Gli esseri umani si sono realmente evoluti dagli “ominidi


La teoria dell’evoluzionismo darwiniano presuppone che l’uomo si sia originato da una prima cellula primordiale. Questa teoria, che dà per scontato che le specie si siano create in seguito alla selezione naturale e a delle mutazioni genetiche, non è provata con evidenze scientifiche. Questa teoria afferma che l’uomo, che sarebbe quindi frutto del caso, si sarebbe originato a sua volta da vari ominidi, esseri a metà tra la scimmia e l’uomo, che a loro volta si sarebbero originati da un antenato comune alle scimmie, vissuto dai sei ai dodici milioni di anni fa.
Da questo antenato comune si sarebbero originate dunque, da una parte, le scimmie, e dall’altra gli ominidi e poi l’uomo. Uno dei primi ominidi sarebbe stato l’australiopiteco, vissuto circa due milioni di anni fa. Poi vi sarebbero stati altri ominidi, come l’homo habilis, l’homo eragster, l’homo herectus e infine l’homo sapiens, che sarebbe apparso sulla scena circa 200.000 anni fa.
Inoltre secondo gli assiomi evoluzionistici l’uomo moderno si sarebbe evoluto fino a circa 100.000 anni fa, e poi avrebbe smesso di evolversi! Secondo l’evoluzionismo, da quel momento, l’uomo sarebbe passato da una “evoluzione fisica” a una “evoluzione culturale e sociale”.
Ma, come sappiamo, non ci sono prove che nessuna specie animale si sia evoluta in un’altra specie animale, e neppure che la selezione naturale o le mutazioni genetiche possano causare nuove specie, ma l’evoluzionismo ha installato nella mente umana che questo processo, assolutamente non provato negli animali, sia accaduto anche negli esseri umani. Se poi l’uomo è lo stesso di quello che era 100.000 anni fa, perchè ha iniziato a lasciare delle tracce della sua cultura e della sua intelligenza, come scritti, edifici e manufatti solo a partire da circa 5000 anni fa? Perchè la storia umana risale a solo 5000 anni fa?
Prima di analizzare i vari ritrovamenti dei cosidetti ominidi prendiamo in considerazione vari argomenti importanti. 
1-Perchè ogni volta che si trovano dei fossili di ominidi viene trovato un solo esemplare? Perchè non centinaia o migliaia di loro? Se questi sono i nostri antenati, dovrebbero esserci milioni di esemplari. Ci sono così tante persone vive oggi, ci sarebbe dovuto essere un gran numero di ominidi vivi durante quei “due milioni di anni”, che si dice che gli ominidi abbiano vissuto su questo pianeta.
2-Perchè per ogni esemplare vengono trovati solo piccoli pezzi di osso, mai uno scheletro completo? Non è questo un modo di assumere conclusioni da resti minimi o frammentari? O è possibile che, quanto meno viene trovato, tanto più facile sia provare a fare affermazioni infondate?
3-Sebbene le ossa si distruggano in pochi anni nelle regioni più umide e in alcuni secoli nelle regioni più aride, perchè queste ossa non si sono polverizzate anche se si suppone che abbiano “due milioni di anni”? La stessa possibilità, che queste “ossa di milioni di anni” non si siano disfatte, rende ancora più certo che dovrebbero esserci milioni di altre ossa in giro che appartengono ai nostri antenati! Ci sono milioni di persone che vivono oggi, e se gli ominidi hanno vissuto sulla terra per almeno due milioni di anni, la terra dovrebbe essere piena delle ossa dei nostri antenati!
4-Come si potrebbero trovare “ossa di due milioni di anni” nella terra umida (non racchiusa in una roccia solida) in Indonesia, Cina e Inghilterra? Tuttavia gli evoluzionisti affermano che tali ossa sono state trovate, come vedremo di seguito.
Pertanto questi esperti paleontologi hanno tratto le loro conclusioni da ritrovamenti di pezzi di ossa: frammenti di mascella, pezzi di cranio spezzati e parti di altre ossa. Non è mai stato trovato nessuno scheletro completo o anche semi-completo, che collega l’uomo con il resto degli animali. Ma lavorando con pezzi raccolti qua e là, l’immaginazione può produrre meravigliose “scoperte”. In alcuni casi inoltre, alcuni dei pezzi sono stati trovati a una certa distanza dal resto dei frammenti.
Alcuni evoluzionisti sostengono che nessun creazionista sarebbe in grado, davanti a crani di ominidi e di umani in sequenza di dire con chiarezza se questi appartengano a scimmie o all’uomo. In pratica nessuno, secondo loro, sarebbe in grado di differenziare i crani di scimmie dai crani di umani. E pertanto sostengono che gli ominidi sarebbero realmente antenati dell’uomo, sarebbero l’anello mancante, dai quali l’uomo si è evoluto.
A questa osservazione si può  rispondere così: innazitutto la maggioranza dei crani di ominidi che si vedono nei musei sono ricostruzioni o fantasie di artisti evoluzionisti. In realtà sono sempre stati trovati frammenti di crani o frammenti di ossa correlate poi ai crani in questione. Quindi non ha senso fare una domanda di questo tipo. La realtà è ben diversa e più complessa: i resti di crani e di ossa ritrovati non provano assolutamente che vi siano stati degli ominidi dai quali l’uomo sarebbe derivato. Al contrario: questi ritrovamenti provano solo che sono stati trovati dei resti di scimmie e dei resti si umani.
Fatte queste dovute premesse, ora iniziamo ad analizzare i ritrovamenti degli ominidi nello specifico.
Il primo ritrovamento, a lungo considerato come l’antenato comune, è il ramapithecus. Si suppone che sia vissuto circa dodici milioni di anni fa. Nel 1932 Edward Lewis, dopo aver trovato dei frammenti di mandibola e alcuni denti, sostenne che il ramapithecus era un ominide, l’antenato comune a scimmie e umani. In seguito, il paleontologo Robert Eckard, dopo molti anni di studio sul Ramapithecus è venuto alla conclusione che si trattava solo di un primate, e che non aveva nessuna caratteristica umana.
Uno degli ominidi dai quali l’uomo deriverebbe sono gli australopitechi.
Questo nome (“scimmia meridionale”), è stato dato a una varietà di ossa di scimmie trovate in Africa. Dopo aver esaminato attentamente le ossa, vari antropologi hanno annunciato che provengono da un’antica specie di pre-umani che visse da 1 a 4 milioni di anni fa. Queste ossa sono state trovate in vari siti africani, tra cui Sterkfontein, Swartkrans, Koobi Fora, Olduvai, Hadar e Orno River.
Il primo ritrovamento di ossa, poi attribuite ad un australopiteco, avvenne a Taung, in Sud Africa, nel 1924, da parte dell’antopologo australiano Raymond Dart.
Quando Raymond Dart s’imbattè nelle ossa facciali e nella mascella inferiore di una scimmia giovane in una grotta nella cava di calcare di Taung, si precipitò a denunciarlo, accompagnato da affermazioni stravaganti. La maggior parte degli scienziati respinse questa scoperta, ma la stampa iniziò a proclamare che questo ominide sarebbe “l’anello mancante”. Oggi la maggior parte degli esperti lo considera il teschio di una giovane scimmia. Vediamo questa citazione del biochimico statunitesnse Duane Gish:
“Le differenze dovute all’età sono particolarmente significative con riferimento alla struttura del cranio nelle scimmie. Durante la transizione da giovane ad adulto nelle scimmie si verificano cambiamenti molto pronunciati, ma non nell’uomo. Il cranio di una scimmia giovanile è in qualche modo diverso da quello di un uomo. Ricordiamo che il primo esemplare di Australopithecus scoperto da Raymond Dart, il “bambino” di Tuang, fu in realtà quello di una scimmia giovane. Questo cranio giovanile non avrebbe mai dovuto essere paragonato a quello di scimmie e umani adulti “. —
Duane Gish, Evolution: the Challenge of the Fossil Record (1985), p. 178 .
Se consideriamo il volume del cervello notiamo che gli esseri umani hanno una capacità cranica che va dai 1000 ai 1600 centimetri cubici (cc).  I teschi di Taung e Sterkfontein hanno una capacità cranica di circa 430 cc. ciascuno, quindi un adulto della loro specie avrebbe avuto una capacità cranica di 550-600 cc. Pertanto, in base alle dimensioni della calotta cranica, questi risultati non provano nulla. Gli australopitechi trovati erano solo delle scimmie.
A proposito di Australopithecines, J.S. Weiner ha commentato:
“Il profilo scimmiesco di Australopithecus è così pronunciato che il suo contorno può essere sovrapposto a quello di uno scimpanzè femmina con una notevole vicinanza di adattamento, e sotto questo aspetto e altri si trova in forte contrasto con l’uomo moderno.” – J.S. Weiner, The Natural History of Man (1973).
Nel 1957, Ashley Montagu, un importante antropologo degli Stati Uniti, scrisse che queste creature estremamente simili non potevano avere nulla a che fare con l’uomo (A. Montegu, Primo milione di anni dell’uomo).
Dopo ricerche più accurate, Charles Oxnard (1) e Solly Zuckerman sono giunti alla conclusione che l’Australopithecus è una scimmia, non è umana, e non è una transizione tra i due.
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La scimmia denominata Lucy, una delle scoperte più recenti dell’Australopithecus, è stata portata alla luce da Donald C. Johanson a Hadar, in Etiopia, nel 1975.
E’ stata datata a 3 milioni di anni fa. Nel 1979, Johanson e White affermarono che Lucy rientrava in una classificazione scimmia/uomo (Australopithecus afarensis). Ma anche prima di quell’annuncio sorprendente, la situazione non era così chiara. Nel 1976, Johanson disse che “Lucy ha enormi mascelle a V, in contrasto con l’uomo” (* National Geographic Magazine, 150: 790-810).
Nel 1981, Johanson ha detto che Lucy era “imbarazzantemente non-homo simile” (Science 81, 2 (2): 53-55).
La rivista Time riferì nel 1977 che Lucy aveva un teschio minuscolo, una testa simile a una scimmia, una capacità cranica uguale a quella di uno scimpanzè: 450 cc. e “aveva le gambe sorprendentemente corte” (* Time, 7 novembre 1979, pp. 68-69).
Il Dr. Yves Coppens, apparso sulla BBC-TV nel 1982, dichiarò che il cranio di Lucy era come quello di una scimmia.
Nel 1983, Jeremy Cherfas disse che l’osso della caviglia (talus) di Lucy si inclina all’indietro come un gorilla, anzichè in avanti come negli esseri umani che ne hanno bisogno per camminare in posizione eretta, e ha concluso che le differenze tra lei e gli esseri umani sono “inconfondibili” (J. Cherfas, New Scientist, (97: 172 [1982]).
Susman e Stern della New York University esaminarono attentamente Lucy e dissero che il suo pollice era simile a quello di una scimmia, le dita dei piedi lunghe e curve per arrampicarsi sugli alberi, e “probabilmente si annidava sugli alberi e viveva come altre scimmie” (Bible Science Newsletter, 1982, p 4).
Diversi scienziati hanno appurato che le ossa di Lucy provengono da due diverse fonti. Commentando questo fatto, Peter Andrews, del British Museum of Natural History, ha detto questo:
“Per complicare ulteriormente le cose, alcuni ricercatori ritengono che il campione di afarensis (Lucy), sia in realtà una miscela di due specie separate. Le prove più convincenti di questo fatto si basano sulle caratteristiche delle articolazioni del ginocchio e del gomito.” – Peter Andrews, “The Descent of Man”, in New Scientist, 102: 24 (1984).
Riguardo a quelle articolazioni del ginocchio, Owen Lovejoy, un collega altamente qualificato (un anatomista), di Richard Leakey, dichiarò, in una conferenza del 1979 negli Stati Uniti, che un’analisi multivariata delle articolazioni del ginocchio di Lucy gli rivelò che Lucy non era altro che una scimmia.
Quindi, se le ossa di Lucy appartengono a una o due creature, erano entrambe delle scimmie.
La teoria di Johanson su Lucy si basa su un presupposto che collega due fossili distanti 1.000 miglia (1.609 km):
“Sebbene i fossili di Lucy fossero inizialmente datati a tre milioni di anni, Johanson li aveva annunciati come antichi di 3,5 milioni perchè affermava che la specie era “la stessa” di un teschio trovato da Mary Leakey a Laetoli, in Tanzania. Proponendo la scoperta di Mary Leakey come “esemplare di tipo” per Australopithecus afarensis, stava identificando Lucy con un altro fossile di 1.000 miglia (1.609 km) dall’Afar (nel nord dell’Etiopia) e mezzo milione di anni più vecchio! Mary Leakey pensava che i due fossili non fossero affatto uguali e si rifiutò di avere qualsiasi parte nel collegare il suo esemplare con l’afarensis di Johanson.
Mary Leakey ha annunciato di essersi risentita per l’appropriazione da parte di Johanson della sua scoperta, della sua reputazione e della data più antica per dare autorità a Lucy. Così iniziò l’amara e persistente faida tra Johanson e le Leakeys. “- R. Milner, Encyclopedia of Evolution (1990), p. 285.
Johanson stesso ammise infine che Lucy era solo una scimmia.
“Lo stesso Johanson in origine descrisse i fossili come Homo, una specie di uomo, ma poco dopo cambiò idea sulla base della valutazione del suo collega, Tim White. Ora descrivono le ossa come troppo simili a mascelle, denti e cranio per essere considerato Homo, ma sufficientemente distinto dagli altri, più tardi australopithecines per giustificare la propria specie. “- R. Milner, Encyclopedia of Evolution (1990), p. 285.
L’evoluzionista e paleontologo Albert Mehlert lo riassume così (2).
“Le prove rendono estremamente probabile che Lucy non fosse altro che una varietà di scimpanzè pigmeo, e camminava allo stesso modo (goffamente in posizione verticale in occasioni, ma per lo più quadrupede). La “prova”, per la presunta trasformazione dalla scimmia all’uomo è estremamente poco convincente “. – AW Mehlert, nota stampa, Creation Research Society Quarterly, dicembre 1985, pag. 145.
Un altro “ominide”, che viene spesso indicato come il primo del genere homo è l’homo habilis. 
Negli anni ’60, Louis Leakey trovò alcuni denti e frammenti di cranio a Olduvai. Li ha datati a 1,8 milioni di anni fa e ha deciso di farli appartenere alla famiglia umana, nominandoli così Homo. Ma vari esperti, tra cui Loring Brace hanno chiaramente dimostrato che l’habilis non era altro che un Australopithecus. Il fossile studiato da Tim White, dimostrò che questa specie aveva una capacità cranica piccola, nonchè braccia lunghe e gambe corte, che le consentivano di arrampicarsi sugli alberi proprio come fanno le scimmie odierne.
I ritrovamenti dei cosidetti “homo erectus”.
Nel 1891, fu pubblicizzato il ritrovamento del cosidetto “uomo di Giava”, chiamato inizialmente pitecantropo erectus. I resti trovati furono catalogati da Eugene Dubois, un convinto evoluzionista. Abbandonata la scuola, iniziò a cercare fossili a Sumatra e in altre isole delle Indie orientali olandesi. Spedì migliaia di casse di ossa di animali normali in Olanda, e poi andò a Giava. Nel settembre del 1891 vicino al villaggio di Trinil in un luogo umido vicino al fiume Solo, Dubois trovò una calotta cranica. Un anno dopo, a sedici metri da dove aveva trovato la calotta cranica, trovò un femore. Più tardi trovò tre denti in un’altra posizione in quella zona. Dubois supponeva che:
1-tutte queste ossa provenissero dallo stesso individuo.
2-che fossero vecchie di un milione di anni.
Eccitato, Dubois riportò la scoperta (i pezzi di osso) come “l’uomo di Giava”, e trascorse il resto della sua vita a promuovere questa “grande scoperta”. L’osso femorale era un normale osso umano della parte superiore della gamba. Come prevedibile, molti esperti si sono chiesti se tutte le ossa provenissero dallo stesso individuo e, hanno detto che erano ossa umane, non ossa di scimmia. Ma Dubois trascorse gran parte del resto della sua vita a tenere conferenze e a raccontare alla gente delle ossa “metà uomo/metà scimmia” che aveva trovato a Giava nel 1891-1892. Lo chiamò Pithecanthropus erectus (uomo-scimmia eretto).
Nel 1907 fu inviata una spedizione tedesca da Berlino a Giava per risolvere la questione. Ma Dubois non mostrò  loro la sua “collezione di ossa”, nè li aiutò  in alcun modo. Arrivati a Giava, studiarono a fondo il sito di Trinil, rimossero 10.000 metri cubi  di materiale e 43 scatole di ossa, e poi dichiararono che tutto era tempo perso. La loro principale scoperta fu che le ossa trovate da Dubois e identificate come “l’uomo di Giava”, erano state prelevate da una profondità proveniente da un vulcano vicino. Era traboccato nel recente passato e aveva emesso lava, che ha travolto e seppellito un numero di persone e animali.
Circa quindici anni prima della sua morte, e dopo che la maggior parte degli evoluzionisti si era convinta che la sua scoperta non fosse altro che ossa di un umano moderno.
Un altro dei ritrovamenti classificati come “homo erectus” è quello riconducibile al cosidetto “uomo di Pechino”. Peccato però che le ossa riferite a quest’uomo siano perse e ora vi siano solamente dei calchi.
L’uomo di Pechino è emerso sulla scena internazionale nel 1927. In quell’anno Davidson Black trovò un dente vicino a Pechino, in Cina. La Rockefeller Foundation si è fatta avanti e gli ha dato $ 80.000 per continuare la ricerca su questa scoperta. Quindi Black ha continuato a cercare e ha trovato un teschio, copia del quale è esposta oggi nei laboratori di biologia. Davidson Black lo chiamò “Sinanthropus pekinensis” (“uomo cinese di Pechino”) e ricevette onori da tutto il mondo per la sua scoperta. Quindi Franz Weidenreich continuò gli studi fino a quando tutto si fermò  nel 1936, a causa dell’invasione giapponese della Cina.
Sebbene siano state trovate migliaia di ossa di animali in questa fossa vicino a Pechino, sono stati trovati solo pochi teschi umani e non c’erano prove che si fossero evolute da altri esseri. Queste ossa umane ammontavano a 14 teschi in condizioni variabili, 11 mascelle, 147 denti e un paio di piccoli frammenti di ossa e femori del braccio, insieme a strumenti di pietra e ceneri di carbone provenienti da incendi. I teschi ritrovati avevano una capacità cerebrale un po’ più piccola del normale (1.000 cc., che alcune persone hanno oggi), e con le sporgenze frontali prominenti che troviamo nei Neanderthal.
Vediamo questa citazione di Milner:
“Il cranio ominide di Pechino presentava sporgenze della fronte prominenti e una capacità cranica un po’ più piccola (circa 1.000 cc.), rispetto agli umani moderni (1.500 cc.).” – * R. Milner, Encyclopedia of Evolution (1990), p. 359.
Una capacità cranica di 1.000 cc. non dimostra che quell’essere sia stato una forma di transizione subumana; gli esseri umani oggi hanno una capacità cranica che varia tra 1.000 e 1600 cc., con un minimo occasionale di 750 cc. e una media di 1.500-1.600 cc.
Purtroppo, tutti i teschi di Pechino sono scomparsi durante la seconda guerra mondiale, quindi non possiamo ora esaminarli con metodi moderni per verificarne la genuinità.
Venti anni dopo, negli anni ’50, l’evoluzionista Ernst Mayr inventò un nuovo nome, “homo erectus”, e poi inserì nella sua teoria una varietà di reperti ossei (uomo di Giava, uomo di Pechino e altri).
È bene tenere presente che tutto ciò che rimane di Pechino è un calco in gesso negli Stati Uniti. Ma i calchi in gesso non possono essere considerati prove affidabili.
Un altro dei cosidetti ritrovamenti di homo erectus è stato l’uomo della Rhodesia (Homo rhodesiensis). Esso è considerato un discendente dell’homo ergaster (una specie più adattata agli utensili, ma facente parte dell’homo erectus).
Nel 1921, il minatore svizzero Tom Zwiglaar trovò un cranio in una grotta della Rhodesia (Kabwe 1). (Nel Museo Mauer, in Germania, vi è comunque una ricostruzione di questo cranio, e ciò  prova che esso è stato trovato non integro). Poi furono ritrovati una mascella superiore di un altro individuo, un osso sacro, una tibia e due frammenti di femore.  Gli antropologi e gli artisti si misero al lavoro trasformandolo in una specie di creatura a metà scimmia / metà umana. La capacità cranica è stata stimata (3) in circa 1230 cc., un valore in linea con gli esseri umani moderni.
Gli uomini di Neanderthal.
Nel 1856 dei lavoratori fecero saltare in aria una grotta nella valle del Neander vicino a Düsseldorf, in Germania. All’interno hanno trovato ossa di arti, bacini, costole e una calotta cranica. Le ossa sono state esaminate da scienziati ed evoluzionisti; e, per un certo numero di anni, tutti concordarono sul fatto che si trattava di normali esseri umani. Persino l’ardente evoluzionista e difensore di Darwin, Thomas H. Huxley, ha affermato quelle ossa appartenevano a umani e non dimostrerebbero nessuna evoluzione. Rudolph Virchow, un anatomista tedesco, disse che le ossa erano quelle di uomini moderni affetti da rachitismo e artrite. Nel 1886, due simili teschi furono trovati a Spia, in Belgio. All’inizio del 1900, alcuni esemplari simili furono trovati nella Francia meridionale. Oltre cento esemplari sono ora esposti in musei.
Un paleontologo francese di nome Marcellin Boule ha affermato che quei crani appartenevano a creature simili a quelle di una scimmia, ma è stato severamente criticato per questo anche da altri evoluzionisti che hanno affermato che questo fossile era solo un uomo moderno (Homo sapiens), deformato dall’artrite.
Un’analisi eccellente e dettagliata di come il rachitismo e l’artrite causarono le caratteristiche, peculiari di Neanderthal, fu scritta da Ivanhoe in un numero del 1970 della rivista scientifica Nature. L’articolo è intitolato “Virchow aveva ragione su Neanderthal?”
Vediamo questo passaggiopubblicato in Science Digest sull’argomento:
“L’uomo di Neanderthal potrebbe essere sembrato come lui, non perchè fosse strettamente imparentato con le grandi scimmie, ma perchè aveva il rachitismo, un articolo della pubblicazione britannica Nature suggerisce. La dieta dell’uomo di Neanderthal era decisamente carente di vitamina D.” – “I Neanderthal avevano il rachitismo”, in Science Digest, febbraio 1971, p. 35.
Le caratteristiche di Neanderthal includono delle sopracciglie più grandi (il toro sopra orbitale), ma è noto che l’artrite può renderli più prominenti. Virchow notò che il femore era curvo, una condizione comune al rachitismo. La mancanza di vitamina D provoca osteomalacia e rachitismo, producendo un lieve cambiamento del viso aumentando le dimensioni della cavità oculare (orbita), specialmente in verticale.
D.J.M. Wright, nel 1973, mostrò che la sifilide congenita avrebbe potuto anche causare il tipo di deformità ossee riscontrate nei campioni di Neanderthal.
I Neanderthal apparentemente vivevano in un’epoca in cui non c’era molta luce del sole. Sappiamo che l’era glaciale è il risultato dell’inquinamento da polveri vulcaniche in tutto il mondo. Il tempo atmosferico in Europa era abbastanza freddo da poter rimanere così tanto nelle loro caverne da non ottenere abbastanza luce solare, soprattutto a causa delle condizioni del cielo coperto. Alcuni studi genetici eseguiti nel 2008 su DNA fossile recuperato su alcuni resti di uomo di Neandertal, sembravano poter indicare che i Neanderthal fossero una specie diversa dagli Homo Sapiens (4). Però  recenti scoperte hanno dimostrato che i Neanderthal erano in tutto e per tutto degli umani e che le differenze somatiche sarebbero dovute a cause climatiche, morfologiche e di alimentazione.(5).
I Neanderthal avevano anche una cultura, arte e religione ben sviluppate. Al momento, la maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che i Neanderthal erano solo persone normali che vissero nelle caverne per un certo periodo. Sfortunatamente, stiamo ancora aspettando che questo cambiamento nel pensiero sia visibile nei libri di testo per bambini.
L’uomo di Cro-magnon.
Nel 1868 fu scoperta una grotta a Les Eyzies, nella regione della Dordogna in Francia. Nel dialetto locale, cro-magnon significa “grande buco”. Un certo numero di scheletri sono stati trovati in quel luogo e sono stati considerati a lungo come l’”anello mancante” tra scimmia e uomo.
I Cro-Magnon erano invece totalmente umani. Alcuni erano alti più di un metro e ottanta, con un volume cranico un po’ più grande di quello degli uomini di oggi. Ciò significa che avevano più cervello degli uomini di oggi. Non solo avevano alcuni artisti eccellenti tra loro, ma tenevano anche registri astronomici. I Cro-Magnon erano persone normali, non scimmie; e non forniscono alcuna prova di una transizione dalla scimmia all’uomo.
C’è poi il problema della datazione. La maggioranza di queste ossa vengono datate con il metodo del carbonio 14. Per maggiori informazioni su questo metodo potete leggere l’articolo (nota 6) che dimostra che i metodi di datazione usati nell’assioma evoluzionista sono errati.
Uno strumento di ricerca di recente sviluppo, lo spettrometro di massa, fornisce una datazione più accurata rispetto agli altri metodi di datazione.
A tale proposito leggiamo questa dichiarazione del creazionista Walter Brown:
“Diversi laboratori nel mondo sono ora attrezzati per eseguire una procedura di datazione al radiocarbonio molto più accurata. Usando acceleratori atomici, gli atomi di carbonio-14 in un campione possono ora essere effettivamente contati. Ciò fornisce date del radiocarbonio più precise con campioni ancora più piccoli. Lo standard, ma meno accurata, la tecnica di datazione al radiocarbonio tenta solo di contare le rare disintegrazioni degli atomi di carbonio-14, che a volte sono confuse con altri tipi di disintegrazione. Questa nuova tecnica di acceleratore atomico ha costantemente rilevato almeno piccole quantità di carbonio-14 in ogni campione organico – anche i materiali che gli evoluzionisti affermano hanno milioni di anni, come il carbone. La quantità minima di carbonio-14 è così consistente che la contaminazione può probabilmente essere esclusa. Se gli esemplari avessero milioni di anni, non ci sarebbe praticamente nessun carbonio- 14 rimasto.
“Undici scheletri umani, i primi resti umani conosciuti nell’emisfero occidentale, sono stati recentemente datati da questa nuova tecnica dello spettrometro di massa. Tutti e undici sono stati datati a circa 5.000 anni o meno! Se vengono testati più antenati evolutivi dell’uomo dichiarati e si trova anche che contengono carbonio-14, si verificherà una grande rivoluzione scientifica e migliaia di libri di testo diventeranno obsoleti”. – Walter T. Brown, In the Beginning (1989), p. 95.
Questa dichiarazione ci dice questo: 1- La costosissima macchina per spettrometro di massa conta effettivamente gli atomi C-14 e fornisce totali più accurati. 2- Ogni campione organico ha alcuni atomi di radiocarbonio, quindi nessuno ha più di qualche migliaio di anni. 3- I più antichi resti scheletrici nell’emisfero occidentale sono stati datati con questo metodo e si è scoperto che aveva solo circa 5.000 anni.
Il problema è che quando questi risultati vengono diffusi, si scontrano con l’assioma evoluzionista, che afferma che l’uomo ha circa 200.000 anni e deriva da ominidi vissuti in epoche più remote. Pertanto questi risultati vengono scartati a priori, perchè metterebbero in dubbio la teoria evoluzionistica degli esseri umani. Il problema pertanto è la forma mentale che ha dominato lo studio dei fossili da circa 150 anni fino ad oggi.
Tutto ciò  dimostra che l’umanità non si è evoluta da ominidi, ma dimostra solo che sono state ritrovate parti di ossa, a volte di scimmie e a volte di esseri umani.
Gli antropologi sostengono che l’uomo discese da un antenato sconosciuto e Darwin disse che era una scimmia. Se discendiamo da una scimmia, perchè abbiamo un numero diverso di vertebre nelle ossa posteriori rispetto alle scimmie? Perchè la nostra capacità cranica è totalmente diversa? E, soprattutto, perchè il nostro DNA è nettamente diverso da quello delle scimmie, e da tutte le specie di fauna selvatica? (7)
Gli evluzionisti dicono di aver trovato le ossa dei nostri antenati ominidi. Ma non è stato trovato nessuno scheletro completo. Solo resti di crani e qualche frammento di femori. Invece dovrebbero esserci milioni di ossa, se i nostri antenati avessero vissuto per centinaia di migliaia di anni prima di noi.
La conclusione è che tutti quei resti di ossa sono solo ossa di scimmia o ossa umane, e nessuna di quelle ossa indica con chiarezza una forma di transizione dalla quale si siano potuti evolvere gli esseri umani.
Yuri Leveratto
Note:
1-https://scholar.google.com/citations?user=nH_xoD8AAAAJ&hl=en
2-Mehlert : Evolution: Beyond the Realm of Real Science
3-Rightmire, G. Philip. The Evolution of Homo erectus: Comparative Anatomical Studies of an Extinct Human Species Cambridge University Press, 1993. ISBN 0-521-44998-7, ISBN 978-0-521-44998-4.
4-Roxanne Khamsi, Neanderthal DNA illuminates split with humans, su newscientist.com, 11 ottobre 2006.
5-Michael Shermer, Our Neandertal Brethren: Why They Were Not a Separate Species, su scientificamerican.com,
6-https://yurileveratto2.blogspot.com/2015/08/i-metodi-di-datazione-inaccurati-usati.html
7-https://answersingenesis.org/genetics/dna-similarities/differences-between-chimp-and-human-dna-recalculated/
Bibliografia:
L’articolo è tratto in larga parte dal libro “Evolution Handbook”, di Vance Ferrel. (Cap. 13).
Immagine:
Resti di ossa trovati a Giava nel 1891, (attribuiti al Pithecanthropus erectus) dai quali poi si è creata la teoria dell’homo erectus.

Spirale della morte citrato


Michael Behe

Darwin Devolves

Il biologo Richard Lenski della Michigan State University e collaboratori hanno appena pubblicato un nuovo fantastico articolo sulla rivista  eLife . 1  Chiunque desideri vedere un esempio cristallino delle difficoltà intrinseche, inevitabili e fatali che lo stesso  meccanismo darwiniano  pone per un’evoluzione non guidata dovrebbe leggerlo attentamente.

L’articolo riguarda l’ulteriore evoluzione di un ceppo mutante ampiamente discusso del batterio  E. coli  scoperto nel corso dell’esperimento di evoluzione a lungo termine di Lenski (LTEE). Il LTEE è il suo progetto lungo più di tre decenni in cui a  E. coli è  stato permesso di crescere continuamente in boccette da laboratorio semplicemente per osservare come si sarebbe evoluto. 2  Come ho scritto prima, quasi tutte le  mutazioni benefiche  che sono state scoperte si sono diffuse attraverso le popolazioni di batteri nel LTEE erano quelle che hanno  smussato  i geni preesistenti (diminuendo la loro precedente attività biochimica) o li hanno completamente  rotti  . 3

Un’eccezione interessante?

Sembrava tuttavia esserci un’eccezione interessante. 4  Una mattina dopo oltre 30.000 generazioni di crescita batterica, una fiasca di  E. coli  (su 12 boccette separate che Lenski mantenne per il confronto e per il bene della replicazione) sembrava più torbida delle altre 11 boccette. Ciò indicava che nel brodo nutritivo erano cresciuti sostanzialmente più batteri del solito. Dopo un duro lavoro di laboratorio, il gruppo di Lenski ha mostrato che una regione del prodigioso DNA del batterio che era vicino a un gene che codifica per un trasportatore di citrato (cioè una proteina il cui compito è di portare nella cellula citrato disciolto esterno; il citrato è un sostanza chimica comune che le cellule metabolizzano) aveva duplicato. 5 La mutazione della duplicazione posizionava la regione di controllo di un gene diverso vicino a quella del trasportatore di citrato.

Ecco perché questo ha aiutato. Il regolatore naturale del gene trasportatore di citrato provoca la disattivazione del gene ogni volta che l’ossigeno è presente, poiché si trovava nelle normali condizioni di crescita del laboratorio presso la MSU. Il secondo regolatore, tuttavia, consente di attivare il gene che controlla in presenza di ossigeno. La mutazione che ha posto una copia del regolatore del secondo gene vicino al gene citrato ha poi permesso al gene citrato di essere attivato anche in presenza di ossigeno. Poiché a fini tecnici c’era molto citrato disciolto nel brodo nutritivo, il mutante  E. coli  poteva importare e metabolizzare (“mangiare”) il citrato, che non era disponibile per i non mutanti. Con tutto quel cibo in più, il mutante è cresciuto come un matto, superando rapidamente i non mutanti.

Il risultato del romanzo fu ampiamente riportato e fu ipotizzata la congettura che forse il mutante stava per formare una nuova specie. 6  Come ho scritto in  Darwin Devolves , tuttavia, altri risultati genetici, molto più inquietanti, avrebbero dovuto mitigare qualsiasi ottimismo. Ad esempio, il mutante citrato aveva accumulato molte delle stesse mutazioni benefiche ma degradative che si erano precedentemente diffuse nella popolazione – la nuova mutazione non poteva, non poteva, ripristinarle. E in seguito i lavori hanno mostrato che nel mutante erano stati selezionati molti più geni rotti, apparentemente per aiutarlo a metabolizzare il citrato in modo più efficiente. 3

Un cucciolo malato

Il nuovo documento ora riporta 2.500 generazioni di ulteriore evoluzione del mutante citrato, in mezzi nutritivi che contengono solo citrato o citrato più glucosio (come per le generazioni precedenti). Come sempre con il laboratorio Lenski, la ricerca è ben eseguita. Ma l’ E. Coli  risultante  è un cucciolo malato. All’interno dell’articolo riportano che “Lo spettro delle mutazioni identificate nei cloni evoluti era dominato da variazioni strutturali, inclusi inserimenti, eliminazioni e trasposizioni di elementi mobili”. Tutti questi sono estremamente probabilità di rompere o degradare i geni. Decine di altri geni andarono persi. Il mutante citrato lanciò informazioni genetiche con abbandono insensato per un vantaggio a breve termine.

In un risultato particolarmente significativo, gli autori “hanno scoperto per caso prove di morte cellulare sostanziale nelle colture di una Cit + clone campionato dal … LTEE a 50.000 generazioni. ” In altre parole, quelle mutazioni casuali iniziali “benefiche” di citrato che erano state sequestrate dalla selezione naturale decine di migliaia di generazioni prima avevano portato a una spirale mortale. Il tasso di mortalità dell’antenato del LTEE era ~ 10 percento; dopo 33.000 generazioni era ~ 30 percento; dopo 50.000, ~ 40 percento. Per la serie più recente di esperimenti, il tasso di mortalità variava per diversi ceppi di cellule in diversi media, ma superava il 50 percento per alcune linee cellulari in un ambiente a solo citrato. In effetti, gli autori hanno identificato una serie di mutazioni – ancora una volta, quasi certamente degradative – nei geni per il metabolismo degli acidi grassi che, scrivono con ammirevole distacco, “suggeriscono l’adattamento alla ricerca di cellule morte e morte”.

Il E. coli  degradato  stava mangiando i suoi morti.

Lezioni da disegnare

Consentitemi di sottolineare: l’  unico  risultato dell’esperimento di evoluzione di E. coli di  oltre cinquant’anni di generazione  che a prima vista sembrava  addirittura  arrossire come se avesse un po ‘di potenziale per produrre un nuovo percorso nel batterio ha portato invece a una devoluzione spettacolare  . Come Lenski e coautori hanno scritto in  Science  nel 2019 nella loro rassegna sprezzante di  Darwin Devolves (che si è concentrato fortemente sul chiaro degrado che si sta verificando nel corso del LTEE): 7

Esistono davvero molti esempi di mutazioni con perdita di funzione che sono vantaggiose, ma Behe ​​è selettivo nei suoi esempi. Dedica la parte migliore del capitolo 7 alla discussione di un esperimento di 65.000 generazioni di  Escherichia coli  , sottolineando le molte mutazioni che sono sorte in quella funzione degradata – una modalità prevista di adattamento a un semplice ambiente di laboratorio, tra l’altro – mentre respinge le funzioni migliorate e ne deride una nuovo come un “baraccone”. (Informativa completa: i risultati in questione sono stati pubblicati dal coautore Richard Lenski.)

La “nuova funzione” era la mutazione del citrato. L’avevo definito uno “spettacolo collaterale” in  Darwin Devolves  proprio perché l’  E. Coli  dell’LTEE stava accumulando mutazioni degradative molto più velocemente di qualsiasi altra mutazione che potesse essere definita carità costruttiva: 3

Per quanto interessante, l’ambigua mutazione del citrato che ha dato il via all’hoopla è uno spettacolo secondario. La lezione estremamente importante e quasi completamente inosservata è che i geni vengono degradati a destra e a sinistra, sia quando avvantaggiano direttamente i batteri sia quando lo fanno indirettamente a sostegno di un’altra mutazione. La mutazione occasionale, particolarmente evidente della modifica della funzione o del guadagno di FCT non può invertire la tendenza di quelli dannosi e di perdita di FCT.

Più lavoro evolutivo molecolare arriva, più la conclusione di cui sopra diventa un semplice truismo.

Una grande forza

Nel loro nuovo articolo il gruppo Lenski sottolinea giustamente la grande forza del suo sistema evolutivo sperimentale. 1

Raramente è possibile esaminare l’evoluzione in azione mentre gli organismi invadono, colonizzano e si adattano a una nuova nicchia in natura, specialmente con repliche in evoluzione indipendente e controllo delle popolazioni. In questo studio, abbiamo studiato come le   varianti di E. coli con la nuova capacità di crescere aerobicamente sul citrato si adattano a un nuovo ambiente di risorse a base di citrato in laboratorio.

Esattamente. Ciò significa che il LTEE ci fornisce la nostra visione più chiara degli effetti generali del meccanismo di Darwin, che continua a funzionare indipendentemente da quali altri processi potrebbero anche verificarsi (ti sto guardando, sintesi evolutiva estesa), indipendentemente dal fatto che un organismo sia in un laboratorio o in natura, non importa quale tipo di organismo – microbo, pianta o animale – sia soggetto alla sua tenera cura. Quindi, grazie al gruppo Lenski, sappiamo che la devoluzione è  implacabile  ,  mai resti. In tempi buoni e cattivi, se un cambiamento in una specie potrebbe aiutarla ad adattarsi più da vicino al suo ambiente, le mutazioni degradative arriveranno molto più rapidamente per offrire il loro aiuto. E, naturalmente, sotto pressione selettiva una specie non ha altra scelta se non quella di accettarne di utili, anche se questo alla fine porta alla specie a languire. Grazie in gran parte all’ottimo lavoro svolto nel corso di decenni nello Stato del Michigan, possiamo ora essere certi che, come l’ E. Coli che mangia citrati  , come spiegazione delle grandi caratteristiche della vita la stessa teoria di Darwin si trova in una spirale mortale.

Riferimenti

  1. Blount, Z., et al. (2020). “Evoluzione genomica e fenotipica di  Escherichia coli  in un nuovo ambiente di risorse a solo citrato.” eLife  9: e55414.
  2. Lenski, RE (2017). “Convergenza e divergenza in un esperimento a lungo termine con i batteri.” The American Naturalist  190: S57-S68.
  3. Behe, MJ (2019). Darwin devolve: la nuova scienza sul DNA che sfida l’evoluzione . New York, New York, HarperOne, Ch. 7.
  4. Blount, ZD, CZ Borland e RE Lenski (2008). “La contingenza storica e l’evoluzione di un’innovazione chiave in una popolazione sperimentale  dell’Escherichia coli .” Proc. Natl. Acad. Sci. USA  105: 7899-7906.
  5. Blount, ZD, et al. (2012). “Analisi genomica di un’innovazione chiave in una popolazione sperimentale di  Escherichia coli  .” Natura  489: 513-518.
  6. Pennisi, E. (2013). “L’uomo che ha imbottigliato l’evoluzione.” Science  342: 790-793.
  7. Lents, NH, SJ Swamidass e RE Lenski (2019). “La fine dell’evoluzione?” Scienza  363: 590-590.

Foto: Richard Lenski, di Zachary Blount [ CC BY-SA 4.0 ], da Wikimedia Commons .

 

Tratto da Evolutionews

Darwin day? Per i passatisti.


Oggi ricorre il Darwin Day, 211 anni dopo la nascita dello studioso di Shrewsbury.

In merito al meccanismo che sta alla base della variazione morfologica degli esseri viventi, meccanismo a lui completamente sconosciuto ma così importante per la validità delle sue idee, ebbe a dire quanto segue:

«Se si dimostrasse che un organo complesso non può derivare da una catena di piccoli cambiamenti, la mia teoria sarebbe distrutta».

Siamo lieti di presentare la traduzione e sottotitolazione in italiano del terzo episodio della serie Science Uprinsing, intitolato “Stephen Meyer svela la codifica del DNA umano”, in cui si analizza proprio se una “catena di piccoli cambiamenti” può risultare in differenze morfologiche tali da consentire la comparsa di nuove funzioni cellulari, che sono alla base della struttura di ogni “organo complesso” sul quale Charles Darwin si interrogava.

I software richiedono un’intelligenza sia nella fase di realizzazione che in quella di modifica per l’aggiunta di nuove funzioni: il software che fa funzionare la vita è il risultato di un’accumulazione di errori di copiatura? O richiede un programmatore? Questo episodio esamina come il fondatore di Microsft Bill Gates, il genetista ed inprenditore Craig Venter e anche il biologo evolutivo Richard Dawkins riconoscono tutti che il DNA è come un software, per il quale tutti sappiamo che nessuna “catena di piccoli cambiamenti” può essere realizzata senza un’intelligenza.

Per attivare i sottotitoli, nel caso ciò non avvenisse in automatico, sarà sufficiente cliccare sull’icona impostazioni (l’ingranaggio) scegliendo l’italiano tra le lingue disponibili.

Aderisci al https://www.ciid.science/

Il modo utilizzato dalle api per indicare alle altre dove si trova una nuova fonte di cibo è un impressionante esempio che contrasta l’evoluzionismo


Il modo utilizzato dalle api per indicare alle altre dove si trova una nuova fonte di cibo è un impressionante esempio che contrasta l’evoluzionismo


Immagina di essere un’ape. Lasci il tuo alveare una bella mattina di primavera e vaghi in giro finchè noti un campo pieno di nuove piante in fiore. Il cibo, che ha nutrito le 15.000 api della tua colonia per l’inverno, è ormai al livello minimo. Ma adesso, in questo campo, hai trovato una nuova fonte di approvvigionamento. Così riempi la tua speciale sacca con il nettare e voli per 250 metri fino al tuo alveare.

Le altre api ancora non sanno dove sono i fiori che tu hai scoperto. Il tuo cervello ha appena le dimensioni di una capocchia di spillo, ma è naturale che, se vuoi utilizzare pienamente la nuova fonte di cibo, avrai bisogno di aiuto. Prima che arrivi l’estate la tua colonia raggiungerà una dimensione di oltre 80.000 api. Ma, con la piccola porzione di polline e nettare che puoi raccogliere in ciascun viaggio, vedresti la tua colonia morire di fame prima di riuscire ad alimentare ogni membro. Quindi, come dire alle altre api del tuo alveare dove trovare i fiori che hai scoperto?

All’inizio del 1900, il naturalista austriaco Karl von Frisch era incuriosito da questo misterioso enigma. Affascinato dal modo in cui le api lavorano insieme, von Frisch iniziò uno studio approfondito sulla questione. Egli era convinto che una delle più notevoli caratteristiche delle api fosse il modo di comunicare. Infatti le api possiedono uno dei più straordinari mezzi di comunicazione nel mondo degli insetti. Von Frisch scoprì che le api si esprimono non solo toccando e assaggiando, ma anche danzando.

Per identificare l’ubicazione di una fonte di cibo troppo distante dall’alveare per essere odorata o vista dalle altre api, l’esploratrice compie una danza sul favo dell’alveare. Le altre api si raggruppano intorno e seguono da vicino la danzatrice (tutte le api danzatrici sono femmine). Esse imitano i suoi movimenti e percepiscono su di lei la fragranza dei fiori dai quali la danzatrice ha raccolto il nettare. Se la nuova fonte di cibo è vicina, vale a dire circa 50 metri dall’alveare, l’ape compie una danza circolare sulla superficie del favo. Essa si muove a circa due o tre centimetri (un pollice circa), quindi ruota in direzione opposta. Tutto questo comunica alle altre api che il cibo è vicino. La traccia che percepiscono dai suoi segnali profuma come il nuovo cibo. Così le altre api lasciano l’alveare e volano intorno in cerchi sempre più ampi fino a che trovano la nuova fonte di cibo.

Danza per la distanza 

Se la nuova fonte di nettare o polline è distante, la cercatrice apporta una ingegnosa modifica alla sua danza. Compie una danza disegnando un “otto” con movimenti intermittenti in mezzo alla figura. La distanza alla quale il cambio di disegno dal cerchio alla forma di “otto” ha luogo, varia a seconda delle diverse specie di api. Ciò non causa confusione poichè la distanza è costante all’interno di ciascun alveare. Ogni movimento della danzatrice ha un significato per le altre api. Esse possono ricavare la distanza di una fonte di cibo dal numero di volte che la danzatrice gira in un dato intervallo di tempo, ed anche dai movimenti dell’addome. Più grande la distanza, più lentamente si dimena. La direzione del cibo è indicata dalla direzione e dall’angolo che l’ape danzante compie nel cerchio. Se si dimena attraverso il cerchio verso l’alto, le api che la osservano capiscono che troveranno il cibo volando verso il sole. Se taglia il cerchio verso il basso, capiscono che devono volare in direzione contraria rispetto al sole. Se l’ape che danza taglia il cerchio con un certo angolo, le altre api capiscono che devono volare a destra o a sinistra rispetto al sole con lo stesso angolo che la danzatrice compie a destra o a sinistra rispetto ad una immaginaria linea verticale. Questo mezzo di comunicazione delle api è davvero unico nel mondo degli insetti. Quando consideriamo i complessi passi della danza e l’informazione dettagliata trasmessa e compresa per mezzo di essa da tutto il mondo delle api (Von Frisch impiegò 20 anni per decifrarlo), abbiamo il diritto di dubitare seriamente che questo processo possa mai sorgere per evoluzione casuale.

La danza può evolvere? 

Cerchiamo di immaginare come il sistema possa evolvere. Un’ape scopre un campo in fiore. Ritorna al suo alveare e nessuno sa dove si è riempita lo stomaco. Lei non può comunicarlo, così deve andare avanti e indietro di continuo sperando che qualcuno la segua, oppure all’alveare non resta altro che aspettare che ogni singola ape capiti nello stesso campo. Ancora peggio, l’ape stessa potrebbe non ricordare come tornare al campo!

Ora, supponiamo che un giorno un’ape intraprendente inventi la danza. Come può comunicare alle altre che cosa significhi? Come può spiegare la geometria involuta – ovvero che l’angolo che essa percorre lungo il diametro del cerchio è uguale all’angolo tra il sole e la fonte di cibo? Come fare se il sole cala prima che le altre api abbiano capito? Come spiegare che ella ha inventato una danza per una fonte di cibo vicina e un’altra per una fonte di cibo distante?

Come comunicare alle altre che se lei si dimena molto lentamente significa che il campo è molto distante, mentre se si dimena molto velocemente significa che il campo non è lontano? Come far capire che se la danzatrice procede verso l’alto del favo le altre dovrebbero volare verso il sole, mentre se procede verso il basso dovrebbero volare nella direzione opposta?

Ancora più importante, se questo processo evolvesse lentamente su un lungo arco di tempo, come sono sopravvissuti gli antenati delle api mentre questo sistema stava evolvendosi? Se esse fossero riuscite a sopravvivere senza questo complesso metodo, perchè inventare un nuovo sistema che sarebbe quasi impossibile da spiegare?

Attraverso le meraviglie della creazione di Dio, l’alveare fornisce alcune sorprendenti evidenze che screditano la teoria dell’evoluzione, in favore di un disegno, di un proposito del Creatore. La precisa coordinazione del linguaggio utilizzato per la sopravvivenza delle api ha troppe componenti necessarie ed indipendenti per far pensare che tale sistema si sia potuto evolvere. Siamo costretti dalla logica e dal buon senso a concludere che l’intero processo fu impresso nelle api al tempo della loro creazione. Come le stesse api, esso non si è evoluto e non poteva evolversi.


La danza con la figura ad otto è anche utilizzata quando le api devono trovare un nuovo luogo per vivere. Se l’alveare cresce eccessivamente, la regina può decidere di abbandonarlo con parte della colonia alla ricerca di una nuova casa. Essa va via con una o più uova particolari dalle quali nascerà una nuova regina. La vecchia regina e il suo sciame dapprima si riuniscono da qualche parte, come il ramo di un albero. Le api operaie vengono quindi inviate in giro alla ricerca di un nuovo luogo per vivere. L’esploratrice che ha trovato un sito potenziale ritorna dalle altre e comunica loro dove si trova il luogo facendo la danza della “figura ad otto” di fronte allo sciame di api.

Le altre api ispezionano ciascun sito e ritornano alla colonia per dire alle altre cosa ne pensano. La forza della loro danza riflette la loro reazione all’opportunità del sito. Finalmente dopo diversi giorni di ricerca, uno dei siti guadagna il deciso favore e lo sciame parte per dar vita ad un nuovo alveare nel luogo prescelto.

Un ricercatore osservò questa danza nell’arco di quattro giorni, notando le distanze e direzioni dei siti potenziali. Egli calcolò il sito che stava rapidamente guadagnando il favore, quindi corse a trovarlo. Arrivò al nuovo luogo di abitazione prima delle api!

Tale complesso sistema di comunicazione sembra impossibile da spiegare se si ammette che le api e il loro linguaggio possano essersi evoluti.

Robert Doolan

“Da quell’assemblea al Vittorini in dieci anni e’ cambiato moltissimo”


Fratus: “Il neo-darwinismo e’ una religione”

 

(intervista per la Voce d’Italia, riproposta ora)

 

“Evoluzionismo? Non vi sono prove concrete per nulla”

 

Affidiamo la sintesi del dibattito sorto nei giorni scorsi su “La Voce d’Italia” in merito alle teorie che spiegano le origini del mondo a Fabrizio Fratus, referente del Comitato Antievoluzionista. Si conclude così il ciclo di interviste realizzato dalla Voce d’Italia, che ha coinvolto il Prof. Odifreddi ed il Dott. Bertolini, nell’auspicio che queste tematiche siano affrontate con maggiore frequenza ed interesse sui media.

Dott. Fabrizio Fratus, sono passati 18 anni dalla sua prima iniziativa antievoluzionista tenutasi al liceo scientifico Vittorini di Milano. In quell’occasione tre studiosi spiegarono perché per loro la teoria di Darwin non era scientifica: è cambiato qualcosa da allora?

“E’ cambiato moltissimo. Al liceo Vittorini parlarono il ricercatore dell’università di Padova Ronald Nalin, il professore di scienze naturali Fernando De Angelis e il medico Mihael Georgiev, poi divenuto uno dei massimi esponenti nella lotta alla teoria neodarwinista in Italia. Con l’assemblea studentesca organizzata in collaborazione con alcuni studenti si è aperto il vaso di pandora, dimostrando che la teoria di Darwin non è per nulla una teoria valida scientificamente, è piena di falle ed è sostenuta soprattutto per motivi ideologici. Non si capisce come si possa sostenere che noi si discenda da un qualcosa che non si sa da dove sarebbe nato e come si sarebbe sviluppato. Da quel primo evento se ne sono susseguiti a cascata molti altri”

In sintesi ciò che lei sostiene è che il darwinismo funga da giustificazione ideologica per la costruzione di un certo tipo di società: è corretto?

“È così. Per comprendere il discorso si deve tornare all’origine della teoria quando Darwin la propose, si deve comprendere il periodo storico… a metà del ‘700 la rivoluzione industriale e a fine secolo quella francese, l’affermazione della scuola di pensiero di S. Simon e Comte, la nascita delle scienze sociali e colonialismo… tutte questioni che vanno inquadrate in un’ottica di società materialista cui Darwin è servito. Non dobbiamo poi dimenticare che egli era figlio di un pastore anglicano e aveva seguito studi per diventare pastore: chi meglio di lui per sostenere che ogni ipotesi trascendente della vita non esisteva? Questo fu il primo passaggio. Arrivò poi H. Spencer a coniare il termine evoluzionismo (Darwin parlava solo di trasformazione), ed inoltre creò il modello specifico a cui oggi facciamo riferimento, un modello sviluppatosi partendo dalle ipotesi di Darwin per cui si crede che tutto sia migliorabile. Il progresso di cui si sente tanto parlare ha origine nella teoria di Darwin: esso va sostenuto perché è la strada per giungere alla migliore condizione possibile. In realtà gli studi dimostrano il contrario: noi viviamo in una società che non ha migliorato realmente la qualità della vita e tantomeno la sua durata effettiva (basti guardare un qualsiasi libro e verificare quando morivano i filosofi al tempo di Pitagora). Ma il discorso è molto lungo e complesso, per concludere su questo argomento vorrei specificare che in relazione all’ipotesi evoluzionista noi siamo frutto del caso e come tale non siamo differenti da nessun tipo di animale: è partendo da questo assunto che, a mio avviso, si legittimano aborto, eutanasia ed eugenetica“

Ma davvero non vi sono prove a sostegno della teoria di Darwin?

“Questo è il fatto più interessante: prove concrete non ve ne sono per nulla. Basta leggere le dichiarazioni degli stessi evoluzionisti per averne dimostrazione. .la più chiara è sicuramente quella del genetista di Harvard Richard Lewontin, che ha scritto: “Noi difendiamo la scienza nonostante l’evidente assurdità di alcune delle sue affermazioni e la tolleranza della comunità scientifica per delle favole immaginarie… perché abbiamo un impegno materialista aprioristico… Non è che i metodi e le istituzioni della scienza ci obbligano ad accettare una spiegazione materialista dei fenomeni, ma al contrario, siamo costretti dalla nostra adesione aprioristica alle cause materiali… Questo materialismo è assoluto, perché non possiamo permettere l’accesso a Dio” Ecco quanto è valida scientificamente la teoria di Darwin. Ma prendiamo anche un altro importante scienziato evoluzionista, colui che è stato importantissimo nel processo contro l’insegnamento dell’Intelligent Designer nelle scuole americane, ovvero il prof. di filosofia e zoologia M. Ruse: “L’evoluzione viene promossa dai suoi praticanti come più che solo scienza. L’evoluzione viene promulgata come una ideologia, una religione secolare – una completa alternativa al cristianesimo, con significato e moralità. Sono un evoluzionista fervente ed ex-cristiano, ma devo ammettere … che chi si attiene alla lettera ha assolutamente ragione. L’evoluzione è una religione”. Sono gli evoluzionisti che devono dimostrare di avere delle prove… e come si è appena accennato, sono i primi a sapere di non averle”

Ho avuto modo di leggere dei suoi articoli contro diversi esponenti evoluzionisti che lei sostiene appartengano ad una “nomenclatura evoluzionista”. Qual è l’accusa?

“È senza dubbio l’incapacità della nostra cultura universitaria di essere al passo con il resto del mondo occidentale. Quando parlo di “nomenclatura evoluzionista” faccio riferimento alla lobby dei professori evoluzionisti che per diversi interessi screditano tutti coloro che si schierano contro il neodarwinismo. Un esempio è Telmo Pievani, che in una recente intervista ha dato degli stupidi a tutti coloro che sostengono che la teoria di Darwin sia una ideologia e una religione: mi spiace per lui che evidentemente offuscato dalle sue convinzioni non conosce le dichiarazioni degli stessi evoluzionisti fuori dai nostri confini, dichiarazioni come quelle che ho esposto precedentemente”

La sua posizione è molto chiara e mi chiedo se ha esempi concreti in cui gli evoluzionisti hanno sbagliato ad interpretare i dati.

“Ve ne sono moltissimi di esempi, l’ultimo in ordine temporale è quello a proposito di batteri e antibiotici: gli evoluzionisti sostenevano che i batteri si evolvessero per resistere agli antibiotici mentre si è scoperto, come sostenevano altri scienziati non evoluzionisti, che la resistenza agli antibiotici fosse già patrimonio dell’informazione contenuta nel codice genetico dei batteri. Hanno avuto ragione i secondi. Nel nostro codice genetico vi sono informazioni e una complessità incredibile e gli evoluzionisti vogliono farci credere che tutto ciò sia frutto del caso, senza però riuscire a dimostrarci come si “crei” l’informazione contenuta nelle specie viventi. A titolo di ulteriori esempi possiamo citare molto altro.
Gli organismi unicellulari, come scriveva Huxley in contrapposizione all’ipotesi di Paley sostenitore del disegno intelligente, erano ritenuti essere delle semplici gocce di “protoplasma”. Oggi sappiamo che non sono primitivi e tanto meno semplici, sono capolavori, vere e proprie macchine molecolari. Ancora: Darwin sosteneva che lo sviluppo embrionale fosse influenzato da fattori esterni, al contrario è un progetto incorporato negli esseri viventi. Oppure: Cuvier ha avuto ragione nel sostenere che i fossili fossero distinti e separati, ed infatti come è dimostrato da tutti i fossili ritrovati non vi è nessun tipo di possibilità nel ricostruire qualsiasi tipo di albero che preveda una gradualità temporale e morfologica come sostenuto dagli evoluzionisti. Insomma: la variabilità che vediamo non si genera da variazioni casuali ma solamente da rimescolamento genetico, essa è limitata e oscillante e non illimitata come vogliono farci credere i neodarwinisti. La selezione naturale elimina e non contribuisce in nessuna maniera a sviluppare nuove informazioni”

A cura di Andrea Carbone

Squame sovrapposte, ma di quale evoluzione parlate?


 

Anche dopo molteplici perforazioni, la corazza ha mantenuto la sua resistenza, anche se le perforazioni sono solo a due squame di distanza

di Jonathan Sarfati

Vestiti di protezione dovrebbero combinare la durezza (resistenza alle perforazioni) con la flessibilità. Ma i materiali più duri sono normalmente rigidi. Questo viene risolto inserendo pezzettini di una sostanza dura assieme ad uno strato più morbido, es. lorica squamata, armatura romana con squame metalliche cucite sul vestito.

Ingegneri dell’università McGill a Montreal hanno modellato l’armatura sulle pelli squamose di pesci con squame sovrapposte, come quelle della spigola e dell’alligatore (foto in basso). Hanno fatto diversi esperimenti sulla pelle e sulle squame stesse per scoprire quanto dura e resistente (resistenza alla frattura) fossero, e come si rompessero. Gli ingegneri hanno scoperto che le squame più piccole sono più resistenti alle perforazioni e che rappresentano “il materiale a base di collagene più duro conosciuto”.(1)

 

‘Masruby’ CC-BY-SA 4.0 via Wikipedia

 

Primo piano delle squame sovrapposte

 

I ricercatori hanno utilizzato la modellazione computerizzata per ottenere la migliore soluzione, hanno ottenuto delle squame da strisce di ceramica dura, alumina (Al2O3), di 0.6 mm di spessore, e le hanno incollate ad una striscia elastica tesa. Quando la striscia è stata rilasciata, le squame sono scivolate le une sulle altre andandosi a sovrapporre. Questa composizione di squame è stata poi incollata ad una morbida membrana elastica in silicone.

E’ stato scoperto che questa membrana con la corazza squamata era ancora molto flessibile, ma che la durezza non era stata compromessa. Al contrario, la corazza era infatti più resistente alle perforazioni rispetto ad uno strato di ceramica continuo. Inoltre, anche dopo molteplici perforazioni, la corazza mantiene la sua resistenza, anche se le perforazioni sono a sole due squame di distanza.

 

 

Guanto: © IOP Publishing (ref.2)

 

 

Un guanto di Kevlar parzialmente coperto da una pelle sintetica squamata: Dito in posizione (a) estesa e (b) in posizione piegata.

 

Naturalmente, c’è stato il normale omaggio all’evoluzione non basato su alcun fatto:

“Dopo milioni di anni di evoluzione, gli animali hanno sviluppato sistemi protettivi ad alta efficienza per resistere a minacce meccaniche della predazione, lotte fra specie ed ambienti pericolosi”.(2)

Ma come sempre, l’evoluzione non ha contribuito con nessun contenuto scientifico genuino su come funzionasse la corazza, o come si fosse formata. Gli scienziati non si sono certamente affidati a mutazioni casuali ed alla selezione naturale per ottenere i loro guanti corazzati! Questo è uno dei tanti esempi di ingegneri umani che imparano dal Creatore della natura – un campo in rapida espansione chiamato biomimetica o biomimica.(3)

 

Note e referenze

  1. McGill University, Protective wear inspired by fish scales: Ceramic-covered gloves offer industrial workers increased protection from piercing (Vestiti protettivi ispirati da squame di pesci: Guanti ricoperti di ceramica offrono ai lavoratori industriali maggiore protezione dalle penetrazioni), sciencedaily.com, 24 Gennaio 2017.
    1.  Martini, M. and Barthelat, F., Stretch-and-release fabrication, testing and optimization of a flexible ceramic armor inspired from fish scales (Test di fabbricazione “Tira e molla” ed ottimizzazione di una corazza di ceramica flessibile ispirata dalle squame di pesce), Bioinspiration & Biomimetics 11:0066001, 13 Ottobre 2016 | doi:10.1088/1748-3190/11/6/066001.

CIAO CIAO DARWIN


Una teoria che fa acque da tutte le parti

 

David H. Gelernter, classe 1955, è professore di Informatica alla Yale University, noto e famoso (anche per avere sostanzialmente previsto l’avvento di quel pane quotidiano che oggi ognuno di noi dà per scontato e che si chiama World Wide Web). È pure un neocon (se il mondo ricorda ancora chi siano i neocon) e, oltre che uno scienziato, è un autore prolifico e un artista. Nel 1993 è scampato per miracolo a un attentato del terrorista anarchico “Unabomber” (l’ex prodigio della matematica Theodore J. Kaczynski) che gli è costato la mano destra e danneggiato irreparabilmente l’occhio sempre destro. Ma non è per questo che la stampa si sta occupando di lui. Il motivo per cui adesso molti (troppi) ne ridono è un suo articolo-recensione, comparso sul prestigioso trimestrale Claremont Review of Books e intitolato spartanamente Giving Up Darwin, “Rinunciare a Darwin”.

Oggetto della sua recensione sono tre libri. Anzitutto e soprattutto Darwin’s Doubt: The Explosive Origin of Animal Life and the Case for Intelligent Design, pubblicato nel 2012 dal geofisico Stephen C. Meyer, direttore del Discovery Institute’s Center for Science and Culture di Seattle, quindi The Deniable Darwin and Other Essays di David Berlinski (2010), nonché la raccolta di saggi curata da David Klinghoffer, Debating Darwin’s Doubt: A Scientific Controversy That Can No Longer Be Denied (2015), che ricama sul libro di Meyer, rispondendo alle critiche.

La parte del leone la fa il primo, un mastodontico e dotto trattato che interroga e sfida la realtà attorno a quel concetto enorme e sublime che per esempio il fisico italiano Antonino Zichichi chiama “il Big Bang della vita” (ancora più misterioso, importante e sublime del “Big Bang” con cui sarebbe nato l’universo e attraversato “miracolosamente” da quel terzo mistero sublime che, nel quadro del bios, è la comparsa dell’uomo irriducibile alla mera physis, “il terzo Big Bang”). In realtà Gelernter, come osserva acutamente Barbara Kay sul canadese National Post, non ricusa il darwinismo per intero. Semplicemente è stato sorpreso da ciò che ha letto. Del resto i neocon sono famosi per la definizione (in realtà un’autodefinizione) datane dal loro “padrino”, Irving Kristol (1920-2009): liberal aggrediti dalla realtà. Gelernter non fa eccezione. A conti fatti, non trova più il darwinismo rassicurante come un tempo (e come il mondo ripete acriticamente). Anzi, l’ipotesi che maggiormente lo sfida proprio sul piano scientifico, ovvero l’Intelligent Design, gli pare solida, argomentata e seria benché ancora non la abbracci completamente. Il mondo che ci circonda è cioè di una complessità irriducibile tale da escludere (persino statisticamente, verrebbe da dire) la possibilità di essere frutto del caso e di meccanismi capaci di autoprodursi.

Per l’accademico statunitense il darwinismo ha sì ragione nello spiegare «[…] i piccoli aggiustamenti attraverso cui un organismo si adatta a circostanze locali: cambiamenti nella foltezza del pelo o nella foggia delle ali o nella forma del becco», ma certo non il grande quadro della nascita e dello sviluppo della vita sulla Terra. Men che meno l’uomo. In barba al titolo della sua opera più famosa, è cioè «[…] l’origine delle specie ciò che Darwin non è in grado di spiegare», scrive Gelernter. Non senza il gusto per il paradosso, l’informatico di Yale afferma del resto che «la missione di Darwin era proprio quella di spiegare la comparsa evidente di un progetto nella natura». Uno degli scogli davvero insormontabili resta per esempio l’esplosione della vita nel periodo Cambriano (circa 541 milioni di anni fa), lo spartiacque della storia biologica della Terra quando, in un tempo geologicamente assai limitato, la vita compare “improvvisamente” in tutte le proprie varietà e magnificenza secondo tutti gli attuali phyla (un tempo detti “tipi”), ovvero i grandi gruppi tassonomici in cui si divide il regno animale. Prima infatti non c’è praticamente alcunché (le tracce biologiche dell’epoca precedente sono scarsissime e spesso dubbie). Ma, scrive Gelernter, «la teoria di Darwin prevede che le nuove forme di vita si evolvano gradualmente da quelle vecchie, secondo lo schema di un albero biologico che si ramifica e che si amplia costantemente. Le nuove coraggiose creature cambriane debbono quindi avere avuto dei predecessori pre-cambriani, simili ma non altrettanto fantasiosi e sofisticati. Mai più possono essere esplosi all’improvviso, come tanti geyser. Ognuno deve avere avuto un predecessore strettamente correlato a sé, il quale deve a propria volta avere avuto dei predecessori: l’evoluzione darwiniana è infatti graduale, passo dopo passo. Dopo di che, tutti quei predecessori debbono provenire, risalendo ancora più indietro, da un’altra serie di rami, i quali portano (sempre indietro nel tempo) al tronco. Ma i predecessori delle creature del Cambriano mancano. Lo stesso Darwin era disturbato dall’assenza di loro reperti fossili».

E via di questo passo, dubbio dopo dubbio. Né il recensore Gelernter né il recesito Meyer scrivono però per demolire il darwinismo. Semplicemente chiedono al darwinismo di spiegare le proprie affermazioni, contraddette dalle osservazioni della realtà. Tutto qui, scienza vera: che però scandalizza chi si trincera dietro affermazioni ideologiche indimostrate, smentite dai fatti. La notizia dentro la notizia è comunque che un numero sempre crescente di scienziati e di intellettuali trova strettissima la calzamaglia darwiniana dietro cui il neo-illuminismo contemporaneo si cela per non restare in mutande in pubblico.

Marco Respinti per lanuovabq.it

NUOVA SCOPERTA:LA VITA DAL CIANURO


Pare che si sia scoperto da dove viene la vita: dal cianuro. Alcuni scienziati hanno scoperto del cianuro legato ad altri composti in alcuni meteoriti: si pensa allora che i meteoriti, arrivati sulla terra hanno iniziato dal cianuro a produrre la vita. Infatti il cianuro è presente negli enzimi deidrogenasi presenti negli archeobatteri e nei batteri moderni.

Quindi si pensa che il cianuro sia la prima molecola che ha dato origine alla vita. Si continua così a equivocare su che cosa ‘e’ veramente la vita. La vita infatti non è un ammasso di sostanze chimiche reagenti tra loro: dicendo questo si dimostra di non aver capito niente di che cos’è la vita. La vita e ‘ sostanzialmente informazione simile ad un programma di software. E’ come se per capire un computer coi suoi programmi  se ne cercasse la causa nelle sostanze chimiche presenti su un computer. La vita non si spiega esaminando ciascuna sostanza chimica presente: non si spiega ne’ con gli zuccheri, ne’ con i  lipidi, ne’ con le proteine: queste sostanze sono assemblate in modo specifico per  dare origine alla complessità’ della cellula e di tutti gli organismi in modo da dare luogo ad una organizzazione con scopi specifici, allo stesso modo in cui un  software è fatto di sostanze chimiche che insieme formano un  programma. E il programma e ideato  sempre da una intelligenza. E così per capire la  vita bisogna mettere in conto che la causa  di essa è una straordinaria intelligenza .

 

Nunzio Nobile Migliore