L’acqua su Marte lascia i marziani a becco asciutto


Come rabdomanti, missioni spaziali sempre più sofisticate e costose cercano acqua nelle immensità dell’universo. Perché l’acqua, nell’universo, vale più dell’oro. Se infatti nel cosmo vi fosse vita aliena, senz’acqua liquida a livello superficiale non sopravviverebbe. Illusorio è invece pensare l’inverso: perché trovare acqua liquida sulla superficie di un pianeta o di un satellite diversi dalla Terra non significa affatto avere scoperto vita aliena. Gli alieni, infatti, se esistono, hanno sì bisogno dell’acqua, ma l’acqua non ha affatto bisogno di loro. Motivo per cui, quand’anche le spedizioni cosmiche che scrutano l’universo trovassero acqua, non avrebbero trovato per nulla la vita. Avrebbero solo verificato la presenza di una (ce ne sono altre) delle condizioni necessarie all’esistenza, non scoperto la culla della vita. L’acqua, cioè, è decisiva per la vita solo se la vita c’è; altrimenti, ai fini della vita, è come tutto il resto: perfettamente inutile. Figuriamoci poi se nemmeno l’acqua c’è, come su Marte.

Il quarto pianeta per distanza dal Sole, Marte, attira da sempre le voglie dei cacciatori di alieni e le attenzioni dei ricercatori. Grazie alla fantascienza chiamiamo “marziani” gli extraterrestri da qualunque angolo della galassia provengano e grazie alla scienza abbiamo imparato a designare il “pianeta rosso” come gemello della Terra, il più simile a noi di tutto il sistema solare. Ma cos’ha poi di gemello alla Terra quella sfera arida che è Marte, totalmente ricoperto da irrespirabili polveri di ossido di ferro (da cui il colore e il nomignolo), senza un’atmosfera significativa, dunque flagellato dai raggi ultravioletti solari e dalle meteoriti, dotato di una pressione pari a un centesimo di quella terrestre misurata sul livello del mare, congelato in una temperatura media di -63 gradi centigradi (quella media terrestre è 14 gradi), senz’agenti erosivi che ne modellino le superfici scomode e inospitali, privo di quella tettonica delle placche che, oltre ai terribili eventi sismici e vulcanici, regala i giacimenti minerali, le riserve di petrolio e di gas naturale, e l’energia geotermica, controllando pure quel ciclo biogeochimico del carbonio che livella la presenza di anidride carbonica nell’atmosfera di modo che un pianeta come la Terra non sia né una desolazione infuocata né una palla di ghiaccio?

In comune con la Terra, il “pianeta rosso” ha insomma nulla. Però potrebbe essere profezia del “pianeta blu” alla fine del proprio ciclo vitale. Gemello della Terra lo sarebbe cioè stato un tempo. Il punto è sempre l’acqua. Le missioni marziane della NASA occorse negli anni Duemila proprio quella hanno cercato e cercano. Non l’hanno trovata. Hanno trovato solo elementi ipoteticamente compatibili con la presenza, un tempo, di acqua allo stato liquido in superficie. Non è la stessa cosa.

Mettiamo però il caso che non si tratti di mera compatibilità, ma di riscontro oggettivo. Che l’acqua liquida, insomma, un tempo sulla superficie di Marte ci sia stata. Visto che non c’è più, dov’è finita? Si è dispersa tutta nello spazio. Lo asserisce la sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN), in orbita attorno a Marte dal 21 settembre 2014. L’elaborazione dei suoi dati, che confermerebbero le supposizioni degli scienziati, le pubblica ora Science. Le radiazioni solari ultraviolette e soprattutto il vento solare (il flusso di particelle ad alta energia emesso dall’atmosfera del Sole), in grado di esercitare pressioni che disaggregano molecole relativamente semplici, avrebbero infatti spazzato da Marte quell’atmosfera, un tempo assai più consistente di quella odierna, che permetteva all’acqua allo stato liquido, grazie alla pressione esercitata, di restare sulla superficie del pianeta.

Mentre ci si chiede però perché il vento solare non abbia analogamente dissolto, dopo miliardi di anni, le atmosfere di Venere (incredibilmente densa) e della Terra, pianeti che, essendo più vicini al Sole di quanto lo sia Marte, sono molto più esposti al vento solare, per affermare che un tempo l’atmosfera marziana c’era ma si è dissolta si è studiata la distribuzione degl’isotopi dell’argon. In quel che resta dell’atmosfera di Marte, l’argon, un gas inerte che non reagisce quasi mai con altri elementi, è presente in abbondanza. Oggi quel gas è concentrato negli strati più altri dell’atmosfera del “pianeta rosso”, segno che il suo isotopo più leggero (l’argon 36) sa resistere poco a radiazioni e vento solare. Sarebbe così il 66% dell’argon originario quello che è andato perduto. Niente argon, niente atmosfera, niente pressione e l’acqua liquida di un tempo ha lasciato la superficie disperdendosi. Forse.

Nessuno infatti sa quando l’atmosfera di Marte abbia cominciato a rarefarsi al punto da lasciarsi sfuggire l’acqua liquida di superficie, quindi nessuno sa se sulla superficie del quarto pianeta del nostro sistema solare un tempo l’acqua sia davvero esistita allo stato liquido. Ma l’osservazione conclusiva vergata dall’équipe guidata da Bruce M. Jakosky, dell’Università del Colorado di Boulder, a conclusione del citato studio pubblicato su Science che elabora i dati NASA raccolti da MAVEN, introduce una variante decisiva.

Nell’aria marziana primitiva c’era infatti altro oltre all’argon. C’era anche anidride carbonica (CO2), il gas responsabile di quell’effetto serra che contiene e mantiene le temperature di un pianeta. «Nell’atmosfera primigenia di Marte», scrive l’équipe di Jakosky, «la pressione parziale della CO2 può essere stata di un bar o più, così da produrre un riscaldamento serra sufficiente a permettere all’acqua liquida di rimanere stabile sulla superficie». Ma se così è, i calcoli fatti per l’argon indicano che la perdita di CO2 all’epoca è stata davvero grande e «[…] la probabilità che il tasso di perdita sia stato molto più grande all’inizio della storia di Marte» è dato dalla «[…] maggior intensità dell’estrema radiazione ultravioletta solare e delle direttrici del vento solare» di quell’epoca primigenia.

Ovvero, più si risale speculativamente indietro nel tempo e più gli agenti oggi ritenuti responsabili del processo avvenuto su Marte sono intensi e rapidi nel determinare la rarefazione dell’atmosfera e quindi la volatilizzazione dell’acqua liquida di superficie, il punto massimo d’intensità essendo quello prossimo alla formazione stessa del “pianeta rosso”.

Insomma, se le cose stanno come dicono questi studi, la superficie di Marte l’acqua liquida non l’ha forse mai sentita gorgogliare e sciabordare, lasciando i marziani a becco asciutto.

 

di Marco Respinti 

La nuova Bussola

LIBERO ARBITRIO: NON SIAMO SCIMMIE


Quanto di più incredibile vi è nell’uomo se non la possibilità di scegliere, di potere decidere anche contro il proprio interesse?

L’uomo ha delle possibilità che con la teoria di Darwin proprio non hanno nulla a che fare. La natura, vista nell’ottica neodarwinista, è una continua guerra per la sopravvivenza, una battaglia che ogni essere vivente deve combattere continuamente contro i propri simili e le altre specie. Ma questo o è vero o è, come moltissime questioni, solamente un’interpretazione dominante della vita. È chiaro che se l’uomo si autoconvince di discendere da un animale i suoi valori saranno differenti rispetto ad una consapevolezza che lo porrebbe in una posizione di “essere speciale”.L’uomo può essere sia uno “sbaglio” sia un essere eccezionale, straordinario. Una società che si basa sull’accumulo per la detenzione del potere avrà valori ben differenti su una società che si basa sulla comunità e la solidarietà.

La teoria di Darwin ci insegna che l’uomo è in perenne competizione per sopravvivere e che quindi la sua sopravvivenza dipende dalla sua capacità di scegliere ciò che per lui è migliore nel “sistema” in cui vive. Come sappiamo, il nostro sistema è di tipo capitalistico e conseguentemente di accumulo, chi accumula più danaro e più potere ha maggiore prestigio, e conseguentemente, in un ottica darwiniana, è migliore. Ma l’uomo può scegliere e anche in condizioni dove è nella situazione di forza può scegliere di “perdere”;può scegliere di aiutare; può scegliere di fare ciò che è ritenuto irrazionale. L’uomo sceglie e sceglie anche contro il proprio interesse. Lo fa in “barba” a tutte le teorie materialiste. Lo fa a prescindere e basta. Il libero arbitrio è la negazione della teoria di Darwin. L’uomo fa scelte, nell’arco della sua vita, che non hanno nulla a che fare con ciò che H. Spencer e i suoi amici hanno voluto farci credere. La solidarietà è contro la logica di Darwin. Il donarsi. Il sacrificarsi in ogni sua forma è l’empirica testimonianza che l’uomo ha una coscienza non comprensibile con interpretazioni meccanicistiche di tipo materialista. La psicologia evoluzionista non ha nessun tipo di risposta soddisfacente che possa spiegare come l’uomo possa donarsi senza chiedere nulla.

Ritornando al sistema sociale, quindi, noi possiamo capire come mai alcune persone vivano solo per accumulare, ma non possiamo capire come mai alcuni ad un certo punto mollano tutto. Non lo possiamo capire se interpretiamo il sistema sociale seguendo un paradigma di tipo evoluzionista, ma lo possiamo ben comprendere se lo si interpreta con un modello del tutto differente. Proviamo a ricorda il modello sociale proposto da Tommaso Moro in Utopiae proviamo a considerare certi comportamenti dell’uomo, anche nella società in cui viviamo, con tale modello. Da subito comprendiamo che l’uomo vive in un sistema fittizio, realmente lontano dalle sue esigenze spirituali e fisiche. L’uomo della società postmoderna è un prodotto che ha poco a che fare con la sua reale natura, è stato manipolato socialmente ed è “schiavo” di un sistema da lui stesso creato di cui non è più padrone… ma anche in questo sistema creato e generato dalla rivoluzione industriale prima e dalla rivoluzione culturale dell’800 poi, l’uomo, ha sempre un dono di cui noi, escludendo DIO, non sappiamo l’origine: il libero arbitrio. La più palese testimonianza di come Darwin e la sua infausta scuola non hanno compreso nulla della natura originaria dell’essere denominato UOMO.

C’è vita nell’universo? Troppo presto per dirlo


 

Sistema Trappist-1 e Solare a confronto

C’è una stella, fra i milioni e milioni di stelle dell’immenso cielo attorno a noi, che porta il nome poco romantico di 2MASS J23062928-0502285. Fortunatamente ne ha un altro, Trappist-1, che deriva dal telescopio che l’ha scoperta, appunto Trappist, piazzato nell’Osservatorio di La Silla, in Cile, ma prodotto e controllato orgogliosamente in Belgio. Tant’è che il nome è volutamente un omaggio all’ordine dei monaci cistercensi della stretta osservanza, i trappisti, la storia di una delle cui grandi famiglie si sovrappone a quella della stessa nazione belga, proprio a sottolineare il fatto, anche laicamente, che il Belgio di oggi sarebbe nulla senza la tradizione trappista.

Trappist-1, la stella, è una nana rossa che ha solamente l’8% di massa del nostro Sole e più o meno un millesimo della sua brillantezza. Per questo è appena in grado di comportarsi da Sole, cioè d’innescare quella fusione che trasformando l’idrogeno in elio produce residualmente un bene preziosissimo: l’energia (luminosa).

Ebbene, la notizia che ha fatto il giro del mondo è la scoperta del sistema di sette pianeti che rivoluzionano attorno a Trappist-1, un sistema per questo paragonato a quello solare di cui fa parte la Terra e quindi reputato adatto alla vita aliena. Forse. Il sito specializzato The Extrasolar Planets Encyclopaedia, mantenuto dall’Osservatorio astronomico di Parigi e fondato nel 1995, censisce alla virgola tutti gli “esopianeti”, ossia i pianeti che, come appunto quelli rivoluzionanti attorno a Trappist-1, non fanno parte del nostro sistema solare: sono 3583 sparpagliati in 2688 sistemi, più altri 2410 candidati e 211 controversi. Solo la famosa Missione Kepler della NASA per la ricerca di pianeti simili alla Terra, partita il 7 marzo 2009, ne ha scoperti – ha detto la Nasa il 10 maggio 2016 – 1284 confermati al 90% su un totale di 4302 candidati. La stessa Nasa calcola dunque statisticamente che nell’universo possano esistere 100 miliardi di esopianeti di tipo tellurico, cioè comparabili alla Terra per composizione (rocce e metalli), dimensioni e distanze dal loro sole, e che di questi quelli “abitabili”potrebbero essere 40 miliardi, come documenta una ricerca accademica basata proprio sui dati raccolti dalla Missione Kepler. Cos’hanno dunque di eccezionale i sette pianeti del sistema Trappist-1 per essere più adatti alla vita? Nulla.

Qualcuno obietta che l’eccezionalità è il loro numero. Eppure, dei 2688 sistemi solari noti in cui sono sparpagliati i 3582 esopianeti finora censiti ufficialmente, 603 sono sistemi multipli, vale a dire stelle con almeno due pianeti. 280 ne hanno solo due, ma tutti gli altri di più, anche se nessuno più del nostro che ne ha otto. Il sistema Trappist-1 è dunque quello numericamente più prossimo al nostro, ma non è l’unico. Sono infatti noti altri tre sistemi a sette pianeti: Kepler-90, HD 10180 e HR 8832.

Ma, si risponde, il sistema Trappist-1 è “vicino”. 39,5 anni luce. Ora, se potessimo viaggiare alla velocità raggiunta dalla luce nel vuoto, poco meno di 300mila chilometri al secondo, impiegheremmo quasi quarant’anni ad arrivarci. Ma noi non viaggiamo affatto alla velocità della luce. Il veicolo spaziale che detiene il record è la sonda della Nasa Juno, lanciata il 5 agosto 2011 verso Giove: 265mila chilometri l’ora. Calcolare il numero di anni necessari a raggiungere Trappist-1 a questa velocità fa girare il capo. Tra l’altro, il sistema HR 8832 è “vicino” la metà, 21 anni luce.

L’eccitazione si sposta allora sul fatto che alcuni tra i nuovi esopianeti scoperti, chiamati Trappist-1 “b”, “c”, “d”, “e”, “f”, “g” e “h” (dal più vicino al più lontano), orbitano nella “fascia di abitabilità”, cioè a una distanza dalla loro stella che consente l’esistenza dell’acqua allo stato liquido. Ma è un modello teorico. Nel nostro sistema solare, per esempio, Venere e Marte, sono nella “fascia di abitabilità” quanto alla possibilità di avere acqua liquida, ma non sono né abitabili né abitati. Perché? Perché altre condizioni, oltre l’acqua, rendono l’abitabilità presunta un’inabitabilità concreta. Degli otto pianeti che compongono il nostro sistema solare, solo tre (Marte, Venere e Terra, a cui si aggiungono il nostro satellite Luna e il pianeta nano Cerere) sono nella “fascia di abitabilità”, ma solo uno è abitabile e abitato. (Venere ha una pressione atmosferica troppo elevata e un effetto serra tale da renderne la temperatura superficiale insostenibile; Marte ha una pressione atmosferica troppo debole per trattenere significativamente aria e acqua; la Luna non ha atmosfera e Cerere ne ha una inservibile).

Proprio il fattore acqua è però quello su cui si punta, come già fatto per altri esopianeti “simili alla Terra” e persino per Marte. S’insiste infatti nel dire che i pianeti Trappist-1 “e”, “f” e “g” posti in “fascia di abitabilità” le condizioni che ipoteticamente consentono la presenza di acqua liquida comunque le hanno. Escluso di poterci andare, lo si verificherà solo quando avremo strumenti adatti. Ammettiamo però che quegli esopianeti abbiano davvero acqua allo stato liquido, e pure tutte le altre condizioni di abitabilità. Il discorso sulla vita sarà comunque sempre tutt’altro. Perché l’acqua è certamente la condizione necessaria a nutrire la vita, ma non è affatto la condizione sufficiente a farla sorgere. Se assieme all’acqua su quegli esopianeti scoprissimo la vita, significherebbe che avemmo trovato ben altro che la mera acqua. Perché di suo, l’acqua, come tutta la materia, è sterile, inerte, non genera spontaneamente la vita. Di questo “piccolo” particolare non vi è però traccia nell’euforia generale per la scoperta del sistema planetario Trappist-1.

Le falle del ‘vangelo secondo Darwin’


Epoch Times

Massimiliano Russano , Epoch Times

Oggigiorno la teoria dell’evoluzione di Darwin viene generalmente considerata indiscutibile. A scuola tutti gli studenti apprendono la nozione secondo cui l’uomo deriva dalle scimmie e che tutte le specie viventi abbiano subito, nel corso dei tempi geologici, una radicale trasformazione. Eppure, molti accademici non concordano affatto con questa teoria e propongono modelli alternativi che spesso prevedono l’esistenza di una mente intelligente, di un Creatore.

Epoch Times ha intervistato Fabrizio Fratus, sociologo che si occupa di analisi e comunicazione per una Ong. Fratus è anche membro di diversi comitati scientifici tra cui Evoluzione scientifica, il Comitato Antievoluzionista e l’Associazione Studi sulle origini (Aiso), un movimento che si prefigge di dialogare con tutti sul rapporto tra scienza e fede e che in particolare intende mostrare come le teorie evoluzioniste non possano essere considerate un fatto scientifico indiscusso e senza alternativa.

Dottor Fratus, il concetto di evoluzione delle specie viene generalmente associato alla teoria di Darwin. Ma questa teoria fa un distinguo, parlando di microevoluzione e macroevoluzione. In che cosa consistono e quali sono le differenze?

Lei pone un quesito sostanziale, infatti molti evoluzionisti non fanno distinzione appositamente poiché il presupposto, più in passato che oggi, è quello secondo cui l’accumulo delle cosiddette variazioni denominate microevoluzioni portino alla macroevoluzione. La microevoluzione è un adattamento ed è una perdita di informazione e noi antievoluzionisti la chiamiamo semplicemente selezione naturale. La selezione naturale/microevoluzione è un processo che garantisce la vita a molte specie ed è sempre osservabile in natura, la macroevoluzione è qualcosa di supposto e mai verificato ed è l’idea per cui un animale si possa trasformare in un altro.

In natura la microevoluzione è stata osservata in modo inequivocabile?

Quando si parla di microevoluzione si parla di cambiamenti di tipo quantitativo e non qualitativo. In genere è la ricombinazione degli stessi caratteri o di una perdita di informazione genetica; non è mai stato riscontrato un aumento di informazione genetica e si possono facilmente verificare con le varie modifiche apportate alle specie coltivate o come la variazione del colore prevalente delle ali di certe farfalle. Per esempio, la variazione del becco dei famosi fringuelli di Darwin (che sempre fringuelli restano) e altre simili.

E per quanto riguarda la macroevoluzione?

Nessuna verifica è a oggi possibile. Potrebbe essere verificabile nel momento in cui a una specie comparissero organi e funzioni nuove, prodotte da una nuova e più complessa informazione genetica. La macroevoluzione è il principio su cui si basa l’evoluzionismo ma non è stata mai constatata né in laboratorio, né in natura.

La selezione naturale di cui parla Darwin determina secondo lei l’evoluzione?

Sì, tanto che sino a pochi anni fa gli evoluzionisti credevano che la selezione naturale fosse il motore dell’evoluzione; gli antievoluzionisti spiegavano che il concetto da loro rappresentato non aveva senso, la selezione naturale agisce su caratteri già presenti. Ho scritto un articolo in cui si può evidenziare come due eminenti evoluzionisti, sulla questione selezione naturale, siano in totale disaccordo e confusi.

Ci sono delle evidenze scientifiche indiscutibili che provano la validità della teoria di Darwin?

A mio avviso nessuna, tanto che il presupposto iniziale di Darwin era errato. La cellula è talmente complessa e specifica che non è possibile immaginarla semplice come voleva il naturalista inglese. Dato il presupposto iniziale errato è evidente che tutto quello che ne è nato in seguito è errato.

Al giorno d’oggi, la teoria dell’evoluzione di Darwin come viene considerata dai vari studiosi, accademici e scienziati?

Come l’unica possibile risposta alla nostra esistenza, ma questo non per prove di tipo scientifico ma solo per un’appartenenza ideologica allo scientismo. Una frase di un celebre scienziato di Harvard, il genetista Richard Lewontin, testimonia quanto ho appena esposto: “Noi difendiamo la scienza nonostante l’evidente assurdità di alcune delle sue affermazioni, nonostante non riesca a realizzare molte delle sue stravaganti promesse sulla salute e sulla vita, nonostante la tolleranza della comunità scientifica per delle favole immaginarie prive di verifica, perché abbiamo un impegno aprioristico, un impegno materialista. Non è che i metodi e le istituzioni della scienza ci obblighino ad accettare una spiegazione materialista dei fenomeni, ma al contrario, siamo costretti dalla nostra adesione aprioristica alle cause materiali a creare un apparato d’investigazione e una serie di concetti che generano spiegazioni materialistiche; non importa quanto controintuitive, non importa quanto mistificanti per i non addetti ai lavori. Non solo, ma tale materialismo è assoluto, perché non possiamo aprire la porta al piede divino”.

La teoria dell’evoluzione postula l’esistenza di un brodo primordiale. Esistono delle lacune in questa teoria?

Non direi lacune, esistono vere e proprie falsità. Nei libri di testo viene raccontato l’esperimento di Miller dove si vuole fare credere che la vita si possa generare dalla non vita. Lo stesso scienziato ha ammesso il fallimento del suo esperimento e chi ha conoscenza della storia della scienza sa benissimo che un certo Lazzaro Spallanzani ha dimostrato inequivocabilmente che la vita nasce solo da altra vita. Però Spallanzani spesso non è nemmeno citato nei libri di testo e la maggior parte delle persone non ne ha conoscenza.

Darwin ha detto che la sua teoria per reggere deve prevedere l’esistenza di forme fossili intermedie. Sono state scoperte questi particolari reperti?

Verissimo quanto lei mi chiede, basterebbe trovare un anello di congiunzione. La verità, però, è che di fossili che rappresentano forme di transizione non ne esistono anche se, ripeto, sui libri di testo e Wikipedia come su diversi periodici divulgativi spesso vengono citati diversi esempi. Nessuno scienziato sarebbe disposto in pubblico a sostenere che esistono anelli di congiunzione perché semplicemente non esistono.

Cosa ne pensa dell’Archeopterix che da alcuni viene considerato come esempio migliore di forma di congiunzione tra rettili e uccelli?

Stupidate. Anche il Corriere della Sera il 29 maggio del 2013 ha pubblicato un articolo in cui spiegava che l’Archeopterix è solo un uccello. Il problema è che la propaganda della nomenclatura evoluzionista è talmente forte e molti credono a vere e proprie fandonie.

È lecito pensare che non siano state trovate forme intermedie a causa della scarsità di fossili ritrovati?

No, assolutamente no. Era pensabile al tempo di Darwin, ecco il motivo di questa affermazione. Oggi no, i fossili sono tantissimi e la verità è una: anelli di congiunzione zero. Infatti guai a parlarne tra gli evoluzionisti.

Fabrizio Fratus, sociologo e membro di diversi comitati scientifici tra cui Evoluzione scientifica, il Comitato Antievoluzionista e l’Associazione Studi sulle origini (Per concessione dell’autore)

Ritiene che gli organi vestigiali possano essere considerati come prova dell’evoluzione?

Gli organi vestigiali non esistono, sono un’ulteriore sconfitta e dimostrazione degli errori di Darwin e dei suoi discepoli. Alla fine dell’800 si contavano 180 organi residuali mentre oggi siamo a zero, lo stesso vale per il dna spazzatura [una parte considerevole di dna, pari a circa il 95 per cento del genoma, che non è coinvolto nel processo di trascrizione, ndr]. Si è scoperto che non solo non è spazzatura ma è la parte più importante. Per gli evoluzionisti era dna residuale.

Come possono allora essere interpretati questi organi?

Faccio un esempio: le tonsille venivano considerate un organo residuale, ma oggi sappiamo che sono importanti per il sistema immunitario. Tutti gli organi hanno funzioni ben specifiche e sono parte utile del nostro corpo.

Gli embrioni di Haeckael mostrano tra loro una straordinaria somiglianza. È possibile che questa possa essere interpretata come un’evoluzione delle specie?

Lei mi cita quella che è la più grande frode degli scienziati evoluzionisti. Haeckael, genetista tedesco, falsificò i disegni di embrioni facendoli risultare simili. Il suo scopo era di far credere che gli embrioni ripercorressero la storia evolutiva: prima pesce, poi anfibio, eccetera. Con il microscopio si è scoperto che i disegni erano manipolati. Si tenga presente che ancora oggi, sui libri di testo, Haeckael viene riportato con i suoi disegni come prova dell’evoluzione della specie. Inoltre si tenga presente che l’aborto venne fatto ‘accettare’ in campo medico perché si pensava di intervenire su embrioni di altre specie e non su un embrione umano. Ecco spiegato il motivo per cui si deve intervenire prima dei tre mesi: semplicemente credevano che non fosse un embrione umano.

Per quanto riguarda l’uomo, si è sempre detto che il famoso scheletro di Lucy potrebbe essere considerato un anello di congiunzione. Cosa ne pensa?

Assolutamente incredibile pensare questo. Lucy è conosciuta come l’anello mancante tra uomo e scimmia, peccato che già dal 1989 si sapeva che il fossile denominato Lucy era solamente una scimmia. Però, sia nelle trasmissioni televisive che nei libri delle nostre scuole, Lucy è ancora ‘raccontata’ come anello di congiunzione tra gli animali e l’uomo.

Esistono al giorno d’oggi secondo lei, indiscutibili esempi di anelli di congiunzione tra l’uomo e la scimmia?

No, non esiste nulla che unisca l’uomo alle scimmie e quando parlano del dna simile per il 94 per cento dovrebbero specificare che non vuol dire assolutamente nulla. Sono i geni e la loro combinazione a decretare le specie, il dna contiene le informazioni delle diverse specie ma non ha nulla a che vedere con la combinazione dei geni. Se non ricordo male, il corallo marino, ha il 96 per cento di dna simile al nostro, quindi?

Diversi scienziati ritengono che gli anelli di congiunzione siano rari e controversi. Qual è il suo pensiero?

Nessuno scienziato può presentare un anello di congiunzione tra diverse specie, semplicemente non esiste. Oggi sono stati confutati tutti gli esempi che venivano riportati e una dichiarazione di Niels Eldredge, famosissimo paleontologo evoluzionista nel suo testo Ripensare Darwinspiega benissimo la questione: “…l’ho scoperto nel lontano 1960, quando tentai invano di documentare esempi di quel genere di cambiamento lento e costante che tutti noi pensavamo dovesse esistere, sin da quando Darwin disse che la selezione naturale dovrebbe lasciare proprio tale segnale rivelatore nei fossili. Scoprii invece, …, che le specie non tengono affatto a cambiare granché, rimangono, ma rimangono imperturbabilmente e implacabilmente resistenti al cambiamento…”.

È stato inoltre osservato che nella stratigrafia fossile le specie spariscono e poi ricompaiono. Come si può spiegare questo fatto?

Il sopra citato paleontologo ha elaborato una teoria miracolosa denominata ‘teoria degli equilibri punteggiati’ assieme al prof. S.J. Gould e spiegata nel libro L’equilibrio punteggiato per spiegare la mancanza di fossili di transizione e la comparsa improvvisa di nuove specie. Ma è un’altra fantastica trovata da parte degli evoluzionisti per raccontare qualcosa di cui non si sa nulla.
A oggi non sappiamo assolutamente perché esistiamo, da dove arriva la vita e come mai ci sono le diverse specie. La scienza non sa spiegare realmente queste cose, ha una ipotesi che fa acqua da tutte le parti e anzi, alla prova empirica e sperimentale, dà sempre risultati opposti a quanto supposto.

È vero che vi sono specie che compaiono improvvisamente e altre spariscono, ma in nessun caso abbiamo riscontro di quello che veramente è importante per quanto riguarda quello in cui credono i sostenitori dell’ipotesi neodarwinista. Non abbiamo specie meno evolute che scompaiono per lasciare posto a più evolute. Nessun incremento di informazioni genetiche è stato riscontrato in relazione alla logica secondo cui in passato le diverse specie erano più semplici e meno complesse. Questo è il punto.

Nel 2005 un team di scienziati ha affermato che nelle ere geologiche passate la disintegrazione radioattiva fosse più veloce, il che comporterebbe una sensibile diminuzione dell’età della Terra. Esiste quindi anche un problema di datazione dei fossili?

Altroché se esiste, la questione dell’età della terra è un paradigma obbligato per gli evoluzionisti. I tempi lunghi servono per giustificare tutto, ma in realtà è come sempre una trovata più che un fatto scientifico. Basta una piccola ricerca per capire il circolo vizioso con cui vengono datati i fossili e il terreno in cui vengono trovati.
Se poi si parla dell’uomo, allora, diviene tutto più divertente. I risultati di una ricerca molto complessa sul dna mitocondriale hanno fornito un risultato sconcertante: la prima donna avrebbe meno di diecimila anni. La ricerca è stata portata avanti da scienziati evoluzionisti – direi interessante come risultato.

Se poi si considera che un genetista di fama mondiale come J. Sanford ha iniziato a studiare il genoma umano dopo avere appreso che il suo amico F. Collins, uno dei mappatori del genoma, era divenuto teista e aveva scoperto che il dna è in degradazione da sempre; Collins aveva anche calcolato che la degenerazione del dna tra 300 generazioni porterà la specie umana a non esistere più ma soprattutto aveva calcolato, in base alle mutazioni a ritroso, che la specie umana non ha più di 7.000 anni. J. Sanford è rimasto talmente colpito che da ateo ed evoluzionista è oggi un creazionista puro. Lo è diventato tramite lo studio del genoma umano, del dna e della verifica empirica e sperimentale.

Quale può essere secondo lei la probabilità che un essere vivente si sia formato grazie a dei processi casuali?

Nulla. Non credo assolutamente che esista una possibilità, la scienza nega questa ipotesi!

Esistono secondo lei delle prove secondo cui gli esseri viventi si possono essere formati solo grazie alla mente di un Creatore?

Sia evoluzionisti che creazionisti interpretano dati oggettivi in relazione al loro credo personale; un libro fantastico di M. Georgiev – Charles darwin, oltre le colonne d’ercole
protagonisti, fatti, idee e strategie del dibattito sulle origini e sull’evoluzione
– ha un capitolo specifico sul creazionismo possibile; è avvincente ma conclude che nulla può provare un Dio creatore, come nulla lo può negare. Certo è che se prendo la teoria di Darwin e il creazionismo e li analizzo oggettivamente direi che c’è una maggiore probabilità che esista un Dio creatore.

Infine, la teoria dell’evoluzione e quella della creazione hanno dei punti in comune?

A mio giudizio sì, sono entrambe ipotesi basate sulla fede, con una sostanziale differenza: gli evoluzionisti utilizzano la scienza per imporre la loro fede mentre i creazionisti, più onestamente, sanno che la loro posizione è un atto di fede. Credo siano più onesti.

 

Per saperne di più:

Teoria di Darwin, «più facile credere ai miracoli»

PETER SINGER: IL GRADUALISMO DARWINISTA SERVE A RENDERCI UGUALI AGLI ANIMALI


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In un libro ormai quasi introvabile il noto bioeticista dice chiaramente che la visione darwinista è uno strumento per l’equiparazione tra Uomo e animale.

Ma gli argomenti sono inconsistenti..

 

 

 

Nell’elaborazione di un nuovo progetto edito riale per “Il Timone” mi sono trovato nella necessità di consultare un libro del filosofo bioeticista Peter Singer, uno dei più influenti a livello mondiale. Un libro pubblicato in lingua originale nel 1994 e in Italia nel 1996 dal titolo “Ripensare la vita“, con grande fortuna sono riuscito a trovarne una delle due copie disponibili tra Roma e provincia in una biblioteca in zona S. Giovanni e l’ho presa per cercare un passaggio di cui avevo solo letto una citazione.

Trovatolo sono poi passato a leggere altri capitoli scoprendo che c’erano molte altre cose interessanti nel libro, una in particolare riguarda il capitolo ottavo intitolato “Verso il superamento della discontinuità” che inizia con un esergo di Richard Dawkins:

“Per chi ha una visione discontinua delle cose, quello di umanità è un concetto assoluto.

 

Di mezze misure non possono esservene.

E ciò è causa di molti guai.”

Dawkins si conferma il trait d’union tra scienza e uso ideologico della stessa, Singer è sul versante di chi afferra lo strumento offerto per tradurlo in ricadute sociali. Il capitolo in questione è tutto un ripercorrere la storia della visione dell’Uomo rispetto agli animali, percorso pieno di luoghi comuni e forzature, si va infatti dalla visione copernicana che avrebbe tolto l’Uomo dal centro dell’universo (peccato che nella concezione dantesca il centro era il punto più basso e della creazione e sede di ciò che è imperfetto), alle solite vicende di Giordano Bruno e Galilei, che ovviamente sono riportate come vulgata comanda, per approdare infine a Darwin che avrebbe portato a compimento la rivoluzione copernicana togliendo all’Uomo il suo posto tradizionale.

Una narrazione da fare invidia a Dan Brown, si potrebbe chiamare “Il codice Singer”, un segreto terribile: l’Uomo è uguale agli animali. Ma un segreto che si basa su falsità e quindi il vero segreto che deve essere mantenuto sono le sue fallacie.

Per Singer dopo il compimento dell’equiparazione tra uomo e animale compiuto da Darwin (e Thomas Huxley), lo status speciale dell’Uomo ha ricevuto diversi “scossoni”:

1- La questione ambientalista che mette in discussione la signoria dell’Uomo sulla natura ereditata dal cristianesimo.

2-  L’emergere negli anni ’70 del movimento di liberazione degli animali.

3- Alcuni primati, tra cui un gorilla, hanno imparato il linguaggio dei segni, quindi la parola non è una prerogativa umana.

4- L’emergere delle conoscenze sulle scimmie e la scoperta delle differenza del DNA umano e degli scimpanzè dell’1,6%.

Argomenti la cui fallacia può essere facilmente dimostrata:

1- La questione ambientalista potrebbe dimostrare la signoria dell’Uomo sulla natura, infatti solo la specie umana ha la possibilità di preservarla o distruggerla, cosa che nessun altro essere vivente può fare.

2- I movimenti di liberazione degli animali partono dal dogma che uomini e animali siano uguali, usarli per dimostrare che uomini e animali sono uguali è una banale tautologia.

3-  La sicumera ostentata da Singer nel suo libro sull’analogia tra linguaggio animale e umano è stata impietosamente demolita dallo studio “The mystery of language evolution” del 2014.

4- La differenza percentuale tra DNA umano e di scimpanzè pari all’1,6%, una comunanza del 98,4% che diventa non significativa a fronte del 95% che ci unisce ai topi e al 50% che ci vede accomunati alle banane.

In definitiva nel suo libro Singer non solo non dimostra la sua tesi sul ripensare la vita umana, ma riesce benissimo a far capire come il darwinismo sia stato fin dal principio un puntello indispensabile per far passare un’antropologia riduzionista e riduttiva, una narrazione funzionale ad una visione sociale utilitaristica, quella che ho definito come “L’invenzione dell’antropologia capitalista”.

Antievoluzionismo in TV


dday

EVOLUZIONISMO E SCIENZE BIOLOGICHE

Due fatti riguardanti l’evoluzionismo colpiscono in modo particolare. Il primo è che esso è “sospeso nell’aria”, poiché gli manca il punto d’inizio. Non si ha infatti la più pallida idea dell’origine della vita sulla terra. Il secondo è che non vi sia alcuna prova della possibilità di trasformazione di una specie in un’altra.

Per queste sue caratteristiche l’evoluzionismo appartiene non al mondo delle scienze, ma a quello della filosofia, delle ideologie e delle dottrine. Questa appartenenza spiega il fatto stupefacente che una simile elaborazione mentale abbia potuto, come dicono gli evoluzionisti, aprire “una nuova era nella storia intellettuale del genere umano,  cambiando radicalmente la nostra concezione dell’universo e della posizione del genere umano in esso” (1). Il mio scopo non è di contraddire queste affermazioni – peraltro vere – e nemmeno quello di discutere le loro eventuali implicazioni morali, etiche, psicologiche, spirituali, religiose, filosofiche, antropologiche, sociali e politiche. Quello che vorrei fare invece è discutere soltanto le implicazioni di carattere puramente scientifico dell’evoluzionismo, in particolare la sua validità scientifica, i suoi rapporti con le altre discipline biologiche, il suo valore didattico.

Ecco come indica i limiti della scienza Isaac Newton: “Il metodo migliore e più sicuro per studiare la natura è prima di tutto la scoperta e la determinazione con sperimenti delle caratteristiche dei fenomeni, mentre le ipotesi sulla loro origine possono essere rimandate in un secondo piano. Queste ipotesi devono sottomettersi alla natura dei fenomeni, e non invece tentare di sottometterla ignorando le prove sperimentali”. Alla luce di questa definizione è evidente che in realtà Darwin non ha esteso la rivoluzione scientifica di Copernico, Keplero, Galileo e Newton al campo della biologia (come dicono gli evoluzionisti), ma ha semplicemente spostato il principio della conoscenza dei fenomeni dallo studio del loro funzionamento a quello – completamente diverso – della loro origine, di fatto sostenendo l’esatto contrario di Newton, cioè la possibilità di conoscenza scientifica anche senza verifica sperimentale.

Infatti, a differenza  delle altre discipline biologiche (ad esempio la fisiologia) che studiano ilfunzionamento  degli organismi, l’evoluzionismo studia la loro origine. Ma mentre nelle altre discipline le teorie vengono sottoposte a verifica sperimentale e rimangono a far parte della scienza  solo se superano tale verifica, l’evoluzionismo, al contrario, viene inserito nelle scienze biologiche senza aver passato il vaglio delle prove sperimentali.

Nonostante questa differenza, l’evoluzionismo viene insegnato come scienza – e con implicito pari merito – assieme alle altre discipline biologiche. Dal punto di vista metodologico questo vuol dire ignorare la differenza tra prove e speculazioni, confondere la realtà con la fantasia e spacciare supposizioni per certezze. Tutto questo ha delle conseguenze didattiche negative perché ostacola lo sviluppo delle capacità di riconoscere le differenze tra le cose (che sono più importanti delle somiglianze), di pensare in modo critico e di comprendere la natura stessa della conoscenza scientifica.  Per queste ragioni già Rudolf Virchow, medico, antropologo e contemporaneo di Darwin, riteneva il darwinismo deleterio per la reputazione della scienza ed era contrario al suo inserimento tra le discipline scientifiche ed al suo insegnamento.

Presentare l’evoluzionismo come teoria scientifica basata su leggi e su prove è un falso facile da scoprire se si possiede un minimo di conoscenza della metodologia scientifica e dei fatti specifici che lo riguardano. Purtroppo l’evoluzionismo viene insegnato fin dalle scuole elementari e presentato come “verbo della scienza” a bambini non ancora in grado di comprendere la sua validità scientifica. Quest’ultimo fatto rende la separazione dell’evoluzionismo dalle scienze ed il suo collocamento tra le ideologie e le religioni non solo una operazione importante dal punto di vista metodologico e didattico, ma anche un atto dovuto di responsabilità nei confronti dei nostri figli, dei nostri studenti e della nostra stessa intelligenza.

Informazioni più approfondite sul tema dell’evoluzionismo si trovano nella sezione “Documenti”.

Bibliografia:

1) Ayala FJ. Darwin e il progetto della natura, KOS 2002;202 (luglio): 22-27.