioni funzionali […] Sotto molti aspetti un batterio (e più in particolare un’alga azzurra) è una struttura vitale più completa di un mammifero, che per crescere ha bisogno di utilizzare strutture biologiche preformate […] Ma come e dove è iniziata una vita più completa? Non lo so io […] La lettura della natura ci presenta questa vita già completa e ci dimostra l’impossibilità di immaginarne una più elementare».[14]

Sono tali le difficoltà da sormontare e le coincidenze favorevoli da presumere, affinché la selezione naturale possa veramente considerarsi come l’agente che forma le nuove specie, che è praticamente impossibile farne la causa della comparsa della grande varietà dei viventi.

Ogni teoria scientifica, per essere considerata valida, deve essere provata sperimentalmente, invece nel caso del darwinismo ci troviamo di fronte a diverse anomalie, e cioè le seguenti:

■ Una delle anomalie riguarda una macroevoluzione che richiede l’azione di processisconosciuti, che devono essere immaginati.

■ Un’altra anomalia riguarda la trasformazione adattativa graduale che è diventata un mito al quale restano aggrappati gli ultradarwinisti, nonostante che i paleontologi abbiano provato il contrario.

■ Un’altra anomalia ancora riguarda una selezione naturale che ha un ruolo esattamente opposto a quello immaginato da Darwin, un ruolo di mantenimento che ha conservato il materiale genetico esposto all’avaria dei millenni.

■ Un’ultima anomalia riguarda un’evoluzione, infine, prodotta dal puro caso che si limita a mettere insieme materiali senza sapere che cosa sta facendo e senza alcun fine predeterminato.

 

Tutto ciò non ha alcun senso e sicuramente non avrebbe potuto formare né piante, né animali e né l’uomo, esseri viventi così ben organizzati da richiedere necessariamente un progetto definito nei minimi particolari.

 

Nota biografica: Il professore emerito Michele Buonfiglio ha insegnato rapporti tra scienza e religione in Italia e in Sud America. Studioso appassionato, ha pubblicato diversi saggi in varie lingue sul rapporto tra scienza e religione.

 

 

[1]. La popolazione è l’insieme degli individui della stessa specie che vivono geograficamente isolati.

[2]. Giuseppe Sermonti, La luna nel bosco (Rusconi, Milano 1985), p. 11.

[3]. Niles Eldredge, Ripensare Darwin (Einaudi, Torino 1999), p. 127.

[4]. Ibid., pp. 66s.

[5]. Per «stasi» si intende che le specie, lungi dall’evolversi, rimangono relativamente immutate per tutta la durata della loro esistenza.

[6]. N. Eldredge, op. cit., pp. 66, 71. Corsivo nostro.

[7] . Ibid., p. 106. Corsivo nostro.

[8]. G. Sermonti, op. cit., p. 13.

[9]. Ibid. pp. 13s.

[10]. Giuseppe Sermonti – Roberto Fondi, Dopo Darwin (Rusconi, Milano 1982), pp. 190s.

[11]. Alessandro Garassino – Marco Stoppato, Fossili (Mondadori, Milano 2003), p. 70.

[12]. Giuseppe Sermonti, Dimenticare Darwin (Rusconi, Milano 1999), pp. 9-11.

[13]. G. Sermonti – R. Fondi, Dopo Darwin, p. 52.

[14]. Ibid., pp.76s.

 

► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_Sci/

26-04-2007; Aggiornamento: 05-07-2010

INTELLIGENT DESIGN: TRA TEORIA RAZIONALE E IDEOLOGIA FONDAMENTALISTA


Darwin

di Nicola Berretta

Prima parte

  1. INTRODUZIONE: Le scoperte scientifiche non sono sempre delle scoperte. Intendo dire che non sempre sono un qualcosa in cui ci si imbatte sbattendoci il naso, inaspettatamente. Spesso vengono anticipate sulla base di teorie, ed è poi un’indagine mirata che riesce a portarle alla luce. Forse può essere utile l’idea di un fiume e delle sue sorgenti: camminando sopra un monte ci si può imbattere inavvertitamente in una sorgente naturale, questa può essere seguita lungo il pendio del monte e oltre la vallata, finché non ci accorgiamo che lentamente diviene un vero e proprio fiume. D’altro canto è più facile avere la situazione opposta, imbattersi cioè in un grande fiume e teorizzare dunque il luogo da cui potrebbe aver avuto origine. Quindi lo si ripercorre a ritroso finché non si trova la sua sorgente.

     La scoperta dei pianeti del nostro sistema solare segue uno schema simile. I pianeti più vicini alla terra furono scoperti grazie alla semplice osservazione diretta del cielo, a occhio nudo o tramite telescopi. Ma quelli più lontani, come Nettuno e Plutone non vennero scoperti così, la loro esistenza fu anticipata da calcoli teorici, sulla base delle irregolarità rilevate nelle orbite dei pianeti fino ad allora noti, che lasciavano presupporre l’esistenza di un pianeta ignoto, un «pianeta X», che esercitava un’attrazione gravitazionale su di essi. Fu così che due astronomi, John Couch Adams e Urbain Jean Joseph Le Verrier, misurando le irregolarità nell’orbita di Urano, postularono attraverso dei calcoli la posizione esatta dove il «pianeta X» avrebbe dovuto trovarsi per far tornare i loro calcoli, e infatti nel 1846 un altro astronomo, Johann Galle, puntando il telescopio verso quella posizione precisa, individuò il pianeta, denominato poi Nettuno. Ulteriori calcoli sul moto di Urano portarono poi a ritenere che ci dovesse essere ancora un altro «pianeta X» e vennero fatti nuovi calcoli, basandosi a quel punto sul moto sia di Urano che di Nettuno, finché Clyde Tombaugh nel 1930 riuscì ad identificare l’esistenza di Plutone. Il bello in tutto questo racconto è che la storia non è finita lì. I calcoli teorici sulle perturbazioni nell’orbita di Urano in realtà non tornavano perfettamente nemmeno mettendo nell’equazione sia Nettuno che Plutone, per cui per molti anni si è ritenuto che esistesse ancora un altro «pianeta X» che permetteva di far quadrare i conti. È stata solo la recente missione spaziale del Voyager 2 che ha risolto la questione. I calcoli non tornavano non a causa della presenza di un ulteriore pianeta sconosciuto, ma a causa di errori nel valore esatto della massa di Nettuno. Quando i calcoli furono ripetuti sulla base dei dati esatti forniti dalla sonda, tutto tornò perfettamente, per cui ad oggi Plutone sembra essere effettivamente l’ultimo dei pianeti del nostro sistema solare.

  1. COS’È L’INTELLIGENT DESIGN?: Ho fatto questo excursus storico sui percorsi razionali seguiti da chi fa un’indagine scientifica per introdurre un tema che non è molto dibattuto in Italia, ma che negli Stati Uniti, così come in tutta la comunità scientifica internazionale, sta suscitando notevoli controversie. Mi riferisco all’Intelligent Design. Questo movimento, sorto negli Stati Uniti d’America a partire dagli anni ’90, si pone in aperta critica verso la teoria darwinista sull’origine delle specie per selezione naturale, tuttavia, al contrario del classico movimento creazionista, si propone (o intende proporsi) come una critica scientifica dei presupposti teorici che stanno alla base delle moderne teorie dell’evoluzione, in maniera dunque volutamente scevra da espliciti riferimenti a presupposti biblici o religiosi. Intelligent Designviene spesso tradotto dai mass media italiani come «Disegno Intelligente», ma questa traduzione letterale non rende bene l’idea della natura e delle caratteristiche di questo movimento. La traduzione più opportuna dovrebbe essere, a mio giudizio, «Progettualità Razionale». Malgrado questa diversa traduzione, continuerò a riferirmi a questo movimento, o a questa teoria, usando l’acronimo ID, preso dall’originale inglese.

     I paladini dell’ID affermano che il mondo naturale, così come ci appare dalle analisi sempre più sofisticate che la moderna tecnologia scientifica consente, presenta un grado di complessità intrinseca tale per cui, il volerlo ritenere il solo risultato di variazioni casuali passate al vaglio della selezione naturale (come sostiene la teoria di Darwin), risulta essere un’eccessiva semplificazione. Al contrario, secondo i fautori dell’ID, il mondo si presenta davanti ai nostri occhicome se fosse il risultato di una progettualità razionale. Per certi versi i fautori dell’IDripropongono temi cari ai sostenitori del Principio Antropico, secondo cui l’universo possederebbe al suo interno, in qualche stadio della sua storia, quelle proprietà che hanno permesso alla vita di svilupparsi, in quanto esso si presenta ai nostri occhi come perfettamente bilanciato nei suoi parametri fondamentali, in modo tale da permettere a noi di poterlo guardare e di poter riflettere su di esso. L’universo non sarebbe dunque il risultato di variazioni casuali, ma di un progetto precostituito, che anticipatamente vedeva noi mentre oggi ci ponevamo delle domande su di esso.

     Michael Behe, biochimico di fama mondiale, e anche uno dei maggiori esponenti del movimento ID, per spiegare l’inadeguatezza della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, parla di «complessità irriducibile», riferendosi a quel tipo di complessità che non può essere ridotta alla somma di tante complessità separate. Usa l’esempio efficace della trappola per topi, costituita da vari componenti: la tavoletta di legno, la molla, il ferro ripiegato, e un gancetto collegato opportunamente a una base d’appoggio per l’esca. Questa trappola è uno strumento complesso, ma la sua complessità non è data dalla semplice somma dei singoli componenti, essa infatti funziona solo se tutti i componenti sono contemporaneamente connessi tra loro in modo opportuno. È sufficiente che uno di essi non sia al posto giusto, che l’intera trappola divenga assolutamente inutile. Proprio per questo motivo, Behe ritiene che una struttura irriducibilmente complessa, come una trappola per topi, non possa nascere da una serie di piccole variazioni successive, ma è necessario postulare l’esistenza di un ideatore, che abbia razionalmente progettato il prodotto finale e abbia dunque fatto sì che le singole parti venissero assemblate opportunamente. Behe prosegue affermando che la biologia molecolare, sviluppatasi enormemente negli ultimi due decenni, ha messo sempre di più in evidenza come le nostre cellule siano piene di elementi «irriducibilmente complessi», il cui funzionamento richiede una precisa interconnessione funzionale tra proteine specifiche, proprio come la trappola per topi sopra descritta. L’osservazione di questi fenomeni suggerirebbe dunque l’esistenza di un «progetto razionale» sottostante la complessità degli organismi viventi.

     In fondo questo movimento ripropone in chiave moderna l’esempio di William Paley, teologo inglese vissuto nella seconda metà del ’700, relativo a una persona che, cammin facendo, si imbattesse in un orologio buttato per terra. È ovvio che, anche se quella persona non avesse mai visto prima un marchingegno del genere, la semplice osservazione della sua complessità intrinseca lo porterebbe a dedurre l’esistenza di un orologiaio, pur non avendo mai in precedenza conosciuto nessuno che esercitasse quella professione. Analogamente, secondo Paley, la complessità dell’universo sarebbe di per sé indicativa dell’esistenza di un creatore.

     È importante però sottolineare che i paladini dell’ID non affermano esplicitamente che questo fattore in grado di conferire una progettualità razionale sia Dio. Molti di loro confessano apertamente una fede personale nel Dio biblico e affermano che quell’idea di progettualità razionale è del tutto compatibile con la rivelazione biblica, ma si guardano bene dall’affermare che l’ID implichi necessariamente, o dimostri scientificamente, l’esistenza del Dio biblico.

     Quello dunque che l’ID afferma è semplicemente che, usando i soli i termini previsti da una ipotetica equazione darwiniana, non riusciamo ad ottenere un risultato compatibile con la complessità che vediamo nella natura. Tuttavia, se aggiungiamo a questa equazione un «fattore X», che denominiamo «progettualità razionale», i conti allora tornano. Un po’ come nell’esempio fatto in precedenza sulla scoperta di Nettuno e Plutone: cercando di prevedere il moto di Urano sulla base di un’equazione composta dai dati fino ad allora noti (prima della scoperta di questi due pianeti), il moto calcolato non corrispondeva a quello effettivamente rilevato. Se però si postulava l’esistenza di un «fattore X», costituito da un pianeta ancora sconosciuto, i conti sarebbero tornati. E così avvenne. Il discorso fatto dall’ID è in larga misura analogo. Questo «fattore X» potrebbe anche non essere Dio, potrebbe infatti anche trattarsi di una «costante K» ancora sconosciuta o una «forza F» dalle proprietà ancora inesplorate. Il punto è che l’equazione, così com’è oggi, risulta incompleta. Occorre notare, tornando all’esempio portato sulla scoperta dei pianeti, che l’ipotesi di un pianeta ignoto, proposta per l’incongruenza nell’equazione, non comporta necessariamente che il «pianeta X» esista davvero. Come abbiamo visto infatti, dopo la scoperta di Plutone si continuava ancora a non trovare corrispondenze tra l’equazione e la realtà misurata. Tutto si risolse quando gli astronomi scoprirono che le differenze si colmavano, modificando opportunamente la massa stimata di Nettuno, così come rilevata con maggiore precisione dalla sonda Voyager 2, senza l’aggiunta di un nuovo pianeta. Dire dunque che l’ipotetica equazione darwiniana non è compatibile con la complessità del risultato finale non significa dire che la «progettualità razionale» (concepita come elemento mancante all’interno dell’equazione) debba necessariamente esistere. In teoria infatti si potrebbe un domani rivedere quantitativamente il peso della selezione naturale in questa equazione, col risultato di ottenere questa volta un risultato finale compatibile.

PICCOLI ANTIEVOLUZIONISTI CRESCONO/1°parte


Scritto da Amedeo Da Pra

Amedeo Da Pra è uno studente  del liceo classico di Milano “Tito Livio.” 

Ha molto da insegnare, nonostante  di anni ne abbia solo 15. Leggete un pò……

Piú volte nelle lezioni ho sentito usare esempi di selezione naturale come prova della teoria evolutiva.

Indipendentemente dal fatto che il meccanismo spiegato per rendere credibili i cambiamenti macroevolutivi sia vero, mi sembra alquanto impreciso usare esempi di selezione naturale come dimostrazioni della teoria evolutiva, in quanto fenomeni diversi, anche se ipoteticamente correlati.

 Adattamento e selezione naturale

Il fatto che gli animali si adattino non vuol automaticamente dire che un determinato organismo si sia evoluto.

Ecco perchè: dato che il neodarwinismo sostiene che gli appartenenti al regno animale siano venuti da un antenato comune e più semplice, a sua volta venuto dalla materia inorganica, esso deve dare una spiegazione di come un organismo sia sia “complessificato” e di conseguenza abbia avuto un aumento di informazione funzionale nel genoma. I darwinisti parlano di mutazioni, ma di esse non mi soffermerò in questo lavoro. Adesso infatti vorrei parlare di come esempi di selezione naturale vengano erroneamente utilizzati per provare l’evoluzione.

Nessuno nega la selezione naturale: credo sia la cosa più ovvia che si possa immaginare. Il più forte ha più probabilità di vivere rispetto al più debole; però questo non spiega l’origine delle specie in quanto bisogna spiegare come sia arrivato il forte e come sia arrivato il debole. Ecco perchè poi si parla di variazioni, e al giorno d’oggi, grazie alle nozioni di genetica, di mutazioni.

Il fatto che nei libri di testo ci siano esempi di selezione naturale, che non operano nemmeno con l’uso delle variazioni, fa credere che tali esempi provino processi macroevolutivi, tramite l’estrapolazione di quelli microevolutivi.

Lasciando stare la reale funzione delle variazioni (che io, aderendo alla tesi di molti genetisti, non credo possano spiegare processi di complessificazione), ritengo che esempi come i fringuelli di Darwin o le falene siano unicamente constatazioni della sopravvivenza del più forte: il fatto che una falena bianca aumenti di numero nella popolazione rispetto alla falena nera, non è esempio di evoluzione, perchè avviene semplicemente una selezione tra organismi selezionabili, quindi esistenti. Quando invece parliamo di antenato comune, non abbiamo le specie odierne che possono essere selezionate. Nel primo caso abbiamo già esistenti i due organismi, nel secondo dobbiamo spiegare come l’altro organismo si sia originato.

Non vorrei essere frainteso, adesso non sto criticando l’assioma primario (mut.+sel.nat.=tutta la varietà animale), ma esempi che credono di provarlo senza fare appiglio alle variazioni.

Quando si parla di batteri che si “evolvono”, almeno in questo caso abbiamo i due fattori: la sel.nat. e le mutazioni; invece nel caso delle falene vediamo solo che tra l’animale bianco e l’animale nero, uno sopravvive meglio dell’altro; è come se dicessi che avendo due cani, uno displasico e l’altro no, quello displasico in natura morirà prima, vero, non lo metto in dubbio, ma questo non spiega come da un batterio e-coli si passi ad un essere umano, dotato di organi e strutture infinitamente complesse.

Qui si confonde sopravvivenza e cambiamento. Non credo ci siano discussioni sul fatto che l’osservazione delle falene dimostri solo che alcuni organismi siano più adatti a sopravvivere rispetto ad altri.

Tutti gli esempi di adattamento (adesso lasciamo stare le mutazioni), sono casi di selezione naturale che operano su delle variazioni esistenti nella specie, già presenti nel pool genetico.

Il processo della selezione naturale porta solo ad una perdita dell’informazione, come ci indica la parola stessa “selezione”, prendiamo come esempio l’antenato comune tra lupo e cane (l’antievoluzionismo serio, non nega che diversi gruppi, in inglese “kinds”, una classificazione intermedia tra specie e genere, abbiano un antenato comune; infatti la variazione all’interno del kind si più spiegare con una perdita di informazioni, mentre per dimostrare un antenato comune a tutti gli organismi viventi serve un processo che permetta una aggiunta di informazioni utili nel dna).

Poniamo che questo antenato comune tra lupo e cane avesse una varietà genetica riguardante la lunghezza del pelo (come l’uomo ha la varietà genetica nella diversità del colore degli occhi, poniamo che questo antenato la avesse con il pelo, nelle varietà lunga e corta). Presumiamo che questo primo antenato avesse il pelo medio (LS), il gene L (long) contiene l’informazione per il pelo lungo, e il gene S (short) contiene l’informazione per il pelo corto.

I cani LS, riproducendosi, possono avere una prole sia dal pelo lungo (LL) che dal pelo medio (LS) che dal pelo corto (SS). Nel caso in cui la temperatura calasse, i cani dal pelo lungo (LL), sopravviverebbero. Ecco spiegata la variazione senza evoluzione: l’antenato comune dell’intera specie aveva già la varietà genetica su cui la selezione naturale poteva operare: nessuna nuova informazione creata, proprio quello di cui l’evoluzionismo avrebbe bisogno.

Dall’esempio dei cani vediamo che: 1) Sono adesso adattati all’ambiente 2) sono più “specializzati” rispetto al loro antenato 3)Tutto ciò è avvenuto con la selezione naturale 4)Nessun gene nuovo è stato aggiunto 5) I geni sono stati rimossi dal pool genetico, l’opposto di ciò che l’evoluzione vuole provare: l’origine del pool genetico, non la sua degenerazione. 6) Adesso la popolazione è meno capace ad adattarsi rispetto ai suoi antenati, in quanto gli esemplari hanno perso l’informazione del pelo corto (SS).

 cani

PSICOLOGIA EVOLUZIONISTICA


Paolo Cioni

La Psicologia Evoluzionistica, Cecco Angiolieri, Berlusconi e la Corazzata Potemkin

La psicologia e la psichiatria contemporanee non si trovano in buono stato di salute:
1) La psicologia è frammentata più che mai in scuole, tra loro in feroce disputa, e non ha raggiunto una sintesi accettabile delle sue varie anime. Il solo tentativo serio di fornire una base scientifica affidabile risale ormai ai lontani anni ’30 del secolo scorso, quando Kurt Koffka, teorico e divulgatore della teoria della Gestalt introdotta da Wertheimer, scriveva il suo bellissimo (e dimenticato) libro “The principles of Gestalt Therapy”, in cui, in pratica, considerava “gli psicologi interpretativi” come una disgrazia. La neuropsicologia, foriera di spunti interessantissimi basati sulle acquisizioni della neuroscienza, ha ben poco a che spartire, ad es., con la scuola psicoanalitica (il rinomato neuropsicologo Chris Frith, che ha effettuato, tra gli altri, importanti studi sulla schizofrenia definisce Freud come “un cantastorie le cui speculazioni sulla mente umana erano in gran parte irrilevanti” (Inventare la mente, Ed. Italiana: Cortina, Milano, 2009).

2) La psichiatria, dai grandi maestri francesi e tedeschi, è passata all’influenza acriticamente accettata in tutto il mondo di correnti americane facenti capo alle ditte farmaceutiche il cui unico intento è di trovare sempre nuove fasce di popolazione per smaltire le scorte di psicofarmaci: “condizioni sottosoglia”, bambini sottoposti a screening scolastici per disturbi psichiatrici da “curare per tempo” sulla base di etichette diagnostiche sempre più fantasiose (e non validate), condizioni di sofferenza che la vita ci impone (v. il lutto trasformato in depressione nell’ultimo manuale diagnostico- classificativo dell’APA, DSM-5, ancora inedito in Italia). Detto questo c’è da aggiungere che una soluzione a tutti i problemi ci sarebbe, e sarebbe da individuare nella “psicologia evoluzionistica” (v., come sintesi della materia, il libro dallo stesso titolo, a cura di M. Adenzato e C. Meini, Bollati Boringhieri, Torino, 2006). !Vi si apprende che: “In campo biologico, l’obiettivo del programma adattazionista è individuare certe caratteristiche dell’organismo quali componenti di qualche speciale meccanismo di soluzione dei problemi. (Williams, 1985). ..Il programma adattazionista applicato allo studio del sistema mente-cervello ha preso il nome di psicologia evoluzionistica” (Barkow, Cosmides, Tooby…). !Leggendo questo libro, in cui gli autori hanno voluto, per completezza, riportare posizioni favorevoli e posizioni critiche, si rimane sconcertati dal potere evocativo, sacrale e taumaturgico che viene attribuito ai termini introdotti dal Darwinismo: selezione naturale, pressione selettiva, ambiente di adattamento evoluzionistico… adattati alla psicologia e anche alla psicoterapia. In particolare, il maggior contributo degli psicologi evoluzionistici appare legato alla condivisione entusiastica del postulato di Theodosius Dobzhansky, secondo cui: “Niente in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”, assimilando ovviamente tout court la psicologia alla biologia. Dawkins (1982) in particolare sostiene che “La teoria
dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è l’unica spiegazione praticabile del modo
in cui si origina e si mantiene il meccanismo della vita”. Essa costituisce, conseguentemente e inevitabilmente, “un potente strumento euristico per indagare i fenomeni che hanno a che fare con la vita.” Tutto il resto ne consegue, mostrando questi autori una fantasia degna del miglior Disney nel proporre soluzioni evoluzionistiche per disparati problemi psicologici. Si scopre così che talvolta basta aggiungere un qualche termine magico come “evoluzionistico”, “darwiniano” (ad es. “modulo darwiniano”) a banali (purtroppo) risultati di studi epidemiologici o ad ipotesi sul funzionamento della mente e del comportamento per elevarsi immediatamente su un piano scientificamente e culturalmente più elevato ed esplicativo. Perle del tipo: “… gli esseri umani sono il prodotto della selezione naturale: dobbiamo aspettarci che il comportamento umano sia adattativo (ossia, tale da garantire un vantaggio riproduttivo) e che una scienza del comportamento umano possa basarsi sull’analisi delle conseguenze che le nostre azioni hanno sulle nostre capacità riproduttive” (Symons) occorre ammettere che ci aiutano molto nella nostra ricerca. Questo autore ci spiega, convincendoci, ad es. in termini evoluzionistici “perché i maschi tendono ad avere una maggiore attrazione sessuale per donne con le quali non hanno avuto in precedenza rapporti sessuali piuttosto che per donne con le quali hanno rapporti sessuali regolari”. “L’ assuefazione, la noia, la riduzione con l’abitudine dei picchi di dopamina” diranno subito i miei (non) piccoli lettori (parafrasi di Collodi). E invece no! Entra in gioco, per Symons, “l’azione di un meccanismo psicologico specializzato… Questo meccanismo è stato prodotto dalla selezione naturale nel corso della storia dell’evoluzione umana perché in certe circostanze i maschi hanno avuto l’opportunità di generare discendenza con un costo minimo (una insignificante quantità di sperma, pochi istanti del proprio tempo) avendo rapporti sessuali con donne con le quali non avevano mai avuto rapporti sessuali in precedenza… E’ a questi ambienti primitivi che la natura umana si è adattata”. “Ciascun meccanismo è stato configurato dalla selezione naturale in ambienti passati in quanto promuoveva la sopravvivenza dei geni che guidavano la sua costruzione grazie al fatto di servire a qualche specifica funzione – ossia grazie al fatto di eseguire qualche compito specifico, come ad esempio regolare la pressione sanguigna, percepire i bordi di uno stimolo percettivo, un individuare gli ingannatori negli scambi sociali.” Symons va oltre, dichiarando “L’evidenza disponibile favorisce in modo schiacciante le attese della psicologia evoluzionistica. Ad esempio, sotto il profilo sessuale i maschi umani sembrano essere universalmente attratti, a parità di altre condizioni, da certi correlati fisici della giovinezza femminile, ossia da caratteristiche fisiche che sono indici del fatto che una donna ha iniziato da poco e avere il ciclo mestruale ed è dunque fertile e non ancora partorito figli.” Grande! Ecco, ciò riesce a spiegare addirittura in termini darwiniani come l’antico poeta Cecco Angiolieri, delle mie parti, avesse poetato in questi termini: “torrei le donne giovani e leggiadre e vecchie e laide lasserei altrui!”. Si spiega in termini evoluzionistici anche il fatto che “sotto il profilo sessuale le donne sono particolarmente attratte, a parità di altre condizioni, da uomini che esibiscono segni di uno status sociale elevato”. Symons sostiene infatti che:”I particolari correlati o indizi dello status maschile, ovviamente possono variare; ciò che si mantiene costante invece è l’adattamento psicologico che specifica la regola: preferisci segni di uno status elevato…Poggiano su due fondamenti. In primo luogo, i meccanismi psicologici ipotizzati… sono estremamente plausibili sotto il profilo adattativo; in secondo luogo, l’esistenza di simili meccanismi psicologici è fortemente implicata dai dati disponibili circa l’attrattività sessuale.” Oltre all’antico Cecco Angiolieri viene spiegato in termini darwiniani anche il moderno Berlusconi! In fondo, l’ambiente in cui si è realizzata l’evoluzione, quello dei nostri antenati cacciatori e raccoglitori, non sembrerebbe così dissimile dall’attuale! “Ma i dati che potrebbero essere adoperati per valutare le ipotesi della psicologia evoluzionistica sono virtualmente illimitati”. Per la verità lo stesso Symons passa da questi momenti di esaltazione onniesplicativa a momenti di introspezione riflessiva (e forse depressiva?): “…Nella misura in cui la psicologia evoluzionistica enfatizza fenomeni del genere si limita a rimarcare l’ovvio.”!!!! E qui finisco con Symons ricordando solo, en passant, il suo concetto di “poliandria adattativa”.
Altri illuminanti esempi di psicologia evoluzionista ci vengono da altri autori: ad es., l’antropologo Harner ha proposto (1977) Che i sacrifici umani degli aztechi siano nati come una soluzione per la cronica mancanza di carne (in effetti le gambe delle vittime erano spesso consumate, ma solo dalle persone di elevato grado sociale). Wilson (1978) ha usato questa spiegazione come “una illustrazione di prima mano di una predisposizione adattativa di natura genetica verso il cannibalismo nell’uomo”. La complessa costruzione culturale degli Aztechi si ridurrebbe dunque a “un’inconscia razionalizzazione per mascherare la reale ragione di tutto ciò: il bisogno di proteine”? J. Gould e R Lewontin si ribellano a questa logica affermando: “Abbiamo invertito l’intero sistema in modo così strano da vedere un’intera cultura come un epifenomeno di un modo strano di procurarsi carne… Le pratiche culturali umane possono essere ortogenetiche e portare all’estinzione in un modo ignoto ai processi Darwiniani, basati sulla selezione genetica.” Questi autori vogliono “mettere in discussione un modo di pensare profondamente radicato tra gli studiosi dell’evoluzione, che chiamiamo programma adattazionista o paradigma di Pangloss. Questo programma ha le sue radici in una nozione resa popolare da A.Russell Wallace e A. Weisman (ma non… da Darwin) verso la fine dell’ottocento: quella della quasi onnipotenza della selezione naturale nel forgiare le forme organiche e il migliore dei mondi possibili. Questo programma considera la selezione naturale talmente potente e i vincoli su di essa così scarsi, che la produzione diretta dell’adattamento attraverso il suo operato diviene la causa principale di tutte le forme organiche, delle funzioni e dei comportamenti.” Secondo questi autori, il programma dattazionista può essere riconosciuto attraverso stili comuni alle argomentazioni. Ad es.: “se un argomento adattativo cade, prova con un altro”. “La faccia degli eschimesi, una volta descritta come progettata per il freddo (Coon, Garn e Birdsell, 1950), diventa un adattamento per reggere grandi forze di masticazione (Shea, 1977)… Ci chiediamo, Tuttavia, se la caduta di una spiegazione adattativa debba sempre ispirare la ricerca di un’altra dello stesso tipo, piuttosto che spingere a prendere in considerazione delle alternative all’affermazione secondo cui ogni parte è per uno scopo specifico.” Per gli evoluzionisti, “I criteri perché una storia sia accettata sono così permissivi che molti passano senza una vera conferma. Spesso gli evoluzionisti usano la consistenza con la selezione naturale come l’unico criterio e considerano finito il loro lavoro quando riescono a confezionare una storia plausibile. Ma storie plausibili possono sempre essere trovate: la chiave per una ricerca storica sta nel determinare criteri per identificare le spiegazioni giuste fra tutti i possibili cammini che hanno condotto a un risultato moderno.” Gould e Lewontin sostengono la necessità del disaccoppiamento della selezione dall’adattamento: “…L’adattamento è un utilizzo secondario di parti presenti per ragioni di architettura, sviluppo o storia…Anche se l’arrossire è un adattamento influenzato dalla selezione sessuale dell’Uomo, non ci aiuterà molto a capire perché il sangue è rosso. L’utilità immediata di una struttura organica non ci dice spesso nulla delle ragioni della sua esistenza.” Fodor ritiene che “Riguardo alla questione se la mente sia o no un adattamento, quello che conta non è quanto complesso sia il nostro comportamento, bensì quanto debba mutare il cervello di una scimmia antropomorfa per produrre la struttura cognitiva di una mente umana. E a questo riguardo non sappiamo nulla. Ciò è una conseguenza del fatto che non sappiamo nulla di come la struttura delle nostre menti dipenda dalla struttura dei nostri cervelli. Non abbiamo nemmeno idea di quali siano le strutture cerebrali da cui dipendono le nostre capacità cognitive”. E sempre lo stesso autore afferma: “Gli indizi diretti in favore del darwinismo psicologico sono in realtà molto deboli. In particolare, si può sostenere che siano molto meno convincenti delle forti prove in favore della nostra teoria intuitiva pluralistica della natura umana. È il nostro pluralismo intuitivo, dopo tutto, ciò che usiamo per continuare a rapportarci gli uni agli altri. E ho l’impressione che, nelle grandi linee, esso funzioni piuttosto bene.” Eppure c’è chi, come Murphy e Stich, sostiene che le carenze del “vecchio paradigma psicoanalitico rimpiazzato da un approccio alla classificazione che mira ad essere operazionalizzato, ateorico e puramente descrittivo…” con categorie “formulate quasi esclusivamente nel linguaggio della fenomenologia clinica che deriva pesantemente da concetti psicologici del senso comune e concetti clinici protoscientifici (quali autostima,stato allucinatorio, ansia e umore depresso) dei manuali diagnostico-classificativi (DSM-III e successivi) dell’American Psychiatric Association, che producono “diagnosi non validate”, potrebbero essere ben superate basandosi sulla psicologia evoluzionista, che dovrebbe avere “un ruolo naturale e centrale”, in quanto “cerca di spiegare come lavora la mente descrivendo i molti meccanismi computazionali dei quali è composta e tentando di scoprire la funzione per la quale questi meccanismi sono stati selezionati…Riteniamo che, almeno nel futuro prossimo, le classificazioni basate sulle teorie della psicologia evoluzionistica saranno particolarmente utili ai clinici, ponendosi a livello di analisi che si accorda facilmente con la pratica clinica corrente.” E ancora: “La prospettiva evoluzionistica sulla mente sottolinea che i nostri meccanismi psicologici hanno avuto origine in un ambiente passato e, sebbene tali meccanismi possano essere stati adattati a quell’ambiente, l’ambiente può benissimo essere cambiato abbastanza per rendere alcuni aspetti della nostra architettura cognitiva indesiderabili od obsoleti nel mondo moderno”. Poi seguono esempi clinici che lasciano non poca perplessità, non tanto perché le spiegazioni si situano su un livello ipotetico come tante altre nella psicologia e psichiatria, quanto perché il rapporto con la selezione naturale ed annessi e connessi, non risulta affatto chiaro. Ad es.: “Probabilmente l’esempio più noto di un disturbo derivante dal cattivo funzionamento di un modulo è l’autismo. Lavori recenti hanno suggerito che l’autismo derivi dal cattivo funzionamento del modulo o del sistema di moduli che gestisce la teoria della mente, la capacità di attribuire stati intenzionali come credenze e desideri ad altre persone e di spiegare il loro comportamento nei termini del potere causale di tali credenze e desideri….Una spiegazione dello stesso genere, nei termini del cattivo funzionamento di un modulo, è offerta da Blair nella sua analisi della psicopatia. I tre aspetti principali che caratterizzano la psicopatia sono: l’insorgere precoce di un comportamento estremamente aggressivo; l’assenza di rimorso o senso di colpa; l’insensibilità e mancanza di empatia. Blair (1995) spiega il comportamento psicopatico come dovuto all’assenza o al cattivo funzionamento di un modulo che chiama meccanismo di inibizione della violenza. L’idea centrale è presa in prestito dall’etologia, campo d’indagine che ha più volte suggerito l’esistenza di un meccanismo che interrompe il combattimento in risposta a manifestazioni di sottomissione…Blair ipotizza che un meccanismo simile esista negli uomini e sia attivato
dalla percezione della sofferenza altrui…” Sulla depressione vengono poste due ipotesi
evoluzionistiche alternative: quella della “competizione sociale”, che “vede le nostre comunità ancestrali come ecosistemi in miniatura in cui gli individui fanno ogni sforzo per
trovare delle nicchie dove possono eccellere e vivere bene. Nelle società moderne, invece, la possibilità di eccellere… sono remote. Se abbiamo ereditato un meccanismo che viene attivato quando crediamo di essere stati battuti, allora questo scatterà frequentemente dato che siamo inondati da informazioni su persone che hanno avuto successo. Ma, ovviamente, nel mondo moderno e molto più probabile che il meccanismo non raggiunga l’obiettivo per il quale era stato selezionato.” L’ipotesi della defezione, proposta da Watson e Andrews (1998), Hagen (1998) e altri, “Sostiene che nell’ambiente ancestrale la depressione post partum fosse una risposta adattativa che portava le donne a limitare le loro cure al nuovo bambino quando, a causa di fattori biologici, sociali o ambientali, un forte impegno nei confronti del bambino avrebbe probabilmente, nell’arco della vita di quella donna, ridotto il numero totale dei figli che a sua volta avrebbero raggiunto l’età della riproduzione e si sarebbero riprodotti con successo. Tra le condizioni sociali dell’ambiente ancestrale che sarebbero stati buoni motivi per innescare una notevole riduzione delle cure materne ci sarebbero la scarsità delle cure da parte del padre e/o di altri parenti. Motivazioni ideologiche includerebbero problemi con la gravidanza o il parto o altre indicazioni palesi del fatto che probabilmente il bambino non sarà sano e in grado di vivere. Ragioni ambientali includerebbero inverni rigidi, carestie e altre indicazioni di inadeguatezza delle risorse materiali.Nelle società moderne, caratterizzate dall’esistenza di strutture assistenziali approntate dallo stato ed altre organizzazioni, è molto meno probabile che queste condizioni siano degli indicatori affidabili del fatto che una madre che riduce drasticamente le cure del suo bambino aumenti la sua capacità riproduttiva…La depressione post partum potrebbe quindi essere un altro esempio di condizione prodotta da un meccanismo attivo che funziona proprio nel modo in cui era progettato per funzionare, sebbene in un ambiente molto diverso da quello in cui si è evoluto.” Anche i disturbi di ansia non vengono risparmiati dalle ipotesi evoluzionistiche: “Alcuni disturbi d’ansia forniscono un altro esempio possibile di disturbi che risultano da una differenza tra l’ambiente contemporaneo e l’ambiente in cui le nostre menti si sono evolute. Marks e Nesse (1994) notano che nell’ambiente ancestrale la paura dei posti pubblici e la paura di essere lontani da casa potrebbero benissimo essere state risposte adattive che mettono in guardia dai molti pericoli che si incontrano al di fuori dal territorio familiare.” E per concludere questa bella carrellata nella psicologia e psichiatria del futuro, in senso evoluzionistico delle teorie e sistemi classificativi, ma anche delle psicoterapie, citiamo Liotti: “Lo psicoterapeuta evoluzionista valuta continuamente la base motivazionale di ogni interpretazione terapeutica secondo la teoria evoluzionistica della motivazione umana. In accordo con gli psicoterapeuti cognitivisti, gli psicoterapeuti evoluzionisti tentano di dar forma alla relazione terapeutica, sin dalle prime sedute, secondo l’ideale dell’empirismo collaborativo…. Nel corso della psicoterapia il sistema cooperativo cederà il passo alsistema di attaccamento…Un altro modo di inibire l’attivazione del sistema di attaccamento implica lo spostamento di significato attribuita al desiderio di contatto fisico con un altro essere umano. Dato che sia il sistema di attaccamento (il cui fine è la vicinanza protettiva e un abbraccio confortante) sia il sistema sessuale implicano entrambi un desiderio di vicinanza fisica, i pazienti borderline possono fraintendere come sessuali, sia in sé stessi sia in altre persone, desideri che sono invece collegati al bisogno di attaccamento. E’ a causa della confusione tra desideri sessuali e di attaccamento che i pazienti borderline possono apparire impropriamente seduttivi nell’ambito della relazione terapeutica e possono venire intrappolati in relazioni sessuali promiscue o pericolose dell’abito di altre relazioni sociali.” Secondo Liotti “Una tale comprensione potrebbe facilitare molto l’integrazione di idee provenienti dai modelli psicoanalitici e cognitivo-comportamentali degli stati borderline: un importante vantaggio dell’avvicinarsi alla psicoterapia da una prospettiva evoluzionistica. Uno degli obiettivi principali…è accennare alla potenza integratrice dell’approccio evoluzionistico alla psicoterapia, un approccio capace di ridurre la frammentazione e ladispersione di preziose teorie cliniche che sono spesso considerate incompatibili solo perché derivano da diverse tradizioni, epistemologie o meta-teorie…. L’attaccamento disorganizzato e la patologia borderline forniscono solo un’illustrazione di come la potenza integratrice della prospettiva evoluzionistica possa riflettersi nella pratica della psicoterapia,combinando le migliori intuizioni di entrambi i modelli, psicoanalitico e cognitivo comportamentale…La psicoterapia evoluzionistica appare già come un solido ed ecumenico modo di avvicinarsi alla pratica della psicoterapia, un modo che peraltro rimane solidamente collegato alla scienza biologica contemporanea.” In conclusione desta ammirazione in chi scrive la fiducia, quasi sacrale ed “ecumenica” in parole magiche derivate dal darwinismo per una soluzione definitiva dei gravi problemi che la psicologia e la psichiatria si trovano ad affrontare. Una fiducia che appare ingenua, prescientifica e pseudo-religiosa. Molti argomenti sono nient’altro che rivisitazioni di vecchie interpretazioni che, impregnandosi di darwinismo, assurgono a nuova vitalità. Altri (specie quelli epidemiologico-antropologici) appaiono talmente banali, fantasiosi e poco fondati su un minimo di senso comune da risultare addirittura ridicoli (non per niente abbiamo assistito, in questa breve esposizione, anche a qualche espressione di auto-riflessività critica negli stessi campioni della psicologia evoluzionistica. Attimi illuminanti in cui si svela la possibilità di dire un sacco di sciocchezze paludate di termini “scientifici” accettati dalla casta. Un dubbio finale: che la psicologia evoluzionistica sia, in fin dei conti, della stessa essenzadella Corazzata Potemkin di Villaggiana memoria?La Psicologia Evoluzionistica, Cecco Angiolieri, Berlusconi e la Corazzata Potemkinn La psicologia e la psichiatria contemporanee non si trovano in buono stato di salute: 1) La psicologia è frammentata più che mai in scuole, tra loro in feroce disputa, e non ha raggiunto una sintesi accettabile delle sue varie anime. Il solo tentativo serio di fornire una base scientifica affidabile risale ormai ai lontani anni ’30 del secolo scorso, quando Kurt Koffka, teorico e divulgatore della teoria della Gestalt introdotta da Wertheimer, scriveva il suo bellissimo (e dimenticato) libro “The principles of Gestalt Therapy”, in cui, in pratica, considerava “gli psicologi interpretativi” come una disgrazia. La neuropsicologia, foriera di spunti interessantissimi basati sulle acquisizioni della neuroscienza, ha ben poco a che spartire, ad es., con la scuola psicoanalitica (il rinomato neuropsicologo Chris Frith, che ha effettuato, tra gli altri, importanti studi sulla schizofrenia definisce Freud come “un cantastorie le cui speculazioni sulla mente umana erano in gran parte irrilevanti” (Inventare la mente, Ed. Italiana: Cortina, Milano, 2009).

2) La psichiatria, dai grandi maestri francesi e tedeschi, è passata all’influenza acriticamente accettata in tutto il mondo di correnti americane facenti capo alle ditte farmaceutiche il cui unico intento è di trovare sempre nuove fasce di popolazione per smaltire le scorte di psicofarmaci: “condizioni sottosoglia”, bambini sottoposti a screening scolastici per disturbi psichiatrici da “curare per tempo” sulla base di etichette diagnostiche sempre più fantasiose (e non validate), condizioni di sofferenza che la vita ci impone (v. il lutto trasformato in depressione nell’ultimo manuale diagnostico- classificativo dell’APA, DSM-5, ancora inedito in Italia). Detto questo c’è da aggiungere che una soluzione a tutti i problemi ci sarebbe, e sarebbe da individuare nella “psicologia evoluzionistica” (v., come sintesi della materia, il libro dallo stesso titolo, a cura di M. Adenzato e C. Meini, Bollati Boringhieri, Torino, 2006). !Vi si apprende che: “In campo biologico, l’obiettivo del programma adattazionista è individuare certe caratteristiche dell’organismo quali componenti di qualche speciale meccanismo di soluzione dei problemi. (Williams, 1985). ..Il programma adattazionista applicato allo studio del sistema mente-cervello ha preso il nome di psicologia evoluzionistica” (Barkow, Cosmides, Tooby…). !Leggendo questo libro, in cui gli autori hanno voluto, per completezza, riportare posizioni favorevoli e posizioni critiche, si rimane sconcertati dal potere evocativo, sacrale e taumaturgico che viene attribuito ai termini introdotti dal Darwinismo: selezione naturale, pressione selettiva, ambiente di adattamento evoluzionistico… adattati alla psicologia e anche alla psicoterapia. In particolare, il maggior contributo degli psicologi evoluzionistici appare legato alla condivisione entusiastica del postulato di Theodosius Dobzhansky, secondo cui: “Niente in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”, assimilando ovviamente tout court la psicologia alla biologia. Dawkins (1982) in particolare sostiene che “La teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è l’unica spiegazione praticabile del modo in cui si origina e si mantiene il meccanismo della vita”. Essa costituisce, conseguentemente e inevitabilmente, “un potente strumento euristico per indagare i fenomeni che hanno a che fare con la vita.” Tutto il resto ne consegue, mostrando questi autori una fantasia degna del miglior Disney nel proporre soluzioni evoluzionistiche per disparati problemi psicologici. Si scopre così che talvolta basta aggiungere un qualche termine magico come “evoluzionistico”, “darwiniano” (ad es. “modulo darwiniano”) a banali (purtroppo) risultati di studi epidemiologici o ad ipotesi sul funzionamento della mente e del comportamento per elevarsi immediatamente su un piano scientificamente e culturalmente più elevato ed esplicativo. Perle del tipo: “… gli esseri umani sono il prodotto della selezione naturale: dobbiamo aspettarci che il comportamento umano sia adattativo (ossia, tale da garantire un vantaggio riproduttivo) e che una scienza del comportamento umano possa basarsi sull’analisi delle conseguenze che le nostre azioni hanno sulle nostre capacità riproduttive” (Symons) occorre ammettere che ci aiutano molto nella nostra ricerca. Questo autore ci spiega, convincendoci, ad es. in termini evoluzionistici “perché i maschi tendono ad avere una maggiore attrazione sessuale per donne con le quali non hanno avuto in precedenza rapporti sessuali piuttosto che per donne con le quali hanno rapporti sessuali regolari”. “L’ assuefazione, la noia, la riduzione con l’abitudine dei picchi di dopamina” diranno subito i miei (non) piccoli lettori (parafrasi di Collodi). E invece no! Entra in gioco, per Symons, “l’azione di un meccanismo psicologico specializzato… Questo meccanismo è stato prodotto dalla selezione naturale nel corso della storia dell’evoluzione umana perché in certe circostanze i maschi hanno avuto l’opportunità di generare discendenza con un costo minimo (una insignificante quantità di sperma, pochi istanti del proprio tempo) avendo rapporti sessuali con donne con le quali non avevano mai avuto rapporti sessuali in precedenza… E’ a questi ambienti primitivi che la natura umana si è adattata”. “Ciascun meccanismo è stato configurato dalla selezione naturale in ambienti passati in quanto promuoveva la sopravvivenza dei geni che guidavano la sua costruzione grazie al fatto di servire a qualche specifica funzione – ossia grazie al fatto di eseguire qualche compito specifico, come ad esempio regolare la pressione sanguigna, percepire i bordi di uno stimolo percettivo, un individuare gli ingannatori negli scambi sociali.” Symons va oltre, dichiarando “L’evidenza disponibile favorisce in modo schiacciante le attese della psicologia evoluzionistica. Ad esempio, sotto il profilo sessuale i maschi umani sembrano essere universalmente attratti, a parità di altre condizioni, da certi correlati fisici della giovinezza femminile, ossia da caratteristiche fisiche che sono indici del fatto che una donna ha iniziato da poco e avere il ciclo mestruale ed è dunque fertile e non ancora partorito figli.” Grande! Ecco, ciò riesce a spiegare addirittura in termini darwiniani come l’antico poeta Cecco Angiolieri, delle mie parti, avesse poetato in questi termini: “torrei le donne giovani e leggiadre e vecchie e laide lasserei altrui!”. Si spiega in termini evoluzionistici anche il fatto che “sotto il profilo sessuale le donne sono particolarmente attratte, a parità di altre condizioni, da uomini che esibiscono segni di uno status sociale elevato”. Symons sostiene infatti che:”I particolari correlati o indizi dello status maschile, ovviamente possono variare; ciò che si mantiene costante invece è l’adattamento psicologico che specifica la regola: preferisci segni di uno status elevato…Poggiano su due fondamenti. In primo luogo, i meccanismi psicologici ipotizzati… sono estremamente plausibili sotto il profilo adattativo; in secondo luogo, l’esistenza di simili meccanismi psicologici è fortemente implicata dai dati disponibili circa l’attrattività sessuale.” Oltre all’antico Cecco Angiolieri viene spiegato in termini darwiniani anche il moderno Berlusconi! In fondo, l’ambiente in cui si è realizzata l’evoluzione, quello dei nostri antenati cacciatori e raccoglitori, non sembrerebbe così dissimile dall’attuale! “Ma i dati che potrebbero essere adoperati per valutare le ipotesi della psicologia evoluzionistica sono virtualmente illimitati”. Per la verità lo stesso Symons passa da questi momenti di esaltazione onniesplicativa a momenti di introspezione riflessiva (e forse depressiva?): “…Nella misura in cui la psicologia evoluzionistica enfatizza fenomeni del genere si limita a rimarcare l’ovvio.”!!!! E qui finisco con Symons ricordando solo, en passant, il suo concetto di “poliandria adattativa”.
Altri illuminanti esempi di psicologia evoluzionista ci vengono da altri autori: ad es., l’antropologo Harner ha proposto (1977) Che i sacrifici umani degli aztechi siano nati come una soluzione per la cronica mancanza di carne (in effetti le gambe delle vittime erano spesso consumate, ma solo dalle persone di elevato grado sociale). Wilson (1978) ha usato questa spiegazione come “una illustrazione di prima mano di una predisposizione adattativa di natura genetica verso il cannibalismo nell’uomo”. La complessa costruzione culturale degli Aztechi si ridurrebbe dunque a “un’inconscia razionalizzazione per mascherare la reale ragione di tutto ciò: il bisogno di proteine”? J. Gould e R Lewontin si ribellano a questa logica affermando: “Abbiamo invertito l’intero sistema in modo così strano da vedere un’intera cultura come un epifenomeno di un modo strano di procurarsi carne… Le pratiche culturali umane possono essere ortogenetiche e portare all’estinzione in un modo ignoto ai processi Darwiniani, basati sulla selezione genetica.” Questi autori vogliono “mettere in discussione un modo di pensare profondamente radicato tra gli studiosi dell’evoluzione, che chiamiamo programma adattazionista o paradigma di Pangloss. Questo programma ha le sue radici in una nozione resa popolare da A.Russell Wallace e A. Weisman (ma non… da Darwin) verso la fine dell’ottocento: quella della quasi onnipotenza della selezione naturale nel forgiare le forme organiche e il migliore dei mondi possibili. Questo programma considera la selezione naturale talmente potente e i vincoli su di essa così scarsi, che la produzione diretta dell’adattamento attraverso il suo operato diviene la causa principale di tutte le forme organiche, delle funzioni e dei comportamenti.” Secondo questi autori, il programma dattazionista può essere riconosciuto attraverso stili comuni alle argomentazioni. Ad es.: “se un argomento adattativo cade, prova con un altro”. “La faccia degli eschimesi, una volta descritta come progettata per il freddo (Coon, Garn e Birdsell, 1950), diventa un adattamento per reggere grandi forze di masticazione (Shea, 1977)… Ci chiediamo, Tuttavia, se la caduta di una spiegazione adattativa debba sempre ispirare la ricerca di un’altra dello stesso tipo, piuttosto che spingere a prendere in considerazione delle alternative all’affermazione secondo cui ogni parte è per uno scopo specifico.” Per gli evoluzionisti, “I criteri perché una storia sia accettata sono così permissivi che molti passano senza una vera conferma. Spesso gli evoluzionisti usano la consistenza con la selezione naturale come l’unico criterio e considerano finito il loro lavoro quando riescono a confezionare una storia plausibile. Ma storie plausibili possono sempre essere trovate: la chiave per una ricerca storica sta nel determinare criteri per identificare le spiegazioni giuste fra tutti i possibili cammini che hanno condotto a un risultato moderno.” Gould e Lewontin sostengono la necessità del disaccoppiamento della selezione dall’adattamento: “…L’adattamento è un utilizzo secondario di parti presenti per ragioni di architettura, sviluppo o storia…Anche se l’arrossire è un adattamento influenzato dalla selezione sessuale dell’Uomo, non ci aiuterà molto a capire perché il sangue è rosso. L’utilità immediata di una struttura organica non ci dice spesso nulla delle ragioni della sua esistenza.” Fodor ritiene che “Riguardo alla questione se la mente sia o no un adattamento, quello che conta non è quanto complesso sia il nostro comportamento, bensì quanto debba mutare il cervello di una scimmia antropomorfa per produrre la struttura cognitiva di una mente umana. E a questo riguardo non sappiamo nulla. Ciò è una conseguenza del fatto che non sappiamo nulla di come la struttura delle nostre menti dipenda dalla struttura dei nostri cervelli. Non abbiamo nemmeno idea di quali siano le strutture cerebrali da cui dipendono le nostre capacità cognitive”. E sempre lo stesso autore afferma: “Gli indizi diretti in favore del darwinismo psicologico sono in realtà molto deboli. In particolare, si può sostenere che siano molto meno convincenti delle forti prove in favore della nostra teoria intuitiva pluralistica della natura umana. È il nostro pluralismo intuitivo, dopo tutto, ciò che usiamo per continuare a rapportarci gli uni agli altri. E ho l’impressione che, nelle grandi linee, esso funzioni piuttosto bene.” Eppure c’è chi, come Murphy e Stich, sostiene che le carenze del “vecchio paradigma psicoanalitico rimpiazzato da un approccio alla classificazione che mira ad essere operazionalizzato, ateorico e puramente descrittivo…” con categorie “formulate quasi esclusivamente nel linguaggio della fenomenologia clinica che deriva pesantemente da concetti psicologici del senso comune e concetti clinici protoscientifici (quali autostima,stato allucinatorio, ansia e umore depresso) dei manuali diagnostico-classificativi (DSM-III e successivi) dell’American Psychiatric Association, che producono “diagnosi non validate”, potrebbero essere ben superate basandosi sulla psicologia evoluzionista, che dovrebbe avere “un ruolo naturale e centrale”, in quanto “cerca di spiegare come lavora la mente descrivendo i molti meccanismi computazionali dei quali è composta e tentando di scoprire la funzione per la quale questi meccanismi sono stati selezionati…Riteniamo che, almeno nel futuro prossimo, le classificazioni basate sulle teorie della psicologia evoluzionistica saranno particolarmente utili ai clinici, ponendosi a livello di analisi che si accorda facilmente con la pratica clinica corrente.” E ancora: “La prospettiva evoluzionistica sulla mente sottolinea che i nostri meccanismi psicologici hanno avuto origine in un ambiente passato e, sebbene tali meccanismi possano essere stati adattati a quell’ambiente, l’ambiente può benissimo essere cambiato abbastanza per rendere alcuni aspetti della nostra architettura cognitiva indesiderabili od obsoleti nel mondo moderno”. Poi seguono esempi clinici che lasciano non poca perplessità, non tanto perché le spiegazioni si situano su un livello ipotetico come tante altre nella psicologia e psichiatria, quanto perché il rapporto con la selezione naturale ed annessi e connessi, non risulta affatto chiaro. Ad es.: “Probabilmente l’esempio più noto di un disturbo derivante dal cattivo funzionamento di un modulo è l’autismo. Lavori recenti hanno suggerito che l’autismo derivi dal cattivo funzionamento del modulo o del sistema di moduli che gestisce la teoria della mente, la capacità di attribuire stati intenzionali come credenze e desideri ad altre persone e di spiegare il loro comportamento nei termini del potere causale di tali credenze e desideri….Una spiegazione dello stesso genere, nei termini del cattivo funzionamento di un modulo, è offerta da Blair nella sua analisi della psicopatia. I tre aspetti principali che caratterizzano la psicopatia sono: l’insorgere precoce di un comportamento estremamente aggressivo; l’assenza di rimorso o senso di colpa; l’insensibilità e mancanza di empatia. Blair (1995) spiega il comportamento psicopatico come dovuto all’assenza o al cattivo funzionamento di un modulo che chiama meccanismo di inibizione della violenza. L’idea centrale è presa in prestito dall’etologia, campo d’indagine che ha più volte suggerito l’esistenza di un meccanismo che interrompe il combattimento in risposta a manifestazioni di sottomissione…Blair ipotizza che un meccanismo simile esista negli uomini e sia attivato dalla percezione della sofferenza altrui…” Sulla depressione vengono poste due ipotesi evoluzionistiche alternative: quella della “competizione sociale”, che “vede le nostre comunità ancestrali come ecosistemi in miniatura in cui gli individui fanno ogni sforzo per trovare delle nicchie dove possono eccellere e vivere bene. Nelle società moderne, invece, la possibilità di eccellere… sono remote. Se abbiamo ereditato un meccanismo che viene attivato quando crediamo di essere stati battuti, allora questo scatterà frequentemente dato che siamo inondati da informazioni su persone che hanno avuto successo. Ma, ovviamente, nel mondo moderno e molto più probabile che il meccanismo non raggiunga l’obiettivo per il quale era stato selezionato.” L’ipotesi della defezione, proposta da Watson e Andrews (1998), Hagen (1998) e altri, “Sostiene che nell’ambiente ancestrale la depressione post partum fosse una risposta adattativa che portava le donne a limitare le loro cure al nuovo bambino quando, a causa di fattori biologici, sociali o ambientali, un forte impegno nei confronti del bambino avrebbe probabilmente, nell’arco della vita di quella donna, ridotto il numero totale dei figli che a sua volta avrebbero raggiunto l’età della riproduzione e si sarebbero riprodotti con successo. Tra le condizioni sociali dell’ambiente ancestrale che sarebbero stati buoni motivi per innescare una notevole riduzione delle cure materne ci sarebbero la scarsità delle cure da parte del padre e/o di altri parenti. Motivazioni ideologiche includerebbero problemi con la gravidanza o il parto o altre indicazioni palesi del fatto che probabilmente il bambino non sarà sano e in grado di vivere. Ragioni ambientali includerebbero inverni rigidi, carestie e altre indicazioni di inadeguatezza delle risorse materiali.Nelle società moderne, caratterizzate dall’esistenza di strutture assistenziali approntate dallo stato ed altre organizzazioni, è molto meno probabile che queste condizioni siano degli indicatori affidabili del fatto che una madre che riduce drasticamente le cure del suo bambino aumenti la sua capacità riproduttiva…La depressione post partum potrebbe quindi essere un altro esempio di condizione prodotta da un meccanismo attivo che funziona proprio nel modo in cui era progettato per funzionare, sebbene in un ambiente molto diverso da quello in cui si è evoluto.” Anche i disturbi di ansia non vengono risparmiati dalle ipotesi evoluzionistiche: “Alcuni disturbi d’ansia forniscono un altro esempio possibile di disturbi che risultano da una differenza tra l’ambiente contemporaneo e l’ambiente in cui le nostre menti si sono evolute. Marks e Nesse (1994) notano che nell’ambiente ancestrale la paura dei posti pubblici e la paura di essere lontani da casa potrebbero benissimo essere state risposte adattive che mettono in guardia dai molti pericoli che si incontrano al di fuori dal territorio familiare.” E per concludere questa bella carrellata nella psicologia e psichiatria del futuro, in senso evoluzionistico delle teorie e sistemi classificativi, ma anche delle psicoterapie, citiamo Liotti: “Lo psicoterapeuta evoluzionista valuta continuamente la base motivazionale di ogni interpretazione terapeutica secondo la teoria evoluzionistica della motivazione umana. In accordo con gli psicoterapeuti cognitivisti, gli psicoterapeuti evoluzionisti tentano di dar forma alla relazione terapeutica, sin dalle prime sedute, secondo l’ideale dell’empirismo collaborativo…. Nel corso della psicoterapia il sistema cooperativo cederà il passo al sistema di attaccamento…Un altro modo di inibire l’attivazione del sistema di attaccamento implica lo spostamento di significato attribuita al desiderio di contatto fisico con un altro essere umano. Dato che sia il sistema di attaccamento (il cui fine è la vicinanza protettiva e un abbraccio confortante) sia il sistema sessuale implicano entrambi un desiderio di vicinanza fisica, i pazienti borderline possono fraintendere come sessuali, sia in sé stessi sia in altre persone, desideri che sono invece collegati al bisogno di attaccamento. E’ a causa della confusione tra desideri sessuali e di attaccamento che i pazienti borderline possono apparire impropriamente seduttivi nell’ambito della relazione terapeutica e possono venire intrappolati in relazioni sessuali promiscue o pericolose dell’abito di altre relazioni sociali.” Secondo Liotti “Una tale comprensione potrebbe facilitare molto l’integrazione di idee provenienti dai modelli psicoanalitici e cognitivo-comportamentali degli stati borderline: un importante vantaggio dell’avvicinarsi alla psicoterapia da una prospettiva evoluzionistica. Uno degli obiettivi principali…è accennare alla potenza integratrice dell’approccio evoluzionistico alla psicoterapia, un approccio capace di ridurre la frammentazione e ladispersione di preziose teorie cliniche che sono spesso considerate incompatibili solo perché derivano da diverse tradizioni, epistemologie o meta-teorie…. L’attaccamento disorganizzato e la patologia borderline forniscono solo un’illustrazione di come la potenza integratrice della prospettiva evoluzionistica possa riflettersi nella pratica della psicoterapia,combinando le migliori intuizioni di entrambi i modelli, psicoanalitico e cognitivo comportamentale…La psicoterapia evoluzionistica appare già come un solido ed ecumenico modo di avvicinarsi alla pratica della psicoterapia, un modo che peraltro rimane solidamente collegato alla scienza biologica contemporanea.” In conclusione desta ammirazione in chi scrive la fiducia, quasi sacrale ed “ecumenica” in parole magiche derivate dal darwinismo per una soluzione definitiva dei gravi problemi che la psicologia e la psichiatria si trovano ad affrontare. Una fiducia che appare ingenua, prescientifica e pseudo-religiosa. Molti argomenti sono nient’altro che rivisitazioni di vecchie interpretazioni che, impregnandosi di darwinismo, assurgono a nuova vitalità. Altri (specie quelli epidemiologico-antropologici) appaiono talmente banali, fantasiosi e poco fondati su un minimo di senso comune da risultare addirittura ridicoli (non per niente abbiamo assistito, in questa breve esposizione, anche a qualche espressione di auto-riflessività critica negli stessi campioni della psicologia evoluzionistica. Attimi illuminanti in cui si svela la possibilità di dire un sacco di sciocchezze paludate di termini “scientifici” accettati dalla casta. Un dubbio finale: che la psicologia evoluzionistica sia, in fin dei conti, della stessa essenzadella Corazzata Potemkin di Villaggiana memoria?

BABELE EVOLUZIONISTA


 

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“Le Scienze” e la fine dell’evoluzione umana

Un articolo a firma del direttore di Le Scienze, Marco Cattaneo, mostra involontariamente le contraddizioni della teoria neodarwiniana.

Più che della fine dell’evoluzione umana sembra che si parli della fine della teoria stessa.

L’articolo a firma di Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, intitolato “La fine dell’evoluzione umana?” è stato pubblicato il 23 settembre sul sito della rivista ma il giorno prima era stato proposto ai lettori del quotidiano Repubblica.

 Lo spunto dell’articolo è stata un’affermazione del noto giornalista scientifico Sir David Attenborough, che ha affermato di ritenere che l’evoluzione umana sia finita. Un’affermazione che oggettivamente è solo una constatazione visto che da circa 200.000 anni è presente Homo sapiens e nessuno ha mai detto che il sapiens di oggi sia da ritenere una specie diversa da quello più antico. Eppure questa semplice constatazione è bastata a lasciare basiti i sostenitori della teoria neodarwiniana, che Cattaneo autorevolmente rappresenta, tanto che nel suo articolo si esprime nel seguente modo:

«Penso che gli esseri umani abbiano smesso di evolversi».

Buttata lì così, sembra una provocazione da non prendere troppo sul serio. Ma se la provocazione arriva per bocca del naturalista e decano della divulgazione scientifica in materia di biologia evoluzionistica, Sir David Attenborough, ha tutto un altro sapore.

E, come è prevedibile, solleva un vespaio.

Addirittura un vespaio si solleva su una banalità, cioè sul fatto che Homo sapiens sia rimasto Homo sapiens per duecentomila anni e che nulla lascia intravedere che stia per diventare qualcos’altro.

Ma, sempre su Le Scienze, continuiamo a seguire il ragionamento di Attenborough:

«Se la selezione naturale – ha dichiarato Attenborough in un’intervista a «Radio Times» – è il principale meccanismo dell’evoluzione, allora noi abbiamo fermato la selezione naturale.

Lo abbiamo fatto da quando siamo in grado di crescere il 95-99 per cento dei nostri figli fino all’età riproduttiva. Siamo la sola specie che abbia messo un freno alla selezione naturale, di propria volontà».

 Quello che emerge dalle dichiarazioni del divulgatore inglese è più che altro il fatto che egli faccia coincidere la specie umana con il mondo industrializzato, quando parla del 95/99% di figli sopravvissuti e del “freno alla selezione naturale” sembra proprio non tenere conto delle realtà dei paesi sottosviluppati. Ma andiamo oltre e limitiamo il discorso alla mancanza di selezione naturale nei paesi occidentali dove la mortalità infantile è molto bassa (cosa che ad Attenborough sembra quasi dispiacere). Quello che Cattaneo rileva al riguardo è che l’argomento non è nuovo, ma che finora era rimasto confinato agli esperti, una specie di segreto che Attenborough ha rivelato ai profani e sul quale adesso non può più essere evitata la discussione pubblica.

L’articolo su Le Scienze afferma che già qualche anno fa qualcuno aveva fatto notare che con la diffusione delle popolazioni umane ai quattro angoli della Terra erano venute a mancare le condizioni di isolamento necessarie per la speciazione secondo la teoria neodarwinana. Bene, discorso chiuso verrebbe da dire. E invece no, l’evoluzione neodarwinaina può fare a meno anche delle sue stesse regole, basta cambiare le definizioni e il gioco è fatto, come spiegato di seguito:

Ma l’evoluzione non è solo speciazione, per usare un termine tecnico.

Tanto che Henry Harpending e John Hawks, dell’Università del Wisconsin, hanno rilevato che da 5.000 anni a questa parte si è modificato almeno il 7 per cento dei nostri geni.

Mentre Parvis Sabeti, ad Harvard, ha scoperto prove di cambiamenti recenti del nostro patrimonio genetico, che hanno aumentato le possibilità di sopravvivenza e riproduzione degli individui.

L’evoluzione non è solo speciazione, la neolingua evoluzionista ha stabilito che si possa essere in presenza di evoluzione anche senza produzione di nuove specie. Si tratta di quella che comunemente si indica come “microevoluzione”, cioè quella comparsa di levi cambiamenti che aumentano la variabilità all’interno della specie senza che però si sia minimamente in presenza di cambiamenti che preludono alla comparsa di una nuova specie.

Ecco allora la notizia: negli ultimi 5.000 anni si è modificato almeno il 7% dei nostri geni, quindi siamo evoluti!

Che emozione sarebbe poter incontrare un antico egizio o un antico babilonese e pensare che rispetto a lui siamo evoluti. Perché allora non scriverlo sui libri scolastici? Forse per non essere sepolti da una risata avrebbe detto Bakunin.

A questo punto viene introdotta la versione di Peter Ward, paleontologo e astrobiologo dell’Università di Washington a Seattle, che invece sostiene che la velocità di evoluzione umana abbia subito un’accelerazione negli ultimi 10.000 anni a causa delle variazioni introdotte da noi negli ecosistemi. Ovviamente questo non è dimostrabile con un esperimento, ma si tratta di dettagli… Poi Ward ribalta totalmente la teoria neodarwiniana nel punto in cui per avere una speciazione è richiesto l’isolamento riproduttivo e afferma l’esatto contrario:

Nell’ultimo secolo, poi, c’è stato un ulteriore cambiamento: con l’aumento dei flussi migratori, molte popolazioni che vivevano relativamente isolate sono entrate in contatto con gli altri gruppi. «Mai prima d’ora – sostiene Ward – il pool genico umano ha affrontato un rimescolamento tanto vasto tra popolazioni locali che erano rimaste separate».

Ecco che quindi il rimescolamento del pool genico diventa fattore di evoluzione mentre invece, come tutti gli allevatori sanno, e lo stesso Darwin sapeva bene, il rimescolamento di razze selezionate porta al ritorno alla razza originale annullando il lavoro dell’allevatore. Ward sbaglia grossolanamente, e la cosa non sembra essere notata da nessuno.

Ma nel momento in cui sembra che gli evoluzionisti abbiano toccato il culmine della confusionearrivano le dichiarazioni di autori non meglio precisati che addirittura ignorano del tutto di cosa si parli, tanto che Cattaneo per carità di patria non avrebbe dovuto neanche parlarne:

Secondo un altro punto di vista, infatti, l’evoluzione genetica continua, ma in direzione opposta. La vita sedentaria, con l’indebolimento dell’apparato scheletrico, per esempio, è uno dei fattori che potrebbero renderci meno adatti alla sopravvivenza, in senso darwiniano.

Non essendo citate le fonti potrebbe anche trattarsi di una considerazione del direttore Cattaneo, ma in ogni caso si tratta di una frase che costituisce un clamoroso scivolone, affermare infatti che la vita sedentaria porti ad evolvere un apparato scheletrico indebolito è un’impostazione lamarckiana che nemmeno un redivivo Lysenko si sognerebbe più di sostenere. No comment.

Giunge poi il momento dell’eugenetica che sfocia nel malthusianesimo, il tutto presentato come fosse una novità:

Ma ci sono altri fenomeni che potrebbero favorire un’evoluzione «al contrario»: per esempio molti di coloro che frequentano università e dottorati ritardano la procreazione, mentre i loro coetanei non laureati fanno figli prima.

Qualcuno sostiene dunque – con un’equazione un po’ ardita – che se i genitori meno intelligenti facessero più figli, allora l’intelligenza sarebbe diventata uno svantaggio darwiniano, e la selezione naturale potrebbe sfavorirla. Ma in questo caso, anche se contro di noi, la selezione continuerebbe implacabile la sua azione.

Apprendiamo che secondo Cattaneo chi frequenta l’università è più evoluto e intelligente di chi ha fatto altre scelte, un’affermazione che personalmente potrei trovare anche molto comoda e conveniente ma che è assolutamente falsa oltre che classista.

La preoccupazione che le classi “inferiori” (operai, artigiani, impiegati ecc…) procreino maggiormente era molto presente alla fine dell’800 e all’inizio del ’900, la soluzione erano proprio le politiche malthusiane che prevedevano la riduzione forzata della natalità presso le classi povere, cosa di cui abbiamo parlato recentemente qui.

Contro la tesi di Attenborough giunge il parere di Ian Rickard, antropologo evolutivo dell’Università di Durham, che dal sito del «Guardian» fa sapere che secondo lui l’evoluzione è in atto perché la selezione non coincide con la sopravvivenza e afferma infine che:

«La lezione che dobbiamo trarre da questa diversità globale non è che gli esseri umani divergeranno in specie differenti; dobbiamo invece riconoscere che l’impredicibilità delle cose umane significa che ciò che sappiamo ora della selezione naturale in atto è completamente inutile a lungo termine».

Un’affermazione che conferma la mancanza di predittività della teoria neodarwiniana, almeno riguardo la specie umana, il che ne fa una teoria inutile.

Dello stesso parere viene segnalato l’intervento di Catherine Woods, dell’Università di New York,che concorda anche lei sul fatto che l’umanità stia evolvendo, solo che  «non necessariamente come ci aspettiamo». Ancora una prova dell’inutilità della teoria.

Per ultima viene riportata la tesi secondo la quale l’evoluzione avviene con il solo contributo delle mutazioni casuali senza l’aiuto della selezione, come sostenuto ad es. da Daniel McShea e Robert Brandon, della Duke University, un’idea che aprirebbe a prospettive da fantascienza con diversi “mutanti” presenti contemporaneamente nella popolazione, ma di fatto sono presenti solo nei film tipo “Total recall” perché qui di mutanti non sembra proprio che se vedano in giro…

Gli evoluzionisti neodarwiniani sosterranno che la varietà di opinioni riportate rappresentino una normale discussione nell’ambito della stessa teoria, ma non è così. Si tratta di posizioni che contrastano in modo insanabile con la teoria neodarwiniana negando ora la selezione ora l’isolamento riproduttivo o affermando invece l’ereditarietà dei caratteri acquisiti, una vera Babele di opinioni che indica la crisi insanabile della costruzione di quella “torre” che l’intera umanità era stata chiamata ad ammirare.

Dall’articolo pubblicato su Le Scienze emerge che una sola cosa resiste del darwinismo attraverso le varie, e forse innumerevoli, versioni che si sono succedute dall’800, il classismo e il darwinismo sociale. Una triste conferma che l’umanità non si è proprio evoluta.

Il bluff di Darwin


Silvano Lofanti

carte

Gli evoluzionisti affermano che il prerequisito dell’evoluzione Darwiniana è semplicemente un sistema auto-replicante capace di variazioni ereditabili. Da esso l’evoluzione avrebbe prodotto tutte le forme viventi, dall’ameba alle balene, per mezzo di piccole variazioni casuali e della selezione naturale.

Per rendersi conto dell’assurdità intrinseca di tutto ciò, può essere utile ricorrere ad un’analogia basata sul gioco di carte chiamato “poker”, che tutti conoscono. Possiamo pensare l’evoluzione Darwiniana come un particolare gioco di poker, stabilendo le seguenti correlazioni:

(1) Il mazziere mischia le carte e le da ai giocatori. Questa operazione è analoga alle variazioni casuali sul genotipo.

(2) I giocatori attivi (che hanno rilanciato) mostrano le loro carte, e il possessore della migliore “mano” (la combinazione di carte di maggiore valore) vince. Questi giocatori sono analoghi ai fenotipi, cioè agli organismi che lottano per sopravvivere.

(3) I giocatori che abbandonano la mano e rilasciano le loro carte sono analoghi agli effetti distruttivi della selezione naturale, per la quale tratti che non conferiscono un vantaggio sono scartati, mentre tratti vantaggiosi sono mantenuti.

(4) Gli organismi superiori hanno un numero di cellule variante fra 10^12 e 10^16. All’incirca una mano di 5 carte da gioco ha un numero di molecole di quell’ordine. Ogni carta da gioco ha una configurazione di disegno che identifica il valore della carta. Nella nostra analogia poker/evoluzione queste configurazioni di disegno delle 5 carte sono simbolicamente analoghe, a grandi linee s’intende, alle specificazioni dei principali apparati degli organismi.

(5) Ora, per rendere maggiormente calzante la nostra analogia dobbiamo ricordare i due “pilastri” dell’evoluzione: il sistema auto-replicante primitivo e le piccole mutazioni casuali che avvengono in esso e nei suoi discendenti, e che verranno poi filtrate dalla selezione naturale. Le piccole mutazioni casuali sono a livello di molecole. Sarebbe quindi del tutto inappropriato considerare il nostro mazziere come un vero distributore di carte nella loro interezza. Infatti nell’analogia le carte complete sono simboli di interi apparati con miliardi di cellule. Di conseguenza, nella nostra analogia il mazziere non distribuisce ai giocatori carte intere, bensì solamente molecole di carte da gioco.

Conclusione

E` chiaro che poche molecole di carte da gioco, non sono in grado di specificare il valore delle carte, men che meno di far vincere una mano ai giocatori di poker. Analogamente, sistemi biologici irriducibilmente complessi mancanti della maggior parte dei componenti e quindi non funzionanti, non conferiscono nessun vantaggio ad un organismo. Esempio: un frammento di carta da gioco con solo un puntino nero nell’angolo non è una carta riconoscibile valida e giocabile; similarmente, una variazione molecolare minima in un organismo non può dar conto della creazione ex abrupto di un intero grande sistema fisiologico, diciamo per esempio il sistema cardiovascolare o nervoso. Tali apporti molecolari insignificanti non sono di alcuno aiuto ne ai giocatori di poker ne agli organismi, e vengono inesorabilmente scartati in entrambi i casi.

Di conseguenza i giocatori non avranno mai mani vincenti. In tutte le tornate di gioco essi saranno sempre forzati ad abbandonare, non avendo niente in mano di giocabile. Nessuna partita di poker potrà iniziare. Questo significa che, seguendo l’analogia, il “poker” Darwiniano è un gioco che non funziona per niente. Non solo l’evoluzione Darwiniana non è in grado di produrre complessi sistemi biologici, men che meno organismi interi, ma essa non riesce neanche ad iniziare minimamente il processo.

Rimane infine un importante concetto del poker da far rientrare nella metafora: il bluff. Immaginate un giocatore che ci vuole far credere di avere addirittura una scala reale (la combinazione più alta e improbabile) mentre ha in mano solo molecole di carte. Questo è il bluff di Darwin – il più grande bluff della storia – la pretesa di aver creato tutte le forme viventi per caso, mentre non è in grado di produrre la minima parte del più piccolo organismo.