Darwinisti ed evoluzionisti, stessa “robba”?


 

La questione tra antidarwinismo e antievoluzionismo è importantissima tanto che nei commenti del mio precedente intervento ci si lamenta del fatto per cui la confusione è aumentata e il mio articolo, quindi, non ha contribuito a migliorarla.
Ma quale è la questione del contendere?
Si vuole dividere il neodarwinismo dall’antievoluzionismo, cioè: il darwinismo non spiega i meccanismi di come si sono evoluti gli esseri sulla terra e quindi è una teoria sbagliata, ma l’evoluzione degli esseri viventi è un fatto in quanto alcune specie si ritrovano improvvisamente ed è logico pensare siano una derivazione di quelle che esistevano precedentemente.
A grosso modo questa è la distinzione. Ma vediamo un attimo il perché io credo la distinzione un errore e sono certo di avere ottime motivazioni. La prima questione che mi viene da affrontare è di tipo etimologico della parola evoluzione. C. Darwin non la usò nel suo testo, lui utilizzò la parola trasformazione, e fu il sociologo H. Spencer a coniare per primo il termine evoluzione per la teoria di Darwin sostituendo la parola trasformazione.

Per Spencer era essenziale fare comprendere come la natura e la società si stessero sviluppando in un contesto di progresso verso il megli. Quindi la parola evoluzione, in ambito biologico, entra con il darwinismo e con esso va collocata, non può essere scissa tanto che il vocabolario Treccani definisce la parola con la seguente spiegazione:

Ogni processo di trasformazione, graduale e continuo, per cui una data realtà passa da uno stato all’altro – quest’ultimo inteso generalmente come più perfezionato – attraverso cambiamenti successivi: secondo un modo di concepire la natura affermatosi alla fine del 18° sec. sulla base di ipotesi cosmologiche (ipotesi di Kant-Laplace sull’origine del Sistema Solare, v. laplaciano) e di teorie sull’origine e la trasformazione delle forme viventi (trasformismo, teoria della discendenza), si è cercato di spiegare in termini di evoluzione i fenomeni cosmologici, chimici, biologici e antropologici…

Questa mia prima considerazione pone quindi un quesito: su quale base si può essere antidarwinisti e non antievoluzionisti?
Ma passiamo alle argomentazioni basate sui fatti e sulla ricerca scientifica.

Premessa

Noi tutti viviamo il nostro tempo e subiamo in modo diretto e indiretto l’azione della cultura dominante che ci fa ragionare e comprendere il tutto in relazione a quanto viene presentato come verità. Soprattutto nel campo della scienza, e il prof. Enzo Pennetta con i suoi molteplici articoli come nelle dirette radio ha dimostrato più volte, non è importante la veridicità di una ipotesi scientifica ma da chi la sostiene. Ecco allora arrivati a un duplice problema, l’autorevolezza di uno scienziato. Spesso per comprendere il valore di uno studioso si verificano le sue pubblicazioni ufficiali e i suoi premi, ma questo, come sappiamo, nulla vuol dire.

Sia le pubblicazioni come i premi sono valutati sostanzialmente da due fattori: pensiero comune (che nell’ambito scientifico è riferibile ai dogmi naturalistici) e interessi economici.

Ecco quindi che all’apice del mondo della scienza troviamo molti scienziati conosciutissimi ma che non hanno realmente contribuito al progresso scientifico. Un esempio a me molto caro per l’Italia è quello del prof. Giuseppe Sermonti, genetista di fama mondiale fuori dai nostri confini nazionali mentre in Italia venne relegato all’Università di Perugia e considerato un pericolo per la scienza. Ma possiamo ricordare anche un altro grande scienziato italiano, Luigi Fantappié, teorico della Sintropia. Sono solo piccoli esempi.

L’autorevolezza di uno scienziato, quindi, non è in relazione all’essere famoso. Tutti noi viviamo e pensiamo quanto ci viene promosso dal sistema culturale in cui viviamo.
Il pensiero dominante influisce nell’interpretazione dei dati scientifici manipolando la possibilità di interpretare in modo differente al di fuori del paradigma dominante.
Le neuroscienza hanno spiegato molto bene come il cervello funziona in questi casi e come automaticamente si cerchi di trovare sicurezza in quanto ci viene “disegnato”. Per avere una valutazione il più oggettiva possibile è necessario uscire dalla “gabbia” interpretativa del neodarwinismo/evoluzionismo

Evoluzione? Dove? Quando? Le prove?

L’ipotesi di una evoluzione della specie deve avere un’origine, qui nasce lo stesso problema del neodarwinismo:

la vita da dove è giunta?

Sappiamo benissimo che non vi è risposta a questa domanda, ma proviamo ad andare oltre. Quando è nata la vita? La domanda è importante perché per esserci evoluzione ci debbono essere necessariamente tempi capaci di spiegare questo processo. Ma anche qui siamo in un campo difficilissimo perché più che reali prove si finisce nel paradigma darwinista. Tutti i metodi per misurare i fossili come gli strati geologici differiscono nei risultati e quindi, per “sistemare” i problemi relativi alle datazioni, si da per certa l’evoluzione in senso darwinista. In sostanza si finisce in un circolo vizioso: il darwinismo e quindi l’evoluzione sono un fatto e vi è la necessità di una storia della vita lunga per permettere la trasformazione/evoluzione delle specie.
Ne consegue che se il darwinismo è errato anche tutto quanto si è sviluppato attorno lo sia, quindi creando grossi problemi al datare i fossili e gli strati geologici.

Le prove

Quali sono le prove a supporto di una evoluzione? La tesi a sostegno dell’ipotesi è quella per cui esistono specie che seguono altre. Attenzione, la parola seguono non sta a indicare che sono derivate ma solamente che alcune specie sono esistite e poi si sono estinte e altre sono comparse improvvisamente, questo fatto non stabilisce una discendenza da quelle precedenti a quelle che sono susseguite, il fare questo tipo di ragionamento nasce dal dogma neodarwinista e non da prove empiriche. Nessuno a oggi può provare che vi siano discendenze dirette tra specie con aumento di informazioni e complessità da specie più antiche arrivando a quelle di oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che non vi è aumento di complessità dalle specie più antiche verso quelle presenti oggi e non esistono organismi semplici nel passato poi, con il passare degli anni, decenni, secoli, millenni, ere e quanto si voglia, divenute più complesse.
La genetica dimostra che le informazioni sono già presenti nel codice genetico e al contrario di quanto sostengono i darwinisti gli organismi viventi non producono nuove informazioni ma le perdono con il passare delle generazioni andando, quindi, verso una degenerazione genetica e sostanzialmente a una involuzione tanto che per quanto riguarda l’uomo il genetista J. Senford è giunto a spiegare che i DNA non si è mai evoluto, ma è sempre stato in uno stato di degenerazione.

In sostanza in passato l’informazione presente nel codice genetico era maggiore e con il passare dei secoli è diminuita. I lavori del genetista sono stati pubblicati dalla Cornell University. Credere nell’evoluzione è un atto di fede e nulla cambia dal neodarwinismo.

Sull’origine della vita come sul motivo perché esistiamo noi e le altre specie non vi è nessuna prova scientifica; troviamo solo ipotesi e a nostro avviso sono tutte basate su atti di fede. Neodarwinismo, evoluzionismo, creazionismo, progetto divino, mente divina sono posizioni sostenibili in relazione alla credenza della persona che sostiene l’ipotesi. La scienza, in questo campo ha dato solo una risposta: la vita nasce dal altra vita.

 

Evoluzionismo e Creazionismo


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Sino a oggi abbiamo presentato il pensiero antievoluzionismo con documentazione scientifica che smonta tutte le ipotesi degli evoluzionisti, nel blog del comitato antievoluzionista si possono reperire diversi articoli specifici che spaziano dalla spiegazione di come funziona la selezione naturale alla confutazione della creazione di informazioni tramite mutazioni genetiche. In molti pezzi sono riportati gli scienziati e i loro studi, da quelli di fama mondiale come i nostri studiosi in Italia. Tra i tanti che abbiamo citato voglio ricordare il biologo  j. Wells, il genetista  J. Sanford, il teorico dell’informazione W. Gitt, lo scienziato di chimica fisica S. Cole, lo zoologo W. J. Veith, il geologo A. Snelling, il fisico nucleare B. Clausen, il biologo J. R. Bergman e tanti tanti altri. La favola che non vi sono scienziati e soprattutto biologi antievoluzionisti è stupefacente quanto il fatto per cui chi è credente non possa essere uno scienziato.  

Gli antievoluzionisti considerano la teoria di Darwin e la sua “evoluzione” come un atto di fede e non scienza sperimentale, nessuno chiede che venga vietato di credere a qualcosa di tanto assurdo come il neodarwinismo il quale vuole la vita nata dal nulla e il suo sviluppo basato da processi talmente incredibili che, come sostiene l’antidarwinista Enzo Pennetta, confermerebbe l’esistenza di miracoli e quindi di DIO, dando incredibilmente ragione ai sostenitori del creazionismo. L’idea materialista della vita ha una impostazione talmente incredibile che solo i miracoli e la fortuna potrebbero avere dato sviluppo alla complessità degli esseri viventi come del sistema in cui viviamo (facciamo riferimento al famosissimo libro di G. Gonzalez e J. W. Richiards); infatti il più famoso scienziato evoluzionista e ateo al mondo, R. Dawkins, non ha esitato a scrivere che la vita è opera di un miracolo. Ma non solo, Nature, la rivista scientifica più importante ha pubblicato nel 1999 una dichiarazione di S. C. Todd:  

“anche se tutti i dati indicano un progettista intelligente,  

una tale ipotesi è esclusa dalla scienza perché non naturalista”

 

si comprende benissimo la questione: la scienza non ha provato il neodarwinismo ma al contrario ha dimostrato che l’ipotesi della scuola dell’Intelligent designer ha maggiore validità, ma non è accettabile perché posizione lontana dal naturalismo (materialismo). Ecco allora spiegato quanto da noi sostenuto da sempre: il neodarwinismo non è scienza,  è imposto perché utile alla visione naturalistica della vita e quindi sostenuto per impostazione ideologica (scientismo). 

Avendo definito, grazie a molteplici saggi e articoli, il neodarwinismo un atto di fede e quindi ritenendolo non materia scientifica prenderemo spunto dal bellissimo saggio di M. Georgiev “Charles Darwin, oltre le colonne d’Ercole. Protagonisti, fatti, idee e strategie del dibattito sulle origini della vita” per presentare le tesi dei creazionisti che, al contrario degli evoluzionisti, ammettono la necessità di un atto di fede per credere alle loro tesi.  

Georgiev, medico e biologo, è stato per tutto l’inizio degli anni 2000 il più attivo divulgatore del pensiero creazionista in Italia pubblicando saggi e libri e confrontandosi con diversi scienziati citati sopra. Nel suo interessantissimo libro, l’autore, conclude con un capitolo straordinario intitolato: Il creazionismo sostenibile: i limiti della ragione.  

Ribadiamo che il neodarwinismo non è scienza sperimentale e quindi il creazionismo ha tutto il diritto di contrapporsi in modo sostanziale a una ipotesi che necessità di “miracoli” e colpi di fortuna. 

Fabrizio Fratus

Precisazioni su antidarwinismo, antievoluzioniste, ID e creazionismo


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Su richiesta di Fabio Vomiero abbiamo riproposto e approfondito alcuni punti del confronto su antidarwinismo, Intelligen Design e creazionismo del 1 marzo 2015.

Inizialmente le domande erano rivolte solo a Fabrizio Fratus in quattro punti proposti da Fabio Vomiero, a seguire abbiamo messo le risposte non solo di Fratus ma anche quelle di Pennetta e Bertolini per riproporre il confronto originale e per completezza.

  1. La teoria dell’evoluzione non ha prove.

In realtà di prove ce ne sono parecchie, dai fenomeni di adattamento, spesso imperfetti, al dimorfismo sessuale (cervo, pavone), alla convergenza evolutiva, agli organi vestigiali, all’anatomia comparata con i casi di omologia, in cui per esempio la pinna di balena, il braccio di uomo, la zampa di cane, l’ala di uccello sono costituite dalle stesse ossa, alla biogeografia (marsupiali solo in Australia), agli interessanti stadi evolutivi nel campo dell’embriologia. Oltre naturalmente ai dati derivanti dalla paleontologia e dai recenti studi di genetica evolutiva. L’evoluzione pertanto è una teoria scientifica, ma è anche un fatto. Ricordo peraltro, per chi dubita dei fossili, che il processo di fossilizzazione è molto raro in natura (il processo normale è la decomposizione), per cui è ovvio che i fossili di cui disponiamo rappresenteranno soltanto un’infinitesima parte degli organismi effettivamente vissuti sulla Terra.

Risposta Pennetta: 

l’evoluzione degli attuali viventi da antenati comuni è l’ipotesi più ragionevole che possiamo fare, quella che non è invece soddisfacente è la spiegazione neo-darwiniana di come ciò sia avvenuto. Quindi riassumendo, evoluzione sì, nei-darwinismo no.

Risposta Fratus:

Lo studio della biogeografia cerca di ricostruire la storia delle specie e del popolamento del territorio in cui vivono; la disciplina fornisce molti esempi di “evoluzione” ma in realtà, poi, verificando, si tratta sempre e solamente di “microevoluzione” (esempio dei vermi: planaria alpina, planaria gonocephala e Polycelis cornuta – Junker e scherer, op. cit. 2007, p. 213). Per la logica evoluzionista sono esempi di evoluzione, in realtà non è così in quanto è solamente una variazione interna alla specie limitata da regole ben precise interne al codice genetico. Nulla dimostra evoluzione da una specie a un’altra se non un’interpretazione dettata da una specifica visione di idee. L’esperimento Lenski è una dimostrazione di quanto non esista niente al di fuori dell’informazione del codice genetico. Il susseguirsi di diverse specie nelle diverse epoche geologiche è una interpretazione dettata dalla visione dominante del momento, le stesse epoche geologiche sono una “convenzione” e non una fatto scientifico e Stenone potrebbe ancora dirci molto. Per gli organi vestigi ali va detto che nessuno scienziato serio li cita in quanto hanno funzioni ben specifiche. Dai miei studi non risulta nessun aumento di complessità da una specie a un’altra in relazione al tempo; ciò comporta che il concetto di evoluzione delle specie è furviante.

Risposta Bertolini:

Organi vestigiali: L’idea di organi vestigiali ormai è un’argomento datato. Non esistono gli organi vestigiali come le più di 100 organi dell’uomo che ora sappiamo hanno TUTTI una funzione. Nel 1999 è stato scoperto una funzione anche per l’ultimo organo considerato vestigiale nell’uomo.

Omologia: Molti esempi di omologia sono meglio spiegate dal punto di vista di un progetto intelligente. Inoltre, crescenti conoscenze delle fondamenti genetiche e molecolari della vita rivelano molti importanti eccezioni e contraddizioni alla teoria. Come risultato l’omologia, come prova dell’evoluzione, si può considerare confutata. Gli evoluzionisti hanno cercato di spiegare i molti esempi che sono eccezioni, definendo quelli che sono simili per discendenza da un antenato comune, omologia, mentre quelli che sono simili solo per funzione, sono chiamate analoghe. Gli arti anteriori dell’uomo, delle balene, degli uccelli e dei cavalli sarebbero omologhe, mentre le ali degli uccelli e degli insetti sarebbero analoghe. Però la struttura dello scheletro dell’ala di un uccello sarebbe omologa a quella di un pipistrello, per discendenza da un antenato rettilio comune, ma sarebbero contemporaneamente analoghe per la modifica di funzione per il volo (piume per gli uccelli e membrana della pelle per il pipistrello). Così quando una similitudine di disegno sostiene l’evoluzione diventa un’omologia e viene accettata come una prova dell’evoluzione, mentre quando non sostiene l’evoluzione le stesse similitudini diventano analoghe e cosi può ora sostenere l’evoluzione. L’esistenza di strutture analoghe viene spiegato con un’evoluzione convergente attraverso un’evoluzione indipendente di strutture simili grazie a pressione ambientali simili. Tuttavia, ancora una volta ci sono delle serie obiezioni alla proposta evoluzionista. L’embriologia ha dimostrato un importante problema per organi o strutture identiche o molto simili in differenti animali che non si sono sviluppate dalla stessa struttura o gruppo di cellule embrionali? Non è insolito trovare strutture fondamentali come il tratto digestivo (tubo digerente) che si forma da tessuti embrionici differenti in diversi animali. Per esempio negli squali questo si forma dal tetto della cavità digestiva embrionica. Nelle rane si forma dal tetto ed il fondo, invece in uccelli e rettili dalla parte inferiore del disco embrionico o il blastoderma. Anche il classico esempio del arte anteriore vertebrato (a cui si riferisce Darwin e che viene citato in centinaia di libri di testo come prova dell’evoluzione) ora si è dimostrato errato come esempio di omologia. Questo perché lo sviluppo degli arti anteriori in parti del corpo differenti in specie differenti, ma con struttura simile, non può essere spiegata dall’evoluzione. Gli arti anteriori di un tritone si sviluppano dai segmenti del torso da 2 a 5, in una lucertola da 6 a 9, e nell’uomo i segmenti si sviluppano da 13 a 18 (de Beer, S.G., Homology, An Unsolved Problem, Oxford University Press, London, p. 13, 1971). Il Dr. Michael Denton ha concluso che questa prova dimostra che gli arti anteriori non si sono sviluppati omologamente. Nuovamente la spiegazione più logica e coerente è quella di un progettista che nel suo disegno ha usato la stessa soluzione per diverse specie che devono tutte vivere nello stesso ambiente. La ruota della biciclette, della moto e della macchina condividono lo stesso ottimo disegno che è considerato il più efficace. Perché reinventare la ruota?

Biogeografia (marsupiali solo in Australia): Marsupiali vivono anche in Sud America (Allaby, M., Dromiciopsia; in: A Dictionary of Zoology, Oxford University Press, Oxford, 1999; encyclopedia.com.) e sembrerebbe che fossili di marsupiali sono stati trovati su ogni continente. I fossili di marsupiali del Tardo Cretaceo (supposto 85 – 65 milioni di anni fa) si trovano esclusivamente in Eurasia e Nord America.

Stadi evolutivi nel campo dell’embriologia: Questo sarebbe forse un riferimento agli Embrioni di Haeckel. Da decenni “La teoria della ricapitolazione è defunta”, Stephen J. Gould, Natural History, 89:144, Aprile 1980. “Questo è uno dei peggiori casi di frode scientifica”, M. Richardson, The Times (London), p. 14, 11 Agosto 1997.

L’evoluzione pertanto è una teoria scientifica, ma è anche un fatto: E’ un fatto per chi sceglie di credere nell’evoluzione come ideologia. Per chi invece arriva a conclusioni fondati sulla vera scienza e dati empirici deve concludere che l’evoluzione è solo in ipotesi, perché non rispetti nemmeno i criteri di una teoria scientifica: osservabile, testabile, ripetibile.

I fossili di cui disponiamo rappresenteranno soltanto un’infinitesima parte degli organismi effettivamente vissuti: Secondo Darwin: “…171Perché, se le specie sono discendenti da altre specie attraverso graduazioni impercettibilmente sottili, non vediamo ovunque innumerevoli forme di transizione?… Invece quello che vediamo sono delle specie ben distinte… 280Allora, perché ogni formazione geologica non è piena di anelli intermedi? La geologia sicuramente non rivela nessuna di tali catene organiche finemente graduate; questa, forse, è la più ovvia e grave obiezione che si possa sollevare contro la mia teoria.” “Sulle origini delle specie”, 1859, London:  John Murray, 1° edizione, pp. 171, 280. Dott. Colin Patterson, Senior Paleontologo, Museo Britanico di Storia Naturale: “Concordo pienamente con i Suoi commenti riguardo la mancanza di illustrazioni chiare di forme di transizione nel mio libro. Se fossi stato a conoscenza di una qualsiasi forma, fossile o vivente, li avrei sicuramente inclusi… Lo dico apertamente – non esiste alcun fossile per il quale uno possa difendere la posizione in maniera inattaccabile.” L.Sunderland, Darwin’s Enigma, Master Books, Arkansas, USA, pp. 101–102, 1998

  1. La teoria prevede un concetto di “finalità”, dal meno al più evoluto.

Nel fenomeno dell’evoluzione non c’è nessuna finalità o intenzionalità, non c’è un progresso verso la perfezione. C’è semplicemente una variabilità genetica naturale “casuale” e su questa variabilità interviene la selezione naturale “favorendo”, localmente, un vantaggioso successo riproduttivo degli individui che portano le traduzioni fenotipiche di mutazioni geniche favorevoli, più adatte all’ambiente. E’ generalmente un processo lento e progressivo (piccoli cambiamenti), anche se non sempre e non necessariamente.

Risposta Pennetta:

Jacques Monod ricorda nel suo “Il caso e la necessità” che nella scienza sperimentale vige il postulato di oggettività che afferma: “…il rifiuto sistematico a considerare la possibilità di pervenire ad una conoscenza vera mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di progetto”. Si tratta di “rifiuto” di ipotizzare cause finali, mai di dimostrazione, quindi il finalismo potrebbe anche esserci ma la scienza semplicemente non se ne occupa. Affermare una mancanza di finalità nell’evoluzione è antiscientifico in quanto si compie l’errore di attribuire alla scienza la capacità di esprimersi sull’esistenza o meno di un finalismo.

Risposta Fratus:

Quanto posto nella domanda a mio avviso va in contrasto con la logica dei sostenitori di C. Darwin, proprio il concetto di “evoluzione” implica una finalità e cioè un miglioramento che nella logica neodarwinista è una maggiore complessità delle specie derivate da quelle precedenti. Nel testo “l’uccelosauro” vengono riportati esempi specifici di specie e della loro varietà nel contesto territoriale in cui vivono, demoliscono il concetto di evoluzione. Le specie hanno specifiche caratteristiche per il territorio in cui vivono e non è possibile una loro “evoluzione” da altre specie tramite selezione naturale. E’ dimostrato che in tutte le specie sono già presenti le informazioni genetiche per vivere in determinati territori, nel caso in cui la specie si trovasse in ambienti diversi si estinguerebbero.

Risposta Bertolini:

Perché molti evoluzionisti come Richard Dawkins sostengono che l’evoluzione ha solo l’apparenza del disegno: “la biologia è lo studio di cose complicate che hanno l’apparenza di essere state progettate per uno scopo.” Dawkins, R., The Blind Watchmaker, W.W. Norton & Company, New York, p. 1, 1986. L’evoluzionista non crede per niente nella totale casualità.

  1. La teoria di Darwin fu imposta per ragioni politiche, per giustificare il colonialismo.

Questo non è argomento scientifico, per cui ognuno può argomentare secondo il proprio background.

Risposta Pennetta:

Questo è un argomento storico e come tale va studiato, negare la possibilità di farlo significa negare che la Storia possa essere una disciplina con pari dignità di altre. Certamente i suoi metodi sono specifici, ma a pensarci bene anche l’evoluzione è una disciplina storica e ciascuno potrebbe interpretarla secondo il proprio background. La nascita del darwinismo sociale di H. Spencer prima del darwinismo scientifico è una prova più che certa del fatto che la teoria fu molto supportata per motivi politici.

Risposta Fratus

Quanto da me affermato è un fatto storico facilmente dimostrabile e fino a prova contraria la storia è una scienza sociale che applica metodologie specifiche per l’indagine e il suo studio.

Risposta Bertolini:

Non sono d’accordo che la teoria dell’evoluzione esiste solo per motivi politici. La situazione è molto più complessa.

  1. Sostenere la teoria dell’evoluzione equivale a un atto di fede e quindi la teoria stessa è un’ideologia.

Abbiamo visto come l’evoluzione invece sia un fatto scientifico per cui risulta strano sentire dire “io credo” alla teoria dell’evoluzione, sarebbe come dire che in fisica uno dica “io credo” alla relatività, in genere non si “crede” alle teorie scientifiche, semmai si cerca di lavorare per confermarle e approfondirle oppure confutarle, quindi la scienza vera, se fatta bene, non è mai una fede e nemmeno un’ideologia.

Risposta Pennetta:

La teoria dell’evoluzione non è paragonabile alla teoria della relatività o simili in quanto si tratta di qualcosa che è avvenuto storicamente, come detto sopra è la spiegazione più ragionevole delle documentazioni fossili e di altre caratteristiche dei viventi. In poche parole è ragionevole ma bisogna pur crederci.

Ben diverso è il discorso per quanto riguarda la teoria darwiniana che basandosi sull’origine casuale dei nuovi caratteri (non dimostrabile per lo stesso postulato di oggettività) e scontrandosi contro un’altissima improbabilità statistica richiede, per essere accettata, proprio un atto di fede e quindi è assimilabile ad una religione atea che possiamo chiamare ideologia.

Risposta Fratus:

Come specificato sopra non esiste fatto scientifico tanto che come teoria non è falsificabile, diviene quindi automatico comprendere l’assunto per cui il neodarwinismo è un atto di fede da parte di coloro che credono la scienza come strumento per comprendere “ il tutto”. La verità è che la scienza è uno strumento con cui possiamo comprendere alcuni fatti, osservarli e studiarli ma su molti argomenti non può dare risposte e nel caso delle nostre origini come delle ragioni per cui viviamo ed esistiamo non ha spiegazioni. Credere in un qualcosa autogeneratosi (la vita) e autosviluppatosi (evoluzione della specie dal meno complesso al più complesso) senza avere prove riproducibili in laboratorio o osservabili in natura cosa sarebbe se non un atto di fede?

Risposta Bertolini:

Quando la scienza ha dimostrato l’impossibilità della abiogenesis (Pasteur, Hoyle, ecc) e una continua ad insistere che la vita è nata tramite la abiogenesi, allora non se lo può chiamare scienza, ma una fede cieca, cioè una religione: “L‘evoluzione viene promosso dai sui praticanti come una cosa che va oltre la mera scienza. L’evoluzione viene promulgata come un’ideologia, una religione secolare, un’alternative completa alla cristianità, con significato e moralità. Sono un convinto evoluzionisti e ex-cristiano, ma devo ammettere l’evoluzione è una religione. Questo era vero all’inizio e lo è ancora vero oggi.” Michael Ruse 

  1. Il creazionismo (vedi libro di Antony Flew) è sostenibile a livello scientifico.

Io ho letto il libro, molto interessante peraltro, ma il problema del creazionismo è principalmente questo: non ci fa fare molti passi avanti. Nel libro, inoltre, l’argomento a mio avviso è trattato in modo naturalmente più filosofico che scientifico e i timidi tentativi di riferirsi a qualche approccio di tipo scientifico appaiono sostanzialmente insoddisfacenti. E poi, perché se ci sono cose che la scienza non riesce a spiegare (come ad esempio l’origine della vita), allora automaticamente quelle stesse cose debbono essere spiegate soltanto da un intervento Intelligente? Ricordiamoci che c’è sempre anche una terza via che è quella dell’ignoranza. La scienza molto spesso purtroppo è consapevolmente e dichiaratamente ignorante, nonostante le utopistiche aspettative della gente.

Risposta Pennetta:

Accolgo pienamente la terza via, quella dell’ignoranza: ancora non sappiamo come la vita sia comparsa e si sia evoluta.

Risposta Fratus:

Nel testo di M. Georgiev “Charles Darwin oltre le colonne d’Ercole” vi è un capitolo specifico dal titolo: il creazionismo sostenibile: i limiti della ragione.

Come anche sopra se la domanda d’origine della questione è errata la risposta dovrà stabilire questioni differenti. Antony Flew non era creazionista e non ha scritto un libro sul creazionismo. Il testo del più famoso ateo del ‘900 convertitosi al teismo nel 2004 è un libro in cui spiega perché la ragione prima e la scienza poi lo conducono a concepire l’esistenza di Dio. Nulla ha a che fare con il creazionismo. I creazionisti sono scienziati (sempre in aumento) che credono nella Bibbia e in Genesi. Tra di loro possiamo trovare genetisti come J. Sanford o biologi come W. Weitz, e J. Wells, Biochimici come J. Sarfati o fisici A Roth e via discorrendo.

Risposta Bertolini:

Non dimentichiamo i grandi scienziati creazionisti come Pascal, Newton, Linnaeus, Faraday, Joule, Mendel, Pasteur, ecc.

Quindi, in conclusione, si può dire che la teoria sintetica dell’evoluzione, che è la moderna e ovvia rivisitazione della teoria di Darwin, non è una teoria molto dettagliata, ma è invece una descrizione a grandi linee, uno scenario, uno strumento in cui noi inquadriamo tutta una serie di dati biologici. Non è né perfetta, né completamente soddisfacente, quindi è normale che ci sia un dibattito in corso, però nei suoi tratti fondamentali è una teoria che ancora funziona e Darwin oggi ne sarebbe certamente orgoglioso.

Conclusioni Pennetta:

La teoria neo-darwiniana è molto dettagliata nello spiegare fenomeni microevolutivi ma è del tutto incapace di spiegare la macroevoluzione. Si tratta di una teoria che, contrariamente a quanto creduto, è di nessuna utilità nella medicina e nello sviluppo di altre discipline. Non fornisce un quadro dei fenomeni biologici ma solo una narrazione degli stessi, una sorta di mitologia adatta ai nostri tempi. Sul fatto che Darwin sarebbe orgoglioso non possiamo esprimerci.

Conclusioni Fratus:

La teoria neo sintetica dell’evoluzione è un problema della scienza, non contribuisce a nulla se non a speculazioni ideologiche sulla nostra esistenza. Lo stesso già citato Georgiev fa notare come la vita dell’uomo non ha avuto nessun tipo di vantaggio dall’interpretazione darwiniana e ancora più specificatamente il medico Giovanni lo Presti, al suo 5° libro sull’argomento, ha dimostrato come nella medicina, usando le logiche darwiniste, si contribuirebbe a fare morire le persone. Nessuno può sostenere che lo studio della biologia evoluzionista ha contribuito a vantaggi in qualche campo della vita.

Conclusioni Bertolini:

Per ampliare la risposta di Fratus: “In realtà, negli ultimi 100 anni, quasi tutta la biologia si è avanzata indipendentemente dall’evoluzione, eccetto la biologia evolutiva stessa. La biologia molecolare, la biochimica, la fisiologia non hanno a fatti considerato l’evoluzione.”, Dr Marc Kirschner, presidente fondatore del Reparto dei Sistemi Biologici, Harvard Medical School, The Boston Globe, 23 Ottobre 2005. “…la maggior parte [dei biologi]conduce il suo lavoro tranquillamente senza fare particolare riferimento alle idee evolutive. L’evoluzione sembrerebbe l’indispensabile idea unificante, e nello stesso tempo un’idea perfettamente inutile.”, A. Wilkins, Introduzione (edizione sui processi evolutivi), BioEssays vol. 22 no.12, p. 1051, Dicembre 2000.

Differenza tra: antidarwinismo, antievoluzionismo e creazionismo


 

 

Da parte darwinista vengono creati spesso avversari di comodo, ecco la vera distinzione tra i critici della teoria.

Dal convegno di Roma del 1 Marzo 2015

Sono finalmente disponibili una traccia audio e due filmati dell’incontro-“scontro” tenutosi a Roma a inzio marzo fra creazionismo e antidarwinismo. A rappresentare la posizione antidarwinista c’era il prof.Enzo Pennetta, mentre parlava per quella creazionista l’ing. S.Bertolini, presidente A.I.S.O, Fratus, che rappresentava la posizione antievoluzionista mediava invece i due. Come è naturale che sia in casi come questo, quando si parla cioè  di posizioni critiche verso un qualche cosa è necessario, dando per scontato che si conosca quel qualche cosa a sufficienza, spiegare cos’è che si va a criticare. Io reinvito caldamente a rivedere questo commento compresi quelli da questo richiamati all’attenzione, onde evitare che, come di consueto, si “perda tempo” a ribadire cose già dette più di quanto non sia necessario fare a scapito invece di una prosecuzione di eventuali analisi, discussioni che poi sono certamente più interessanti e proficue per tutti. Brevemente prima di procedere alle differenze fra le due  posizioni a confronto, va ricordato che il nucleo della critica a tutte quelle “entità teoriche”  che abbiamo (non solo noi e non viene fatto a torto) raggruppato sotto il nome di neodarwinismo (o teoria sintetica dell’evoluzione) sta nel fatto di ritenere le spiegazioni offerte circa la ‘macroevoluzione’ fallaci ed inconsistenti, trovando quella che è la teoria che fa da paradigma a comune a tutte quelle entità teoriche non scientifica, priva di corroborazioni e criterio di falsificabilità oltre al fatto di non aver portato a nessuna scoperta, a nessun risvolto “tecnologico” in 150 anni ad oggi.

Spesso e volentieri giocando sui termini ‘evoluzione’, per esempio se si vuole definire evoluzione qualunque mutazione nel DNA, perfino  la speciazione per poliploidia è evoluzione, ma si tratta di una forzatura ad uso apologetico. Ma anche le speciazioni allopatrica, parapatrica, simpatrica e peripatrica sono evoluzione, come hanno provato placidamente a dar ad intendere anche commentatori intervenuti su CS. Pennetta aveva già espresso la sua critica su un certo uso di certe definizioni, così come si era parlato di non-casi di evoluzione come questo, questo senza dimenticare i soliti casi del nylonase, della salmonella, dell’esperimento di Lenski, etc…. Quindi il punto della critica alla teoria sintetica è che questa non è “imperfetta”, ma funziona per niente.

E’ ovvio che funziona a livello di microevoluzione, però non è una fallacia logica dire che non funzionaperché non era certo né l’intento della teoria di Darwin né di tutto quanto a seguire l’intento di spiegare la microevoluzione. E’ inoltre chiaro che medici ed epidemiologi ogni anno studiano come, tramite mutazioni e selezione, possano emergere nuovi tipi di virus, e altre cose simili, ma senza la teoria di Darwin davvero si pensa che sarebbe stato diverso il risultato? Quale vantaggio infatti  porta l’applicazione della teoria darwiniana sulla produzione di vaccini antinfluenzali? Nessuna. Il sistema tolemaico almeno funzionava, ci si prevedevano le eclissi e i transiti planetari, con la teoria darwiniana cosa ci si prevede? Nulla. Quí come altrove si studiano i processi microevolutivi. Quello che abbiamo con la teoria sintetica sono solo retrodizioni post-hoc. Per dirla quindi  semplicemente si critica quel paradigma che vede un ben preciso legame fra micro e macro evoluzione e che mantiene (anche se non più di tipo filetico) un certo presunto gradualismo. Per questa ragione che poi si accomunano,ad un certo punto, posizioni in altri versi anche distanti come possono esserlo quella di Pigliucci e quella di Dawkins.

I sostenitori di questa ‘teoria sintetica’ sostengono che sia meglio accontentarsi di una spiegazione imperfetta (come del resto lo sono tutte le teorie), ma comunque migliore del silenzio, e che poi la formulazione di una proposta alternativa sia indispensabile per ”mandare in soffitta” una teoria. Ebbene questi sono pensieri non scientifici (il secondo poi è una comoda invenzione..). Se ci si trova di fronte ad una strada  senza uscita,si  continua a sbatterci la testa come potrebbe fare una povera mosca contro il vetro, solo perché nessuno sa indicargliene un’altra, oppure si  torna indietro e ci  si mette a cercarla quell’altra strada? Se in Fisica avessero ragionato allo stesso modo staremmo ancora al modello atomico di Rutherford e non sarebbe mai arrivato quello di Bohr. Ribadiamo comnque che si sta parlando di un qualcosa che non funziona male,ma non funziona per nulla. Queste ultime cose sono state spiegate anche da Pennetta  durante i suoi interventi  al confronto con Bertolini.

Brevemente, prima di tutto, definiamo la posizione creazionista, cioè della creation science, come  quell’insieme di entità teoriche per cui sarebbe possibile avere una prova scientifica della creazione del mondo e delle specie rifacendosi ad una certa lettura letterale di un testo sacro, da non confondersi con chi crede in un Creatore. E’ chiaro (dovrebbe esserlo) che c’è un problema in cosa si va ad intendere con scienza. Ora, la scienza moderna, che si è sviluppata pian piano nel corso del medioevo, in grembo al cristianesimo, trovando poi col metodo galileiano un buon punto di inizio e si è sviluppata sino ad oggi ha l’obiettivo di “prevenire e gestire”. Con ciò si va ad intendere sia la capacità di effettuare previsioni quindi riuscire ad evitare effetti indesiderati come la capacità di “controllare”un certo fenomeno.Questo per riassumerla nel modo più sintetico e brutale possibile, ma ad ogni modo per raggiungere il suo obiettivo la scienza indaga e risponde ai vari “come mai?” e non ai vari “perché?”. Questa è una cosa che non può proprio fare, e non è neanche detto (molti sbagliano su questo punto) che la scienza debba trovare risposta a tutto in questo tempo o in tempi futuri. Certe risposte, anche se giustamente cercate possono rimanere senza risposta. Se ciò accade si ammette un liberatorio “non lo so” si individua una via dove cercare, si vede se si arriva da qualche parte altrimenti si riparte… non si tiene una cosa che non funziona perché non c’è altro.

Così l’antidarwinista,rigettando la spiegazione darwinista fà un passo indietro. Presa coscienza di quelli che sono i dati, di quelle che sono le evidenze scientifiche si riparte dalla “congettura ragionevole” dell’evoluzione,ossia della trasformazione di un qualcosa in un qualcos’altro (passaggio che deve coinvolgere la formazione del ‘nuovo’) in un certo lasso di tempo.

Il “creazionista” rigetta anche la scientificità dell’evoluzione tout court, non la accetta neanche come punto su cui sviluppare una ricerca e sostiene che si possono trovare solo due posizioni, una materialista, che poi è sempre per loro un neodarwinismo rivisitato, e una creazionista. La prima porterebbe ad accettare n-mila miracoli, la seconda l’esistenza di un Dio Creatore. Beh entrambe le posizioni non sono scientifiche, quindi potranno aver da che dire sul piano filosofico come al più della storia naturale, ma se si vuole sviluppare una critica scientifica le due risultano inadeguate, una fallace e una scavalca a piè pari i limiti della scienza. Poi certe cose sicuramente potranno (come no) risultare interessanti, affascinanti, verosimili perfino, ma se non possono rispettare quel modello che grantisce quella qualità dei risultati che il metodo scientifico garantisce (non un’altra) non possono essere scienza. Come ricordato altre volte, se è infatti sufficiente una parvenza verosimile o il fatto di essere una spiegazione ben motivata di qualche aspetto del mondo naturale che può incorporare fatti, leggi, illazioni e ipotesi testate potrebbero essere scienza anche l’astrologia, l’antroposofia, la metafisica etc etc.. Invece quel costrutto garantisce una certa qualità dei risultati e caratteristiche alle teorie scientifiche che consentono un continuo progresso scientifico orientato a osservare, esplorare per gestire e fare previsioni utili, appunto per perseguire quegli obiettivi ricreati precedentemente.

E così, una teoria delle origini serve non tanto a scoprire come le cose sono andate veramente, che potrebbe anche essere  fuori dalla portata della scienza, ma a indirizzare vari campi di ricerca verso la direzione che appare più produttiva, ricordando sempre che non sta scritto da nessuna parte che la scienza debba né che potrà dare tutte quante le risposte, e questo non solo quanto riguarda solo  i “perché”, ma anche i “come mai”. Va da sé che non ha senso fare una “conta dei miracoli” per vedere quale teoria richieda di accettarne meno, infatti come il contatore segna 1, ce n’è già uno di troppo per la scienza. Si può anche aprire una parentesi sulle datazioni, un qualcosa che nelle argomentazioni portate avanti dai gruppi “creazionisti” è spesso presente e prende largo spazio in discussioni fra questi e neodarwinisti. E’ chiaro che ci sono tanti esempi in cui i metodi di datazione hanno dato ‘date’ sbagliate per rocce di età conosciuta, ed è sicuramente condivisibile che i casi dubbi riportati dai creazionisti, e le conseguenti riflessioni, sono del massimo interesse nella formulazione di una corretta ricostruzione degli eventi che hanno caratterizzato la storia della Terra. Tuttavia va tenuto presente che il modello standard utilizzato tiene conto del fatto che tutta una serie di eventi possano falsare una datazione, perciò in assenza di ragioni per considerare eventi estremamente catastrofici, si può prendere per buono il modello e vedere cosa se ne ricava, essendo comunque funzionante e parsimonioso. Si può quindi passare alla critica al meccanismo proposto da 150 anni per spiegare l’origine delle specie. Rimando quindi, senza “inutili” ripetizioni, ai vecchi commenti e all’ascolto /visione delle tracce del confronto.

SCOPERTA LA DIFFERENZA TRA UOMO E SCIMPANZE’


scimmia-uomo

Il confronto con il corrispettivo cromosoma umano ha dato risultati sorprendenti, dichiarati già nel titolo: “I cromosomi Y umani e degli scimpanzé sono notevolmente divergenti in struttura e contenuto genico”.

Secondo le cosiddette teorie del “decadimento rallentato”, la parte sessualmente specifica del cromosoma Y (MSY) sarebbe dovuta cambiare molto meno nei sei milioni di anni che sarebbero trascorsi dalla separazione dell’uomo e dello scimpanzé dal loro progenitore comune. Invece le differenze nella struttura delle sequenze sono notevoli e corrisponderebbero alla perdita di quattro geni (25% del totale) da parte dello scimpanzé e l’acquisizione di due geni da parte dell’uomo. Come risultato finale lo scimpanzé ha due terzi dei geni e la metà delle unità di trascrizione delle proteine rispetto all’uomo. Nel resto del genoma la differenza sembrerebbe di 1% soltanto, quindi compatibile con i sei milioni di anni della separazione tra i due primati, ma nel braccio MSY del cromosoma Y la differenza è così grande da richiedere 310 milioni di anni, che sarebbero quelli che “separano” l’uomo dal pollo.

Gli autori concludono che se la teoria del decadimento genetico possa essere il principale meccanismo per la comparsa di un nuovo cromosoma Y, il “rinnovo all’ingrosso” sembra il meccanismo della continua evoluzione del braccio MSY del cromosoma.

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Questo studio conferma che l’evoluzione – data per fatto sostenuto da milioni di prove – elude invece ogni tentativo di essere spiegata e misurata, riservando continuamente delle sorprese e smentendo le diverse teorie. O rimane “ferma” per milioni di anni, oppure “esplode”, riguarda pochi geni perché gli altri sono “ultra conservati”, cioè rimangono gli stessi in specie lontane Qui l’evoluzione invece si scatena e procede “all’ingrosso” e velocemente, “ristrutturando” però il solo braccio MSY di un solo cromosoma, quello Y, ignorando il resto del cromosoma Y e gli altri 45-47 cromosomi. I cambiamenti maggiori consistono nel “decadimento” del genoma. Con questo tipo di ragionamento l’antenato dello scimpanzé sarebbe più … umano che scimmiesco! L’evoluzione sarà pure bella come idea, ma vista con lente d’ingrandimento, cioè a livello genomico, sparisce.

TEOREMA D’ININFLUENZA DEI VINCOLI


di 

^BInterleukin-6.^b Molecular model of a molecule of the cytokine protein ^Iinterleukin-6^i. This protein is produced in the body and has a wide variety of functions in the immune system. These include stimulating the growth and development of B-cells, the white blood cells responsible for the production of antibodies. As well as this, it plays a role in inducing nerve cell differentiation. It is also a growth factor for ^Imyelomas^i and ^Iplasmacytomas^i (white blood cell cancers). The amino acid structure of the molecule is shown in ball and stick form. The structure of the molecule is shown by red ^Ialpha^i ^Ihelices^i linked by white strands.

“Man mano che le mutazioni si accumulano, le possibili configurazioni diminuiscono”. Questo argomento dovrebbe, a detta dei biologi neodarwinisti, ridurre l’improbabilità statistica dell’evoluzione delle proteine.

Ma si tratta di un’affermazione matematicamente infondata. L’improbabilità statistica del neo-darwinismo è ineliminabile.

TEOREMA DI ININFLUENZA DEI VINCOLI

Di Htagliato

In un articolo di questo sito del 12 Gennaio 2013 a firma di Giorgio Masiero, veniva spiegato, tramite un calcolo probabilistico, perché la formazione evolutiva di una proteina non è ottenibile tramite mutazioni casuali. Partendo dal caso di una proteina di 200 amminoacidi, tenendo conto che gli amminoacidi esistenti sono 20, le configurazioni virtualmente possibili dei 20 amminoacidi per formare una proteina la cui sequenza primaria ne sia fatta di 200 sono 20^200≈10^260; pur nell’ipotesi estrema che tutti gli atomi dell’universo (circa 10^82) vengano conteggiati in tale produzione e pur considerando come tempo minimo per una reazione chimica il tempo di Planck (10^-43 secondi) e come tempo disponibile l’intera età dell’universo (10^18 secondi) una formazione evolutiva di questo tipo risulta impossibile.

Tale calcolo però non tiene conto del fatto che non tutte le configurazioni virtualmente possibili possano effettivamente avvenire, ciò succede perché esistono dei vincoli di tipo chimico-fisico che riducono l’insieme delle possibilità. La presenza di tali vincoli cambia quindi la probabilità della formazione evolutiva di una proteina?

Scimmiottando il linguaggio dei libri di matematica, spiegheremo che la risposta è negativa a causa del seguente teorema:

Teorema di ininfluenza vincolare: i vincoli chimico-fisici non modificano la probabilità di genesi evolutiva di una proteina tramite mutazioni casuali.

Dimostrazione: la definizione rigorosa di “causale”, per quanto riguarda le mutazioni genetiche, è “indipendente dalla fitness dell’organismo considerato”, nel senso che tutto ciò che può stare all’origine di una mutazione è completamente scollegato dagli effetti che essa può avere sulle capacità dell’organismo di vincere la lotta per la sopravvivenza.

Indicheremo con n il numero di configurazioni possibili di una sequenza di amminoacidi (nell’articolo di Masiero, n=10^260), nella Figura 1 ho rappresentato per semplicità con ogni quadratino una possibile configurazione (n=100), quindi il quadratino nero rappresenta la configurazione corrispondente alla forma evolutiva finale e funzionante dell’evoluzione di una data proteina:

teorema

L’effetto dei vincoli è di ridurre lo spazio delle possibilità in cui si può muovere il “caso”, per cui matematicamente non avremo più un insieme di n elementi ma di k elementi con k<n (anche di molto).

Dal momento però che i vincoli chimico-fisici sono a loro volta indipendenti dalla fitness (seguono appunto leggi proprie dovute alla fisica e alla chimica e di sicuro non possono “conoscere” le conseguenze del loro agire sulla fitness dell’individuo), la riduzione dello spazio delle possibilità è a sua volta indipendente dal fatto che il sottoinsieme di k elementi da considerare contenga o meno la configurazione “giusta” (il quadratino nero in figura). La questione la si può vedere rappresentata nelle figure 2 e 3 in cui vengono mostrati rispettivamente esempi di sottoinsiemi di k elementi (con k=10, volendo fare l’esempio di possibilità ridotte di un ordine di grandezza) che non contengono il quadratino nero e che invece lo contengono:

teorema2

Il numero di tutti i sottoinsiemi di k elementi di un insieme di n elementi, come insegnato anche al liceo, è dato dal coefficiente binomiale:

teorema3

Per chi non mastica matematica, ricordiamo che l’espressione “n!” non significa “Capperi! N!” ma che il numero intero e positivo n deve essere moltiplicato per tutti i numeri interi che lo precedono (esempio: 5!=5 x 4 x 3 x 2 x 1=120).

Ciò a cui siamo interessati è il numero di sottoinsiemi di k elementi che abbiano le caratteristiche della Figura 3 diviso il numero di tutti i possibili sottoinsiemi, per fare ciò, in riferimento alle figure ausiliarie, calcoliamo prima il numero di sottoinsiemi che “contengono il quadratino nero”: privilegiando e quindi mettendo da parte una delle configurazioni, i sottoinsiemi di k elementi che la contengono vanno prelevati da un nuovo insieme globale fatto di n-1 configurazioni e dovranno essere costituititi di k-1 elementi.

La Figura 4 può aiutare a comprendere ciò immaginando che gli esempi ivi illustrati di sottoinsiemi di 9 configurazioni, con l’aggiunta del quadratino nero ora messo a parte, vanno a comporre proprio alcuni dei sottoinsiemi di 10 elementi che servono ai nostri scopi:

teorema4

Di nuovo, il numero di sottoinsiemi di k-1 elementi ottenibili da un insieme di n-1 elementi è dato da

teorema5

Possiamo finalmente calcolare la frazione di sottoinsiemi di k elementi che hanno il privilegio di contenere la configurazione “giusta” con una semplice divisione:

teorema6

Nel caso delle nostre figure, k/n=1/10, cioè solo il 10% dei sottoinsiemi che vanno considerati una volta che i vincoli hanno compiuto il loro lavoro contiene la configurazione a cui l’evoluzione può tendere.

Tornando al caso della proteina generica di cui scrisse Masiero, noi ci dovremmo aspettare che i vincoli riducano di parecchi ordini di grandezza l’insieme delle possibilità; chiameremo N il numero di ordini di grandezza fatto sparire dai vincoli, per cui si ha

teorema-

Sostituendo nella formula precedente, si ottiene la seguente frazione di sottoinsiemi che favoriscono l’evoluzione

teorema7

Nel caso limite N=0 (cioè senza alcun vincolo), k/n=1, cioè il mio sottoinsieme è unico e va a coincidere con l’insieme globale, per cui il “caso” è costretto a fare tentativi su tutte le n le possibilità. Paradossalmente, però, maggiore è N, cioè il numero di ordini di grandezza ridotti dai vincoli, minore è il rapporto k/n, cioè minori sono le probabilità che i vincoli, con l’atto di ridurre le configurazioni esplorabili, inducano il sistema a esplorare una “zona” dell’insieme di n elementi in cui c’è la configurazione finale e funzionante della proteina.

Effettivamente, se andiamo a guardare la probabilità (chiamiamola PC) di ottenere la configurazione “giusta” in uno dei sottoinsiemi favorevoli, essa è PC=1/k che è maggiore di 1/n essendo k<n, ma purtroppo, anche mettendoci nell’altro caso limite, cioè N=260 (cioè i vincoli sono così forti che il caso non ha più “lo spazio per muoversi” ed è possibile una sola configurazione), dal momento che i vincoli sono indipendenti dalla fitness, si può solo sperare che essi conducano proprio alla configurazione “giusta” nell’immensità di quelle possibili.

Per concludere, possiamo riassumere dicendo che la probabilità di ottenere la configurazione “giusta” è data da quella che si verifichino due eventi: i vincoli devono ridurre l’insieme delle configurazioni esplorabili dal caso in uno di quei sottoinsiemi che contengono la configurazione finale e funzionante, poi il caso deve formare la configurazione “attesa” tra le k di questo sottoinsieme (ottenibile con probabilità PC). Chiamando PS la probabilità che i vincoli riducano le possibilità proprio in un sottoinsieme che favorisce l’evoluzione (per cui PS=k/n), detta P la probabilità risultante (congiunta), prodotto di quella di tali due eventi, essa è data da

teorema8

Il fatto matematico per cui in quest’ultima formula la grandezza k si elide, cioè scompare, è l’equivalente in formule del fatto scientifico che i vincoli chimico-fisici, essendo a loro volta indipendenti dalla fitness dell’individuo, non influiscono sulla probabilità di evoluzione di una proteina, come volevasi dimostrare.

Che succede se invece consideriamo anche i vincoli biologici? Una proteina smette di essere “solo” un oggetto chimico e comincia ad avere una funzione biologica quando interagisce con le altre; una certa configurazione delle interazioni tra le proteine di una cellula è detta interattoma.

Il fatto che ora cominci a manifestarsi la funzione biologica significa che anche la fitness comincia a fare capolino nella nostra vicenda, per cui si può avere un nuovo tipo di vincolo: sono ammesse quelle mutazioni che non turbano le interazioni date, cioè che non cambiano (se non di poco) l’interattoma.

Purtroppo, alla conta dei fatti, le mutazioni in laboratorio hanno sempre prodotto più che altro rimodulazioni delle proteine e quindi al più microevoluzioni, perché per avere effetti significativi occorrerebbe passare non solo da una certa proteina ad una nuova proteina, ma anche ad un nuovo interattoma che l’accolga. Quanti sono gli interattomi possibili da cui pescare quello che conceda il formarsi di una vera nuova proteina?

Ha calcolato tale numero, nel caso semplice di un lievito, il biologo Peter Tompa : nell’ipotesi estremamente banale che ogni proteina interagisca solo con un’altra proteina (in realtà ha circa 3000 modi teoricamente possibili di interazione a partire dalla sua configurazione), date n proteine, il numero di interattomi possibili è dato dalla formula seguente

teorema9

Aggiungendo un’altra ipotesi estremamente riduttiva, cioè che nella cellula ogni proteina appaia in un’unica copia (in realtà ogni proteina è presente in circa 3000 copie uguali), nel caso del lievito studiato da Tompa con n=4500 gli interattomi possibili sono 10^7200.

Avete letto bene, in una cellula immaginaria in cui tutte le proteine di un certo tipo compaiono una sola volta e si comportano come viti e bulloni, gli interattomi possibili sono un numero superiore all’umana comprensione! Tornando al nostro problema, siamo passati dall’improbabilità di trovare la configurazione giusta di amminoacidi a quella analoga di un interattoma, cioè siamo di nuovo incappati nel problema del mare di possibili configurazioni, solo che stavolta il mare è diventato un universo. La giostra ricomincia, vogliamo fare un altro giro? Proviamo a fare un altro giro…

Ci si può chiedere se anche stavolta esistono dei vincoli che semplificano le cose, però puntando direttamente a vincoli biologici. Effettivamente, se si fa l’esempio della riproduzione cellulare oppure della formazione di un nucleosoma (unità formata di proteine e DNA) esistono strutture e procedure “guidate” che permettono la formazione e la manutenzione di un interattoma, il problema è che questo “super-vincolo” è l’interattoma stesso. In altri termini, sappiamo bene i meccanismi con cui si forma qualcosa di così complicato come un interattoma quando tale network già esiste, mentre per l’evoluzione di una nuova proteina in un nuovo network siamo nella pura ignoranza (volendo essere sinceri) oppure nella pura speculazione (volendo essere “darwinisti”).

Davvero Tompa scrive nel suo articolo che l’evoluzione neodarwiniana è impossibile? Naturalmente no e probabilmente non troverete mai in un paper una presa di posizione così forte.

Peter Tompa afferma qualcos’altro a proposito di un argomento meno spinoso, la cellula artificiale. La cellula “artificiale” in realtà non è, come il nome potrebbe suggerire, una cellula prodotta interamente in laboratorio, è più che altro una cellula “normale” in cui è stata inserita una componente esterna prodotta dagli sperimentatori. L’esempio che scrive Tompa nel suo articolo firmato anche da George Rose è

In particular, the stunning experiment of “creating” a viable bacterial cell by transplanting a synthetic chromosome into a host stripped of its own genetic material  has been heralded as the generation of a synthetic cell (although not by the paper’s authors). Such an interpretation is a misnomer, rather like stuffing a foreign engine into a Ford and declaring it to be a novel design.

[In particolare, lo straordinario esperimento di “creare” una cellula batterica vitale trapiantando un cromosoma sintetico in un ospite privato del suo materiale genetico è stato annunciato come la generazione di una cellula sintetica (anche se non dagli autori del paper). Tale interpretazione è impropria, un po’ come l’inserire un motore straniero in una Ford e il dichiarare poi di aver prodotto un nuovo modello.]

 

In questo passaggio Tompa, dopo aver già spiegato che non si può avere una “nuova proteina” senza un opportuno interattoma (da trovare in quel numero stratosferico di possibilità) per aver una cellula funzionante, disillude coloro che hanno battuto in entusiasmo gli scienziati che hanno prodotto una cellula “molto poco artificiale”, perché l’inserire un pezzo nuovo in una struttura che è già interconnessa e pronta all’uso non è come produrre una nuova struttura. Aggiungiamo quindi noi che la stessa cosa succede quando si tenta si spiegare l’evoluzione con una serie di mutazioni casuali, vincolate quanto volete voi.

Se però affermiamo che l’evoluzione di per sé è avvenuta, perché ha senso dire che per la teoria corrente è letteralmente impossibile?

Questa situazione non è nuova, basta pensare alla faccia che probabilmente fecero i fisici quando l’esperimento di Rutherford rivelò che gli atomi hanno un nucleo elettricamente positivo con intorno, a distanza relativamente grande, elettroni negativi. Per la fisica classica tale atomo è impossibile, non improbabile, precisamente tale atomo non può esistere perché l’elettrone orbitante, in quanto carica accelerata, perde energia sotto forma di onde elettromagnetiche e l’atomo in un nanosecondo collassa…eppure l’atomo è stabile e resta lì.

Ciò che ci sembra impossibile è impossibile solo quando si assume un certo modo di porsi davanti al problema, una certa mentalità che il filosofo Kuhn chiama “paradigma”. Occorre quindi un nuovo “Bohr” (oppure un gruppo di scienziati che assumano tale ruolo): oggigiorno la comunità scientifica è vastissima e il lavoro consiste quindi nel saper andare a caccia delle voci fuori dal coro, garantendo per essi i vantaggi che si hanno nell’abbattere il muro di gomma del politicamente corretto.

Spieghiamo il creazionismo


sanford
Cos’è il Creazionismo
L’obiettivo che si prefigge
Il Creazionismo è un variegato movimento che ha come obiettivo la difesa della credibilità del racconto biblico della creazione, così come descritto nei primi capitoli della Genesi.
I metodi
Il Creazionismo non si limita ad affrontare le questioni teologiche connesse col racconto della Genesi, ma accetta di confrontarsi anche sul piano storico e scientifico, secondo i metodi comunemente accettati da queste discipline.
Il confronto
Il nostro pensiero si pone in antitesi con i sostenitori dell’evoluzionismo, perché con tale teoria si vuol fare derivare tutta la realtà (compresi gli esseri viventi e l’uomo) da una combinazione a caso di elementi naturali, spingendo così a negare l’opera di Dio e l’attendibilità della sua Parola.
Ma l’antitesi nasce anche dal confronto con quei credenti cosiddetti “concordisti” che, per adattare la Bibbia all’evoluzionismo, ne stravolgono il significato.
Intendiamo però confrontarci con i nostri interlocutori sul piano delle idee e nel contesto di un dialogo civile, conservando il rispetto per quelli che, su questi temi, hanno sul momento opinioni diverse dalle nostre.
Il contesto di nascita
Rifacendosi alla Bibbia, si può dire che il Creazionismo, inteso nel suo senso più ampio, nasce con la Bibbia stessa. Quello moderno, invece, comincia con Darwin. Prima di lui, infatti, nel mondo di lingua inglese, Bibbia e scienza andavano a braccetto ed i fondatori della grande scienza inglese (XVII secolo) erano in genere ferventi estimatori della Bibbia (Boyle, per esempio).
Il vescovo Wilberforce si oppose a Darwin in un pubblico e civile confronto, dopo di loro questo contrasto fra evoluzionisti e creazionisti è proseguito fino ai nostri giorni (specie negli Stati Uniti d’America). In Italia, però, solo recentemente si comincia ad avere qualche eco delle sensate critiche che si possono muovere, in generale all’evoluzionismo, ed in particolare al darwinismo.
Nel ‘700 fu una liberazione
Che nel passato il Creazionismo abbia svolto una funzione di liberazione, lo dice e lo documenta una fonte insospettabile: Pietro Omodeo, uno stimatissimo evoluzionista italiano che su questo soggetto ha scritto un interessante libro largamente condivisibile (ed ora reperibile solo nelle biblioteche).
Ne riportiamo alcune frasi, nella convinzione che anche il Creazionismo di oggi può svolgere una funzione utile:
“Per i naturalisti del Sei-Settecento, desiderosi di introdurre validi elementi di razionalità nella biologia, era essenziale sgombrare il campo dai continui interventi miracolistici della Provvidenza e di altre entità che allora si riteneva fossero state deputate a proseguire l’opera del Creatore, interventi insistentemente postulati dai seguaci delle antiche tradizioni”… “Va aggiunto che veniva sentita come esigenza vitale anche quella di eliminare dalle interpretazioni della biologia dello sviluppo”… “tutto il farraginoso armamentario introdotto dalle concezioni magiche del Rinascimento”… “Il creazionismo fissista, che oggi si suole considerare un antico corpo dottrinario edificato a difesa dell’ortodossia, fu elaborato all’inizio del Settecento proprio per adempiere a questa funzione liberatrice” (Pietro Omodeo, Creazionismo ed evoluzionismo, Laterza, Bari, 1984, pp. 68, 69).