PSICOLOGIA EVOLUZIONISTICA


Paolo Cioni

La Psicologia Evoluzionistica, Cecco Angiolieri, Berlusconi e la Corazzata Potemkin

La psicologia e la psichiatria contemporanee non si trovano in buono stato di salute:
1) La psicologia è frammentata più che mai in scuole, tra loro in feroce disputa, e non ha raggiunto una sintesi accettabile delle sue varie anime. Il solo tentativo serio di fornire una base scientifica affidabile risale ormai ai lontani anni ’30 del secolo scorso, quando Kurt Koffka, teorico e divulgatore della teoria della Gestalt introdotta da Wertheimer, scriveva il suo bellissimo (e dimenticato) libro “The principles of Gestalt Therapy”, in cui, in pratica, considerava “gli psicologi interpretativi” come una disgrazia. La neuropsicologia, foriera di spunti interessantissimi basati sulle acquisizioni della neuroscienza, ha ben poco a che spartire, ad es., con la scuola psicoanalitica (il rinomato neuropsicologo Chris Frith, che ha effettuato, tra gli altri, importanti studi sulla schizofrenia definisce Freud come “un cantastorie le cui speculazioni sulla mente umana erano in gran parte irrilevanti” (Inventare la mente, Ed. Italiana: Cortina, Milano, 2009).

2) La psichiatria, dai grandi maestri francesi e tedeschi, è passata all’influenza acriticamente accettata in tutto il mondo di correnti americane facenti capo alle ditte farmaceutiche il cui unico intento è di trovare sempre nuove fasce di popolazione per smaltire le scorte di psicofarmaci: “condizioni sottosoglia”, bambini sottoposti a screening scolastici per disturbi psichiatrici da “curare per tempo” sulla base di etichette diagnostiche sempre più fantasiose (e non validate), condizioni di sofferenza che la vita ci impone (v. il lutto trasformato in depressione nell’ultimo manuale diagnostico- classificativo dell’APA, DSM-5, ancora inedito in Italia). Detto questo c’è da aggiungere che una soluzione a tutti i problemi ci sarebbe, e sarebbe da individuare nella “psicologia evoluzionistica” (v., come sintesi della materia, il libro dallo stesso titolo, a cura di M. Adenzato e C. Meini, Bollati Boringhieri, Torino, 2006). !Vi si apprende che: “In campo biologico, l’obiettivo del programma adattazionista è individuare certe caratteristiche dell’organismo quali componenti di qualche speciale meccanismo di soluzione dei problemi. (Williams, 1985). ..Il programma adattazionista applicato allo studio del sistema mente-cervello ha preso il nome di psicologia evoluzionistica” (Barkow, Cosmides, Tooby…). !Leggendo questo libro, in cui gli autori hanno voluto, per completezza, riportare posizioni favorevoli e posizioni critiche, si rimane sconcertati dal potere evocativo, sacrale e taumaturgico che viene attribuito ai termini introdotti dal Darwinismo: selezione naturale, pressione selettiva, ambiente di adattamento evoluzionistico… adattati alla psicologia e anche alla psicoterapia. In particolare, il maggior contributo degli psicologi evoluzionistici appare legato alla condivisione entusiastica del postulato di Theodosius Dobzhansky, secondo cui: “Niente in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”, assimilando ovviamente tout court la psicologia alla biologia. Dawkins (1982) in particolare sostiene che “La teoria
dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è l’unica spiegazione praticabile del modo
in cui si origina e si mantiene il meccanismo della vita”. Essa costituisce, conseguentemente e inevitabilmente, “un potente strumento euristico per indagare i fenomeni che hanno a che fare con la vita.” Tutto il resto ne consegue, mostrando questi autori una fantasia degna del miglior Disney nel proporre soluzioni evoluzionistiche per disparati problemi psicologici. Si scopre così che talvolta basta aggiungere un qualche termine magico come “evoluzionistico”, “darwiniano” (ad es. “modulo darwiniano”) a banali (purtroppo) risultati di studi epidemiologici o ad ipotesi sul funzionamento della mente e del comportamento per elevarsi immediatamente su un piano scientificamente e culturalmente più elevato ed esplicativo. Perle del tipo: “… gli esseri umani sono il prodotto della selezione naturale: dobbiamo aspettarci che il comportamento umano sia adattativo (ossia, tale da garantire un vantaggio riproduttivo) e che una scienza del comportamento umano possa basarsi sull’analisi delle conseguenze che le nostre azioni hanno sulle nostre capacità riproduttive” (Symons) occorre ammettere che ci aiutano molto nella nostra ricerca. Questo autore ci spiega, convincendoci, ad es. in termini evoluzionistici “perché i maschi tendono ad avere una maggiore attrazione sessuale per donne con le quali non hanno avuto in precedenza rapporti sessuali piuttosto che per donne con le quali hanno rapporti sessuali regolari”. “L’ assuefazione, la noia, la riduzione con l’abitudine dei picchi di dopamina” diranno subito i miei (non) piccoli lettori (parafrasi di Collodi). E invece no! Entra in gioco, per Symons, “l’azione di un meccanismo psicologico specializzato… Questo meccanismo è stato prodotto dalla selezione naturale nel corso della storia dell’evoluzione umana perché in certe circostanze i maschi hanno avuto l’opportunità di generare discendenza con un costo minimo (una insignificante quantità di sperma, pochi istanti del proprio tempo) avendo rapporti sessuali con donne con le quali non avevano mai avuto rapporti sessuali in precedenza… E’ a questi ambienti primitivi che la natura umana si è adattata”. “Ciascun meccanismo è stato configurato dalla selezione naturale in ambienti passati in quanto promuoveva la sopravvivenza dei geni che guidavano la sua costruzione grazie al fatto di servire a qualche specifica funzione – ossia grazie al fatto di eseguire qualche compito specifico, come ad esempio regolare la pressione sanguigna, percepire i bordi di uno stimolo percettivo, un individuare gli ingannatori negli scambi sociali.” Symons va oltre, dichiarando “L’evidenza disponibile favorisce in modo schiacciante le attese della psicologia evoluzionistica. Ad esempio, sotto il profilo sessuale i maschi umani sembrano essere universalmente attratti, a parità di altre condizioni, da certi correlati fisici della giovinezza femminile, ossia da caratteristiche fisiche che sono indici del fatto che una donna ha iniziato da poco e avere il ciclo mestruale ed è dunque fertile e non ancora partorito figli.” Grande! Ecco, ciò riesce a spiegare addirittura in termini darwiniani come l’antico poeta Cecco Angiolieri, delle mie parti, avesse poetato in questi termini: “torrei le donne giovani e leggiadre e vecchie e laide lasserei altrui!”. Si spiega in termini evoluzionistici anche il fatto che “sotto il profilo sessuale le donne sono particolarmente attratte, a parità di altre condizioni, da uomini che esibiscono segni di uno status sociale elevato”. Symons sostiene infatti che:”I particolari correlati o indizi dello status maschile, ovviamente possono variare; ciò che si mantiene costante invece è l’adattamento psicologico che specifica la regola: preferisci segni di uno status elevato…Poggiano su due fondamenti. In primo luogo, i meccanismi psicologici ipotizzati… sono estremamente plausibili sotto il profilo adattativo; in secondo luogo, l’esistenza di simili meccanismi psicologici è fortemente implicata dai dati disponibili circa l’attrattività sessuale.” Oltre all’antico Cecco Angiolieri viene spiegato in termini darwiniani anche il moderno Berlusconi! In fondo, l’ambiente in cui si è realizzata l’evoluzione, quello dei nostri antenati cacciatori e raccoglitori, non sembrerebbe così dissimile dall’attuale! “Ma i dati che potrebbero essere adoperati per valutare le ipotesi della psicologia evoluzionistica sono virtualmente illimitati”. Per la verità lo stesso Symons passa da questi momenti di esaltazione onniesplicativa a momenti di introspezione riflessiva (e forse depressiva?): “…Nella misura in cui la psicologia evoluzionistica enfatizza fenomeni del genere si limita a rimarcare l’ovvio.”!!!! E qui finisco con Symons ricordando solo, en passant, il suo concetto di “poliandria adattativa”.
Altri illuminanti esempi di psicologia evoluzionista ci vengono da altri autori: ad es., l’antropologo Harner ha proposto (1977) Che i sacrifici umani degli aztechi siano nati come una soluzione per la cronica mancanza di carne (in effetti le gambe delle vittime erano spesso consumate, ma solo dalle persone di elevato grado sociale). Wilson (1978) ha usato questa spiegazione come “una illustrazione di prima mano di una predisposizione adattativa di natura genetica verso il cannibalismo nell’uomo”. La complessa costruzione culturale degli Aztechi si ridurrebbe dunque a “un’inconscia razionalizzazione per mascherare la reale ragione di tutto ciò: il bisogno di proteine”? J. Gould e R Lewontin si ribellano a questa logica affermando: “Abbiamo invertito l’intero sistema in modo così strano da vedere un’intera cultura come un epifenomeno di un modo strano di procurarsi carne… Le pratiche culturali umane possono essere ortogenetiche e portare all’estinzione in un modo ignoto ai processi Darwiniani, basati sulla selezione genetica.” Questi autori vogliono “mettere in discussione un modo di pensare profondamente radicato tra gli studiosi dell’evoluzione, che chiamiamo programma adattazionista o paradigma di Pangloss. Questo programma ha le sue radici in una nozione resa popolare da A.Russell Wallace e A. Weisman (ma non… da Darwin) verso la fine dell’ottocento: quella della quasi onnipotenza della selezione naturale nel forgiare le forme organiche e il migliore dei mondi possibili. Questo programma considera la selezione naturale talmente potente e i vincoli su di essa così scarsi, che la produzione diretta dell’adattamento attraverso il suo operato diviene la causa principale di tutte le forme organiche, delle funzioni e dei comportamenti.” Secondo questi autori, il programma dattazionista può essere riconosciuto attraverso stili comuni alle argomentazioni. Ad es.: “se un argomento adattativo cade, prova con un altro”. “La faccia degli eschimesi, una volta descritta come progettata per il freddo (Coon, Garn e Birdsell, 1950), diventa un adattamento per reggere grandi forze di masticazione (Shea, 1977)… Ci chiediamo, Tuttavia, se la caduta di una spiegazione adattativa debba sempre ispirare la ricerca di un’altra dello stesso tipo, piuttosto che spingere a prendere in considerazione delle alternative all’affermazione secondo cui ogni parte è per uno scopo specifico.” Per gli evoluzionisti, “I criteri perché una storia sia accettata sono così permissivi che molti passano senza una vera conferma. Spesso gli evoluzionisti usano la consistenza con la selezione naturale come l’unico criterio e considerano finito il loro lavoro quando riescono a confezionare una storia plausibile. Ma storie plausibili possono sempre essere trovate: la chiave per una ricerca storica sta nel determinare criteri per identificare le spiegazioni giuste fra tutti i possibili cammini che hanno condotto a un risultato moderno.” Gould e Lewontin sostengono la necessità del disaccoppiamento della selezione dall’adattamento: “…L’adattamento è un utilizzo secondario di parti presenti per ragioni di architettura, sviluppo o storia…Anche se l’arrossire è un adattamento influenzato dalla selezione sessuale dell’Uomo, non ci aiuterà molto a capire perché il sangue è rosso. L’utilità immediata di una struttura organica non ci dice spesso nulla delle ragioni della sua esistenza.” Fodor ritiene che “Riguardo alla questione se la mente sia o no un adattamento, quello che conta non è quanto complesso sia il nostro comportamento, bensì quanto debba mutare il cervello di una scimmia antropomorfa per produrre la struttura cognitiva di una mente umana. E a questo riguardo non sappiamo nulla. Ciò è una conseguenza del fatto che non sappiamo nulla di come la struttura delle nostre menti dipenda dalla struttura dei nostri cervelli. Non abbiamo nemmeno idea di quali siano le strutture cerebrali da cui dipendono le nostre capacità cognitive”. E sempre lo stesso autore afferma: “Gli indizi diretti in favore del darwinismo psicologico sono in realtà molto deboli. In particolare, si può sostenere che siano molto meno convincenti delle forti prove in favore della nostra teoria intuitiva pluralistica della natura umana. È il nostro pluralismo intuitivo, dopo tutto, ciò che usiamo per continuare a rapportarci gli uni agli altri. E ho l’impressione che, nelle grandi linee, esso funzioni piuttosto bene.” Eppure c’è chi, come Murphy e Stich, sostiene che le carenze del “vecchio paradigma psicoanalitico rimpiazzato da un approccio alla classificazione che mira ad essere operazionalizzato, ateorico e puramente descrittivo…” con categorie “formulate quasi esclusivamente nel linguaggio della fenomenologia clinica che deriva pesantemente da concetti psicologici del senso comune e concetti clinici protoscientifici (quali autostima,stato allucinatorio, ansia e umore depresso) dei manuali diagnostico-classificativi (DSM-III e successivi) dell’American Psychiatric Association, che producono “diagnosi non validate”, potrebbero essere ben superate basandosi sulla psicologia evoluzionista, che dovrebbe avere “un ruolo naturale e centrale”, in quanto “cerca di spiegare come lavora la mente descrivendo i molti meccanismi computazionali dei quali è composta e tentando di scoprire la funzione per la quale questi meccanismi sono stati selezionati…Riteniamo che, almeno nel futuro prossimo, le classificazioni basate sulle teorie della psicologia evoluzionistica saranno particolarmente utili ai clinici, ponendosi a livello di analisi che si accorda facilmente con la pratica clinica corrente.” E ancora: “La prospettiva evoluzionistica sulla mente sottolinea che i nostri meccanismi psicologici hanno avuto origine in un ambiente passato e, sebbene tali meccanismi possano essere stati adattati a quell’ambiente, l’ambiente può benissimo essere cambiato abbastanza per rendere alcuni aspetti della nostra architettura cognitiva indesiderabili od obsoleti nel mondo moderno”. Poi seguono esempi clinici che lasciano non poca perplessità, non tanto perché le spiegazioni si situano su un livello ipotetico come tante altre nella psicologia e psichiatria, quanto perché il rapporto con la selezione naturale ed annessi e connessi, non risulta affatto chiaro. Ad es.: “Probabilmente l’esempio più noto di un disturbo derivante dal cattivo funzionamento di un modulo è l’autismo. Lavori recenti hanno suggerito che l’autismo derivi dal cattivo funzionamento del modulo o del sistema di moduli che gestisce la teoria della mente, la capacità di attribuire stati intenzionali come credenze e desideri ad altre persone e di spiegare il loro comportamento nei termini del potere causale di tali credenze e desideri….Una spiegazione dello stesso genere, nei termini del cattivo funzionamento di un modulo, è offerta da Blair nella sua analisi della psicopatia. I tre aspetti principali che caratterizzano la psicopatia sono: l’insorgere precoce di un comportamento estremamente aggressivo; l’assenza di rimorso o senso di colpa; l’insensibilità e mancanza di empatia. Blair (1995) spiega il comportamento psicopatico come dovuto all’assenza o al cattivo funzionamento di un modulo che chiama meccanismo di inibizione della violenza. L’idea centrale è presa in prestito dall’etologia, campo d’indagine che ha più volte suggerito l’esistenza di un meccanismo che interrompe il combattimento in risposta a manifestazioni di sottomissione…Blair ipotizza che un meccanismo simile esista negli uomini e sia attivato
dalla percezione della sofferenza altrui…” Sulla depressione vengono poste due ipotesi
evoluzionistiche alternative: quella della “competizione sociale”, che “vede le nostre comunità ancestrali come ecosistemi in miniatura in cui gli individui fanno ogni sforzo per
trovare delle nicchie dove possono eccellere e vivere bene. Nelle società moderne, invece, la possibilità di eccellere… sono remote. Se abbiamo ereditato un meccanismo che viene attivato quando crediamo di essere stati battuti, allora questo scatterà frequentemente dato che siamo inondati da informazioni su persone che hanno avuto successo. Ma, ovviamente, nel mondo moderno e molto più probabile che il meccanismo non raggiunga l’obiettivo per il quale era stato selezionato.” L’ipotesi della defezione, proposta da Watson e Andrews (1998), Hagen (1998) e altri, “Sostiene che nell’ambiente ancestrale la depressione post partum fosse una risposta adattativa che portava le donne a limitare le loro cure al nuovo bambino quando, a causa di fattori biologici, sociali o ambientali, un forte impegno nei confronti del bambino avrebbe probabilmente, nell’arco della vita di quella donna, ridotto il numero totale dei figli che a sua volta avrebbero raggiunto l’età della riproduzione e si sarebbero riprodotti con successo. Tra le condizioni sociali dell’ambiente ancestrale che sarebbero stati buoni motivi per innescare una notevole riduzione delle cure materne ci sarebbero la scarsità delle cure da parte del padre e/o di altri parenti. Motivazioni ideologiche includerebbero problemi con la gravidanza o il parto o altre indicazioni palesi del fatto che probabilmente il bambino non sarà sano e in grado di vivere. Ragioni ambientali includerebbero inverni rigidi, carestie e altre indicazioni di inadeguatezza delle risorse materiali.Nelle società moderne, caratterizzate dall’esistenza di strutture assistenziali approntate dallo stato ed altre organizzazioni, è molto meno probabile che queste condizioni siano degli indicatori affidabili del fatto che una madre che riduce drasticamente le cure del suo bambino aumenti la sua capacità riproduttiva…La depressione post partum potrebbe quindi essere un altro esempio di condizione prodotta da un meccanismo attivo che funziona proprio nel modo in cui era progettato per funzionare, sebbene in un ambiente molto diverso da quello in cui si è evoluto.” Anche i disturbi di ansia non vengono risparmiati dalle ipotesi evoluzionistiche: “Alcuni disturbi d’ansia forniscono un altro esempio possibile di disturbi che risultano da una differenza tra l’ambiente contemporaneo e l’ambiente in cui le nostre menti si sono evolute. Marks e Nesse (1994) notano che nell’ambiente ancestrale la paura dei posti pubblici e la paura di essere lontani da casa potrebbero benissimo essere state risposte adattive che mettono in guardia dai molti pericoli che si incontrano al di fuori dal territorio familiare.” E per concludere questa bella carrellata nella psicologia e psichiatria del futuro, in senso evoluzionistico delle teorie e sistemi classificativi, ma anche delle psicoterapie, citiamo Liotti: “Lo psicoterapeuta evoluzionista valuta continuamente la base motivazionale di ogni interpretazione terapeutica secondo la teoria evoluzionistica della motivazione umana. In accordo con gli psicoterapeuti cognitivisti, gli psicoterapeuti evoluzionisti tentano di dar forma alla relazione terapeutica, sin dalle prime sedute, secondo l’ideale dell’empirismo collaborativo…. Nel corso della psicoterapia il sistema cooperativo cederà il passo alsistema di attaccamento…Un altro modo di inibire l’attivazione del sistema di attaccamento implica lo spostamento di significato attribuita al desiderio di contatto fisico con un altro essere umano. Dato che sia il sistema di attaccamento (il cui fine è la vicinanza protettiva e un abbraccio confortante) sia il sistema sessuale implicano entrambi un desiderio di vicinanza fisica, i pazienti borderline possono fraintendere come sessuali, sia in sé stessi sia in altre persone, desideri che sono invece collegati al bisogno di attaccamento. E’ a causa della confusione tra desideri sessuali e di attaccamento che i pazienti borderline possono apparire impropriamente seduttivi nell’ambito della relazione terapeutica e possono venire intrappolati in relazioni sessuali promiscue o pericolose dell’abito di altre relazioni sociali.” Secondo Liotti “Una tale comprensione potrebbe facilitare molto l’integrazione di idee provenienti dai modelli psicoanalitici e cognitivo-comportamentali degli stati borderline: un importante vantaggio dell’avvicinarsi alla psicoterapia da una prospettiva evoluzionistica. Uno degli obiettivi principali…è accennare alla potenza integratrice dell’approccio evoluzionistico alla psicoterapia, un approccio capace di ridurre la frammentazione e ladispersione di preziose teorie cliniche che sono spesso considerate incompatibili solo perché derivano da diverse tradizioni, epistemologie o meta-teorie…. L’attaccamento disorganizzato e la patologia borderline forniscono solo un’illustrazione di come la potenza integratrice della prospettiva evoluzionistica possa riflettersi nella pratica della psicoterapia,combinando le migliori intuizioni di entrambi i modelli, psicoanalitico e cognitivo comportamentale…La psicoterapia evoluzionistica appare già come un solido ed ecumenico modo di avvicinarsi alla pratica della psicoterapia, un modo che peraltro rimane solidamente collegato alla scienza biologica contemporanea.” In conclusione desta ammirazione in chi scrive la fiducia, quasi sacrale ed “ecumenica” in parole magiche derivate dal darwinismo per una soluzione definitiva dei gravi problemi che la psicologia e la psichiatria si trovano ad affrontare. Una fiducia che appare ingenua, prescientifica e pseudo-religiosa. Molti argomenti sono nient’altro che rivisitazioni di vecchie interpretazioni che, impregnandosi di darwinismo, assurgono a nuova vitalità. Altri (specie quelli epidemiologico-antropologici) appaiono talmente banali, fantasiosi e poco fondati su un minimo di senso comune da risultare addirittura ridicoli (non per niente abbiamo assistito, in questa breve esposizione, anche a qualche espressione di auto-riflessività critica negli stessi campioni della psicologia evoluzionistica. Attimi illuminanti in cui si svela la possibilità di dire un sacco di sciocchezze paludate di termini “scientifici” accettati dalla casta. Un dubbio finale: che la psicologia evoluzionistica sia, in fin dei conti, della stessa essenzadella Corazzata Potemkin di Villaggiana memoria?La Psicologia Evoluzionistica, Cecco Angiolieri, Berlusconi e la Corazzata Potemkinn La psicologia e la psichiatria contemporanee non si trovano in buono stato di salute: 1) La psicologia è frammentata più che mai in scuole, tra loro in feroce disputa, e non ha raggiunto una sintesi accettabile delle sue varie anime. Il solo tentativo serio di fornire una base scientifica affidabile risale ormai ai lontani anni ’30 del secolo scorso, quando Kurt Koffka, teorico e divulgatore della teoria della Gestalt introdotta da Wertheimer, scriveva il suo bellissimo (e dimenticato) libro “The principles of Gestalt Therapy”, in cui, in pratica, considerava “gli psicologi interpretativi” come una disgrazia. La neuropsicologia, foriera di spunti interessantissimi basati sulle acquisizioni della neuroscienza, ha ben poco a che spartire, ad es., con la scuola psicoanalitica (il rinomato neuropsicologo Chris Frith, che ha effettuato, tra gli altri, importanti studi sulla schizofrenia definisce Freud come “un cantastorie le cui speculazioni sulla mente umana erano in gran parte irrilevanti” (Inventare la mente, Ed. Italiana: Cortina, Milano, 2009).

2) La psichiatria, dai grandi maestri francesi e tedeschi, è passata all’influenza acriticamente accettata in tutto il mondo di correnti americane facenti capo alle ditte farmaceutiche il cui unico intento è di trovare sempre nuove fasce di popolazione per smaltire le scorte di psicofarmaci: “condizioni sottosoglia”, bambini sottoposti a screening scolastici per disturbi psichiatrici da “curare per tempo” sulla base di etichette diagnostiche sempre più fantasiose (e non validate), condizioni di sofferenza che la vita ci impone (v. il lutto trasformato in depressione nell’ultimo manuale diagnostico- classificativo dell’APA, DSM-5, ancora inedito in Italia). Detto questo c’è da aggiungere che una soluzione a tutti i problemi ci sarebbe, e sarebbe da individuare nella “psicologia evoluzionistica” (v., come sintesi della materia, il libro dallo stesso titolo, a cura di M. Adenzato e C. Meini, Bollati Boringhieri, Torino, 2006). !Vi si apprende che: “In campo biologico, l’obiettivo del programma adattazionista è individuare certe caratteristiche dell’organismo quali componenti di qualche speciale meccanismo di soluzione dei problemi. (Williams, 1985). ..Il programma adattazionista applicato allo studio del sistema mente-cervello ha preso il nome di psicologia evoluzionistica” (Barkow, Cosmides, Tooby…). !Leggendo questo libro, in cui gli autori hanno voluto, per completezza, riportare posizioni favorevoli e posizioni critiche, si rimane sconcertati dal potere evocativo, sacrale e taumaturgico che viene attribuito ai termini introdotti dal Darwinismo: selezione naturale, pressione selettiva, ambiente di adattamento evoluzionistico… adattati alla psicologia e anche alla psicoterapia. In particolare, il maggior contributo degli psicologi evoluzionistici appare legato alla condivisione entusiastica del postulato di Theodosius Dobzhansky, secondo cui: “Niente in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”, assimilando ovviamente tout court la psicologia alla biologia. Dawkins (1982) in particolare sostiene che “La teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è l’unica spiegazione praticabile del modo in cui si origina e si mantiene il meccanismo della vita”. Essa costituisce, conseguentemente e inevitabilmente, “un potente strumento euristico per indagare i fenomeni che hanno a che fare con la vita.” Tutto il resto ne consegue, mostrando questi autori una fantasia degna del miglior Disney nel proporre soluzioni evoluzionistiche per disparati problemi psicologici. Si scopre così che talvolta basta aggiungere un qualche termine magico come “evoluzionistico”, “darwiniano” (ad es. “modulo darwiniano”) a banali (purtroppo) risultati di studi epidemiologici o ad ipotesi sul funzionamento della mente e del comportamento per elevarsi immediatamente su un piano scientificamente e culturalmente più elevato ed esplicativo. Perle del tipo: “… gli esseri umani sono il prodotto della selezione naturale: dobbiamo aspettarci che il comportamento umano sia adattativo (ossia, tale da garantire un vantaggio riproduttivo) e che una scienza del comportamento umano possa basarsi sull’analisi delle conseguenze che le nostre azioni hanno sulle nostre capacità riproduttive” (Symons) occorre ammettere che ci aiutano molto nella nostra ricerca. Questo autore ci spiega, convincendoci, ad es. in termini evoluzionistici “perché i maschi tendono ad avere una maggiore attrazione sessuale per donne con le quali non hanno avuto in precedenza rapporti sessuali piuttosto che per donne con le quali hanno rapporti sessuali regolari”. “L’ assuefazione, la noia, la riduzione con l’abitudine dei picchi di dopamina” diranno subito i miei (non) piccoli lettori (parafrasi di Collodi). E invece no! Entra in gioco, per Symons, “l’azione di un meccanismo psicologico specializzato… Questo meccanismo è stato prodotto dalla selezione naturale nel corso della storia dell’evoluzione umana perché in certe circostanze i maschi hanno avuto l’opportunità di generare discendenza con un costo minimo (una insignificante quantità di sperma, pochi istanti del proprio tempo) avendo rapporti sessuali con donne con le quali non avevano mai avuto rapporti sessuali in precedenza… E’ a questi ambienti primitivi che la natura umana si è adattata”. “Ciascun meccanismo è stato configurato dalla selezione naturale in ambienti passati in quanto promuoveva la sopravvivenza dei geni che guidavano la sua costruzione grazie al fatto di servire a qualche specifica funzione – ossia grazie al fatto di eseguire qualche compito specifico, come ad esempio regolare la pressione sanguigna, percepire i bordi di uno stimolo percettivo, un individuare gli ingannatori negli scambi sociali.” Symons va oltre, dichiarando “L’evidenza disponibile favorisce in modo schiacciante le attese della psicologia evoluzionistica. Ad esempio, sotto il profilo sessuale i maschi umani sembrano essere universalmente attratti, a parità di altre condizioni, da certi correlati fisici della giovinezza femminile, ossia da caratteristiche fisiche che sono indici del fatto che una donna ha iniziato da poco e avere il ciclo mestruale ed è dunque fertile e non ancora partorito figli.” Grande! Ecco, ciò riesce a spiegare addirittura in termini darwiniani come l’antico poeta Cecco Angiolieri, delle mie parti, avesse poetato in questi termini: “torrei le donne giovani e leggiadre e vecchie e laide lasserei altrui!”. Si spiega in termini evoluzionistici anche il fatto che “sotto il profilo sessuale le donne sono particolarmente attratte, a parità di altre condizioni, da uomini che esibiscono segni di uno status sociale elevato”. Symons sostiene infatti che:”I particolari correlati o indizi dello status maschile, ovviamente possono variare; ciò che si mantiene costante invece è l’adattamento psicologico che specifica la regola: preferisci segni di uno status elevato…Poggiano su due fondamenti. In primo luogo, i meccanismi psicologici ipotizzati… sono estremamente plausibili sotto il profilo adattativo; in secondo luogo, l’esistenza di simili meccanismi psicologici è fortemente implicata dai dati disponibili circa l’attrattività sessuale.” Oltre all’antico Cecco Angiolieri viene spiegato in termini darwiniani anche il moderno Berlusconi! In fondo, l’ambiente in cui si è realizzata l’evoluzione, quello dei nostri antenati cacciatori e raccoglitori, non sembrerebbe così dissimile dall’attuale! “Ma i dati che potrebbero essere adoperati per valutare le ipotesi della psicologia evoluzionistica sono virtualmente illimitati”. Per la verità lo stesso Symons passa da questi momenti di esaltazione onniesplicativa a momenti di introspezione riflessiva (e forse depressiva?): “…Nella misura in cui la psicologia evoluzionistica enfatizza fenomeni del genere si limita a rimarcare l’ovvio.”!!!! E qui finisco con Symons ricordando solo, en passant, il suo concetto di “poliandria adattativa”.
Altri illuminanti esempi di psicologia evoluzionista ci vengono da altri autori: ad es., l’antropologo Harner ha proposto (1977) Che i sacrifici umani degli aztechi siano nati come una soluzione per la cronica mancanza di carne (in effetti le gambe delle vittime erano spesso consumate, ma solo dalle persone di elevato grado sociale). Wilson (1978) ha usato questa spiegazione come “una illustrazione di prima mano di una predisposizione adattativa di natura genetica verso il cannibalismo nell’uomo”. La complessa costruzione culturale degli Aztechi si ridurrebbe dunque a “un’inconscia razionalizzazione per mascherare la reale ragione di tutto ciò: il bisogno di proteine”? J. Gould e R Lewontin si ribellano a questa logica affermando: “Abbiamo invertito l’intero sistema in modo così strano da vedere un’intera cultura come un epifenomeno di un modo strano di procurarsi carne… Le pratiche culturali umane possono essere ortogenetiche e portare all’estinzione in un modo ignoto ai processi Darwiniani, basati sulla selezione genetica.” Questi autori vogliono “mettere in discussione un modo di pensare profondamente radicato tra gli studiosi dell’evoluzione, che chiamiamo programma adattazionista o paradigma di Pangloss. Questo programma ha le sue radici in una nozione resa popolare da A.Russell Wallace e A. Weisman (ma non… da Darwin) verso la fine dell’ottocento: quella della quasi onnipotenza della selezione naturale nel forgiare le forme organiche e il migliore dei mondi possibili. Questo programma considera la selezione naturale talmente potente e i vincoli su di essa così scarsi, che la produzione diretta dell’adattamento attraverso il suo operato diviene la causa principale di tutte le forme organiche, delle funzioni e dei comportamenti.” Secondo questi autori, il programma dattazionista può essere riconosciuto attraverso stili comuni alle argomentazioni. Ad es.: “se un argomento adattativo cade, prova con un altro”. “La faccia degli eschimesi, una volta descritta come progettata per il freddo (Coon, Garn e Birdsell, 1950), diventa un adattamento per reggere grandi forze di masticazione (Shea, 1977)… Ci chiediamo, Tuttavia, se la caduta di una spiegazione adattativa debba sempre ispirare la ricerca di un’altra dello stesso tipo, piuttosto che spingere a prendere in considerazione delle alternative all’affermazione secondo cui ogni parte è per uno scopo specifico.” Per gli evoluzionisti, “I criteri perché una storia sia accettata sono così permissivi che molti passano senza una vera conferma. Spesso gli evoluzionisti usano la consistenza con la selezione naturale come l’unico criterio e considerano finito il loro lavoro quando riescono a confezionare una storia plausibile. Ma storie plausibili possono sempre essere trovate: la chiave per una ricerca storica sta nel determinare criteri per identificare le spiegazioni giuste fra tutti i possibili cammini che hanno condotto a un risultato moderno.” Gould e Lewontin sostengono la necessità del disaccoppiamento della selezione dall’adattamento: “…L’adattamento è un utilizzo secondario di parti presenti per ragioni di architettura, sviluppo o storia…Anche se l’arrossire è un adattamento influenzato dalla selezione sessuale dell’Uomo, non ci aiuterà molto a capire perché il sangue è rosso. L’utilità immediata di una struttura organica non ci dice spesso nulla delle ragioni della sua esistenza.” Fodor ritiene che “Riguardo alla questione se la mente sia o no un adattamento, quello che conta non è quanto complesso sia il nostro comportamento, bensì quanto debba mutare il cervello di una scimmia antropomorfa per produrre la struttura cognitiva di una mente umana. E a questo riguardo non sappiamo nulla. Ciò è una conseguenza del fatto che non sappiamo nulla di come la struttura delle nostre menti dipenda dalla struttura dei nostri cervelli. Non abbiamo nemmeno idea di quali siano le strutture cerebrali da cui dipendono le nostre capacità cognitive”. E sempre lo stesso autore afferma: “Gli indizi diretti in favore del darwinismo psicologico sono in realtà molto deboli. In particolare, si può sostenere che siano molto meno convincenti delle forti prove in favore della nostra teoria intuitiva pluralistica della natura umana. È il nostro pluralismo intuitivo, dopo tutto, ciò che usiamo per continuare a rapportarci gli uni agli altri. E ho l’impressione che, nelle grandi linee, esso funzioni piuttosto bene.” Eppure c’è chi, come Murphy e Stich, sostiene che le carenze del “vecchio paradigma psicoanalitico rimpiazzato da un approccio alla classificazione che mira ad essere operazionalizzato, ateorico e puramente descrittivo…” con categorie “formulate quasi esclusivamente nel linguaggio della fenomenologia clinica che deriva pesantemente da concetti psicologici del senso comune e concetti clinici protoscientifici (quali autostima,stato allucinatorio, ansia e umore depresso) dei manuali diagnostico-classificativi (DSM-III e successivi) dell’American Psychiatric Association, che producono “diagnosi non validate”, potrebbero essere ben superate basandosi sulla psicologia evoluzionista, che dovrebbe avere “un ruolo naturale e centrale”, in quanto “cerca di spiegare come lavora la mente descrivendo i molti meccanismi computazionali dei quali è composta e tentando di scoprire la funzione per la quale questi meccanismi sono stati selezionati…Riteniamo che, almeno nel futuro prossimo, le classificazioni basate sulle teorie della psicologia evoluzionistica saranno particolarmente utili ai clinici, ponendosi a livello di analisi che si accorda facilmente con la pratica clinica corrente.” E ancora: “La prospettiva evoluzionistica sulla mente sottolinea che i nostri meccanismi psicologici hanno avuto origine in un ambiente passato e, sebbene tali meccanismi possano essere stati adattati a quell’ambiente, l’ambiente può benissimo essere cambiato abbastanza per rendere alcuni aspetti della nostra architettura cognitiva indesiderabili od obsoleti nel mondo moderno”. Poi seguono esempi clinici che lasciano non poca perplessità, non tanto perché le spiegazioni si situano su un livello ipotetico come tante altre nella psicologia e psichiatria, quanto perché il rapporto con la selezione naturale ed annessi e connessi, non risulta affatto chiaro. Ad es.: “Probabilmente l’esempio più noto di un disturbo derivante dal cattivo funzionamento di un modulo è l’autismo. Lavori recenti hanno suggerito che l’autismo derivi dal cattivo funzionamento del modulo o del sistema di moduli che gestisce la teoria della mente, la capacità di attribuire stati intenzionali come credenze e desideri ad altre persone e di spiegare il loro comportamento nei termini del potere causale di tali credenze e desideri….Una spiegazione dello stesso genere, nei termini del cattivo funzionamento di un modulo, è offerta da Blair nella sua analisi della psicopatia. I tre aspetti principali che caratterizzano la psicopatia sono: l’insorgere precoce di un comportamento estremamente aggressivo; l’assenza di rimorso o senso di colpa; l’insensibilità e mancanza di empatia. Blair (1995) spiega il comportamento psicopatico come dovuto all’assenza o al cattivo funzionamento di un modulo che chiama meccanismo di inibizione della violenza. L’idea centrale è presa in prestito dall’etologia, campo d’indagine che ha più volte suggerito l’esistenza di un meccanismo che interrompe il combattimento in risposta a manifestazioni di sottomissione…Blair ipotizza che un meccanismo simile esista negli uomini e sia attivato dalla percezione della sofferenza altrui…” Sulla depressione vengono poste due ipotesi evoluzionistiche alternative: quella della “competizione sociale”, che “vede le nostre comunità ancestrali come ecosistemi in miniatura in cui gli individui fanno ogni sforzo per trovare delle nicchie dove possono eccellere e vivere bene. Nelle società moderne, invece, la possibilità di eccellere… sono remote. Se abbiamo ereditato un meccanismo che viene attivato quando crediamo di essere stati battuti, allora questo scatterà frequentemente dato che siamo inondati da informazioni su persone che hanno avuto successo. Ma, ovviamente, nel mondo moderno e molto più probabile che il meccanismo non raggiunga l’obiettivo per il quale era stato selezionato.” L’ipotesi della defezione, proposta da Watson e Andrews (1998), Hagen (1998) e altri, “Sostiene che nell’ambiente ancestrale la depressione post partum fosse una risposta adattativa che portava le donne a limitare le loro cure al nuovo bambino quando, a causa di fattori biologici, sociali o ambientali, un forte impegno nei confronti del bambino avrebbe probabilmente, nell’arco della vita di quella donna, ridotto il numero totale dei figli che a sua volta avrebbero raggiunto l’età della riproduzione e si sarebbero riprodotti con successo. Tra le condizioni sociali dell’ambiente ancestrale che sarebbero stati buoni motivi per innescare una notevole riduzione delle cure materne ci sarebbero la scarsità delle cure da parte del padre e/o di altri parenti. Motivazioni ideologiche includerebbero problemi con la gravidanza o il parto o altre indicazioni palesi del fatto che probabilmente il bambino non sarà sano e in grado di vivere. Ragioni ambientali includerebbero inverni rigidi, carestie e altre indicazioni di inadeguatezza delle risorse materiali.Nelle società moderne, caratterizzate dall’esistenza di strutture assistenziali approntate dallo stato ed altre organizzazioni, è molto meno probabile che queste condizioni siano degli indicatori affidabili del fatto che una madre che riduce drasticamente le cure del suo bambino aumenti la sua capacità riproduttiva…La depressione post partum potrebbe quindi essere un altro esempio di condizione prodotta da un meccanismo attivo che funziona proprio nel modo in cui era progettato per funzionare, sebbene in un ambiente molto diverso da quello in cui si è evoluto.” Anche i disturbi di ansia non vengono risparmiati dalle ipotesi evoluzionistiche: “Alcuni disturbi d’ansia forniscono un altro esempio possibile di disturbi che risultano da una differenza tra l’ambiente contemporaneo e l’ambiente in cui le nostre menti si sono evolute. Marks e Nesse (1994) notano che nell’ambiente ancestrale la paura dei posti pubblici e la paura di essere lontani da casa potrebbero benissimo essere state risposte adattive che mettono in guardia dai molti pericoli che si incontrano al di fuori dal territorio familiare.” E per concludere questa bella carrellata nella psicologia e psichiatria del futuro, in senso evoluzionistico delle teorie e sistemi classificativi, ma anche delle psicoterapie, citiamo Liotti: “Lo psicoterapeuta evoluzionista valuta continuamente la base motivazionale di ogni interpretazione terapeutica secondo la teoria evoluzionistica della motivazione umana. In accordo con gli psicoterapeuti cognitivisti, gli psicoterapeuti evoluzionisti tentano di dar forma alla relazione terapeutica, sin dalle prime sedute, secondo l’ideale dell’empirismo collaborativo…. Nel corso della psicoterapia il sistema cooperativo cederà il passo al sistema di attaccamento…Un altro modo di inibire l’attivazione del sistema di attaccamento implica lo spostamento di significato attribuita al desiderio di contatto fisico con un altro essere umano. Dato che sia il sistema di attaccamento (il cui fine è la vicinanza protettiva e un abbraccio confortante) sia il sistema sessuale implicano entrambi un desiderio di vicinanza fisica, i pazienti borderline possono fraintendere come sessuali, sia in sé stessi sia in altre persone, desideri che sono invece collegati al bisogno di attaccamento. E’ a causa della confusione tra desideri sessuali e di attaccamento che i pazienti borderline possono apparire impropriamente seduttivi nell’ambito della relazione terapeutica e possono venire intrappolati in relazioni sessuali promiscue o pericolose dell’abito di altre relazioni sociali.” Secondo Liotti “Una tale comprensione potrebbe facilitare molto l’integrazione di idee provenienti dai modelli psicoanalitici e cognitivo-comportamentali degli stati borderline: un importante vantaggio dell’avvicinarsi alla psicoterapia da una prospettiva evoluzionistica. Uno degli obiettivi principali…è accennare alla potenza integratrice dell’approccio evoluzionistico alla psicoterapia, un approccio capace di ridurre la frammentazione e ladispersione di preziose teorie cliniche che sono spesso considerate incompatibili solo perché derivano da diverse tradizioni, epistemologie o meta-teorie…. L’attaccamento disorganizzato e la patologia borderline forniscono solo un’illustrazione di come la potenza integratrice della prospettiva evoluzionistica possa riflettersi nella pratica della psicoterapia,combinando le migliori intuizioni di entrambi i modelli, psicoanalitico e cognitivo comportamentale…La psicoterapia evoluzionistica appare già come un solido ed ecumenico modo di avvicinarsi alla pratica della psicoterapia, un modo che peraltro rimane solidamente collegato alla scienza biologica contemporanea.” In conclusione desta ammirazione in chi scrive la fiducia, quasi sacrale ed “ecumenica” in parole magiche derivate dal darwinismo per una soluzione definitiva dei gravi problemi che la psicologia e la psichiatria si trovano ad affrontare. Una fiducia che appare ingenua, prescientifica e pseudo-religiosa. Molti argomenti sono nient’altro che rivisitazioni di vecchie interpretazioni che, impregnandosi di darwinismo, assurgono a nuova vitalità. Altri (specie quelli epidemiologico-antropologici) appaiono talmente banali, fantasiosi e poco fondati su un minimo di senso comune da risultare addirittura ridicoli (non per niente abbiamo assistito, in questa breve esposizione, anche a qualche espressione di auto-riflessività critica negli stessi campioni della psicologia evoluzionistica. Attimi illuminanti in cui si svela la possibilità di dire un sacco di sciocchezze paludate di termini “scientifici” accettati dalla casta. Un dubbio finale: che la psicologia evoluzionistica sia, in fin dei conti, della stessa essenzadella Corazzata Potemkin di Villaggiana memoria?

5 pensieri su “PSICOLOGIA EVOLUZIONISTICA

  1. A giudicare già solo dalla prima parte, appare evidente che di Psicologia non sapete né storicamente né scientificamente una verza.

    • Benissimo, quindi invece di scrivere il nulla esponga, se è così preparato, un commento di contenuti in modo che il dott. Paolo Cioni possa rispondere a qualcosa di concreto e non ad aria fritta.

      Grazie.

      • Non v’è in realtà molto da dire, carissimo. Soprattutto constatando il fatto che non avete speso più di qualche riga per l’area psicologica (di quella psichiatrica mi interessa poco o niente).
        “La psicologia è frammentata più che mai in scuole, tra loro in feroce disputa, e non ha raggiunto una sintesi accettabile delle sue varie anime.”
        Qui non è comprensibile a cosa ci si riferisca. Se ci si riferisce alle varie scuole psicoanalitiche moderne, queste non fanno parte dell’area psicologica, come la stessa Psicoanalisi stessa (ci si riferisce naturalmente a quella di tradizione freudiana) non ne fa parte.
        Se si parla invece delle varie ramificazioni e delle aree disciplinari della scienza psicologica, allora si cade in errore automaticamente parlando di ‘scuole’, dato che – al limite – si può parlare unicamente di discipline che si interessano allo studio del comportamento, della mente (si tratti, per esempio, di aspetti emozionali, o cognitivi della citata) e dell’interazione umana considerati in molteplici contesti: lavorativo-organizzativo, ergonomico-tecnologico (interaction design, ergonomia fisica, Interface design, […]), psicobiologico, neurocognitivo, sociale et cetera. Nessuno di tali settori entra in contrasto con i restanti, trattando infatti dello stesso oggetto di studio in situazioni e ‘punti di vista’ (da interpretare bene questa affermazione) differenti, che non lasciano adito a ‘opinioni personali’ – con questo non si pensi a una mancanza di studi di tipo qualitativo, ché sono in realtà essenziali, essendo la psicologia forse la scienza più equilibrata tra studi qualitativi e quantitativi.
        “Il solo tentativo serio di fornire una base scientifica affidabile risale ormai ai lontani anni ’30 del secolo scorso, quando Kurt Koffka, teorico e divulgatore della teoria della Gestalt introdotta da Wertheimer, scriveva il suo bellissimo (e dimenticato) libro “The principles of Gestalt Therapy”,
        Tralasciando il fatto che già soltanto dare un’affermazione del genere significa trascurare tutti gli studi effettuati in particolare nei campi di Psicologia Cognitiva, Psicologia Sociale e Psicobiologia (senza quindi considerare anche i rimanenti – che, ricordo, non sono in contrasto ma agiscono in modo da completarsi a vicenda [da non intendersi come un “piano architettato”, dacché è una pura e semplice conseguenza naturale dell’avanzamento scientifico), vi starete forse confondendo con Principles of Gestalt Psychology. Koffka di certo non si interessò all’ambito psicoterapico, che in un certo senso rimane marginale agli “scopi” della Psicologia. Un ospite della citata disciplina. E la psicoterapia gestaltica nasce come conseguenza. A partire da questo punto del testo, mi pare quasi evidente che voi state parlando delle scuole psicoterapiche, che non hanno niente a che vedere con la ricerca scientifica psicologica.

        “La neuropsicologia, foriera di spunti interessantissimi basati sulle acquisizioni della neuroscienza, ha ben poco a che spartire, ad es., con la scuola psicoanalitica (il rinomato neuropsicologo Chris Frith, che ha effettuato, tra gli altri, importanti studi sulla schizofrenia definisce Freud come “un cantastorie le cui speculazioni sulla mente umana erano in gran parte irrilevanti” (Inventare la mente, Ed. Italiana: Cortina, Milano, 2009).”
        Per forza di cose, non essendo quella psicoanalitica una scuola affine alla Psicologia, ma una dottrina appartenente al terreno medico e trattante la materia in maniera fallace e quasi totalmente personale e “interpretativa”.

        Se ad ogni modo vi riferite alla Psicologia Clinica o alla Psicologia Dinamica, dovreste ben specificarlo, in modo che non appaia che nell’area psicologica le varie ramificazioni sono in conflitto tra loro (cosa per nulla vera). Al limite potrebbe essere ragionevole pensarlo in merito alla psicoterapia gestaltica, alla behavioristica, alla ‘individuale’, a quella incentrata sul cliente e così via. Ma a quel punto si cade ancor più nell’errore, dacché appunto la psicoterapia non appartiene all’area della scienza psicologica – il fatto che ‘abbia a che fare con la psiche’ non c’entra nulla. Anche “l’uomo quotidiano” ha a che fare con la psiche ogni giorno, in termini di ricerca, interazione e interpretazione ingenua.

        Unica cosa che è di mio interesse è, appunto, la chiarezza, l’assenza di ambiguità e un passaggio di informazioni corretto e non fraintendibile.

        Per quanto riguarda il resto dell’articolo, non mi è di alcun interesse commentarlo. Delle moderne noiose diatribe che intercorrono tra darwinisti e anti-darwinisti non può interessarmi di meno. Se scienziati si dichiarano darwinisti allora automaticamente non sono scienziati, visto che il termine ha chiara accezione fideistica che trascende il genere di ‘fede’ previsto in ambito scientifico. Stesso discorso per scienziati anti-darwinisti.
        Potete tutti prendervi per i capelli su questioni di cui, e parlo di entrambi i partiti – a volte maggiormente voi, a volte maggiormente gli altri -, riducete il grado di complessità o lo esaltate.
        Come affermo sempre, la Scienza non ha alcun problema, sono gli scienziati ad averne. I termini “scienza” e “scienziati” possono essere facilmente sostituiti da altri soggetti legati, quali “Cristianesimo” e “Cristiani”, “Cattolicesimo” e “Cattolici”, “Rastafarianesimo” e “rastafariani” (naturalmente, stavolta, ponendo il discorso su un piano generico e banale, ma non per questo menzognero).

      • Rispondo a questo esuberante commentatore solo con una frase di Dostoevskij (I fratelli Karamazov, 1880), perché le cose da allora non sono cambiate: “La psicologia, per quanto profonda, può agire come un’arma a doppio taglio… Applichiamola al caso… dal taglio opposto e il nostro risultato non sarà meno plausibile… da essa è possibile dedurre quello che fa più comodo. Dipende dall’uso che ne fate… spinge anche le persone più serie a comporre dei romanzi… del tutto inconsapevolmente…”

        Paolo Cioni

  2. Il Prof. Luigi Vero Tarca, filosofo presso l’Università Ca’ Foscari, parafrasando e modernizzando Socrate dice: “l’umano medio non sa nulla, e non sapendo nulla, non sa neppure nulla di ciò che non sa”

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