Squame sovrapposte, ma di quale evoluzione parlate?


 

Anche dopo molteplici perforazioni, la corazza ha mantenuto la sua resistenza, anche se le perforazioni sono solo a due squame di distanza

di Jonathan Sarfati

Vestiti di protezione dovrebbero combinare la durezza (resistenza alle perforazioni) con la flessibilità. Ma i materiali più duri sono normalmente rigidi. Questo viene risolto inserendo pezzettini di una sostanza dura assieme ad uno strato più morbido, es. lorica squamata, armatura romana con squame metalliche cucite sul vestito.

Ingegneri dell’università McGill a Montreal hanno modellato l’armatura sulle pelli squamose di pesci con squame sovrapposte, come quelle della spigola e dell’alligatore (foto in basso). Hanno fatto diversi esperimenti sulla pelle e sulle squame stesse per scoprire quanto dura e resistente (resistenza alla frattura) fossero, e come si rompessero. Gli ingegneri hanno scoperto che le squame più piccole sono più resistenti alle perforazioni e che rappresentano “il materiale a base di collagene più duro conosciuto”.(1)

 

‘Masruby’ CC-BY-SA 4.0 via Wikipedia

 

Primo piano delle squame sovrapposte

 

I ricercatori hanno utilizzato la modellazione computerizzata per ottenere la migliore soluzione, hanno ottenuto delle squame da strisce di ceramica dura, alumina (Al2O3), di 0.6 mm di spessore, e le hanno incollate ad una striscia elastica tesa. Quando la striscia è stata rilasciata, le squame sono scivolate le une sulle altre andandosi a sovrapporre. Questa composizione di squame è stata poi incollata ad una morbida membrana elastica in silicone.

E’ stato scoperto che questa membrana con la corazza squamata era ancora molto flessibile, ma che la durezza non era stata compromessa. Al contrario, la corazza era infatti più resistente alle perforazioni rispetto ad uno strato di ceramica continuo. Inoltre, anche dopo molteplici perforazioni, la corazza mantiene la sua resistenza, anche se le perforazioni sono a sole due squame di distanza.

 

 

Guanto: © IOP Publishing (ref.2)

 

 

Un guanto di Kevlar parzialmente coperto da una pelle sintetica squamata: Dito in posizione (a) estesa e (b) in posizione piegata.

 

Naturalmente, c’è stato il normale omaggio all’evoluzione non basato su alcun fatto:

“Dopo milioni di anni di evoluzione, gli animali hanno sviluppato sistemi protettivi ad alta efficienza per resistere a minacce meccaniche della predazione, lotte fra specie ed ambienti pericolosi”.(2)

Ma come sempre, l’evoluzione non ha contribuito con nessun contenuto scientifico genuino su come funzionasse la corazza, o come si fosse formata. Gli scienziati non si sono certamente affidati a mutazioni casuali ed alla selezione naturale per ottenere i loro guanti corazzati! Questo è uno dei tanti esempi di ingegneri umani che imparano dal Creatore della natura – un campo in rapida espansione chiamato biomimetica o biomimica.(3)

 

Note e referenze

  1. McGill University, Protective wear inspired by fish scales: Ceramic-covered gloves offer industrial workers increased protection from piercing (Vestiti protettivi ispirati da squame di pesci: Guanti ricoperti di ceramica offrono ai lavoratori industriali maggiore protezione dalle penetrazioni), sciencedaily.com, 24 Gennaio 2017.
    1.  Martini, M. and Barthelat, F., Stretch-and-release fabrication, testing and optimization of a flexible ceramic armor inspired from fish scales (Test di fabbricazione “Tira e molla” ed ottimizzazione di una corazza di ceramica flessibile ispirata dalle squame di pesce), Bioinspiration & Biomimetics 11:0066001, 13 Ottobre 2016 | doi:10.1088/1748-3190/11/6/066001.

CIAO CIAO DARWIN


Una teoria che fa acque da tutte le parti

 

David H. Gelernter, classe 1955, è professore di Informatica alla Yale University, noto e famoso (anche per avere sostanzialmente previsto l’avvento di quel pane quotidiano che oggi ognuno di noi dà per scontato e che si chiama World Wide Web). È pure un neocon (se il mondo ricorda ancora chi siano i neocon) e, oltre che uno scienziato, è un autore prolifico e un artista. Nel 1993 è scampato per miracolo a un attentato del terrorista anarchico “Unabomber” (l’ex prodigio della matematica Theodore J. Kaczynski) che gli è costato la mano destra e danneggiato irreparabilmente l’occhio sempre destro. Ma non è per questo che la stampa si sta occupando di lui. Il motivo per cui adesso molti (troppi) ne ridono è un suo articolo-recensione, comparso sul prestigioso trimestrale Claremont Review of Books e intitolato spartanamente Giving Up Darwin, “Rinunciare a Darwin”.

Oggetto della sua recensione sono tre libri. Anzitutto e soprattutto Darwin’s Doubt: The Explosive Origin of Animal Life and the Case for Intelligent Design, pubblicato nel 2012 dal geofisico Stephen C. Meyer, direttore del Discovery Institute’s Center for Science and Culture di Seattle, quindi The Deniable Darwin and Other Essays di David Berlinski (2010), nonché la raccolta di saggi curata da David Klinghoffer, Debating Darwin’s Doubt: A Scientific Controversy That Can No Longer Be Denied (2015), che ricama sul libro di Meyer, rispondendo alle critiche.

La parte del leone la fa il primo, un mastodontico e dotto trattato che interroga e sfida la realtà attorno a quel concetto enorme e sublime che per esempio il fisico italiano Antonino Zichichi chiama “il Big Bang della vita” (ancora più misterioso, importante e sublime del “Big Bang” con cui sarebbe nato l’universo e attraversato “miracolosamente” da quel terzo mistero sublime che, nel quadro del bios, è la comparsa dell’uomo irriducibile alla mera physis, “il terzo Big Bang”). In realtà Gelernter, come osserva acutamente Barbara Kay sul canadese National Post, non ricusa il darwinismo per intero. Semplicemente è stato sorpreso da ciò che ha letto. Del resto i neocon sono famosi per la definizione (in realtà un’autodefinizione) datane dal loro “padrino”, Irving Kristol (1920-2009): liberal aggrediti dalla realtà. Gelernter non fa eccezione. A conti fatti, non trova più il darwinismo rassicurante come un tempo (e come il mondo ripete acriticamente). Anzi, l’ipotesi che maggiormente lo sfida proprio sul piano scientifico, ovvero l’Intelligent Design, gli pare solida, argomentata e seria benché ancora non la abbracci completamente. Il mondo che ci circonda è cioè di una complessità irriducibile tale da escludere (persino statisticamente, verrebbe da dire) la possibilità di essere frutto del caso e di meccanismi capaci di autoprodursi.

Per l’accademico statunitense il darwinismo ha sì ragione nello spiegare «[…] i piccoli aggiustamenti attraverso cui un organismo si adatta a circostanze locali: cambiamenti nella foltezza del pelo o nella foggia delle ali o nella forma del becco», ma certo non il grande quadro della nascita e dello sviluppo della vita sulla Terra. Men che meno l’uomo. In barba al titolo della sua opera più famosa, è cioè «[…] l’origine delle specie ciò che Darwin non è in grado di spiegare», scrive Gelernter. Non senza il gusto per il paradosso, l’informatico di Yale afferma del resto che «la missione di Darwin era proprio quella di spiegare la comparsa evidente di un progetto nella natura». Uno degli scogli davvero insormontabili resta per esempio l’esplosione della vita nel periodo Cambriano (circa 541 milioni di anni fa), lo spartiacque della storia biologica della Terra quando, in un tempo geologicamente assai limitato, la vita compare “improvvisamente” in tutte le proprie varietà e magnificenza secondo tutti gli attuali phyla (un tempo detti “tipi”), ovvero i grandi gruppi tassonomici in cui si divide il regno animale. Prima infatti non c’è praticamente alcunché (le tracce biologiche dell’epoca precedente sono scarsissime e spesso dubbie). Ma, scrive Gelernter, «la teoria di Darwin prevede che le nuove forme di vita si evolvano gradualmente da quelle vecchie, secondo lo schema di un albero biologico che si ramifica e che si amplia costantemente. Le nuove coraggiose creature cambriane debbono quindi avere avuto dei predecessori pre-cambriani, simili ma non altrettanto fantasiosi e sofisticati. Mai più possono essere esplosi all’improvviso, come tanti geyser. Ognuno deve avere avuto un predecessore strettamente correlato a sé, il quale deve a propria volta avere avuto dei predecessori: l’evoluzione darwiniana è infatti graduale, passo dopo passo. Dopo di che, tutti quei predecessori debbono provenire, risalendo ancora più indietro, da un’altra serie di rami, i quali portano (sempre indietro nel tempo) al tronco. Ma i predecessori delle creature del Cambriano mancano. Lo stesso Darwin era disturbato dall’assenza di loro reperti fossili».

E via di questo passo, dubbio dopo dubbio. Né il recensore Gelernter né il recesito Meyer scrivono però per demolire il darwinismo. Semplicemente chiedono al darwinismo di spiegare le proprie affermazioni, contraddette dalle osservazioni della realtà. Tutto qui, scienza vera: che però scandalizza chi si trincera dietro affermazioni ideologiche indimostrate, smentite dai fatti. La notizia dentro la notizia è comunque che un numero sempre crescente di scienziati e di intellettuali trova strettissima la calzamaglia darwiniana dietro cui il neo-illuminismo contemporaneo si cela per non restare in mutande in pubblico.

Marco Respinti per lanuovabq.it

NUOVA SCOPERTA:LA VITA DAL CIANURO


Pare che si sia scoperto da dove viene la vita: dal cianuro. Alcuni scienziati hanno scoperto del cianuro legato ad altri composti in alcuni meteoriti: si pensa allora che i meteoriti, arrivati sulla terra hanno iniziato dal cianuro a produrre la vita. Infatti il cianuro è presente negli enzimi deidrogenasi presenti negli archeobatteri e nei batteri moderni.

Quindi si pensa che il cianuro sia la prima molecola che ha dato origine alla vita. Si continua così a equivocare su che cosa ‘e’ veramente la vita. La vita infatti non è un ammasso di sostanze chimiche reagenti tra loro: dicendo questo si dimostra di non aver capito niente di che cos’è la vita. La vita e ‘ sostanzialmente informazione simile ad un programma di software. E’ come se per capire un computer coi suoi programmi  se ne cercasse la causa nelle sostanze chimiche presenti su un computer. La vita non si spiega esaminando ciascuna sostanza chimica presente: non si spiega ne’ con gli zuccheri, ne’ con i  lipidi, ne’ con le proteine: queste sostanze sono assemblate in modo specifico per  dare origine alla complessità’ della cellula e di tutti gli organismi in modo da dare luogo ad una organizzazione con scopi specifici, allo stesso modo in cui un  software è fatto di sostanze chimiche che insieme formano un  programma. E il programma e ideato  sempre da una intelligenza. E così per capire la  vita bisogna mettere in conto che la causa  di essa è una straordinaria intelligenza .

 

Nunzio Nobile Migliore

Linguaggio umano ed evoluzione darwiniana. Obiezioni logiche.


di Pietro Antonio Ferrisi

CREAZIONISMO

    Tra le molteplici osservazioni critiche che gravano sulla teoria darwinista dell’evoluzione è possibile annoverare anche alcune considerazioni di ordine logico inerenti alle fantasiose spiegazioni dei processi evolutivi che avrebbero dato origine al linguaggio umano.

Secondo lo schema classico della teoria neodarwinista la spiegazione del fenomenizzarsi di un nuovo carattere destinato a fissarsi nella popolazione è così sintetizzabile:

1 mutazioni casuali e cumulative di parti del genoma;

2 novità fenotipica a livello di organi, strutture o funzioni;

3 pressione selettiva determinante nell’eliminare i fenotipi non mutanti e nell’avvantaggiare quelli mutati;

4 tempi evolutivi lunghissimi garanti della graduale stabilizzazione del carattere nella popolazione.

Le osservazioni critiche che seguono sono finalizzate a dimostrare come il meccanismo mutazione genetica casuale – novità fenotipica – vantaggio selettivo – migliore fitness, rientra nella dimensione della mera possibilità immaginativa la quale però, ad un’analisi dettagliata, risulta violare in modo surrettizio i limiti teoretici imposti dalle possibilità della logica e dell’incontrovertibile evidenza empirica.

Sul fondamento dell’esperienza umana è universalmente noto che i bambini imparano a parlare solo a condizione di aver precedentemente udito il linguaggio degli adulti. I contenuti linguistici non sono innati nella mente umana, ma vengono assunti tramite l’esperienza (nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, dicevano i sensisti del settecento), in assenza della quale è impossibile sviluppare la facoltà del linguaggio, come dimostrato dalle stesse esperienze dei bambini-lupo. Non si tratta di racconti leggendari come quello della fondazione di Roma, dove si narra che Romolo e Remo furono allattati da una lupa. Nella storia umana, infatti, si registrano almeno 50 casi di bambini dispersi in luoghi selvaggi, ma sopravvissuti per essere stati allevati fin da piccoli da animali che li hanno nutriti. Una volta che però sono stati reinseriti nel consorzio umano non solo hanno mostrato di essere incapaci di parlare, ma hanno addirittura manifestato l’inabilità ad imparare la lingua che si tentava di insegnare loro.

Il caso forse più celebre è del 1798, allorché nei boschi francesi fu trovato un ragazzino di 12 anni, Victor, il quale totalmente nudo mordeva e graffiava come un animale. Rinchiuso in un istituto per sordomuti, qui venne prelevato dal medico Jean Itard che ne tentò il recupero comportamentale e linguistico. Egli segnò su un diario tutti i progressi fatti dal ragazzo nel corso di 5 anni. Progressi limitati, però: Victor imparò abbastanza presto a comunicare con una sorta di pantomime (per esempio, se voleva uscire portava il cappotto e il cappello al suo tutore), ma non riuscì mai a parlare. Cominciò a scrivere diverse parole, verbi e aggettivi (gli fu insegnato prima ad accoppiare oggetti ai disegni che li mostravano, poi parole scritte ai disegni), ma mai imparò a usare i termini in modo astratto, cioè applicando le parole in un discorso in assenza degli oggetti o delle emozioni a cui si riferivano[1].

Quindi non solo il linguaggio non è innato, ma la stessa predisposizione universalmente innata nella mente umana ad imparare una qualsiasi lingua (come sostenuto dall’autorevole  linguista Noam Chomsky) risulta compromessa se nelle fasi sensibili dello sviluppo l’infante non riceve gli inputs linguistici adeguati capaci di innescare lo sviluppo del linguaggio. Conseguentemente se la conditio sine qua non dell’attivazione della facoltà linguistica del bambino è data dalla possibilità di ascoltare, non rumori o semplici suoni non articolati emessi da un animale, ma una qualsiasi lingua, sorge spontaneo un interrogativo. Come ha potuto il primo cucciolo di uomo sviluppare la facoltà del linguaggio in assenza di un genitore che sia stato a sua volta dotato di questa elevata capacità cognitiva che contraddistingue la specie umana tra tutte le altre del pianeta?

Il primo infante che ha iniziato a parlare per “mutazione casuale” deve infatti essere derivato da un progenitore non dotato a sua volta di una genetica predisposizione al linguaggio. Se quindi il primo ominide dotato di un linguaggio articolato non ha potuto attuare una simile facoltà in ragione di una mancata trasmissione dei contenuti linguistici da parte del proprio genitore, in che modo ha sviluppato questa facoltà cognitiva superiore? Anche se si accetta l’ipotesi di una mutazione casuale che abbia determinato la formazione delle strutture fonatorie atte all’articolazione della parola (laringe, faringe e lingua con le strutture ad essa correlate), non è però possibile pensare anche alla creazione di moduli cerebrali linguistici capaci di permette all’infante di iniziare a parlare in modo autonomo. Una tale ipotesi assumerebbe che l’infante avesse, grazie alla suddetta mutazione, contenuti linguistici innati che sarebbero spontaneamente passati dalla potenza all’atto! Ipotesi assurda perché smentita dall’esperienza quotidiana di miliardi di madri che non registrano alcun innatismo linguistico nei propri figli. Scrive al riguardo Ian Tattersal, uno dei massimi esperti mondiali di archeo-antropologia: “[…] è presumibilmente vero che il linguaggio articolato dell’uomo attuale – che coinvolge non solo i meccanismi neurali ma anche un apparato esterno per la sua produzione – non può essere balzato fuori nella sua forma perfetta dalla laringe di una specie completamente inarticolata”[2]. Il darwinista, quindi, non potrà che proporre un’evoluzione graduale, come sostiene Michael Corballis secondo cui “l’invenzione di una lingua parlata autonoma può aver richiesto tanto l’eliminazione di dei gesti manuali quanto l’invenzione di nuove parole. Per esempio i prodromi di una lingua parlata autonoma potrebbero essere apparsi all’inizio sotto forma di grugniti usati per accompagnare i gesti; poi la gamma dei “gesti orali” venne ampliata rendendoli udibili, oppure nuove emissioni di voce vennero aggiunte ai suoni orali per creare nuove varianti, /d/ da /t/ e /b/ da /p/”[3].  Una tale modalità evolutiva però, nel caso specifico del linguaggio, oltre a scontrarsi con le ben note obiezioni inerenti al gradualismo, si imbatte anche in difficoltà di ordine logico più specifiche. Vediamo le une e le altre.

1) Se il linguaggio fosse l’esito di un processo evolutivo attuatosi secondo i meccanismi darwiniani non si comprende, data la sua capacità di fornire una maggiore fitness al suo portatore, perché i primati imparentati con la specie umana, cioè aventi il medesimo progenitore, non si siano estinti. Siamo quindi di fronte ad un aut aut di alternative mutuamente escludentesi in quanto il carattere o non è necessario per la sopravvivenza oppure lo è. Tertium non datur. Nel primo caso, non essendo essenziale ma accidentale per la sopravvivenza, non si sarebbe potuto fissare nella popolazione, non essendo in grado di  determinare un incremento significativo della capacità riproduttiva del fenotipo mutante (per logica conseguenza oggi non avremmo la specie Homo sapiens dotata di linguaggio); nel secondo caso, al contrario, essendo essenziale, cioè determinante per la sopravvivenza, le specie non portatrici del nuovo carattere si sarebbero dovute estinguere (per logica conseguenza i nostri cugini scimpanzé non dovrebbero esistere).

2) Secondo la logica darwinista dell’evoluzione l’acquisizione della prima o delle prime parole costituirebbe un nuovo carattere capace di dotare il suo portatore di una maggiore fitness e quindi una superiore capacità di sopravvivenza mediante un più elevato tasso di riproduzione, fattore selettivo essenziale al fine di fissare la novità fenotipica nella popolazione. Non si comprende però per quale motivo l’acquisizione di una semplice parola articolata, cioè dotata di contenuto semantico, possieda la potenzialità di incrementare la fitness del proprio portatore rispetto ai fenotipi non mutanti. Se, infatti, ai fini della sopravvivenza, la funzione essenziale del linguaggio fosse stata di natura informativa (per es., qui cibo!, là pericolo!) non si rende ragione di quale possa essere stato l’esito vantaggioso di una embrionale comunicazione verbale da parte di un primate che avesse pronunciato per la prima volta una parola rivolta ad altri primati incapaci di intenderla in quanto privi delle corrispondenti mutazioni necessarie a determinare la formazione di un’analoga novità fenotipica di natura  linguistico. Certamente l’evoluzionista darwiniano potrà controargomentare sostenendo la propria tesi mediante elaborati scenari immaginari in cui il “caso” avrebbe potuto far emergere un’identica mutazione fortuita in un conspecifico, capace in tal modo di rappresentare un referente adeguato per l’effettiva comprensione della prima parola nascente dotata di valore semantico. È questo uno schema classico delle soluzioni darwiniste che si caratterizza per la discratica congiunzione tra un’ipotesi ad hoc[4] (congettura immaginaria possibile in quanto non contraddittoria, ma priva di contenuto empirico verificabile) e un evento altamente improbabile (improbabilità stimata come condizione sufficiente per risolvere l’aporia, in quanto pensata come non impossibile a livello di immaginazione mentale, essendo un tale evento non contraddittorio per il pensiero logico).

3) Sembra appurato come la comunicazione vocale sia sviluppata nelle scimmie antropomorfe, ma che nonostante ciò non costituisce l’inizio di uno stadio pre-linguistico. Secondo I. Tattersal, infatti, “gli studi degli scimpanzé allo stato selvaggio hanno rivelato che sanno produrre una vasta gamma di richiami: sono state identificate  e denominate oltre trenta vocalizzazioni diverse. […]. Alcune sono caratteristiche di particolari attività, ma nessuna di esse, per esempio, sembra comunicare istruzioni. Anche quando sono impegnati in comportamenti complessi come la caccia in gruppo, i singoli scimpanzé sembrano regolare la propria condotta più sui movimenti degli altri che sui suoni emessi.

Ciò che le loro vocalizzazioni sembrano riflettere con precisione, invece, è lo stato emozionale dell’individuo che le emette, un’informazione d’importanza capitale in una società basata su complessi rapporti interindividuali. […]. Anche fra loro la produzione di suoni sembra essere controllata dal sistema limbico e dal tronco encefalico, due strutture antiche coinvolte nelle risposte emozionali […]. I centri cerebrali “più alti” non sembrano avere alcun ruolo. È tutt’altra cosa rispetto al linguaggio umano, le cui basi si trovano proprio in quei centri […]”[5]. Conseguentemente Tattersal conclude che “non solo gli scimpanzé non possiedono un linguaggio, ma non lo possiedono nemmeno in forma embrionale”[6].

Anche nel caso in cui si concedesse la possibilità di un continuum tra vocalizzazioni emotive dei primati e linguaggio articolato umano, cioè pur concedendo che le emozioni vocalizzate abbiano avuto in passato un valore non solo emotivo, ma anche istruttivo, non appare razionalmente plausibile un passaggio al suono articolato del verbo umano volto a trasmettere messaggi istruttivi ai conspecifici. Infatti una vocalizzazione finalizzata a trasmettere un contenuto comunicativo dotato di valore di sopravvivenza non risulterebbe meno adattiva rispetto alla comunicazione tra conspecifici mediante parole embrionali veicolanti le medesime istruzioni. In altre parole: se la prima mutazione genetica volta a favorire il futuro sviluppo di un linguaggio pienamente articolato ha permesso unicamente di verbalizzare una parola, una simile facoltà non introduce nel suo portatore alcun vantaggio selettivo rispetto ai suoni inarticolati – ma dotati di valore comunicativo per i membri della propria specie – di cui sono dotati molti animali. Non è perciò per niente manifesta la ragione selettiva per cui un simile nuovo carattere si sarebbe dovuto fissare nella popolazione soppiantando i fenotipi non mutanti.

Le argomentazioni esposte mostrano come l’universale schema neodarwinista (mutazione genetica casuale – novità fenotipica – vantaggio selettivo – migliore fitness) veda l’inficiarsi della propria ferrea consequenzialità nel momento in cui l’indagine razionale, scevra da ogni apriori ideologico, si applica nel tentativo di individuare dove si annidano le contraddizioni logiche implicite nei fantasiosi scenari evolutivi icasticamente costruiti dalla fervida immaginazione dei darwinisti. Già filosofo Immanuel Kant distingueva tra “immaginare” e “pensare”. All’interno della dimensione conoscitiva della scienza ogni immaginare soluzioni teoriche finalizzate ad inquadrare causalmente le relazioni tra i fenomeni ha l’obbligo di superare il non negoziabile banco di prova di un duplice livello di possibilità, logica e ontologica.

La possibilità logica, cioè la conformità del pensiero con il principio logico di non contraddizione e del terzo escluso, costituisce la condizione necessaria, ma non sufficiente, affinché un’ipotesi degna di statuto scientifico possa essere presentata quale interpretazione esplicativamente adeguata dei fenomeni osservati. È infatti possibile, per la fantasiosa facoltà dell’immaginazione, offrire soluzioni apparentemente soddisfacenti dei fenomeni da spiegare, ma che infrangono surrettiziamente i principi logici di non contraddizione e del terzo escluso (è il caso delle argomentazioni 1 e 3) oppure che li ottemperano – in quanto fornite di coerenza formale – senza per questo superare il livello dell’ipotesi ad hoc, cioè di una congettura priva di potere predittivo e ipso facto, deficitaria di un potenziale empirico sia verificabile o falsificabile (è il caso dell’argomentazione 2).

La possibilità ontologica, rispetto a quella logica, rappresenta la condizione sufficiente di un’ipotesi scientifica, cioè il livello più elevato per qualificare come dotata di validità epistemica un’asserzione che abbia la presunzione di essere dotata di effettivo contenuto empirico vertente sul mondo della natura. È il livello della verifica sperimentale in cui, mediante l’allestimento di un experimentum crucis, lo scienziato dirime in modo incontrovertibile se un’ipotesi risulta corroborata o falsificata dall’esperienza.

In base alle suddette considerazioni la teoria darwnista dell’evoluzione non solo risulta incapace di pervenire al radicalmente dirimente livello della possibilità ontologica[7], ma si presenta addirittura come una costruzione ipotetica non dotata di dignità epistemologica in quanto non in grado di superare il livello epistemico minimale – la condizione necessaria propria della possibilità logica -, cioè la conformità del pensiero con il principio logico di non contraddizione e del terzo escluso.

 

[1]    Cfr. Focus.it, 7 Aprile 2017.

[2]    I. Tattersal, Il cammino dell’uomo. Perché siamo diversi dagli altri animali, tr. it., Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 63.

[3]    Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, tr.it, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p 273.

[4]    In ambito epistemologico si parla di ipotesi ad hoc quando all’interno di una teoria scientifica viene inserita un’ipotesi ausiliaria per salvare la teoria stessa dalla possibilità di essere inficiata da fenomeni che essa non riesce a spiegare oppure che la confutano direttamente. Le ipotesi ausiliarie sono epistemologicamente ammissibili, in quanto le teorie non costituiscono mai, per definizione, verità incontrovertibili, non essendo possibile dimostrarne la loro natura definitiva, cioè che nel futuro non potranno essere sostituite teorie alternative in grado di fornire una più esauriente lettura dei fenomeni oggetto di interpretazione. Tuttavia è necessario distinguere tra ipotesi ausiliaria e ipotesi ad hoc, in quanto i due tipi di ipotesi non si riferiscono a concetti semanticamente equipollenti. La prima, infatti, costituisce un’ipotesi lecita finalizzata a correggere e perfezionare una teoria e trae la propria dignità epistemologica dall’essere fornita di contenuto empirico, verificabile o falsificabile; la seconda, invece, rappresenta una congettura capace di “salvare i fenomeni”, senza però indicare quale esperimento o fenomeno osservato sarebbe in grado di corroborare  la validità di una tale ipotesi. Gli scenari possibili per l’immaginazione sono potenzialmente sterminati, ma la reale scientificità di una teoria esige che l’ipotesi proposta non appartenga alla sola dimensione mentale dei mondi possibili, ma sia corroborata dalla fattualità empirica.

[5]    Ibidem, pp. 56-57.

[6]    Ibidem, p. 58.

[7]    Al riguardo si rimanda alle considerazioni di ordine epistemologico dell’illustre fisico Antonino Zichichi elaborate nel libro Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, Il Saggiatore, Milano 1999, pp. 81 – 94.