INTELLIGENT DESIGN: TRA TEORIA RAZIONALE E IDEOLOGIA FONDAMENTALISTA


Darwin

di Nicola Berretta

Prima parte

  1. INTRODUZIONE: Le scoperte scientifiche non sono sempre delle scoperte. Intendo dire che non sempre sono un qualcosa in cui ci si imbatte sbattendoci il naso, inaspettatamente. Spesso vengono anticipate sulla base di teorie, ed è poi un’indagine mirata che riesce a portarle alla luce. Forse può essere utile l’idea di un fiume e delle sue sorgenti: camminando sopra un monte ci si può imbattere inavvertitamente in una sorgente naturale, questa può essere seguita lungo il pendio del monte e oltre la vallata, finché non ci accorgiamo che lentamente diviene un vero e proprio fiume. D’altro canto è più facile avere la situazione opposta, imbattersi cioè in un grande fiume e teorizzare dunque il luogo da cui potrebbe aver avuto origine. Quindi lo si ripercorre a ritroso finché non si trova la sua sorgente.

     La scoperta dei pianeti del nostro sistema solare segue uno schema simile. I pianeti più vicini alla terra furono scoperti grazie alla semplice osservazione diretta del cielo, a occhio nudo o tramite telescopi. Ma quelli più lontani, come Nettuno e Plutone non vennero scoperti così, la loro esistenza fu anticipata da calcoli teorici, sulla base delle irregolarità rilevate nelle orbite dei pianeti fino ad allora noti, che lasciavano presupporre l’esistenza di un pianeta ignoto, un «pianeta X», che esercitava un’attrazione gravitazionale su di essi. Fu così che due astronomi, John Couch Adams e Urbain Jean Joseph Le Verrier, misurando le irregolarità nell’orbita di Urano, postularono attraverso dei calcoli la posizione esatta dove il «pianeta X» avrebbe dovuto trovarsi per far tornare i loro calcoli, e infatti nel 1846 un altro astronomo, Johann Galle, puntando il telescopio verso quella posizione precisa, individuò il pianeta, denominato poi Nettuno. Ulteriori calcoli sul moto di Urano portarono poi a ritenere che ci dovesse essere ancora un altro «pianeta X» e vennero fatti nuovi calcoli, basandosi a quel punto sul moto sia di Urano che di Nettuno, finché Clyde Tombaugh nel 1930 riuscì ad identificare l’esistenza di Plutone. Il bello in tutto questo racconto è che la storia non è finita lì. I calcoli teorici sulle perturbazioni nell’orbita di Urano in realtà non tornavano perfettamente nemmeno mettendo nell’equazione sia Nettuno che Plutone, per cui per molti anni si è ritenuto che esistesse ancora un altro «pianeta X» che permetteva di far quadrare i conti. È stata solo la recente missione spaziale del Voyager 2 che ha risolto la questione. I calcoli non tornavano non a causa della presenza di un ulteriore pianeta sconosciuto, ma a causa di errori nel valore esatto della massa di Nettuno. Quando i calcoli furono ripetuti sulla base dei dati esatti forniti dalla sonda, tutto tornò perfettamente, per cui ad oggi Plutone sembra essere effettivamente l’ultimo dei pianeti del nostro sistema solare.

  1. COS’È L’INTELLIGENT DESIGN?: Ho fatto questo excursus storico sui percorsi razionali seguiti da chi fa un’indagine scientifica per introdurre un tema che non è molto dibattuto in Italia, ma che negli Stati Uniti, così come in tutta la comunità scientifica internazionale, sta suscitando notevoli controversie. Mi riferisco all’Intelligent Design. Questo movimento, sorto negli Stati Uniti d’America a partire dagli anni ’90, si pone in aperta critica verso la teoria darwinista sull’origine delle specie per selezione naturale, tuttavia, al contrario del classico movimento creazionista, si propone (o intende proporsi) come una critica scientifica dei presupposti teorici che stanno alla base delle moderne teorie dell’evoluzione, in maniera dunque volutamente scevra da espliciti riferimenti a presupposti biblici o religiosi. Intelligent Designviene spesso tradotto dai mass media italiani come «Disegno Intelligente», ma questa traduzione letterale non rende bene l’idea della natura e delle caratteristiche di questo movimento. La traduzione più opportuna dovrebbe essere, a mio giudizio, «Progettualità Razionale». Malgrado questa diversa traduzione, continuerò a riferirmi a questo movimento, o a questa teoria, usando l’acronimo ID, preso dall’originale inglese.

     I paladini dell’ID affermano che il mondo naturale, così come ci appare dalle analisi sempre più sofisticate che la moderna tecnologia scientifica consente, presenta un grado di complessità intrinseca tale per cui, il volerlo ritenere il solo risultato di variazioni casuali passate al vaglio della selezione naturale (come sostiene la teoria di Darwin), risulta essere un’eccessiva semplificazione. Al contrario, secondo i fautori dell’ID, il mondo si presenta davanti ai nostri occhicome se fosse il risultato di una progettualità razionale. Per certi versi i fautori dell’IDripropongono temi cari ai sostenitori del Principio Antropico, secondo cui l’universo possederebbe al suo interno, in qualche stadio della sua storia, quelle proprietà che hanno permesso alla vita di svilupparsi, in quanto esso si presenta ai nostri occhi come perfettamente bilanciato nei suoi parametri fondamentali, in modo tale da permettere a noi di poterlo guardare e di poter riflettere su di esso. L’universo non sarebbe dunque il risultato di variazioni casuali, ma di un progetto precostituito, che anticipatamente vedeva noi mentre oggi ci ponevamo delle domande su di esso.

     Michael Behe, biochimico di fama mondiale, e anche uno dei maggiori esponenti del movimento ID, per spiegare l’inadeguatezza della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, parla di «complessità irriducibile», riferendosi a quel tipo di complessità che non può essere ridotta alla somma di tante complessità separate. Usa l’esempio efficace della trappola per topi, costituita da vari componenti: la tavoletta di legno, la molla, il ferro ripiegato, e un gancetto collegato opportunamente a una base d’appoggio per l’esca. Questa trappola è uno strumento complesso, ma la sua complessità non è data dalla semplice somma dei singoli componenti, essa infatti funziona solo se tutti i componenti sono contemporaneamente connessi tra loro in modo opportuno. È sufficiente che uno di essi non sia al posto giusto, che l’intera trappola divenga assolutamente inutile. Proprio per questo motivo, Behe ritiene che una struttura irriducibilmente complessa, come una trappola per topi, non possa nascere da una serie di piccole variazioni successive, ma è necessario postulare l’esistenza di un ideatore, che abbia razionalmente progettato il prodotto finale e abbia dunque fatto sì che le singole parti venissero assemblate opportunamente. Behe prosegue affermando che la biologia molecolare, sviluppatasi enormemente negli ultimi due decenni, ha messo sempre di più in evidenza come le nostre cellule siano piene di elementi «irriducibilmente complessi», il cui funzionamento richiede una precisa interconnessione funzionale tra proteine specifiche, proprio come la trappola per topi sopra descritta. L’osservazione di questi fenomeni suggerirebbe dunque l’esistenza di un «progetto razionale» sottostante la complessità degli organismi viventi.

     In fondo questo movimento ripropone in chiave moderna l’esempio di William Paley, teologo inglese vissuto nella seconda metà del ’700, relativo a una persona che, cammin facendo, si imbattesse in un orologio buttato per terra. È ovvio che, anche se quella persona non avesse mai visto prima un marchingegno del genere, la semplice osservazione della sua complessità intrinseca lo porterebbe a dedurre l’esistenza di un orologiaio, pur non avendo mai in precedenza conosciuto nessuno che esercitasse quella professione. Analogamente, secondo Paley, la complessità dell’universo sarebbe di per sé indicativa dell’esistenza di un creatore.

     È importante però sottolineare che i paladini dell’ID non affermano esplicitamente che questo fattore in grado di conferire una progettualità razionale sia Dio. Molti di loro confessano apertamente una fede personale nel Dio biblico e affermano che quell’idea di progettualità razionale è del tutto compatibile con la rivelazione biblica, ma si guardano bene dall’affermare che l’ID implichi necessariamente, o dimostri scientificamente, l’esistenza del Dio biblico.

     Quello dunque che l’ID afferma è semplicemente che, usando i soli i termini previsti da una ipotetica equazione darwiniana, non riusciamo ad ottenere un risultato compatibile con la complessità che vediamo nella natura. Tuttavia, se aggiungiamo a questa equazione un «fattore X», che denominiamo «progettualità razionale», i conti allora tornano. Un po’ come nell’esempio fatto in precedenza sulla scoperta di Nettuno e Plutone: cercando di prevedere il moto di Urano sulla base di un’equazione composta dai dati fino ad allora noti (prima della scoperta di questi due pianeti), il moto calcolato non corrispondeva a quello effettivamente rilevato. Se però si postulava l’esistenza di un «fattore X», costituito da un pianeta ancora sconosciuto, i conti sarebbero tornati. E così avvenne. Il discorso fatto dall’ID è in larga misura analogo. Questo «fattore X» potrebbe anche non essere Dio, potrebbe infatti anche trattarsi di una «costante K» ancora sconosciuta o una «forza F» dalle proprietà ancora inesplorate. Il punto è che l’equazione, così com’è oggi, risulta incompleta. Occorre notare, tornando all’esempio portato sulla scoperta dei pianeti, che l’ipotesi di un pianeta ignoto, proposta per l’incongruenza nell’equazione, non comporta necessariamente che il «pianeta X» esista davvero. Come abbiamo visto infatti, dopo la scoperta di Plutone si continuava ancora a non trovare corrispondenze tra l’equazione e la realtà misurata. Tutto si risolse quando gli astronomi scoprirono che le differenze si colmavano, modificando opportunamente la massa stimata di Nettuno, così come rilevata con maggiore precisione dalla sonda Voyager 2, senza l’aggiunta di un nuovo pianeta. Dire dunque che l’ipotetica equazione darwiniana non è compatibile con la complessità del risultato finale non significa dire che la «progettualità razionale» (concepita come elemento mancante all’interno dell’equazione) debba necessariamente esistere. In teoria infatti si potrebbe un domani rivedere quantitativamente il peso della selezione naturale in questa equazione, col risultato di ottenere questa volta un risultato finale compatibile.

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