L’evoluzione del “gattopardo”


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La Teoria dell’Evoluzione si evolve a sua volta, passando dal Neodarwinismo alla Sintesi Estesa, ma ci troviamo davvero di fronte ad una svolta oppure abbiamo tanti cambiamenti la cui somma non risolve le questioni ancora aperte?

Un “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”?

Procediamo con ordine, anche perché uno dei meriti del seguente paper del 2015 è l’ordine con cui i relativi scienziati hanno posto alla questione, della quale racconteremo prima le luci poi le ombre.

La Sintesi Estesa viene presentata in modo formalmente organico e gerarchico, come è giusto che sia per una Teoria degna di questo nome, perché in fondo “spiegare” vuol dire “semplificare”, in questo caso il ricondurre una vastissima classe di fenomeni ad un numero piccolo di postulati. Nella Table 1 del paper vengono appunto messi a confronto i postulati della Sintesi Moderna e della Sintesi Estesa, più avanti nel testo i fenomeni e i concetti-chiave, infine ovviamente le predizioni.

Un merito della Sintesi Estesa, quello che si può considerare il principale, è che essa è più comprensiva della Moderna, cioè tiene conto, per principio, di molti fenomeni che il Neodarwinismo mette in secondo piano. L’idea di base è che oltre alle mutazioni genetiche e alla selezione naturale vadano considerati altri tipi di variazioni a scale superiori come le variazioni dei processi di sviluppo (evo-devo), la costruzione di nicchie (specie che modificano il proprio ambiente) e plasticità fenotipiche tipiche di molte specie. Tali tipi di variazioni sono associate a tipi di ereditarietà che non sono solo quelle genetiche, ossia tra una generazione e l’altra non viene trasmesso solo il DNA, ma anche il modo in cui si esprimono oppure no certi geni, una certa formazione dei tessuti, i comportamenti e la “cultura”. Tutte queste cose vanno ad ampliare quella che viene chiamata “evolvibilità”, cioè il potenziale per un’evoluzione adattativa.

Un elemento molto promettente è la variazione facilitata: nell’ambito dell’evo-devo può accadere che variazioni dello sviluppo agiscano come se il nuovo fenotipo esplorasse più soluzioni, restando però all’interno di processi di base, per cui si può avere anche un cambiamento forte ma ben integrato nell’organismo. Un esempio che viene indicato è la capacità dei vasi sanguigni di espandersi in regioni del corpo che presentano un deficit di ossigeno.

La Sintesi Estesa ha anche la proprietà di non essere gradualistica, ma predice al contrario che grandi cambiamenti possono avvenire con piccole se non proprio nessuna mutazione genetica; per esempio possiamo avere un fattore ambientale che modifica l’espressione di un gene, che quindi modifica un carattere e se tale diversa espressione è adattativa ed ereditabile, abbiamo un cambiamento che non inizia con piccole variazioni del fenotipo.

L’immagine che meglio riassume la struttura della Sintesi Estesa è la Figura 2: in rosso sono indicati quei fenomeni che hanno maggior peso nella Sintesi Estesa rispetto alla Moderna, mentre le frecce indicano i rapporti causali tra le variazioni. Su quest’ultimo punto, occorre far notare che nel Neodarwinismo la relazione principale di causa-effetto è tra i cambiamenti genetici (causa) e i cambiamenti nel fenotipo (effetto), mentre la Sintesi Estesa considera più possibilità, come quella per cui una nuova nicchia ambientale implica un diverso tipo di selezione naturale oppure di processo di sviluppo ereditabile.

Per quanto riguarda l’aspetto più importante di una teoria, le sue predizioni, il paper presenta di nuovo le più importanti in una tabella comparativa (Table 3), dove spicca una differenza importante: si predicono variazioni fenotipiche non casuali ma direzionate e funzionali grazie ai fenomeni citati in precedenza, così come l’adattamento non viene più spiegato solo con la selezione naturale.

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Elencati i punti di forza, quelli critici vengono suggeriti in buona parte dal paper stesso. Le predizioni presentate dalla Table 3 sono tutte a breve termine, anche se forse aprono la possibilità a predizioni a lungo termine, perché i processi considerati sono di più sicura predicibilità rispetto alle mutazioni genetiche e alla seleziona naturale. Una domanda che non vuole essere provocatoria è che se sono noti i meccanismi di variazione dello sviluppo e della plasticità fenotipica, assumendo che si può avere una modificazione del genotipo conseguente e non antecedente a quella del fenotipo, è possibile mettere su un esperimento in grado di rendere osservabile una macroevoluzione? Per definizione, ogni esperimento non è altro che la riproduzione di un fenomeno naturale sotto condizioni controllate sfruttando la conoscenza delle leggi che lo regolano. Se è possibile fare ciò, allora si pone fine alle chiacchiere e si testa la teoria, ma se ciò che si propone è solo un’estensione dei fenomeni da considerare, allora forse ci troviamo davanti a quella che non è una nuova classe di predizioni ma di post-dizioni, cioè di spiegazioni a posteriori di fenomeni che sono solo stati osservati più di recente rispetto a quelli alla base del Neodarwinismo.

Uno dei punti ambigui del paper è proprio il rapporto con la teoria precedente: la Sintesi Estesa viene presentata come una fonte di nuove interpretazione di vari fenomeni, però viene detto pure che non va pensata come in contrasto con la Sintesi Moderna; viene detto che non è la semplice aggiunta di nuovi fenomeni, però viene anche detto che la selezione naturale e le mutazioni genetiche non perdono la loro importanza. Viene citato il caso della “crisi Kuhniana” per dire che ciò che sta avvenendo nella Teoria dell’Evoluzione non è una crisi in tal senso. Di conseguenza non possiamo fare a meno di dedurre che la Sintesi Estesa non è un cambiamento di paradigma, infatti gli autori scrivono proprio che essa non è una “rivoluzione”. Ciliegina sulla torta, viene detto che però il pensiero moderno della filosofia della scienza è che non esiste un solo tipo di rivoluzione. È come dire che anziché presentare la Sintesi Estesa come una nuova teoria nel senso classico del termine (come successe per esempio col passaggio dalla gravitazione di Newton a quella di Einstein) si dice che è il passaggio ad una nuova teoria che non ha più il significato di una volta!

Per essere più concreti e meno filosofici, affrontiamo per ultimo il secondo degli ingredienti fondamentali di una teoria (postulati, definizioni e predizioni). La definizione di “evoluzione” secondo la Sintesi Moderna, come ricordato dal paper, è “cambiamento della frequenza genica”. In passato su questo sito si è spiegato più volte perché tale definizione nasconde delle criticità, perché senza una definizione di “novità” o di “nuovo gene” viene fatto includere con tale definizione qualunque tipo di cambiamento, anche distruttivo, che però viene considerato a tutti gli effetti “evoluzione”.

Per quanto riguarda la Sintesi Estesa, la definizione di “evoluzione” diventa “cambiamento transgenerazionale della distribuzione dei tratti ereditabili in una popolazione”. Come vedete, l’accento è stato posto sugli elementi che cambiano (non solo i geni, ma anche i caratteri su scale superiori) mentre resta invariato il modo di intendere il cambiamento (frequenza e distribuzione sono quasi sinonimi e non fanno riferimento esplicito alla comparsa di novità significative). Il rischio di tale definizione è che si passi dalla padella alla brace, per cui adesso anche un cambiamento che non va a toccare il DNA può implicare evoluzione. Dal punto di vista quindi dei problemi sollevati dalle definizioni usate, non cambiano le nostre critiche col passaggio alla Sintesi Estesa.

Ironia della sorte, le critiche più “concrete”, cioè che non partono da considerazioni epistemologiche, ci vengono suggerite da quello che potremmo chiamare il fronte “conservatore” (Neodarwinista). Infatti, volendo dare credito alla luce della definizione attuale di evoluzione, i cambiamenti a breve termine predetti dalla Sintesi Estesa, siccome non riguardano direttamente i geni, non possono essere considerati cause di processi evolutivi. In questo caso noi possiamo fare un discorso non solo formale, se si pensa a quale sia il fenomeno che vogliamo spiegare scientificamente: se dobbiamo descrivere la risposta fenotipica ad uno stress ambientale, non possiamo che essere d’accordo con quanto espresso dalla Sintesi Estesa; se invece dobbiamo spiegare la comparsa di un nuovo organo, un nuovo gruppo tassonomico, allora è chiaro che tali fenomeni necessitano di spiegazioni a lungo termine che non possono fare a meno di riguardare cambiamenti massicci dei cari, vecchi ma numerosissimi nucleotidi.

Si può dire che quest’ultima considerazione non urta con la Sintesi Estesa perché, come dice il nome, è un‘estensione di ciò che è già noto, che però non è una mera aggiunta, che però non è un cambio di paradigma, che però implica una nuova interpretazione.

Forse mi sbaglio e magari la Sintesi Estesa rappresenta davvero un progresso, ma al momento mi sento come un cliente di un supermercato che è tentato di acquistare un alimento confezionato, pubblicizzato come migliore di uno precedente, però dall’etichetta non riesce a condividere tali rivendicazioni, per cui ha il forte sospetto che gli stanno vendendo qualcosa che sembra diverso, ma non ha niente di nuovo.

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da critica sceintifica

LA SESSUALITA’ UMANA


Se la sopravvivenza di una singola persona non dipende dalla riproduzione, la continuazione della vita umana sarebbe impossibile senza la riproduzione. La riproduzione degli organismi pluricellulari è quasi sempre sessuata, cioè esiste un maschio ed una femmina che posseggono organi riproduttivi  fatti in modo che il maschio si unisca alla femmina e dia la possibilità allo spermatozoo maschile di unirsi all’ovulo femminile all’interno degli organi riproduttivi e dare luogo ad un nuovo individuo chiamato zigote che è diverso geneticamente dal padre e dalla madre.

Gli organismi unicellulari invece si riproducono in modo asessuato e dalla divisione della cellula ne derivano due nuove cellule identiche geneticamente alla cellula madre. I biologi evoluzionisti, a proposito della sessualità devono spiegare come è potuto avvenire che si sviluppassero contemporaneamente i vari organi riproduttivi del maschio e della femmina, giacchè con lo sviluppo del solo maschio o della sola femmina, non sarebbe mai potuto avvenire la riproduzione. Questo sviluppo contemporaneo è un vero e proprio enigma per il neodarwinismo.  Ora vediamo come si sviluppano gli organi sessuali umani.

La riproduzione umana richiede che ognuna delle 23 coppie di cromosomi umani si separino gli uni dagli altri e vengano collocati nei gameti maschili chiamati spermatozoi e nei gameti femminili chiamati ovuli. Il  modo naturale in cui avviene l’unione dei gameti maschili e gameti femminili è il rapporto sessuale. Il maschio deposita il seme maschile nella vagina femminile in modo che gli spermatozoi possano viaggiare attraverso la cervice nel corpo dell’utero e uno solo dei tantissimi spermatozoi prodotti si possa unire con l’ovulo femminile. Per produrre questa operazione il maschio è dotato di testicoli che producono lo sperma e un sistema di canali genitali come l’epididimo il dotto deferente, le vescicole seminali e i genitali esterni come lo scroto, pene e prostata, dotati di meccanismi per spostare lo sperma fuori dal corpo. La femmina è dotata di genitali esterni. le labbra, il clitoride; la vagina e un sistema di canali genitali e la parte superiore è composta da: utero e tube di Falloppio (per aiutare lo sperma ad arrivare verso l’uovo che è stato rilasciato dalle sue ovaie). L’incontro tra lo spermatozoo e l’ovulo avviene di solito nella tuba di Falloppio, si ha la penetrazione di uno spermatozoo nell’ovulo e si forma cosi’ lo zigote, che è una nuova vita umana. Lo zigote comincia presto a dividersi diventando un embrione che migra nel corpo dell’utero e si impianta nell’endometrio uterino che permette all’embrione di crescere, di svilupparsi e diventare neonato dopo nove mesi. E ora vediamo come si sviluppano sesso maschile e femminile. Dei 23 paia di cromosomi dell’uomo, 22 sono cromosomi somatici, cioè posseggono tutta l’informazione per lo sviluppo del corpo; un paio di cromosomi sono i cromosomi sessuali ed hanno l’informazione per lo sviluppo del sesso. Nella femmina i cromosomi sessuali sono di tipo XX, cioè le due paia di cromosomi omologhi sono molto simili tra loro. Nel maschio invece le due paia di cromosomi sessuali sono di tipo XY, cioè uno dei due cromosomi omologhi, quello y, è differente da quello x, è un pò più piccolo e contiene informazioni differenti. Per le prime settimane di vita l’embrione è asessuato, cioè non esiste differenza tra maschio e femmina perchè non esistono ancora le gonadi maschili e femminili. Le gonadi indifferenziate sono destinate a diventare ovaie ma se l’embrione è destinato a diventare maschio, ben presto si sviluppa una molecola chiamata ‘testicolo, fattore determinante, ovvero TDF. L’informazione genetica per il TDF è presente in una regione del cromosoma Y chiamata SRY. Ecco perchè un maschio deve avere un cromosoma Y. Rare volte si può avere una traslocazione dei geni che codificano per la TDF ed essi si spostano nel cromosoma X; si ha allora un maschio XX che a causa della TDF presente nella X forma testicoli invece di ovaie ma che comunque è sterile e incapace di riprodursi. Quindi La TDF è l’interruttore principale che induce l’embrione a diventare maschio anzicchè femmina. Ma per diventare maschio ci vuole molto di più. Quando si formano i testicoli essi producono testosterone, un ormone steroideo derivato dal colesterolo attraverso molti passaggi enzimatici. Ogni embrione umano inizia la vita con due sistemi primordiali genitali, i dotti di Wolf e i dotti di Muller. Se le gonadi non diventano testicoli i dotti di Wolf degenerano e scompaiono e i dotti di Muller si sviluppano nel sistema genitale femminile. Tuttavia se le gonadi diventano testicoli, attraverso il testosterone i dotti di Wolf si sviluppano nel condotto dell’apparato genitale maschile, mentre i dotti di Muller degenerano. Il testosterone, per agire, si unisce ai suoi recettori, ma se i recettori degli androgeni non ci sono o sono difettosi si sviluppa una sindrome chiamata sindrome da insensibilità completa agli androgeni (CAIS). In questa sindrome i testicoli funzionano normalmente, ma, mancando i ricettori degli androgeni i dotti di Wolf non si trasformano correttamente nei canali genitali maschili e non esiste un sistema di canalizzazione genitale maschile. CIò avviene in uno su 20000 nati maschi e queste persone sono noti come femmine XY. Hanno testicoli che possono migrare nell’inguine o nelle grandi labbra: apparentemente appaiono femmine a tutti gli effetti  ma non hanno le mestruazioni all’età appropriata ed allora ci si accorge che non hanno sviluppato gli organi interni femminili ed hanno una vagina a fondo cieco oltre ad non avere gli organi sessuali maschili. Ma come può avvenire questo? Si deve tener presente che i testicoli, oltre a secernere il testosterone, secernono un altro ormone antimulleriano  (AMH), codificato nel cromosoma 19.L’AMH si unisce a specifici recettori AMH  codificati nel cromosoma 12 e induce le cellule di Muller a degenerare e scomparire. Ciò spiega perchè la femmina XY sembra una femmina, ma, avendo i condotti di Muller degenerati non può sviluppare gli organi genitali interni femminili. Anche qui si vede che l’embrione è destinato a diventare femmina, se non ci fossero le sostanze specifiche androgeniche che fanno sviluppare i dotti di Wolf e degenerare i dotti di Muller. Per lo sviluppo poi degli organi genitali esterni maschili avviene un altro meccanismo: nel seno uro-genitale embrionale esistono dei tubercoli, delle escrescenze che producono un enzima chiamato 5-alfa-reduttasi e, questo enzima, codificato nel secondo cromosoma, converte il testosterone in diidrotestosterone (DHT) che è un forte stimolatore del recettore degli androgeni. Quando il DHT si attacca ai recettori degli androgeni li stimola in modo notevole a produrre gli organi maschili esterni: pene, scroto, prostata. Esiste una malattia genetica rara chiamata deficit di 5-alfa-reduttasi, questa malattia comporta dei testicoli normalmente funzionanti e con un  sistema di canali genitali maschili normali, ma non si sviluppano gli organi genitali maschili esterni che appaiano deformati ed estremamente ridotti. queste persone sono incapaci di avere rapporti sessuali e quindi sono sterili. Ancora una volta si vede che l’embrione umano è destinato a diventare femmina, se non ci fossero molecole specifiche che inducono i caratteri maschili. In conclusione ,per diventare maschi è necessario anzitutto il TDF, poi i ricettori del  TDF, poi gli enzimi che trasformano il colesterolo in testosterone, poi i ricettori del testosterone, senza di essi i dotti di Wolf  degenerano. Alla fine si richiede un enzima specifico per trasformare il testosterone in diidrotestosterone per poter formare normalmente gli organi genitali maschili esterni e per concludere serve anche   ‘l’ AMH che si lega ai recettori AMH sui dotti mulleriani facendoli degenerare. Se uno solo di questi fattori è assente o non funziona correttamente il maschio non funziona come maschio e non funzionano nemmeno gli organi genitali femminili. La pena è la sterilità. Quindi, nel DNA, servono le informazioni che abbiano le istruzioni geneticamente codificate, la nostra esperienza fa comprendere che le informazioni richiedono l’esistenza di una Intelligenza, di una mente. L’assenza di uno solo dei fattori descritti metterebbe in bilico l’esistenza della specie umana. La prossima volta vedremo che la capacità di generare non si sviluppa subito alla nascita, ma in un’epoca ben precisa, durante la pubertà. Cosa succede  quando avviene la pubertà?

EVOLUZIONISMO.DUBBI E OBIEZIONI


Negli anni 90 in Italia solo il genetista Giuseppe Sermonti e il Paleontologo Roberto Fondi mettevano in discussione la teoria di C. Darwin, oggi le cose sono cambiate e nel mondo come nel nostro paese il neodarwinismo è fortemente in difficoltà; questo anche grazie a molti studiosi e attenti osservatori che senza interessi particolari si sono occupati di divulgare la realtà su una ipotesi decisamente senza capo ne coda. Tra questi c’è il giornalista Marco Respinti molto attento a quanto avviene negli Usa come in Italia per quanto riguarda il materialismo e le sue (bislacche) teorie.

Respinti pubblicò un ottimo saggio nel 2007 (Processo a Darwin per la Piemme) in cui portò a un processo di tipo scientifico quanto veniva presentato come fatto dai diversi scienziati che si rifanno all’evoluzionismo. Oggi, il Respinti, torna con forza sull’argomento neodarwinismo con un nuovo titolo: “Evoluzionismo: dubbi e obiezioni”, i quaderni del Timone. Il testo è veloce, preciso e senza mezze parole e il nostro giornalista spiazza e demolisce le certezze dei darwinisti. Composto in 6 capitoli entra nel dettaglio di diverse questioni imbarazzanti per la teoria materialista.

Le conclusioni del giornalista sono senza scampo:

“…Insomma, l’evoluzionismo non dimostra affatto la propria ipotesi perché si sottrae sistematicamente e intrinsecamente al metodo scientifico. Nulla di quanto racconta è visibile, descrivibile, sperimentabile, riproducibile. L’evoluzionismo non è scienza: il più delle volte è una “fede”, sovente un’ideologia, talvolta una frode. Non fornisce prove, non mostra fatti.”

Il saggio è consigliato a tutti, a coloro che vogliono farsi un’idea del dibattito in corso e a chi ha già una preparazione specifica della materia.

Ben tornato sull’argomento caro Marco Respinti

IMPASSE DELLO SCENARIO DELL’EVOLUZIONE DEI MAMMIFERI MARINI


Scritto da Beppe Caselle

Finora abbiamo esaminato quanto fallace sia lo scenario secondo cui i mammiferi marini si sarebbero evoluti da quelli di terra. Le prove scientifiche dimostrano che non esiste alcuna relazione tra i due mammiferi terrestri (Pakicetus e Ambulocetus), che gli evoluzionisti pongono all’inizio del racconto, e i mammiferi marini. E che dire del resto dello scenario?
La teoria dell’evoluzione è di nuovo in grande difficoltà. La teoria cerca di stabilire un collegamento fitogenico tra gli Archeoceti (balene arcaiche), mammiferi marini che si sa essere estinti, e balene e delfini viventi. La paleontologa evoluzionista Barbara J. Stahl, però, ammette che “la forma serpentina del corpo e i peculiari denti a sega rendono chiaro che questi Archeoceti non potevano essere stati antenati di alcuna delle balene dei nostri giorni.
La spiegazione evoluzionista delle origini dei mammiferi marini affronta un’enorme impasse sotto forma delle scoperte nel campo della biologia molecolare. Il classico scenario evoluzionista ipotizza che i due maggiori gruppi di balene, le balene dentate (Odontoceti) e le balene con fenoni (Misticeti), si siano evoluti da un antenato comune. Tuttavia Michel Milinkovitch dell’Università di Bruxelles ha opposto a questa opinione una nuova teoria. Egli ha sottolineato come questa ipotesi, che si basa su somiglianze anatomiche, si astata confutata dalle scoperte molecolari.
I rapporti evolutivi tra i maggiori gruppi di cetacei sono più problematici perché le analisi morfologiche e molecolari giungono a conclusioni molto diverse. In effetti, sulla base della convenzionale interpretazione dei dati morfologici e comportamentali, le balene dentate eco-localizzanti (circa 67 specie) e le balene con fenoni che filtrano il cibo (10 specie) sono considerate due gruppi morfologici distinti… D’altro canto l’analisi filogenetica del DNA e le sequenze degli aminoacidi contraddicono questa divisone tassonomica a lungo accettata. Un gruppo di balene dentate, i capodogli, sembra essere più strettamente imparentati alle balenottere – molto diverse dal punto di vista morfologico – che agli altri odontoceti.
In breve, i mammiferi marini sfidano gli immaginari scenari evolutivi a cui sono costretti ad adattarsi.
Al contrario di quanto afferma la propaganda evoluzionista sulle origini dei mammiferi marini, non parliamo di un processo evolutivo supportato da prove scientifiche ma da prove costrette ad adattarsi al presupposto albero evolutivo, nonostante le molte contraddizioni tra di essi.
Quello che emerge, se si guarda obiettivamente alle prove, è che gruppi diversi di esseri viventi emersero indipendentemente l’uno dall’altro, nel passato.
I mammiferi sono considerati come la forma di vita in cima alla cosiddetta scala evolutiva. Se è così, diventa difficile spiegare perchè questi animali si sarebbero spostati in un ambiente marino. Un’altra domanda è in che modo queste creature si sarebbero adattati all’ambiente marino anche meglio dei pesci, dal momento che animali come l’orca e il delfino, che sono mammiferi e quindi posseggono polmoni, si sono adattati all’ambiente in cui vivono anche meglio dei pesci che respirano nell’acqua.
È assolutamente ovvio che l’immaginaria evoluzione dei mammiferi marini non può essere spiegata in termini di mutazioni e selezione naturale. Un articolo pubblicato sulla rivista GEO fa riferimento alle origini della balena blu, un mammifero marino, e afferma così la disperata posizione del darwinismo sull’argomento:
Come per le balenottere azzurre, la struttura corporea e gli organi di altri mammiferi che vivono nel mare somigliano anch’essi a quelli dei pesci. Anche lo scheletro presenta somiglianze con quello dei pesci. Nelle balene, le membra posteriori che possono essere definite zampe, mostrano un’involuzione, non raggiungendo una crescita completa. Tuttavia non c’è la minima informazione circa modifiche nella forma di questi animali. Dobbiamo presumere che il ritorno al mare ebbe luogo non attraverso una lenta e lunga transizione come affermato dal darwinismo, ma avvenne in un salto istantaneo. Oggi i paleontologi non hanno sufficienti informazioni circa le specie di mammiferi da cui si evolvettero le balene.
In effetti è molto difficile immaginare come un piccolo mammifero che viveva sulla terra asciutta si sia trasformato in una balena lunga 30 metri e pesante circa 60 tonnellate. Tutto quello che i darwinisti possono fare rispetto a ciò è produrre parti dell’immaginazione come nel seguente estratto di un articolo pubblicato dal National Geographic:
La superiorità di dimensioni della balena cominciò probabilmente sessanta milioni di anni fa, quando un peloso mammifero a quattro zampe si avventurò nell’acqua in cerca di cibo o rifugio. Col passare degli eoni, si ebbero dei lenti cambiamenti. Le zampe posteriori scomparvero, quelle anteriori diventarono pinne natatorie, il pelame lasciò il posto a uno spesso e liscio strato di grasso, le narici si spostarono alla sommità del capo, la coda si ampliò e galleggiando nell’acqua, il corpo divenne enorme.
Gli scenari della graduale evoluzione, descritti in precedenza, non soddisfano nessuno, nemmeno i loro stessi autori. Ma, in ogni caso, esaminiamo i dettagli di questo racconto fase per fase per vedere quanto irrealistico esso sia in realtà.

Intervista a Douglas Axe su Diplomacy Post


Douglas Axe

http://dippost.com/2014/02/20/douglas-axe-life-looks-as-though-it-was-purposefully-designed-because-it-really-was/

Douglas Axe è un nome che attira le ire di molti evoluzionisti. E’ assolutamente normale perché il suo lavoro rappresenta un’autentica minaccia alle idee evoluzionistiche, specialmente a livello microbiologico. Questo però non lo fa demordere dal perseguire il suo fine: liberare il mondo della scienza dalla salda presa del Darwinismo.

In funzione di questo scopo D. Axe è a capo di un notevole gruppo di scienziati al Biologic Institute, un’organizzazione no profit che produce evidenze sperimentali per l’Intelligent Design. La sua istituzione è finanziata dal Discovery Institute ed ha iniziato le sue attività nel 2005. Ad oggi il gruppo ha completato molti progetti offrendo prove significative a sostegno dell’Intelligent Design. Principalmente si focalizzano sull’origine e sul ruolo dell’informazione nella vita: l’essenza, i fondamenti e gli schemi programmatici caratteristici dei sistemi complessi.

D. Axe spiega che prima di iniziare con il Biologic Institute ha avuto confronti con un discreto numero di scienziati che nutrono scetticismo verso le idee di Darwin, dai quali sorse l’idea di aderire a questo progetto: ‘Ci sono scienziati altamente qualificati in nazioni di tutto il mondo che sono alla ricerca di un’opportunità per fare scienza al di fuori della camicia di forza del materialismo ideologico… Gli scienziati di cui parlo sono determinati a trovare vie alternative a questa ideologia e a coltivare forti rapporti di collaborazione con colleghi che la pensano allo stesso modo così da trarre il massimo beneficio da queste impostazioni.’

Comunque, spiega Axe, molti sono riluttanti a mettere in pratica quanto appena esposto, a causa del possibile isolamento e di altre conseguenze direttamente legate allo sfidare la visione materialistica del mondo, visione dominante nella scienza di oggi:

‘Il clima sociopolitico all’interno dell’accademia scientifica varia in qualche modo da paese a paese, ma è uniformemente ostile a chi è scettico verso le idee di Darwin, sia in tutti gli Stati Uniti che in Europa. Addirittura gli scienziati di quei paesi che osano esprimersi liberamente sulla possibilità di un ‘progetto intelligente’ si possono aspettare una riprensione. Quelli che si rifiutano di rientrare nei ranghi spesso si ritrovano ad essere evitati dai loro colleghi, cosa che li esclude completamente da tutte le funzioni vitali della vita accademica, incluso l’essere finanziati, pubblicati, assunti o promossi. Quando qualcuno si accorge che questo succede a qualche collega, ci si pensa due volte prima di prendersi un tale rischio’.

Il Biologic Institute è stato fondato per contrastare questi problemi. L’Istituto esiste con l’obbiettivo di far aumentare e rendere più forte la comunità di scienziati che sono nella posizione di rendersi conto che esiste un modo migliore ‘di fare scienza”, dice D. Axe.

Egli è piuttosto determinato quando si tratta di perseguire i suoi obbiettivi, nonostante i continui colpi di coda delle cerchie darwiniste: ‘Il nostro obbiettivo è ambizioso: Non vogliamo solo aprire le menti chiuse, piuttosto vogliamo liberare le menti aperte. Vogliamo sciogliere la stretta che ha tuttora il materialismo ideologico sulle scienze naturali. Vogliamo che persone giovani e brillanti che preferiscono il punto di vista di un ‘progetto intelligente’ siano libere di entrare nella sfera di competenza scientifica e dimostrare quanto quel punto di vista sia produttivo.’

D. Axe spiega che un ‘progetto intelligente’ è evidente in natura e può essere visto da chiunque: “L”Intelligent Design’ sostiene che la vita appare come se sia stata progettata di proposito perché lo è effettivamente stata. Il ‘Progetto Intelligente’ si nota in modo molto ovvio nella vita. E’ onnipresente. Perché i semi del dente di leone possiedono piccoli paracadute fatti di filamenti simili a peli? Perché sono stati fatti per essere dispersi dal vento. Ecco perché.”

Anche se i darwinisti cercano di mantenere intatto il loro reame, D. Axe è determinato ad infrangere le barriere e a sfidare quelle regole ‘non dette’: ‘La spiegazione darwinista per tutte le peculiarità della vita in sintesi è che cause materiali accidentali sono in grado di produrre virtualmente qualunque cosa, mentre la selezione vaglia queste infinite possibilità trovando quelle che danno un beneficio ad ogni singola specie. Nonostante quello che dice la gente, non capisco come questo possa risultare convincente per qualcuno. Come ammise apertamente Francis Crick: ‘I biologi devono tenere costantemente a mente che quello che vedono non è stato progettato, quanto piuttosto si è evoluto’. In altre parole, i darwinisti devono sopprimere energicamente le loro intuizioni sul fatto che la vita possa essere un progetto.’

Nonostante questa regola auto-imposta dei darwinisti secondo la quale deve essere respinta qualunque ipotesi che implichi un progetto in natura, D. Axe aggiunge che un ‘progetto intelligente’ è chiaro anche nell’universo: ‘Un progetto intelligente è anche evidente nella regolazione fine dell’universo, necessaria per consentire la vita. Alcuni aspetti di ciò sono evidenti a chiunque. Vediamo tutti che le condizioni qui sulla terra sono straordinariamente di sostegno alla vita e questo ci dà la netta impressione che la terra è stata fatta per consentire la vita.’

D. Axe spiega che sebbene il darwinismo sia viziato in così tanti dei suoi aspetti, alcuni si sentono in dovere di aggrapparsi ad esso senplicemente allo scopo di proteggere il materialismo ideologico: ‘Il darwinismo è così grandemente contraddetto dall’evidenza scientifica che siamo costretti a cercare qualcosa che vada al di là dell’evidenza per spiegare come abbia potuto persistere come teoria dell’origine biologica a maggiore consenso. Per un sostenitore del materialismo ideologico, l’unica risposta possibile alla domanda “come siamo venuti all’esistenza?” è che siamo il prodotto di processi fisici ciechi. Per quanto la spiegazione della vita di Darwin sia così inadatta per lo meno è compatibile con il materialismo ideologico, che è la cosa principale per i suoi sostenitori.

Axe spiega che molti scienziati si piegano alla pressione dei colleghi, temendo ritorsioni ed isolamento e pur di stare tranquilli scelgono di ignorare le prove convincenti fornite dal concetto di un ‘progetto intelligente’.

Ma quindi la gente comune come sarà in grado di decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato quando esiste una tale discriminazione e un chiaro favoritismo nel mondo della scienza? D. Axe risponde: ‘Gli scienziati sono esseri umani al 100%, cosa che può portare ad avere il 100% dei possibili difetti dell’uomo come risultato. La cosa migliore che possono fare i non-scienziati è abbandonare l’idea secondo la quale gli scienziati operano ad un altro livello, superiore a quello degli altri esseri umani. Quando si parla di carattere e di fibra morale, tutto ciò che c’è di vero sui politici lo è anche per gli scienziati. Prima la gente ne diverrà consapevole e meglio sarà.

http://dippost.com/2014/02/19/life-looks-as-though-it-was-purposefully-designed-because-it-really-was/

Douglas Axe è il direttore del Biologic Institute. Attraverso esperimenti e simulazioni hardware le sue ricerche esaminano le costruzioni funzionali e strutturali che mettono alla prova il concetto di evoluzione delle proteine e dei sistemi proteici. Dopo un dottorato di ricerca alla Caltech, ha acquisito una posizione di scienziato ricercatore all’Università di Cambridge, al Cambridge Medical Research Council Centre e al Babraham Institute di Cambridge. I suoi lavori sono stati pubblicati su Nature ed esposti in una serie di libri, riviste ed articoli di giornale, compresi Life’s Solution di Simon Conway Morris, The Edge of Evolution di Michael Behe e Signature in the Cell di Stephen Meyer.

  • Dott. Axe, grazie molte della sua disponibilità. Vorrei iniziare dai suoi lavori. Potrebbe dirci qualcosa sui progetti ed obbiettivi della sua organizzazione?

– Certo. Il Biologic Institute è un’organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 2005. Prima di questo, i miei rapporti con scienziati scettici sia sul darwinismo che sulla più ampia categoria che abbraccia il materialismo ideologico, mi fecero capire quanto talento ci sia tra quelle persone. Ci sono scienziati altamente qualificati in nazioni di tutto il mondo che sono alla ricerca di un’opportunità per ‘fare scienza’ al di fuori della camicia di forza del materialismo ideologico.

I due ostacoli principali che questi scienziati affrontano sono l’opposizione e l’isolamento. L’establishment scientifico rinforza le propie ortodossie rendendo difficili le cose per quelli che ‘escono fuori dalla righe’. Nonostante questo, gli scienziati di cui parlo sono determinati a trovare vie alternative a questa ideologia dominante e a coltivare forti rapporti di collaborazione con colleghi che la pensano allo stesso modo così da trarre il massimo beneficio da queste impostazioni.
Il Biologic Institute è stato fondato per contrastare questi problemi. L’Istituto esiste con l’obbiettivo di far aumentare e rendere più forte la comunità di scienziati che sono nella posizione di rendersi conto che esiste un modo migliore di ‘fare scienza’.

Il nostro obbiettivo è ambizioso: Non vogliamo solo aprire le menti chiuse, piuttosto vogliamo liberare le menti aperte. Vogliamo sciogliere la stretta che ha tuttora il materialismo ideologico sulle scienze naturali. Vogliamo che persone giovani e brillanti che preferiscono il punto di vista di un ‘progetto intelligente’ siano libere di entrare nella sfera di competenza scientifica e dimostrare quanto quel punto di vista possa essere produttivo.

  • Potrebbe dirci in termini semplici che cos’è l”Intelligent Design’ e dove possiamo riscontrarlo in natura?

– ‘L’”Intelligent Design” sostiene che la vita appare come se sia stata progettata di proposito per il semplice motivo che lo è effettivamente. Il ‘Progetto Intelligente’ si nota in modo molto ovvio nella vita. E’ onnipresente. Perché i semi del dente di leone possiedono piccoli paracadute fatti di filamenti simili a peli? Perché sono stati fatti per essere dispersi dal vento. Ecco perché.

Ovviamente i darwinisti cercano di rimpiazzare questa interpretazione logica con una spiegazione legata al materialismo ideologico. La spiegazione darwinista per tutte le peculiarità della vita in sintesi è che cause materiali accidentali sono in grado di produrre virtualmente qualunque cosa, mentre la selezione vaglia queste infinite possibilità trovando quelle che danno un beneficio ad ogni singola specie. Nonostante quello che dice la gente, non capisco come questo possa risultare convincente per qualcuno. Come ammise apertamente Francis Crick, “I biologi devono tenere costantemente a mente che quello che vedono non è stato progettato, quanto piuttosto si è evoluto”. In altre parole, i darwinisti devono sopprimere energicamente le loro intuizioni sul fatto che la vita possa essere frutto di un ‘progetto intelligente’.

Un ‘progetto intelligente’ è anche evidente nella regolazione fine dell’universo, necessaria per consentire la vita. Alcuni aspetti di questa asserzione sono evidenti a chiunque. Vediamo tutti che le condizioni qui sulla terra sono straordinariamente favorevoli al sostentamento della vita e questo ci da la netta impressione che la terra è stata fatta per consentire la vita. Questa impressione è corretta, ma trovo più complicato dimostrarla in modo convincente rispetto a dimostrare in modo convincente che la vita stessa è frutto di un ‘progetto intelligente’. Infatti l’argomentazione teleologica della “regolazione fine” richiede qualche comprensione di cosmologia, che la rende meno accessibile.

  • Pensa che ci sia una così detta ‘stretta darwinista’ sul mondo scientifico?

Sicuramente. Il darwinismo è così grandemente contraddetto dall’evidenza scientifica che siamo costretti a cercare qualcosa che vada al di là dell’evidenza per spiegare come abbia potuto resistere in qualità di teoria dominante sull’origine biologica. Per un sostenitore del materialismo ideologico, l’unica risposta possibile alla domanda “come siamo venuti all’esistenza?” è che siamo il prodotto di processi fisici ciechi. Per quanto la spiegazione della vita di Darwin sia così inadatta, per lo meno è compatibile con il materialismo ideologico, che è la preoccupazione principale per i suoi sostenitori.
Sul fatto che molti non-materialisti supportano il darwinismo penso che la spiegazione sia legata al fatto che queste persone si sono adattate ad un ambiente che favorisce grandemente i darwinisti (per dirla in termini di ‘selezione naturale’). Il clima sociopolitico all’interno dell’accademia scientifica varia in qualche modo da paese a paese, ma è uniformemente ostile a chi è scettico verso le teorie di Darwin, sia in tutti gli Stati Uniti che in Europa. Addirittura gli scienziati di quei paesi che osano esprimersi liberamente sulla possibilità di un ‘progetto intelligente’ si possono aspettare una riprensione. Quelli che si rifiutano di rientrare ‘nei ranghi’ spesso si ritrovano ad essere evitati dai loro colleghi, cosa che li esclude completamente da tutte le funzioni vitali della vita accademica, incluso l’essere finanziati, pubblicati, assunti o promossi. Quando qualcuno si accorge che questo succede a qualche collega, ci si pensa due volte prima di prendersi un tale rischio.

  • Quale pensa sia il motivo che spinge queste persone a schierarsi così nettamente contro qualunque cosa metta in dubbio il darwinismo? La scienza non dovrebbe essere obbiettiva, senza pregiudizi e seguire i fatti in qualunque direzione questi conducano?

Si. In un mondo perfetto la scienza si occuperebbe solo di scoprire la verità, ma questo non è un mondo perfetto. Gli scienziati sono esseri umani al 100%, cosa che può portare ad avere il 100% dei possibili difetti dell’uomo come risultato. La cosa migliore che possono fare i non-scienziati è abbandonare l’idea secondo la quale gli scienziati operino ad un altro livello, superiore a quello degli altri esseri umani. Quando si parla di carattere e di fibra morale, tutto ciò che c’è di vero sui politici lo è anche per gli scienziati. Prima le persone ne saranno consapevoli, meglio sarà.

 

  • Sulla questione origine della vita, è vero che per sintetizzare una proteina servono gli enzimi – che comunque sono anch’essi proteine – ma prima di quello entrambi possono essere sintetizzati solo in base al DNA, che deve essere stato presente anch’esso nello stesso momento? Se si, cosa significa questo esattamente?

Il processo cellulare della produzione delle proteine in effetti richiede numerose proteine, molte delle quali enzimi (proteine che producono reazioni chimiche) e nessun processo naturale al di fuori della vita produce nulla che assomigli e queste proteine

  • Può dirci qualcosa sul DNA?

Il DNA è una molecola che possiede la capacità di memorizzare informazione digitale. Questo di per se è già rimarchevole, anche lasciando da parte il contenuto scritto nel DNA dei cromosomi degli organismi viventi.

La famosa doppia elica del DNA consiste in due filamenti aventi ordine opposto. Questi filamenti sono costituiti dall’unione di quattro tipi di mattoncini, che rappresentiamo con le lettere A, C, G, e T. La cosa intelligente a proposito del DNA è che A in un filamento forma un legame con T sull’altro e così avviene anche per C e G. Quindi i due filamenti si uniscono a formare un doppio filamento solo se questi hanno sequenze corrispondenti.

La bellezza di questa associazione tra i filamenti consiste nel fatto che è sia non-permanente che auto-costituente, qualcosa come la mutua attrazione tra due magneti. Come con i magneti, separando i due filamenti del DNA, questi si riuniranno appena possibile. Questo permette ai macchinari cellulari di separare i filamenti in zone specifiche per “leggere” un filamento, operazione critica per la produzione delle proteine e per la replicazione del DNA. Una volta che la lettura è completa, i filamenti si riassociano automaticamente.

(Traduzione a cura di C. A. Cossano, con la collaborazione di C. Puliti e F. Arduini; editing e pubblicazione D. Ricciardulli).

La selezione naturale e le mutazioni genetiche possono causare il formarsi di nuove specie?


 
Secondo la teoria dell’evoluzione, la selezione naturale e le mutazioni genetiche sommate al tempo hanno prodotto le differenti specie, che hanno vissuto o vivono nel pianeta. In pratica la teoria evoluzionista propone che ogni essere vivente, si sia “evoluto” da altre creature, che inizialmente deriverebbero da elementi inerti: atomi di idrogeno, ossigeno, azoto e carbonio. In questo articolo mi propongo di analizzare da un punto di vista logico se sia possibile che la selezione naturale e le mutazioni genetiche abbiano potuto creare “nuove specie”. Alla base della teoria  della selezione naturale vi sono i concetti di variazione e casualità. Ogni volta che un essere vivente di riproduce vi sono delle variazioni nel nuovo nato. Sono variazioni casuali. Secondo la teoria dell’evoluzione le variazioni possono risultare determinanti e quindi “vincenti”. Se risultano in una migliore adattabilità all’ambiente portano a più riproduzioni e quinde al perpetuarsi della specie. Innanzitutto vediamo che dal punto di vista semantico la parola “selezione” presuppone un intervento intelligente. Se vi è una selezione significa che qualcuno ha selezionato. Ma secondo la teoria dell’evoluzione le variazioni (non mi riferisco qui alle mutazioni) sono casuali. Se le variazioni sono basate sul caso non vi è “selezione”. Il concetto di selezione implica un eventuale progettista. Pertanto le parole più adeguate per esprimere il concetto di selezione naturale dovrebbero essere “variazioni casuali”.
Vediamo uno dei classici esempi che ancora oggi vengono portati come esempi della selezione naturale, il caso della falena biston betularia. Prima del 1850 il 98% delle falene in Inghilterra aveva un colore grigio con macchie chiare, che consentiva di mimetizzarsi con i licheni di colore chiaro presenti nella corteccia degli alberi. I gas tossici prodotti dalle fabbriche causarono la morte dei licheni e lo smog scurì le cortecce degli alberi cosicchè le falene con colorazione chiara furono facile bersaglio per uccelli predatori. Le poche falene con le ali scure invece sopravvissero in quanto si potevano mimetizzare bene nelle cortecce degli alberi che erano diventate scure. In pochi anni il fenotipo scuro diventò prevalerte. Questa però non può essere portata come prova Della teoria dell’evoluzione. Vediamo perchè. Il fatto che si siano riprodotte in seguito tantissime falene scure non è una prova che le falene si “siano evolute”. Dal punto di vista Della variazione genetica vi era la posibilita che il 50% delle falene fosse chiaro e il 50% fosse scuro. Però prima del 1850 la maggioranza (il 98%) erano chiare. Perchè? Siccome i licheni che si sviluppavano sulle cortecce degli alberi erano chiari, il 50% di falene scure fu predato fácilmente da uccelli e pertanto il numero di falene scure fu ridotto al 2%. Quando vi fu la rivoluzione industriale le falene chiare non furono più in grado di mimetizzarsi e morirono rapidamente uccise da uccelli predatori. Pertanto a partire dal 1850 le falene scure si svilupparono e poterono accrescere il loro numero. Ciò non significa che le falene chiare cessarono di naceré. Tutto ciò pertanto non ha causato “l’evoluzione della specie”, ma ha dimostrato solo l’aumento Della percentuale delle falene scure rispetto a quelle bianche. Entrambe, comunque sono rimaste falene. Non c’è stato un cambiamento di specie.
All’inizio del secolo XX vari evoluzionisti si sono resi conto che la selezione naturale da sola non può produrre nuove specie. Produce gruppi di individui più adattati di altri all’ambiente, ma non nuove specie. E’ sorto così il neo-darwinismo. In pratica esso aggiunge le mutazioni alla selezione naturale. In pratica siccome la selezione naturale non è in grado di spiegare il cambio di specie o meglio “l’evoluzione della specie” si pensa che esso sia avvenuto attraverso le mutazioni genetiche.
I cambi mutazionali sono però eventi rari ed in ogni caso producono una perdita del patrimonio genetico e quindi l’individuo risulta essere più debole e non più forte o meglio adattato. Gli organismi risultano pertanto peggiorati da eventuali cambi mutazionali. Pertanto la frase “sopravvivenza del più adatto”, perde significato. L’individuo che ha subito il cambio mutazionale è più debole quindi può morire più facilmente.
Un altro “assioma evoluzionista” è che il “cambio di specie” sarebbe un processo irreversibile. Ossia se la cellula si è evoluta nell’essere pluricellulare, l’essere pluricellulare non potrà mai involversi nella cellula. Anche qui si nota un assioma fideistico, in quanto alla base della teoria dell’evoluzione vi è il concetto filosofico del miglioramento e della maggiore specializzazione. E’ lo stesso Darwin che ha ammesso che la selezione naturale non produce nuove specie (1):

“Quando entriamo nei dettagli non possiamo provare che una sola specie è cambiata, inoltre non possiamo provare che i supposti cambi diano dei benefici, che starebbe alla base della teoria. Non possiamo neppure spiegare perchè alcune specie sarebbero càmbiate in altre e altre no”.
In effetti sono proprio gli scienziati genetici che ci informano che le variazioni avvengono all’interno delle specie, ma non causano un cambiamento di specie o “nuova specie”. L’iper-complesso DNA, (460 miliardi di doppie eliche di DNA per ogni cellula) funge da barriera. Per questo non c’è evidenza che nessuna specie si sia generata per mezzo dall’evoluzione di altre specie. C’è un altro punto da considerare: i miliardi di doppie eliche presenti in ogni cellula dovrebbero formarsi perfetti in modo da dare le istruzioni giuste all’organismo per quanto riguarda le funzioni vitali e la riproduzione. La necessità della perfezione del codice genetico è chiamata sintropia, ed è un’altra barriera alla teoria dell’evoluzione.
Oltre a questo vi è il concetto del “programma inteligente”. Il DNA è ciò che controlla la cellula, e senza DNA la cellula non potrebbe vivere. Credere che per casualità si sia formato il DNA, che sta alla base delle funzioni vitali della cellula, è come credere che il caso abbia creato il programma inteligente.
Alcuni scienziati come C.H Waddington hanno addirittura asserito che la selezione naturale agisce esattamente nel modo opposto a quello proposto dagli evoluzionisti. Vediamo una sua dichiarazione (2):

“Se selezioniamo i geni con certe caratteristiche produciamo una sotto-popolazione che differisce dall’originale per il fatto che si caratterizza per certe qualità alle quali siamo interessati (maggiore produzione di uova, per esempio); ma in questo caso la sotto-popolazione dimostra di essere più debole, meno adatta all’ambiente selvaggio e quindi sarà eliminata proprio dalla selezione naturale”. 
Abbiamo visto pertanto che le variazioni casuali ossia le ricombinazioni genetiche, le variazioni ereditarie e gli incroci non causano “nuove specie”. La selezione naturale, pertanto, o meglio le variazioni casuali non producono evoluzione o formazione di nuove specie.
A questo punto è lecito domandarsi: se le variazioni casuali non producono nuove specie, forse le mutazioni genetiche producono nuove specie?
Una mutazione è un danno subito da un gene (singola unità di DNA). Se un gene somatico riceve una mutazione vi è soltanto un danno o menomazione. Se riceve la mutazione un gene gametico, allora passerà ai discendenti. Le mutazioni (casusate principalmente da radiazioni, raggi ultravioletti, sostanze chimiche) generalmente producono uno di questi tre possibili cambi tra i geni o tra i cromosomi:

1-alterazione della sequenza dei geni del DNA
2-cambi nei cromosomi: inversione o translocazione.
3-cambio nel numero dei cromosomi (poliploidi – aploidi)

Secondo gli evoluzionisti affinchè le mutazioni provochino cambi positivi è necesario che: 1- esse accadano frequentemente; 2- che siano benefiche; 3 devono causare un cambio drammatico (includendo migliaia di cambi diretti e con un proposito), in modo da trasformare una specie in un altra.

Però ci sono 4 problemi principali con questi assiomi:

1- le mutazioni sono eventi rari (per cui non sono affatto frequenti). E’ pertanto impossibile che eventi rari abbiano prodotto tutte le necessarie caratteristiche di una sola nuova forma di vita; figuriamoci quindi se le nuove forme di vita sono centinaia di migliaia.

2-Le mutazioni sono sempre casuali, pertanto non implicano mai cambi diretti con un proposito specifico.

Per esempio Murray Eden dichiara che la casualità delle mutazioni fa venire meno la loro supposta utilità come causa dell’evoluzione (3):

“Il postulato della casualità è largamente improbabile, inoltre una corretta teoria scientifica dell’evoluzione dovrebbe aspettare la scoperta e la chiarificazione di nuove leggi”. 
Tutto ciò prova che le mutazioni sono eventi rari, non controllabili, completamente inaspettati. L’unica cosa che si può affermare è che non producono “cambiamento di specie” o il “formarsi di nuove specie”, il che richiederebbe cambi diretti con un proposito specifico.

3-L’evoluzione richiederebbe dei cambi genetici con un proposito specifico e tesi ad un miglioramento o maggiore specializzazione. Ma le mutazioni non “aiutano” ne “migliorano”, solamente indeboliscono o causano danni.

A tale proposito vediamo una citazione di H. J. Muller (4):

“La grande maggioranza delle mutazioni, certamente più del 99%, sono in qualche modo dannose, come normalmente sono gli effetti di evento occasionali”. 

4-Quasi tutte le mutazioni sono dannose. Esse indeboliscono o danneggiano irrimediabilmente l’organismo, e nella maggioranza dei casi ne compromettono la vita stessa.

Uno dei sostenitori più accaniti del neo-darwinismo è stato Julian Huxley (5), ma persino lui ha riconosciuto che le mutazioni difficilmente possono favorire il formarsi di nuove specie (6):

“Le mutazioni favorevoli sono una su mille o anche meno, giacchè tantissime mutazioni sono letali, impedendo all’organismo di vivere, mentre un’altra gran parte di ese danneggia l’organismo”. 

Da tutto ciò si evince che le mutazioni sono rare, casuali, senza un proposito specifico. Indeboliscono sempre o danneggiano l’organismo e spesso ne causano la morte.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: Come possiamo essere certi di ciò se le mutazioni sono eventi rari?
Sebbene le mutazioni avvengono con estrema rarità in natura, nei laboratori gli scienziati producono mutazioni, utilizando le radiazioni o alcune sostanze chimiche. Una certa quantità di radiazioni applicata ai geni delle cellule di un organismo produce mutazioni nella cellula riprodotta. Però abbiamo appena rimarcato che le mutazioni sono: 1-eventi rari; 2-sempre casuali e non hanno un proposito specifico; 3-non sono mai realmente benefiche; 4-sono spesso dannose o letali.

Ora però, entrando nello specifico, analizziamo 28 ragioni per le quali è impossibile (o estremamente improbabile), che le mutazioni producano “l’evoluzione della specie”.

1-Su centinaia di migliaia di esperimenti che sono stati fatti per provare che le mutazioni producono evoluzione, non uno ha generato una mutazione benefica che sia passata alla generazione seguente. (la maggioranza degli esperimenti sono stati fatti sui moscerini della frutta).

2-Gli organismi che non vengono uccisi subito dalle mutazioni causate da eventi esterni (radiazioni) vengono indeboliti e la loro progenie tende ad essere debole e morire. Le mutazioni pertanto causano l’opposto dell’evoluzione, ossia con molte mutazioni (causate da fortissime radiazioni), la vita si estinguerebbe dal pianeta.

3-Dal secondo punto ne consegue che è proprio la “selezione naturale” che agisce, eliminando gli organismi mutati. Essi sono deboli, e se si riproducono, nasceranno dei discendenti deboli.

4-I fattori mutageni. Gli scienziati sanno bene che le radiazioni e alcune sostanze chimiche sono dannosi alle persone, animali e piante. Infatti per le zone sottoposte a radiazioni (come Chernobyl) è proibito l’accesso. Se invece fosse chiaro che le radiazioni causano mutazioni genetiche positive e benefice, tutti si sottoporrebbero a terapie di raggi X. Ma così non è!

5-Le mutazioni sono come incidenti d’auto. E’ possibile che un incidente d’auto sia benefico? Proprio per il fatto che le mutazioni sono casuali e producono effetti negativi, esse distruggerebbero la vita sulla terra, invece di causare l’evoluzione della specie.

6-Ultimamente alcuni scienziati hanno scoperto che ogni gene è responsabile di varie caratteristiche fisiche. E’ un sistema delicatissimo, che se viene alterato da una radiazione, può “andare in tilt”. Il risultato? Nella stragrande maggioranza dei casi si ottiene una malformazione, e in altri casi, la morte. Nessuna evoluzione.

7-Ma anche ammettendo per assurdo che le mutazioni siano benefiche (nel senso che producano tutto d’un colpo organi utili), esse, rimanendo assolutamente casuali (la casualità è la base della teoria dell’evoluzione), continuerebbero ad essere inutili. Per esempio: Il formarsi di ali non servirebbe a nulla se esse “apparissero” nello stomaco di una lucertola. Essa non potrebbe mai volare. Sia per il suo peso, ma soprattutto perchè le ali in quella posizione non potrebbero espletare la funzione di sollevare e mantenere in aria il corpo del rettile. In questo caso l’animale risulterebbe appesantito di un inutile fardello e sarebbe pertanto preda facile di altri animali. In pratica l’effetto casuale delle mutazioni (anche se produrrebbero organi interi e utili) annullerebbe il vantaggio delle stesse. Per essere veramente benefiche dovrebbero essere mirate, ossia, dovrebbero avere un fine, un proposito specifico. Ma in questo caso già non si potrebbe parlare di evoluzione, ma bensì si inizierebbe a parlare di “disegno intelligente”.

8-Le mutazioni tendono ad avere un effetto ampio nei geni. Siccome sono casuali non possono avere un effetto specifico su un singolo organo. Una nuova caratteristica, (per esempio le ali), richiede l’effetto combinato di molti geni. E’ ovvio quindi che per il formarsi di una nuova caratteristica devono mutare molti geni in modo sincronizzato e tutti in modo benefico, ovviamente. Ma quasi nessuna mutazione è benefica. Di solito gli esperimenti sono stati fatti sui moscerini della frutta. Questi esperimenti sono durati a volte decine di anni. Migliaia e migliaia di generazioni di moscerini della frutta sono stati irradiati con radiazioni nella speranza di generare mutazioni benefiche, ma si sono osservati solo danni e morte prematura. Vediamo a tale proposito una citazione dello scienziato evoluzionista (non creazionista) Theodosius Dobzhansky: (7)

“Il processo di mutazione è l’unica fonte della variabilità genetica e quindi dell’evoluzione…i mutanti che si originano dimostrano però, con rare eccezioni, una involuzione, ossia un peggior adattamento all’ambiente circostante”.

9-Riportiamo ora una frase di H.J. Muller (8), (premio nobel nel 1946):

“Vari test hanno dimostrato, in línea con la natura accidentale delle mutazioni, che le stesse causano l’indebolimento dell’organismo, esattamente come dei cambi accidentali a qualsiasi mecanismo artificiale sono predominantemente dannosi. Le mutazioni benefiche sono così rare che possiamo considerle tutte dannose”. 

10-Le mutazioni sono eventi talmente rari che si è calcolato che di solito avviene una mutazione ogni 10 milioni di duplicazioni delle molecole di DNA. Affinchè il processo di mutazione inizi, dovremmo avere una serie di mutazioni benefiche intercorrelate. Ma per ottenere due mutazioni che sarebbero in alcun modo relazionate l’una all’altra bisogna che alla probabilità di ottenerne una si aggiunga la probabilità di ottenere anche l’altra. Quindi 10 milioni x 10 milioni = 1 probabilità su 100 trilioni. Ma solo due mutazioni benefiche non sono sufficienti a formare organi complessi. La probabilità che si verifichino tre mutazioni benefiche contemporaneamente è di 1 su un miliardo di trilioni (1 con 21 zeri). Ma anche in questo caso “sole tre” mutazioni, non potrebbero formare nessun nuovo organo. Per trasformare realmente una specie in un altra ci vorrebbero migliaia di mutazioni armoniche e benefiche! Ma nella realtà il 99% delle mutazioni sono dannose e alcune sono persino letali. Ovviamente la nuova specie dovrebbe formarsi sia maschio che femmina sennò non potrebbe riprodursi. La conclusione del punto 10 è che l’evoluzione non può accadere senza mutazioni, ma essa non può accadere con le mutazioni!

11- In ogni caso arriverà sempre qualche evoluzionista che vi dirà: “Bene, ma col tempo questo può succedere, la terra ha 5 miliardi di anni ed essi sono sufficienti per aver causato l’evoluzione delle specie”.
L’evoluzione richiederebbe milioni di mutazioni benefiche che si verifichino in armonía tra di loro per produrre delicati organi, come occhi, ecc. E tutte queste mutazioni dovrebbero avere uno scopo specifico! Ma ciò è opposto alla teoria dell’evoluzione che sostiene che le mutazioni sarebbero casuali. Vediamo a tale proposito una citazione di Dobzhansky: (Genetica e origine delle specie, 1959):

“La maggioranza delle mutazioni, sia quelle provocate nei laboratori che quelle che si verificano naturalmente producono un deterioramento della salute (dell’animale), malattie ereditarie e addirittura mostruosità. Detti cambi sembra che difficilmente possano essere alla base dell’evoluzione”. 

12- In realtà la rarità delle mutazioni genetiche garantisce la stabilità dei geni. Vediamo a tale proposito una citazione di E. Kellenberger:

“Gli esseri viventi sono enormemente diversi nella loro forma, ma la forma di ciascuno di essi è constante tra i discendenti: i maiali restano maiali e le querce restano querce generazione dopo generazione”. 

(E. Kellenberger, The genetic control of the shape of a virus, in Scientific America. Dicembre 1966, pag. 32.)

13-Vediamo la frase di un ricercatore genético australiano Michael Denton:

“Se complessi programmi di computer non possono essere cambiati da meccanicismi casuali, lo stesso deve essere applicato ai programmi genetici degli organismi vivi”. 

Michael Denton: Evoluzione: una teoria in crisi, (1985),  pag 342.

14- Sintropia. Il premio nobel Albert Szent-Gyorgyi ha sviluppato nel 1977 una teoria che è chiamata sintropia. Secondo Szent-Gyorgyi sarebbe impossibile per qualsiasi organismo vivente sopravvivere anche un solo istante, a meno che non sia completo con tutti i suoi organi e che ognuno di essi sia perfettamente funzionante. Questo principio esclude la possibilità che l’evoluzione sia avvenuta come risultato di eventi accidentali come la selezione naturale e le mutazioni. Vediamo a tale proposito una frase di Jerry Bergman, tratta dal libro “la teoria della sintropia di Szent-Gyorgyi”:

“Con la teoria della sintropia Szent-Gyorgyi, forse non intenzionalmente, mostra uno dei più forti argomenti per i creazionisti, ossia il fatto che un órgano è inutile a meno che non sia perfetto. L’ipotesi della “sopravvivenza del più adatto”, selezionerebbe contro ogni mutazione, prima che un largo numero di mutazioni, si sia verificato in modo da produrre un órgano complesso e perfettamente funzionale”. 

15-I cambi mutazionali minori danneggiano la discendenza.

1-La maggioranza delle mutazioni hanno pochi effetti. Alcune hanno effetti più ampli.
2-Le piccoli mutazioni non possono servire per portare a termine un cambio evolutivo, ossia un cambio di specie.
3-Però il problema è che mentre le piccole mutazioni vengono passate alla discendenza, le grandi mutazioni danneggiano irrimediabilmente l’organismo, se non ne provocano la morte.

A tale proposito leggiamo questa citazione:

“Si potrebbe pensare che agenti mutanti che causano piccolo cambi non siano importanti, ma ciò non è vero per la seguente ragione: una mutazione è di solito dannosa e causa morte prematura o senilità. Pertanto il gene mutante è eliminato dalla selezione naturale. Siccome le mutazioni minori possono fare danni nel lungo periodo come le maggiori e possono accadere più frequentemente, ne consegue che la maggioranza del cambio mutazionale in una popolazione è causato dall’accumulazione di cambi minori.”. 

J. F. Crow (effetti genetici delle radiazioni (Bullettin of atomic scientist 1958, pag. 20).

16- Nessuna grande mutazione che coincida su vari fattori organici può portare un organismo ad attraversare la barriera della specie. Per produrre una nuova specie ci vorrebbero centinaia di mutazioni tutte positive e tutte armonicamente correlate. Ma c’è di più: la formazione di una nuova specie (ovviamente servirebbe il maschio e la femmina), dovrebbe attuarsi di colpo in una generazione. Vediamo a tale proposito questa citazione:

“la teoria di Darwin non spiega in modo soddisfacente l’origine e la ereditarietà delle variazioni. La teoria di deVries (grandi mutazioni) si è dimostrata debole perchè non una sola mutazione o gruppi di mutazioni è stata così grande da poter formare una nuova specie in una generazione o nella sua discendenza.” 

(Mark A. Hall and Milton S Lesser, Rewiew Texts in Biology 1966, p.363).

17- Un altro problema è che se da un lato le mutazioni sono dannose e letali, dall’altro lato alcune piccole mutazioni attuano piccoli cambi che però non sono sufficienti a innescare il cambio evolutivo o cambio di specie. Vediamo a tale proposito questa citazione:

“Le mutazioni che conosciamo e che riteniamo responsabili della creazione delle nueve specie, sono, in generale, deficenze, privazioni organiche (mancanza di pigmentazione, perdita di appendici, o la duplicazione di organi pre-esistenti. In ogni caso non producono mai niente di realmente nuovo o originale nello schema organico. Niente che possa fondare le basi per nuovi organi o l’inizio di nuove funzioni”.
(Jean Rostand, The Orion book of evolution, 1961, p.73.)

18-I caratteri dei geni sono interconnessi uno con l’altro. Proprio per questo motivo tutti i caratteri dovrebbero trovarsi tutti insieme, istantaneamente, in modo che una nuova specie si formi. Vediamo a tale proposito la seguente citazione;

“Ogni mutazione che avvenga “sola” ossia senza che altre mutazioni avvengano in modo armonico con la prima, sarebbe eliminata dalla selezione naturale prima che possa combinarsi con altre. La dottrina che le mutazioni avvengano “tutte insieme” e che siano dovute a una serie di coincidenze casuali è un affronto non solo al senso comune, ma ai principi basici della spiegazione scientifica”. 
A. Koestler – The Ghost in the machine, 1975, p.129.

19-Vi sono troppi fattori associati ad ogni carattere per ogni singola mutazione. Le probabilità che vi sia un cambio di specie mutazionali sono infinitesime. Vediamo a tale propósito questa citazione:

“Ogni molecola di DNA ha migliaia o milioni di nucleotidi (dipende da quale DNA). Perchè una singola elica di Dna sia il risultato di una mutazione casuale vi è una probabilità su 480 x 10 alla 50. Un batterio unicellulare ha 3 milioni di nucleotidi allineati in una sequenza specifica. Ciò significa che non vi è probabilità matematica per nessuna specie di essere il prodotto del caso”

L.L. Cohen, Darwin was wrong.

20-I supposti cambi mutazionali all’interno della cellula riproduttiva avvengono con meno frequenza che nelle altre cellule del corpo. Ma solo dei cambi mutazionali nelle cellule riproduttive maschili e femminili possono incidere nelle generazioni future.

“Il numero di mutazioni delle cellule somatiche è molto più alto di quello delle mutazioni dlle cellule gametiche.”  

Biological Mechanism underlyng the aging process, in Science 8/1963, p.694.

21- L’evoluzione richiede una complessità crescente. Secondo uno degli assiomi evoluzionisti, le specie si evolverebbero verso una maggiore specializzazione e verso una maggiore completezza e intelligenza. Gli evoluzionisti infatti non ammettono che ci possa essere una evoluzione al contrario, o involuzione. Ma in realtà le mutazioni indeboliscono, causano malattie. Alcune uccidono. Nessuna permette un cambio evolutivo.

22- L’evoluzione richiede nuova informazione. Affinchè un nuovo organismo si formi attraverso un cambio evolutivo dovrebbe prodursi nuova informazione, ma le mutazioni casuali non potrebbero mai produrre una nuova e strutturata informazione.

23- L’evoluzione richiede nuovi organi. Affinchè si producano nuove specie le mutazioni non dovrebbero produrre solo cambi genetici, dovrebbero produrre nuovi organi! Per produrre nuovi organi ci vorrebbero milioni di fattori mutazionali ognuno di essi correlato agli altri armonicamente. Ma le mutazioni, quando si verificano sono generalmente dannose.

24-Nel corpo degli esseri viventi vi sono migliaia di funzioni interconnesse. Una mutazione, anche se non fosse dannosa (rarissima situazione) danneggerebbe comunque la rete di interconnessione tra gli organi. Questa è la ragione che le mutazioni sono sempre dannose. Per esempio; i reni sono interconnessi con il sistema circolatorio in quanto purificano il sangue. Ma sono interconnessi anche con il sistema nervoso, endocrino e digestivo. Se ci fosse una mutazione che cambiasse il sistema renale, tutto l’organismo ne potrebbe risentire.

25-Le mutazioni visibili ed invisibili. Vi sono alcune mutazioni visibili come l’albinismo, il nanismo, l’emofilia. Ma per ogni mutazione visibile ce ne sono venti letali che non sono fácilmente visibili. E ancora più frequenti sono le mutazioni che non uccidono, ma indeboliscono e danneggiano.

26-Non si è mai verificato il caso che la prole mutata abbia più forza del suo progenitore non mutato. Vediamo questa citazione al riguardo:

“Non esiste un solo caso dove si può osservare che alcuni dei mutanti studiati abbia una vitalità superiore ai progenitori. E’ pertanto assolutamente impossibile accettare che la teoria dell’evoluzione possa basarsi sulle mutazioni”. 

Herbert Nilson Synthetic speciation, 1953, pag. 1157.

27-Le mutazioni non producono quindi cambi di specie:

“Non importa quanto possono essre numerose le mutazioni. Esse non producono alcuna evoluzione”. 
Pierre Paul Grasse Evolution of Living Organism, 1977, pag. 88

28-L’unicità dei geni impedisce il cambio di specie. Proprio il fatto che ogni specie è così differente l’una dall’altra, impedisce che vi sia la possibilità che mutazioni casuali possano causare il formarsi di nuove specie. La barriera del codice genetico è insormontabile.

Per concludere riassumiamo i quattro pilastri sui quali si basa la teoria dell’evoluzione (neo-darwinismo), e commentiamoli:

1-si basa su eventi assolutamente casuali. Se gli eventi non fossero casuali, ma guidati, avremmo una mente che li guida e cadremmo nel disegno intelligente.

2-si basa su eventi che non avrebbero alcun proposito o fine specifico. Il meccanismo basato su selezione naturale e mutazioni non avrebbe alcun fine specifico, sennò, in caso contrario si individuerebbe una mente che guida il processo e si cadrebbe nel disegno intelligente.

Il sistema proposto dai neo-darwinisti si basa pertanto su due meccanismi (selezione naturale e mutazioni) e due modalità: eventi senza fine specifico e totalmente casuali.

Vi sono altre due sub-ipotesi degli evoluzionisti, che però si dimostrano contrarie alle prime due ipotesi:

3-L’evoluzione opera sempre verso una maggiore complessità, ossia sempre verso una maggiore specializzazione, e maggiore intelligenza. E’ un assioma contrario alle due ipotesi iniziali in quanto se vi fosse una totale casualità si potrebbe avere anche una evoluzione al contrario, ossia una involuzione.

4-L’evoluzione opera irreversibilmente. Gli evoluzionisti affermano che l’evoluzione può andaré solo in una direzione.

Vedamo a tale proposito una frase di Dobzhansky:

“I fatti dell’evoluzione, della paleontología e della paleobiologia sono unici, irripetibili e irreversibili”. 

T. Dobzhansky, “I metodi della evoluzione biológica e antropológica”, in American Scientist 45, 1957, p.388.

Pertanto un rettile può divenatare un uccello, ma un uccello non può diventare un rettile. Naturalmente nessuno da una spiegazione al riguardo. Se l’evoluzione procede per casualità e senza un fine specifico, perchè mai un uccello, non potrebbe evolversi in un rettile?
Infatti se ammettiano che vi siano mutazioni casuali dovremmo attenere cambi mutazionali non solo verso una maggiore complessità, ma anche verso una minore complessità, e anche un evoluzione al rovescio, ossia un ritorno alla specie precedente.
Qualsiasi matematico che si occupa di statistica confermerà che la casualità non potrebbe mai produrre risultati sempre più complessi. Anzi la casualità non produce mai sistemi complessi e ordinati.
Per concludere analizziamo una frase di Colin Patterson, un famoso evoluzionista, che concorda con Karl Popper (un filosofo evolucionista), sul fatto che l’evoluzione è un concetto metafísico:

“Al momento siamo fermi alla teoria neo-darwinista: l’evoluzione è successa ed è stata diretta principlamente dalla selezione naturale, con contributi casuali di deriva genética, e forse alcuni drastici cambi genetici occasionali. In questa forma, la teoria non è scientifica secondo gli standard di Popper. Infatti Popper sostiene che la teoria dell’evoluzione non sia scientifica ma sia un programa di ricerca metafisico”. 
Colin Patterson, Evoluzione (1978), p.149.

Abbiamo visto pertanto che le due modalità sulle quali si basa la “teoria dell’evoluzione”, o “neo-darwinismo”, ossia la selezione naturale e le mutazioni, non producono, o “cambio di specie” o “cambio evolutivo”. Ed inoltre abbiamo visto che queste due modalità sono fondate a loro volta su due altri assiomi evoluzionisti: il caso e la la mancanza totale di fine specifico.

Ma questi due assiomi sono contrari al dogma basato sul  fatto che l’evoluzione tenderebbe ad una maggiore complessità e sia irreversibile. Se tende ad una maggiore complessità ed è irreversibile, il processo non è più casuale.

Yuri Leveratto
Copiright@ 2016

Bibliografia: Evolution handbook, Vence Ferrell

Note:

1-Frances Darwin, The life and letters of Charles Darwin (NY Appleton & Co, 1898 Vol.11 pag 210 (Darwin’s letter to G. Benham, may 22, 1863)
2-C.H. Waddington, La resistenza al cambio evolutivo, in Nature, 175 (1955), pag.51.
3-Murray Eden (dottore in chimica) – Inadeguatezza dell’evoluzione neo-darwinista come teoria scientifica; tratto da sfide matematiche alla teoria dell’evoluzione neo-darwinista.
4-H.J. Muller fu un biólogo e genetista statunitense. La citazione è trata da H.J. Muller “Radiation Damage to the genetic material”in American Scientist, gennaio 1950, pag. 35.
5-Julian Huxley fu un biologo, genetista e scrittore.
6-Julian Huxley, Evolution in Action, pag. 41
7-On the methods of evolutionary biology and antropology American scientist, 1957 pag.385.
8-H.J. Muller – How radiation chages the genetic constitution, Bulletin of atomic scientist, 11, (1955), p.331

Uno storione pallido sbugiarda Darwin (e l’evoluzione)


Lo storione pallido del Missouri

Tempi duri per lo storione pallido. Vive esclusivamente nello Stato nordamericano del Missouri e l’Unione mondiale per la conservazione della natura dice che è in pericolo di estinzione a causa di una progettata diga sul fiume Yellowstone che impedirebbe al pesce di raggiungere le acque più adatte per lo sviluppo di uova e larve.

Ne rimarrebbero in tutto solo 125 esemplari e anche questirischiano di avere i giorni contati. Lo afferma The New York Times (clicca qui) ricordando che la progettata diga è al centro di una lite tra agenzie governative – che vorrebbero costruirla salvaguardando comunque un canale di passaggio per i pesci – e le sigle ecologiste che hanno il dente avvelenato. Ora, quale che sia la verità sulle sorti dello storione pallido del Missouri, questa notizia non esattamente travolgente ne contiene un’altra ben più seria che però gli organi di stampa buttano lì in modo tanto sfumato da sbiadirla.

Lo storione pallido del Missouri – dice The New York Times– potrebbe non superare oggi una diga eppure è stato capace di sopravvivere ai formidabili dinosauri, che si sarebbero estinti quasi 66 milioni di anni fa. E non solo è sopravvissuto per quei milioni e milioni di anni, ma per quei milioni e milioni di anni non è cambiato di una sola squama. Oltre allo Scaphirhynchus albus (questo il suo nome scientifico), classificato nel 1905, per quegli stessi milioni e milioni di anni non sono però cambiati nemmeno tutti gli altri suoi cugini storioni delle diverse specie sparse per il mondo (e un po’ tutte a rischio di estinzione). Anzi, tutti gli storioni del mondo non sono minimamente cambiati per un numero ancora maggiore di milioni e milioni di anni.

Della famiglia Acipenseridae cui appartengono gli storioni, classificata nel 1831, le prime tracce fossili risalgono a un periodo indicato tra i 245 e i 208 milioni di anni fa: ebbene, da allora tutti gli storioni sono rimasti perfettamente invariati e i reperti fossili non presentano alcuna differenza rispetto agli esemplari odierni. Gli storioni sono nati storioni e storioni sono sempre rimasti nonostante quel che dice l’evoluzionismo. Non si sono trasformati, non hanno generato specie nuove e nemmeno si sono estinti. È un fenomeno noto come “effetto Lazzaro”, forme arcaiche che si mostrano identiche a quelle odierne, animali preistorici ancora vivi oggi, specie che dovrebbero essere “morte” e invece “risuscitate”.

Sono analoghi ai cosiddetti “fossili viventi”, animali che la logica evoluzionista vorrebbe estintiin ragione del loro “primitivismo” e che invece sono perfettamente attuali (in pratica le due espressioni sono sinonimi e infatti vengono usate in maniera interscambiabile). Per l’ipotesi evoluzionista, che sostiene la graduale trasformazione delle specie viventi le une dalle altre con scarto di quelle meno adatta alla vita, sono oltremodo imbarazzanti. È lo stesso Charles Darwin (1809-1882), il padre dell’evoluzionismo, a coniare l’espressione “fossile vivente” nel capitolo IV della prima edizione del suo arcinoto L’origine delle specie (1859): non sapendo, infatti, come cavarsela davanti all’evidenza di specie che per la sua ipotesi non dovrebbero esistere affatto ma che invece spavaldamente esistono, il naturalista inglese se la cava sbrigativamente definendole «forme anomale», anzi «aberranti», sopravvissute soltanto come eccezioni perché isolate dal resto del mondo in evoluzione.

Ma non è così. Perché a fare compagnia allo storione pallido del Missouri e ai suoi vecchissimi cugini in giro per il mondo ci sono centinaia di altre specie sia animali sia vegetali (ne ricordo diversi esempi nel mio Evoluzione. Dubbi e obiezioni (clicca qui). Anzi, se ne scoprono sempre di più. L’intero regno dei viventi pullula di “Lazzari” e di “fossili viventi” che ogni giorno, da milioni e milioni di anni, sfidano quell’ipotesi trasformista dell’evoluzionismo che ancora non riesce a produrre uno straccio di prova di sé. Il più celebre è il celacanto, un altro pesce, dato a lungo certamente per scomparso assieme ai dinosauri e invece ritrovato in due varianti, una al largo del Sudafrica, dove i pescatori lo conoscono da sempre, e l’altra in Indonesia, nientemeno che al banco del pesce in un mercato di Sulawesi nel 1997.

di Marco Respinti – la nuova Bussola