LE RAZZE UMANE DIMOSTRANO L’EVOLUZIONE?


Darwin

a cura di Nicola Martella

Le lezioni di biologia sono lontane di decenni oramai, sebbene non smetta di essere curioso e di leggere. Quando penso alle razze, alle etnie e al colore della pelle la mia mente va alla legge di Mendel o a processi di microevoluzione; ma qui non abbiamo a che fare con ibridi come per la legge di Mendel né abbiamo a che fare con processi genetici accertabili come per la microevoluzione. E poi resta il dubbio: «Che cos’è una razza?». È una specie o solo una varietà? A guardarci bene, noi tutti siamo una varietà all’interno della nostra famiglia e parentela.

     Simili domande se le sarà poste anche la seguente lettrice che mi ha scritto: «La mia domanda è: “Come spieghiamo le razze?”. Si è avuta un’evoluzione bella grande quindi? Abbiamo bianchi, neri, gialli, ecc., ma com’erano Adamo ed Eva? Come e in quanto tempo si è avuta questa evoluzione? Vorrei sapere qualcosa in merito, ho cercato su internet ma non se ne parla da nessuna parte, e questa è l’accusa alla mia fede che mi viene mossa più spesso dagli atei. Grazie. Cordiali saluti…» {Sebastiana Ellena, ps.; 10-08-2008}.

 Ammetto per me stesso di non avere tutte le risposte. Ho capito che ci sono vari fattori che inducono a un qualche mutamento, sebbene non sia codificato nel DNA, ad esempio: l’influenza di alimentazione, territorio, clima e stile di vita e adattamento a loro; l’isolamento delle popolazioni e la riproduzione in ambito sociale ristretto per lunghi periodi. Se qualcosa non è accertabile come modificazione genetica (ossia del DNA), che cosa si modifica allora? E allora come fa a essere trasmesso come peculiarità ai posteri?

     Inoltre, se non è accertabile una modificazione del DNA, sarebbe equivoco di parlare addirittura di «razze», sebbene esse siano evidenti in qualche modo. Se è possibile in poche generazioni diluire di nuovo delle razze in altre, allora ciò non ha nulla a che fare con una presunta «evoluzione» e con Darwin. Allora perché gli evoluzionisti fanno valere tale pretesa? È meglio che chieda maggiori lumi a chi è della materia.

Fernando De Angelis

Il trucco evoluzionista è grossolano, eppure non solo nemmeno molti di «loro» se ne avvedono, ma anche molti credenti nella Bibbia abboccano, senza essere consapevoli dell’incongruenza. Per chiarire, Darwin (e poi gli evoluzionisti) mostrano che si formano razze nuove e con questo pretendono d’aver dimostrato che si possono formare specie, famiglie e tipi nuovi.

Non mi dilungo, però, perché nel sito stesso c’è una risposta più organica. Nel «Dizionario sull’evoluzione», presente su questo sito, si vedano le seguenti voci: «Darwin e le razze», «Macroevoluzione» e «Microevoluzione». {15-08-2008}

 

Nota redazionale: Su Fernando De Angelis si veda la sua introduzione alla rubrica «Proiezioni Culturali». Egli ha pubblicato in italiano il «Trattato critico sull’evoluzione» di Reinhard Junker – Siegfried Scherer. Egli è autore anche di proprie pubblicazioni sul tema creazione ed evoluzione [cfr. Fernando De Angelis, L’origine della vita per evoluzione, un ostacolo allo sviluppo della scienza (Casa Biblica, Vicenza)].

 

Nicola Berretta

Nota redazionale: Nicola Berretta è biologo. Si veda il suo «Cristiani nella scienza: missione impossibile?», Lux Biblica 30 (Ibei, Roma 2007).

 

Prima di parlare d’origine delle razze occorrerebbe forse chiedersi se esistano delle razze chiaramente definibili nell’ambito della specie umana. Capisco bene che questa affermazione possa a prima vista lasciare perplessi, se si considerano quelle differenze, a nostro giudizio, macroscopiche tra popolazioni come quella degli aborigeni australiani e degli eschimesi della Lapponia, tuttavia dovremmo innanzitutto chiederci quanto queste differenze non siano invece frutto della nostra esperienza soggettiva.

Mi spiego meglio. Immaginiamo un essere extraterrestre — se mai ce ne fosse uno — che giunge sulla terra senza avere la benché minima idea di cosa sia un essere umano, che valore darebbe alle differenze che noi giudichiamo macroscopiche tra i vari esseri umani? Probabilmente per lui noi saremmo tutti uguali. È però ipotizzabile che, stando sempre più a contatto con gli umani, comincerebbe anche lui a rendersi conto di differenze che, col tempo, lo porterebbero a individuare varie tipologie.

Infondo anche per noi vale lo stesso principio. Chi di noi non ha mai detto o pensato frasi del tipo: «… questi cinesi sono tutti uguali!!!». Se però si va a vivere in Cina, piano piano ci s’accorge di differenze che lentamente divengono sempre più ovvie e macroscopiche. Sono certo, infatti, che un cinese saprebbe distinguere i suoi conterranei provenienti da zone distinte del sue enorme Paese, semplicemente osservando certi tratti distintivi della loro fisonomia. La stessa cosa, se ci pensiamo bene, s’applica anche a noi; anni fa, quando i matrimoni si consumavano prevalentemente all’interno d’uno stesso paese, i nostri nonni erano in grado di distinguere addirittura il paesino da cui una persona proveniva dalla semplice osservazione del suo volto, pur vivendo nella stessa regione.

Insomma, ciò che voglio dire è che la distinzione tra razze non è così definita come noi la dipingiamo, per cui le distinzioni sono in larga parte frutto della nostra esperienza soggettiva, piuttosto che d’elementi chiaramente definibili.

Quali sono gli elementi oggettivi che ci permettono di definire una razza? Per rispondere a questa domanda rimando a una dichiarazione congiunta di vari scienziati di chiara fama, pubblicata su internet. La dichiarazione di questi studiosi si propone soprattutto di contrastare qualsiasi presunta base biologica che giustifichi le discriminazioni razziali, ma per la nostra discussione è interessante leggere i punti II e III, in cui viene evidenziato come non esistono distinzioni genetiche tra le etnie spesso identificate impropriamente col termine di razze. Viene dunque affermato che le differenze genetiche presenti all’interno degli individui appartenenti alla stessa (presunta) razza non sono inferiori a quelle riscontrabili tra individui che appartengono a (presunte) razze diverse.

Detto questo, pur non essendoci chiare distinzioni nel DNA (differenze genotipiche), resta comunque il fatto che esistano peculiarità nell’apparenza esteriore (differenze fenotipiche) che caratterizzano le varie etnie della specie umana. A mio giudizio, l’origine di queste differenze potrebbe essere ascrivibile a meccanismi di tipo epigenetico. Si parla infatti di meccanismi epigenetici quando il fenotipo d’un determinato individuo manifesta delle differenze non perché vi siano state delle modificazioni del patrimonio genetico in sé, ma per l’intervento di fattori che modificano il modo in cui la catena del DNA codifica la propria informazione. Il meccanismo più diffuso è quella dell’aggiunta di piccole molecole nel DNA impacchettato (cromosoma), le quali interferiscono con il modo in cui la catena di DNA viene srotolata per consentirne la lettura.

Varie ricerche hanno evidenziato come gli organismi possano andare incontro a modificazioni legate a fattori epigenetici quando sono sottoposti a forti sollecitazioni da parte dell’ambiente circostante, ma la cosa più interessante è che le ricerche più recenti hanno dimostrato che queste modificazioni epigenetiche possono essere ereditate dalle generazioni successive.[1] Questa osservazione è di particolare rilievo, perché in passato si riteneva che tali meccanismi si verificassero solo a livello di singolo individuo, ma non fossero trasmissibili alla prole.

La scoperta di questi meccanismi ha suscitato un notevole interesse nella comunità scientifica evoluzionista, rimettendo in discussione la dogmatica darwinista che vede la selezione delle mutazioni genetiche come unico e solo meccanismo che starebbe alla base della diversificazione delle specie. Molti infatti parlano d’un neo-Lamarckismo che presto prenderà prepotentemente piede nella Biologia dei prossimi anni, proprio a causa della scoperta dell’ereditarietà delle modificazioni d’origine epigenetica. Questi dibattiti non sono ancora molto diffusi a livello di mass-media, ma immagino che ben presto dovremo, come credenti biblici, confrontarci con queste teorie.

Per chi non ne ha familiarità è utile ricordare cosa diceva Jean-Baptiste Lamarck, vissuto poco prima di Darwin e latore d’una teoria dell’evoluzione che fu subito soppiantata da quella di Darwin. Lamarck affermava che l’ambiente potesse esercitare una pressione sull’individuo facendo sì che, generazione dopo generazione, la specie si modificasse in accordo alle sollecitazioni dell’ambiente. L’esempio spesso citato è quello della giraffa: lo «sforzo» di raggiungere fiori che stanno in alto sulla pianta avrebbe determinato un progressivo allungamento del collo nelle generazioni successive, a partire da giraffe primordiali provviste d’un collo corto. Il punto debole di questa teoria risiedeva nel fatto che non s’era in grado d’identificare il meccanismo attraverso cui lo «sforzo» d’un individuo potesse poi tradursi in cambiamenti trasmissibili alle generazioni successive, per cui queste teorie furono abbandonate a favore da quelle di Darwin, basate su meccanismi di selezione naturale.

Comprenderete dunque come queste recenti scoperte sull’ereditarietà epigenetica abbiano riportato sulla scena le teorie di Lamarck, in quanto risulterebbe effettivamente possibile che le sollecitazioni dell’ambiente sull’individuo (p.es. lo «sforzo») si traducano in modificazioni nell’espressione dei geni, le quali sono poi trasmissibili alle generazioni successive.

Vorrei sottolineare però la differenza sostanziale tra il darwinismo e questo neo-Lamarckismo: mentre la selezione darwiniana prevede una modifica del patrimonio genetico, la seconda prevede modificazioni (presumibilmente reversibili) nell’espressione genica, senza cambiamenti nel genoma, limitandone dunque notevolmente il raggio d’azione. L’epigenetica infatti non può dare luogo a «nuove specie» ma può portare a modificazioni che, seppur profonde e macroscopiche, rimangono comunque confinate all’interno d’una stessa specie. E per questo motivo che ritengo molto interessante il neo-Lamarckismo, e lo ritengo in linea di massima compatibile col creazionismo biblico.

Tornando comunque al tema sollevato riguardo alle razze umane, non escluderei la possibilità che le caratteristiche tipiche di determinate etnie siano state sollecitate da forme d’adattamento all’ambiente, attraverso meccanismi epigenetici. Queste modificazioni epigenetiche si sarebbero poi trasmesse alle generazioni successive, consolidandosi anche grazie a incroci tra individui appartenenti alla stessa popolazione.

Francamente non capisco come tutto questo possa essere usato come argomentazione contro la fede biblica da parte d’atei. Io al contrario trovo straordinario come il Signore sia stato capace di creare le specie animali e vegetali provviste della capacità d’adattamento alle variazioni dell’ambiente circostante. Chiedersi poi di quale «razza» fossero Adamo e Eva la trovo una questione irrilevante, magari un giorno verremo a sapere che non erano né bianchi, né neri, né gialli e nemmeno rossi, ma… erano «verdi»!!! {29-08-2008}

[1]. J. R. Oliver & J. K. Verstrepen, Timescales of Genetic and Epigenetic Inheritance. Cell 128: 655–668 (2007). C. Martin & Y. Zhang, Mechanisms of epigenetic inheritance. Current Opinion in Cell Biology 19: 266–272 (2007).

… continua

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