Darwin day? Per i passatisti.


Oggi ricorre il Darwin Day, 211 anni dopo la nascita dello studioso di Shrewsbury.

In merito al meccanismo che sta alla base della variazione morfologica degli esseri viventi, meccanismo a lui completamente sconosciuto ma così importante per la validità delle sue idee, ebbe a dire quanto segue:

«Se si dimostrasse che un organo complesso non può derivare da una catena di piccoli cambiamenti, la mia teoria sarebbe distrutta».

Siamo lieti di presentare la traduzione e sottotitolazione in italiano del terzo episodio della serie Science Uprinsing, intitolato “Stephen Meyer svela la codifica del DNA umano”, in cui si analizza proprio se una “catena di piccoli cambiamenti” può risultare in differenze morfologiche tali da consentire la comparsa di nuove funzioni cellulari, che sono alla base della struttura di ogni “organo complesso” sul quale Charles Darwin si interrogava.

I software richiedono un’intelligenza sia nella fase di realizzazione che in quella di modifica per l’aggiunta di nuove funzioni: il software che fa funzionare la vita è il risultato di un’accumulazione di errori di copiatura? O richiede un programmatore? Questo episodio esamina come il fondatore di Microsft Bill Gates, il genetista ed inprenditore Craig Venter e anche il biologo evolutivo Richard Dawkins riconoscono tutti che il DNA è come un software, per il quale tutti sappiamo che nessuna “catena di piccoli cambiamenti” può essere realizzata senza un’intelligenza.

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Il modo utilizzato dalle api per indicare alle altre dove si trova una nuova fonte di cibo è un impressionante esempio che contrasta l’evoluzionismo


Il modo utilizzato dalle api per indicare alle altre dove si trova una nuova fonte di cibo è un impressionante esempio che contrasta l’evoluzionismo


Immagina di essere un’ape. Lasci il tuo alveare una bella mattina di primavera e vaghi in giro finchè noti un campo pieno di nuove piante in fiore. Il cibo, che ha nutrito le 15.000 api della tua colonia per l’inverno, è ormai al livello minimo. Ma adesso, in questo campo, hai trovato una nuova fonte di approvvigionamento. Così riempi la tua speciale sacca con il nettare e voli per 250 metri fino al tuo alveare.

Le altre api ancora non sanno dove sono i fiori che tu hai scoperto. Il tuo cervello ha appena le dimensioni di una capocchia di spillo, ma è naturale che, se vuoi utilizzare pienamente la nuova fonte di cibo, avrai bisogno di aiuto. Prima che arrivi l’estate la tua colonia raggiungerà una dimensione di oltre 80.000 api. Ma, con la piccola porzione di polline e nettare che puoi raccogliere in ciascun viaggio, vedresti la tua colonia morire di fame prima di riuscire ad alimentare ogni membro. Quindi, come dire alle altre api del tuo alveare dove trovare i fiori che hai scoperto?

All’inizio del 1900, il naturalista austriaco Karl von Frisch era incuriosito da questo misterioso enigma. Affascinato dal modo in cui le api lavorano insieme, von Frisch iniziò uno studio approfondito sulla questione. Egli era convinto che una delle più notevoli caratteristiche delle api fosse il modo di comunicare. Infatti le api possiedono uno dei più straordinari mezzi di comunicazione nel mondo degli insetti. Von Frisch scoprì che le api si esprimono non solo toccando e assaggiando, ma anche danzando.

Per identificare l’ubicazione di una fonte di cibo troppo distante dall’alveare per essere odorata o vista dalle altre api, l’esploratrice compie una danza sul favo dell’alveare. Le altre api si raggruppano intorno e seguono da vicino la danzatrice (tutte le api danzatrici sono femmine). Esse imitano i suoi movimenti e percepiscono su di lei la fragranza dei fiori dai quali la danzatrice ha raccolto il nettare. Se la nuova fonte di cibo è vicina, vale a dire circa 50 metri dall’alveare, l’ape compie una danza circolare sulla superficie del favo. Essa si muove a circa due o tre centimetri (un pollice circa), quindi ruota in direzione opposta. Tutto questo comunica alle altre api che il cibo è vicino. La traccia che percepiscono dai suoi segnali profuma come il nuovo cibo. Così le altre api lasciano l’alveare e volano intorno in cerchi sempre più ampi fino a che trovano la nuova fonte di cibo.

Danza per la distanza 

Se la nuova fonte di nettare o polline è distante, la cercatrice apporta una ingegnosa modifica alla sua danza. Compie una danza disegnando un “otto” con movimenti intermittenti in mezzo alla figura. La distanza alla quale il cambio di disegno dal cerchio alla forma di “otto” ha luogo, varia a seconda delle diverse specie di api. Ciò non causa confusione poichè la distanza è costante all’interno di ciascun alveare. Ogni movimento della danzatrice ha un significato per le altre api. Esse possono ricavare la distanza di una fonte di cibo dal numero di volte che la danzatrice gira in un dato intervallo di tempo, ed anche dai movimenti dell’addome. Più grande la distanza, più lentamente si dimena. La direzione del cibo è indicata dalla direzione e dall’angolo che l’ape danzante compie nel cerchio. Se si dimena attraverso il cerchio verso l’alto, le api che la osservano capiscono che troveranno il cibo volando verso il sole. Se taglia il cerchio verso il basso, capiscono che devono volare in direzione contraria rispetto al sole. Se l’ape che danza taglia il cerchio con un certo angolo, le altre api capiscono che devono volare a destra o a sinistra rispetto al sole con lo stesso angolo che la danzatrice compie a destra o a sinistra rispetto ad una immaginaria linea verticale. Questo mezzo di comunicazione delle api è davvero unico nel mondo degli insetti. Quando consideriamo i complessi passi della danza e l’informazione dettagliata trasmessa e compresa per mezzo di essa da tutto il mondo delle api (Von Frisch impiegò 20 anni per decifrarlo), abbiamo il diritto di dubitare seriamente che questo processo possa mai sorgere per evoluzione casuale.

La danza può evolvere? 

Cerchiamo di immaginare come il sistema possa evolvere. Un’ape scopre un campo in fiore. Ritorna al suo alveare e nessuno sa dove si è riempita lo stomaco. Lei non può comunicarlo, così deve andare avanti e indietro di continuo sperando che qualcuno la segua, oppure all’alveare non resta altro che aspettare che ogni singola ape capiti nello stesso campo. Ancora peggio, l’ape stessa potrebbe non ricordare come tornare al campo!

Ora, supponiamo che un giorno un’ape intraprendente inventi la danza. Come può comunicare alle altre che cosa significhi? Come può spiegare la geometria involuta – ovvero che l’angolo che essa percorre lungo il diametro del cerchio è uguale all’angolo tra il sole e la fonte di cibo? Come fare se il sole cala prima che le altre api abbiano capito? Come spiegare che ella ha inventato una danza per una fonte di cibo vicina e un’altra per una fonte di cibo distante?

Come comunicare alle altre che se lei si dimena molto lentamente significa che il campo è molto distante, mentre se si dimena molto velocemente significa che il campo non è lontano? Come far capire che se la danzatrice procede verso l’alto del favo le altre dovrebbero volare verso il sole, mentre se procede verso il basso dovrebbero volare nella direzione opposta?

Ancora più importante, se questo processo evolvesse lentamente su un lungo arco di tempo, come sono sopravvissuti gli antenati delle api mentre questo sistema stava evolvendosi? Se esse fossero riuscite a sopravvivere senza questo complesso metodo, perchè inventare un nuovo sistema che sarebbe quasi impossibile da spiegare?

Attraverso le meraviglie della creazione di Dio, l’alveare fornisce alcune sorprendenti evidenze che screditano la teoria dell’evoluzione, in favore di un disegno, di un proposito del Creatore. La precisa coordinazione del linguaggio utilizzato per la sopravvivenza delle api ha troppe componenti necessarie ed indipendenti per far pensare che tale sistema si sia potuto evolvere. Siamo costretti dalla logica e dal buon senso a concludere che l’intero processo fu impresso nelle api al tempo della loro creazione. Come le stesse api, esso non si è evoluto e non poteva evolversi.


La danza con la figura ad otto è anche utilizzata quando le api devono trovare un nuovo luogo per vivere. Se l’alveare cresce eccessivamente, la regina può decidere di abbandonarlo con parte della colonia alla ricerca di una nuova casa. Essa va via con una o più uova particolari dalle quali nascerà una nuova regina. La vecchia regina e il suo sciame dapprima si riuniscono da qualche parte, come il ramo di un albero. Le api operaie vengono quindi inviate in giro alla ricerca di un nuovo luogo per vivere. L’esploratrice che ha trovato un sito potenziale ritorna dalle altre e comunica loro dove si trova il luogo facendo la danza della “figura ad otto” di fronte allo sciame di api.

Le altre api ispezionano ciascun sito e ritornano alla colonia per dire alle altre cosa ne pensano. La forza della loro danza riflette la loro reazione all’opportunità del sito. Finalmente dopo diversi giorni di ricerca, uno dei siti guadagna il deciso favore e lo sciame parte per dar vita ad un nuovo alveare nel luogo prescelto.

Un ricercatore osservò questa danza nell’arco di quattro giorni, notando le distanze e direzioni dei siti potenziali. Egli calcolò il sito che stava rapidamente guadagnando il favore, quindi corse a trovarlo. Arrivò al nuovo luogo di abitazione prima delle api!

Tale complesso sistema di comunicazione sembra impossibile da spiegare se si ammette che le api e il loro linguaggio possano essersi evoluti.

Robert Doolan

“Da quell’assemblea al Vittorini in dieci anni e’ cambiato moltissimo”


Fratus: “Il neo-darwinismo e’ una religione”

 

(intervista per la Voce d’Italia, riproposta ora)

 

“Evoluzionismo? Non vi sono prove concrete per nulla”

 

Affidiamo la sintesi del dibattito sorto nei giorni scorsi su “La Voce d’Italia” in merito alle teorie che spiegano le origini del mondo a Fabrizio Fratus, referente del Comitato Antievoluzionista. Si conclude così il ciclo di interviste realizzato dalla Voce d’Italia, che ha coinvolto il Prof. Odifreddi ed il Dott. Bertolini, nell’auspicio che queste tematiche siano affrontate con maggiore frequenza ed interesse sui media.

Dott. Fabrizio Fratus, sono passati 18 anni dalla sua prima iniziativa antievoluzionista tenutasi al liceo scientifico Vittorini di Milano. In quell’occasione tre studiosi spiegarono perché per loro la teoria di Darwin non era scientifica: è cambiato qualcosa da allora?

“E’ cambiato moltissimo. Al liceo Vittorini parlarono il ricercatore dell’università di Padova Ronald Nalin, il professore di scienze naturali Fernando De Angelis e il medico Mihael Georgiev, poi divenuto uno dei massimi esponenti nella lotta alla teoria neodarwinista in Italia. Con l’assemblea studentesca organizzata in collaborazione con alcuni studenti si è aperto il vaso di pandora, dimostrando che la teoria di Darwin non è per nulla una teoria valida scientificamente, è piena di falle ed è sostenuta soprattutto per motivi ideologici. Non si capisce come si possa sostenere che noi si discenda da un qualcosa che non si sa da dove sarebbe nato e come si sarebbe sviluppato. Da quel primo evento se ne sono susseguiti a cascata molti altri”

In sintesi ciò che lei sostiene è che il darwinismo funga da giustificazione ideologica per la costruzione di un certo tipo di società: è corretto?

“È così. Per comprendere il discorso si deve tornare all’origine della teoria quando Darwin la propose, si deve comprendere il periodo storico… a metà del ‘700 la rivoluzione industriale e a fine secolo quella francese, l’affermazione della scuola di pensiero di S. Simon e Comte, la nascita delle scienze sociali e colonialismo… tutte questioni che vanno inquadrate in un’ottica di società materialista cui Darwin è servito. Non dobbiamo poi dimenticare che egli era figlio di un pastore anglicano e aveva seguito studi per diventare pastore: chi meglio di lui per sostenere che ogni ipotesi trascendente della vita non esisteva? Questo fu il primo passaggio. Arrivò poi H. Spencer a coniare il termine evoluzionismo (Darwin parlava solo di trasformazione), ed inoltre creò il modello specifico a cui oggi facciamo riferimento, un modello sviluppatosi partendo dalle ipotesi di Darwin per cui si crede che tutto sia migliorabile. Il progresso di cui si sente tanto parlare ha origine nella teoria di Darwin: esso va sostenuto perché è la strada per giungere alla migliore condizione possibile. In realtà gli studi dimostrano il contrario: noi viviamo in una società che non ha migliorato realmente la qualità della vita e tantomeno la sua durata effettiva (basti guardare un qualsiasi libro e verificare quando morivano i filosofi al tempo di Pitagora). Ma il discorso è molto lungo e complesso, per concludere su questo argomento vorrei specificare che in relazione all’ipotesi evoluzionista noi siamo frutto del caso e come tale non siamo differenti da nessun tipo di animale: è partendo da questo assunto che, a mio avviso, si legittimano aborto, eutanasia ed eugenetica“

Ma davvero non vi sono prove a sostegno della teoria di Darwin?

“Questo è il fatto più interessante: prove concrete non ve ne sono per nulla. Basta leggere le dichiarazioni degli stessi evoluzionisti per averne dimostrazione. .la più chiara è sicuramente quella del genetista di Harvard Richard Lewontin, che ha scritto: “Noi difendiamo la scienza nonostante l’evidente assurdità di alcune delle sue affermazioni e la tolleranza della comunità scientifica per delle favole immaginarie… perché abbiamo un impegno materialista aprioristico… Non è che i metodi e le istituzioni della scienza ci obbligano ad accettare una spiegazione materialista dei fenomeni, ma al contrario, siamo costretti dalla nostra adesione aprioristica alle cause materiali… Questo materialismo è assoluto, perché non possiamo permettere l’accesso a Dio” Ecco quanto è valida scientificamente la teoria di Darwin. Ma prendiamo anche un altro importante scienziato evoluzionista, colui che è stato importantissimo nel processo contro l’insegnamento dell’Intelligent Designer nelle scuole americane, ovvero il prof. di filosofia e zoologia M. Ruse: “L’evoluzione viene promossa dai suoi praticanti come più che solo scienza. L’evoluzione viene promulgata come una ideologia, una religione secolare – una completa alternativa al cristianesimo, con significato e moralità. Sono un evoluzionista fervente ed ex-cristiano, ma devo ammettere … che chi si attiene alla lettera ha assolutamente ragione. L’evoluzione è una religione”. Sono gli evoluzionisti che devono dimostrare di avere delle prove… e come si è appena accennato, sono i primi a sapere di non averle”

Ho avuto modo di leggere dei suoi articoli contro diversi esponenti evoluzionisti che lei sostiene appartengano ad una “nomenclatura evoluzionista”. Qual è l’accusa?

“È senza dubbio l’incapacità della nostra cultura universitaria di essere al passo con il resto del mondo occidentale. Quando parlo di “nomenclatura evoluzionista” faccio riferimento alla lobby dei professori evoluzionisti che per diversi interessi screditano tutti coloro che si schierano contro il neodarwinismo. Un esempio è Telmo Pievani, che in una recente intervista ha dato degli stupidi a tutti coloro che sostengono che la teoria di Darwin sia una ideologia e una religione: mi spiace per lui che evidentemente offuscato dalle sue convinzioni non conosce le dichiarazioni degli stessi evoluzionisti fuori dai nostri confini, dichiarazioni come quelle che ho esposto precedentemente”

La sua posizione è molto chiara e mi chiedo se ha esempi concreti in cui gli evoluzionisti hanno sbagliato ad interpretare i dati.

“Ve ne sono moltissimi di esempi, l’ultimo in ordine temporale è quello a proposito di batteri e antibiotici: gli evoluzionisti sostenevano che i batteri si evolvessero per resistere agli antibiotici mentre si è scoperto, come sostenevano altri scienziati non evoluzionisti, che la resistenza agli antibiotici fosse già patrimonio dell’informazione contenuta nel codice genetico dei batteri. Hanno avuto ragione i secondi. Nel nostro codice genetico vi sono informazioni e una complessità incredibile e gli evoluzionisti vogliono farci credere che tutto ciò sia frutto del caso, senza però riuscire a dimostrarci come si “crei” l’informazione contenuta nelle specie viventi. A titolo di ulteriori esempi possiamo citare molto altro.
Gli organismi unicellulari, come scriveva Huxley in contrapposizione all’ipotesi di Paley sostenitore del disegno intelligente, erano ritenuti essere delle semplici gocce di “protoplasma”. Oggi sappiamo che non sono primitivi e tanto meno semplici, sono capolavori, vere e proprie macchine molecolari. Ancora: Darwin sosteneva che lo sviluppo embrionale fosse influenzato da fattori esterni, al contrario è un progetto incorporato negli esseri viventi. Oppure: Cuvier ha avuto ragione nel sostenere che i fossili fossero distinti e separati, ed infatti come è dimostrato da tutti i fossili ritrovati non vi è nessun tipo di possibilità nel ricostruire qualsiasi tipo di albero che preveda una gradualità temporale e morfologica come sostenuto dagli evoluzionisti. Insomma: la variabilità che vediamo non si genera da variazioni casuali ma solamente da rimescolamento genetico, essa è limitata e oscillante e non illimitata come vogliono farci credere i neodarwinisti. La selezione naturale elimina e non contribuisce in nessuna maniera a sviluppare nuove informazioni”

A cura di Andrea Carbone

Squame sovrapposte, ma di quale evoluzione parlate?


 

Anche dopo molteplici perforazioni, la corazza ha mantenuto la sua resistenza, anche se le perforazioni sono solo a due squame di distanza

di Jonathan Sarfati

Vestiti di protezione dovrebbero combinare la durezza (resistenza alle perforazioni) con la flessibilità. Ma i materiali più duri sono normalmente rigidi. Questo viene risolto inserendo pezzettini di una sostanza dura assieme ad uno strato più morbido, es. lorica squamata, armatura romana con squame metalliche cucite sul vestito.

Ingegneri dell’università McGill a Montreal hanno modellato l’armatura sulle pelli squamose di pesci con squame sovrapposte, come quelle della spigola e dell’alligatore (foto in basso). Hanno fatto diversi esperimenti sulla pelle e sulle squame stesse per scoprire quanto dura e resistente (resistenza alla frattura) fossero, e come si rompessero. Gli ingegneri hanno scoperto che le squame più piccole sono più resistenti alle perforazioni e che rappresentano “il materiale a base di collagene più duro conosciuto”.(1)

 

‘Masruby’ CC-BY-SA 4.0 via Wikipedia

 

Primo piano delle squame sovrapposte

 

I ricercatori hanno utilizzato la modellazione computerizzata per ottenere la migliore soluzione, hanno ottenuto delle squame da strisce di ceramica dura, alumina (Al2O3), di 0.6 mm di spessore, e le hanno incollate ad una striscia elastica tesa. Quando la striscia è stata rilasciata, le squame sono scivolate le une sulle altre andandosi a sovrapporre. Questa composizione di squame è stata poi incollata ad una morbida membrana elastica in silicone.

E’ stato scoperto che questa membrana con la corazza squamata era ancora molto flessibile, ma che la durezza non era stata compromessa. Al contrario, la corazza era infatti più resistente alle perforazioni rispetto ad uno strato di ceramica continuo. Inoltre, anche dopo molteplici perforazioni, la corazza mantiene la sua resistenza, anche se le perforazioni sono a sole due squame di distanza.

 

 

Guanto: © IOP Publishing (ref.2)

 

 

Un guanto di Kevlar parzialmente coperto da una pelle sintetica squamata: Dito in posizione (a) estesa e (b) in posizione piegata.

 

Naturalmente, c’è stato il normale omaggio all’evoluzione non basato su alcun fatto:

“Dopo milioni di anni di evoluzione, gli animali hanno sviluppato sistemi protettivi ad alta efficienza per resistere a minacce meccaniche della predazione, lotte fra specie ed ambienti pericolosi”.(2)

Ma come sempre, l’evoluzione non ha contribuito con nessun contenuto scientifico genuino su come funzionasse la corazza, o come si fosse formata. Gli scienziati non si sono certamente affidati a mutazioni casuali ed alla selezione naturale per ottenere i loro guanti corazzati! Questo è uno dei tanti esempi di ingegneri umani che imparano dal Creatore della natura – un campo in rapida espansione chiamato biomimetica o biomimica.(3)

 

Note e referenze

  1. McGill University, Protective wear inspired by fish scales: Ceramic-covered gloves offer industrial workers increased protection from piercing (Vestiti protettivi ispirati da squame di pesci: Guanti ricoperti di ceramica offrono ai lavoratori industriali maggiore protezione dalle penetrazioni), sciencedaily.com, 24 Gennaio 2017.
    1.  Martini, M. and Barthelat, F., Stretch-and-release fabrication, testing and optimization of a flexible ceramic armor inspired from fish scales (Test di fabbricazione “Tira e molla” ed ottimizzazione di una corazza di ceramica flessibile ispirata dalle squame di pesce), Bioinspiration & Biomimetics 11:0066001, 13 Ottobre 2016 | doi:10.1088/1748-3190/11/6/066001.

CIAO CIAO DARWIN


Una teoria che fa acque da tutte le parti

 

David H. Gelernter, classe 1955, è professore di Informatica alla Yale University, noto e famoso (anche per avere sostanzialmente previsto l’avvento di quel pane quotidiano che oggi ognuno di noi dà per scontato e che si chiama World Wide Web). È pure un neocon (se il mondo ricorda ancora chi siano i neocon) e, oltre che uno scienziato, è un autore prolifico e un artista. Nel 1993 è scampato per miracolo a un attentato del terrorista anarchico “Unabomber” (l’ex prodigio della matematica Theodore J. Kaczynski) che gli è costato la mano destra e danneggiato irreparabilmente l’occhio sempre destro. Ma non è per questo che la stampa si sta occupando di lui. Il motivo per cui adesso molti (troppi) ne ridono è un suo articolo-recensione, comparso sul prestigioso trimestrale Claremont Review of Books e intitolato spartanamente Giving Up Darwin, “Rinunciare a Darwin”.

Oggetto della sua recensione sono tre libri. Anzitutto e soprattutto Darwin’s Doubt: The Explosive Origin of Animal Life and the Case for Intelligent Design, pubblicato nel 2012 dal geofisico Stephen C. Meyer, direttore del Discovery Institute’s Center for Science and Culture di Seattle, quindi The Deniable Darwin and Other Essays di David Berlinski (2010), nonché la raccolta di saggi curata da David Klinghoffer, Debating Darwin’s Doubt: A Scientific Controversy That Can No Longer Be Denied (2015), che ricama sul libro di Meyer, rispondendo alle critiche.

La parte del leone la fa il primo, un mastodontico e dotto trattato che interroga e sfida la realtà attorno a quel concetto enorme e sublime che per esempio il fisico italiano Antonino Zichichi chiama “il Big Bang della vita” (ancora più misterioso, importante e sublime del “Big Bang” con cui sarebbe nato l’universo e attraversato “miracolosamente” da quel terzo mistero sublime che, nel quadro del bios, è la comparsa dell’uomo irriducibile alla mera physis, “il terzo Big Bang”). In realtà Gelernter, come osserva acutamente Barbara Kay sul canadese National Post, non ricusa il darwinismo per intero. Semplicemente è stato sorpreso da ciò che ha letto. Del resto i neocon sono famosi per la definizione (in realtà un’autodefinizione) datane dal loro “padrino”, Irving Kristol (1920-2009): liberal aggrediti dalla realtà. Gelernter non fa eccezione. A conti fatti, non trova più il darwinismo rassicurante come un tempo (e come il mondo ripete acriticamente). Anzi, l’ipotesi che maggiormente lo sfida proprio sul piano scientifico, ovvero l’Intelligent Design, gli pare solida, argomentata e seria benché ancora non la abbracci completamente. Il mondo che ci circonda è cioè di una complessità irriducibile tale da escludere (persino statisticamente, verrebbe da dire) la possibilità di essere frutto del caso e di meccanismi capaci di autoprodursi.

Per l’accademico statunitense il darwinismo ha sì ragione nello spiegare «[…] i piccoli aggiustamenti attraverso cui un organismo si adatta a circostanze locali: cambiamenti nella foltezza del pelo o nella foggia delle ali o nella forma del becco», ma certo non il grande quadro della nascita e dello sviluppo della vita sulla Terra. Men che meno l’uomo. In barba al titolo della sua opera più famosa, è cioè «[…] l’origine delle specie ciò che Darwin non è in grado di spiegare», scrive Gelernter. Non senza il gusto per il paradosso, l’informatico di Yale afferma del resto che «la missione di Darwin era proprio quella di spiegare la comparsa evidente di un progetto nella natura». Uno degli scogli davvero insormontabili resta per esempio l’esplosione della vita nel periodo Cambriano (circa 541 milioni di anni fa), lo spartiacque della storia biologica della Terra quando, in un tempo geologicamente assai limitato, la vita compare “improvvisamente” in tutte le proprie varietà e magnificenza secondo tutti gli attuali phyla (un tempo detti “tipi”), ovvero i grandi gruppi tassonomici in cui si divide il regno animale. Prima infatti non c’è praticamente alcunché (le tracce biologiche dell’epoca precedente sono scarsissime e spesso dubbie). Ma, scrive Gelernter, «la teoria di Darwin prevede che le nuove forme di vita si evolvano gradualmente da quelle vecchie, secondo lo schema di un albero biologico che si ramifica e che si amplia costantemente. Le nuove coraggiose creature cambriane debbono quindi avere avuto dei predecessori pre-cambriani, simili ma non altrettanto fantasiosi e sofisticati. Mai più possono essere esplosi all’improvviso, come tanti geyser. Ognuno deve avere avuto un predecessore strettamente correlato a sé, il quale deve a propria volta avere avuto dei predecessori: l’evoluzione darwiniana è infatti graduale, passo dopo passo. Dopo di che, tutti quei predecessori debbono provenire, risalendo ancora più indietro, da un’altra serie di rami, i quali portano (sempre indietro nel tempo) al tronco. Ma i predecessori delle creature del Cambriano mancano. Lo stesso Darwin era disturbato dall’assenza di loro reperti fossili».

E via di questo passo, dubbio dopo dubbio. Né il recensore Gelernter né il recesito Meyer scrivono però per demolire il darwinismo. Semplicemente chiedono al darwinismo di spiegare le proprie affermazioni, contraddette dalle osservazioni della realtà. Tutto qui, scienza vera: che però scandalizza chi si trincera dietro affermazioni ideologiche indimostrate, smentite dai fatti. La notizia dentro la notizia è comunque che un numero sempre crescente di scienziati e di intellettuali trova strettissima la calzamaglia darwiniana dietro cui il neo-illuminismo contemporaneo si cela per non restare in mutande in pubblico.

Marco Respinti per lanuovabq.it

NUOVA SCOPERTA:LA VITA DAL CIANURO


Pare che si sia scoperto da dove viene la vita: dal cianuro. Alcuni scienziati hanno scoperto del cianuro legato ad altri composti in alcuni meteoriti: si pensa allora che i meteoriti, arrivati sulla terra hanno iniziato dal cianuro a produrre la vita. Infatti il cianuro è presente negli enzimi deidrogenasi presenti negli archeobatteri e nei batteri moderni.

Quindi si pensa che il cianuro sia la prima molecola che ha dato origine alla vita. Si continua così a equivocare su che cosa ‘e’ veramente la vita. La vita infatti non è un ammasso di sostanze chimiche reagenti tra loro: dicendo questo si dimostra di non aver capito niente di che cos’è la vita. La vita e ‘ sostanzialmente informazione simile ad un programma di software. E’ come se per capire un computer coi suoi programmi  se ne cercasse la causa nelle sostanze chimiche presenti su un computer. La vita non si spiega esaminando ciascuna sostanza chimica presente: non si spiega ne’ con gli zuccheri, ne’ con i  lipidi, ne’ con le proteine: queste sostanze sono assemblate in modo specifico per  dare origine alla complessità’ della cellula e di tutti gli organismi in modo da dare luogo ad una organizzazione con scopi specifici, allo stesso modo in cui un  software è fatto di sostanze chimiche che insieme formano un  programma. E il programma e ideato  sempre da una intelligenza. E così per capire la  vita bisogna mettere in conto che la causa  di essa è una straordinaria intelligenza .

 

Nunzio Nobile Migliore