2nd INTERNATIONAL CONFERENCE ORIGIN OF LIFE AND THE UNIVERSE


Sunday 21st of May, 2017

Istanbul

SCIENTIFIC PROGRAM

SESSION 1

  • 10:00 AM            Morning Refreshments
  • 10:30 – 11:00     Opening

Short movie on the Origin of Life and the Universe
The TSRF Foundation opening speech
The presentation film of the honorary president of TSRF

  • 11:00 AM            SESSION 1

11:00 – 11:05 Moderator will introduce the speakers
11:05 – 11:30 Dr. Fazale Rana
11:30 – 11:50 Dr. Fabrizio Fratus

11:50 – 12:15 Dr. Anjeanette “AJ” Roberts

12:15 – 12:25 Q&A Session

  • 12:25 ‘Istanbul Dance Factory’ dance show
  • 12:45 Lunch

SCIENTIFIC PROGRAM

SESSION 2

  • 14:00

SESSION 2

  • 14:00 – 14:05 Moderator will introduce the speakers
    14:05 – 14:25 Dr. Carlo Alberto Cossano
    14:25 – 14:45 Dr. Paolo Cioni
    14:45 – 15:05 Dr. Oktar Babuna
    15:05 – 15:15 Q&A Session
    15:15 Darbuka Percussion Rhythm Show

15:35 Coffee break/Refreshments

16:00 Closing speech (10) – Jeff Gardner

16:15 Plaques Ceremony. Invitation of the speakers to the stage for presentation of their plaques

ISTANBUL

L’acqua su Marte lascia i marziani a becco asciutto


Come rabdomanti, missioni spaziali sempre più sofisticate e costose cercano acqua nelle immensità dell’universo. Perché l’acqua, nell’universo, vale più dell’oro. Se infatti nel cosmo vi fosse vita aliena, senz’acqua liquida a livello superficiale non sopravviverebbe. Illusorio è invece pensare l’inverso: perché trovare acqua liquida sulla superficie di un pianeta o di un satellite diversi dalla Terra non significa affatto avere scoperto vita aliena. Gli alieni, infatti, se esistono, hanno sì bisogno dell’acqua, ma l’acqua non ha affatto bisogno di loro. Motivo per cui, quand’anche le spedizioni cosmiche che scrutano l’universo trovassero acqua, non avrebbero trovato per nulla la vita. Avrebbero solo verificato la presenza di una (ce ne sono altre) delle condizioni necessarie all’esistenza, non scoperto la culla della vita. L’acqua, cioè, è decisiva per la vita solo se la vita c’è; altrimenti, ai fini della vita, è come tutto il resto: perfettamente inutile. Figuriamoci poi se nemmeno l’acqua c’è, come su Marte.

Il quarto pianeta per distanza dal Sole, Marte, attira da sempre le voglie dei cacciatori di alieni e le attenzioni dei ricercatori. Grazie alla fantascienza chiamiamo “marziani” gli extraterrestri da qualunque angolo della galassia provengano e grazie alla scienza abbiamo imparato a designare il “pianeta rosso” come gemello della Terra, il più simile a noi di tutto il sistema solare. Ma cos’ha poi di gemello alla Terra quella sfera arida che è Marte, totalmente ricoperto da irrespirabili polveri di ossido di ferro (da cui il colore e il nomignolo), senza un’atmosfera significativa, dunque flagellato dai raggi ultravioletti solari e dalle meteoriti, dotato di una pressione pari a un centesimo di quella terrestre misurata sul livello del mare, congelato in una temperatura media di -63 gradi centigradi (quella media terrestre è 14 gradi), senz’agenti erosivi che ne modellino le superfici scomode e inospitali, privo di quella tettonica delle placche che, oltre ai terribili eventi sismici e vulcanici, regala i giacimenti minerali, le riserve di petrolio e di gas naturale, e l’energia geotermica, controllando pure quel ciclo biogeochimico del carbonio che livella la presenza di anidride carbonica nell’atmosfera di modo che un pianeta come la Terra non sia né una desolazione infuocata né una palla di ghiaccio?

In comune con la Terra, il “pianeta rosso” ha insomma nulla. Però potrebbe essere profezia del “pianeta blu” alla fine del proprio ciclo vitale. Gemello della Terra lo sarebbe cioè stato un tempo. Il punto è sempre l’acqua. Le missioni marziane della NASA occorse negli anni Duemila proprio quella hanno cercato e cercano. Non l’hanno trovata. Hanno trovato solo elementi ipoteticamente compatibili con la presenza, un tempo, di acqua allo stato liquido in superficie. Non è la stessa cosa.

Mettiamo però il caso che non si tratti di mera compatibilità, ma di riscontro oggettivo. Che l’acqua liquida, insomma, un tempo sulla superficie di Marte ci sia stata. Visto che non c’è più, dov’è finita? Si è dispersa tutta nello spazio. Lo asserisce la sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN), in orbita attorno a Marte dal 21 settembre 2014. L’elaborazione dei suoi dati, che confermerebbero le supposizioni degli scienziati, le pubblica ora Science. Le radiazioni solari ultraviolette e soprattutto il vento solare (il flusso di particelle ad alta energia emesso dall’atmosfera del Sole), in grado di esercitare pressioni che disaggregano molecole relativamente semplici, avrebbero infatti spazzato da Marte quell’atmosfera, un tempo assai più consistente di quella odierna, che permetteva all’acqua allo stato liquido, grazie alla pressione esercitata, di restare sulla superficie del pianeta.

Mentre ci si chiede però perché il vento solare non abbia analogamente dissolto, dopo miliardi di anni, le atmosfere di Venere (incredibilmente densa) e della Terra, pianeti che, essendo più vicini al Sole di quanto lo sia Marte, sono molto più esposti al vento solare, per affermare che un tempo l’atmosfera marziana c’era ma si è dissolta si è studiata la distribuzione degl’isotopi dell’argon. In quel che resta dell’atmosfera di Marte, l’argon, un gas inerte che non reagisce quasi mai con altri elementi, è presente in abbondanza. Oggi quel gas è concentrato negli strati più altri dell’atmosfera del “pianeta rosso”, segno che il suo isotopo più leggero (l’argon 36) sa resistere poco a radiazioni e vento solare. Sarebbe così il 66% dell’argon originario quello che è andato perduto. Niente argon, niente atmosfera, niente pressione e l’acqua liquida di un tempo ha lasciato la superficie disperdendosi. Forse.

Nessuno infatti sa quando l’atmosfera di Marte abbia cominciato a rarefarsi al punto da lasciarsi sfuggire l’acqua liquida di superficie, quindi nessuno sa se sulla superficie del quarto pianeta del nostro sistema solare un tempo l’acqua sia davvero esistita allo stato liquido. Ma l’osservazione conclusiva vergata dall’équipe guidata da Bruce M. Jakosky, dell’Università del Colorado di Boulder, a conclusione del citato studio pubblicato su Science che elabora i dati NASA raccolti da MAVEN, introduce una variante decisiva.

Nell’aria marziana primitiva c’era infatti altro oltre all’argon. C’era anche anidride carbonica (CO2), il gas responsabile di quell’effetto serra che contiene e mantiene le temperature di un pianeta. «Nell’atmosfera primigenia di Marte», scrive l’équipe di Jakosky, «la pressione parziale della CO2 può essere stata di un bar o più, così da produrre un riscaldamento serra sufficiente a permettere all’acqua liquida di rimanere stabile sulla superficie». Ma se così è, i calcoli fatti per l’argon indicano che la perdita di CO2 all’epoca è stata davvero grande e «[…] la probabilità che il tasso di perdita sia stato molto più grande all’inizio della storia di Marte» è dato dalla «[…] maggior intensità dell’estrema radiazione ultravioletta solare e delle direttrici del vento solare» di quell’epoca primigenia.

Ovvero, più si risale speculativamente indietro nel tempo e più gli agenti oggi ritenuti responsabili del processo avvenuto su Marte sono intensi e rapidi nel determinare la rarefazione dell’atmosfera e quindi la volatilizzazione dell’acqua liquida di superficie, il punto massimo d’intensità essendo quello prossimo alla formazione stessa del “pianeta rosso”.

Insomma, se le cose stanno come dicono questi studi, la superficie di Marte l’acqua liquida non l’ha forse mai sentita gorgogliare e sciabordare, lasciando i marziani a becco asciutto.

 

di Marco Respinti 

La nuova Bussola

LIBERO ARBITRIO: NON SIAMO SCIMMIE


Quanto di più incredibile vi è nell’uomo se non la possibilità di scegliere, di potere decidere anche contro il proprio interesse?

L’uomo ha delle possibilità che con la teoria di Darwin proprio non hanno nulla a che fare. La natura, vista nell’ottica neodarwinista, è una continua guerra per la sopravvivenza, una battaglia che ogni essere vivente deve combattere continuamente contro i propri simili e le altre specie. Ma questo o è vero o è, come moltissime questioni, solamente un’interpretazione dominante della vita. È chiaro che se l’uomo si autoconvince di discendere da un animale i suoi valori saranno differenti rispetto ad una consapevolezza che lo porrebbe in una posizione di “essere speciale”.L’uomo può essere sia uno “sbaglio” sia un essere eccezionale, straordinario. Una società che si basa sull’accumulo per la detenzione del potere avrà valori ben differenti su una società che si basa sulla comunità e la solidarietà.

La teoria di Darwin ci insegna che l’uomo è in perenne competizione per sopravvivere e che quindi la sua sopravvivenza dipende dalla sua capacità di scegliere ciò che per lui è migliore nel “sistema” in cui vive. Come sappiamo, il nostro sistema è di tipo capitalistico e conseguentemente di accumulo, chi accumula più danaro e più potere ha maggiore prestigio, e conseguentemente, in un ottica darwiniana, è migliore. Ma l’uomo può scegliere e anche in condizioni dove è nella situazione di forza può scegliere di “perdere”;può scegliere di aiutare; può scegliere di fare ciò che è ritenuto irrazionale. L’uomo sceglie e sceglie anche contro il proprio interesse. Lo fa in “barba” a tutte le teorie materialiste. Lo fa a prescindere e basta. Il libero arbitrio è la negazione della teoria di Darwin. L’uomo fa scelte, nell’arco della sua vita, che non hanno nulla a che fare con ciò che H. Spencer e i suoi amici hanno voluto farci credere. La solidarietà è contro la logica di Darwin. Il donarsi. Il sacrificarsi in ogni sua forma è l’empirica testimonianza che l’uomo ha una coscienza non comprensibile con interpretazioni meccanicistiche di tipo materialista. La psicologia evoluzionista non ha nessun tipo di risposta soddisfacente che possa spiegare come l’uomo possa donarsi senza chiedere nulla.

Ritornando al sistema sociale, quindi, noi possiamo capire come mai alcune persone vivano solo per accumulare, ma non possiamo capire come mai alcuni ad un certo punto mollano tutto. Non lo possiamo capire se interpretiamo il sistema sociale seguendo un paradigma di tipo evoluzionista, ma lo possiamo ben comprendere se lo si interpreta con un modello del tutto differente. Proviamo a ricorda il modello sociale proposto da Tommaso Moro in Utopiae proviamo a considerare certi comportamenti dell’uomo, anche nella società in cui viviamo, con tale modello. Da subito comprendiamo che l’uomo vive in un sistema fittizio, realmente lontano dalle sue esigenze spirituali e fisiche. L’uomo della società postmoderna è un prodotto che ha poco a che fare con la sua reale natura, è stato manipolato socialmente ed è “schiavo” di un sistema da lui stesso creato di cui non è più padrone… ma anche in questo sistema creato e generato dalla rivoluzione industriale prima e dalla rivoluzione culturale dell’800 poi, l’uomo, ha sempre un dono di cui noi, escludendo DIO, non sappiamo l’origine: il libero arbitrio. La più palese testimonianza di come Darwin e la sua infausta scuola non hanno compreso nulla della natura originaria dell’essere denominato UOMO.

C’è vita nell’universo? Troppo presto per dirlo


 

Sistema Trappist-1 e Solare a confronto

C’è una stella, fra i milioni e milioni di stelle dell’immenso cielo attorno a noi, che porta il nome poco romantico di 2MASS J23062928-0502285. Fortunatamente ne ha un altro, Trappist-1, che deriva dal telescopio che l’ha scoperta, appunto Trappist, piazzato nell’Osservatorio di La Silla, in Cile, ma prodotto e controllato orgogliosamente in Belgio. Tant’è che il nome è volutamente un omaggio all’ordine dei monaci cistercensi della stretta osservanza, i trappisti, la storia di una delle cui grandi famiglie si sovrappone a quella della stessa nazione belga, proprio a sottolineare il fatto, anche laicamente, che il Belgio di oggi sarebbe nulla senza la tradizione trappista.

Trappist-1, la stella, è una nana rossa che ha solamente l’8% di massa del nostro Sole e più o meno un millesimo della sua brillantezza. Per questo è appena in grado di comportarsi da Sole, cioè d’innescare quella fusione che trasformando l’idrogeno in elio produce residualmente un bene preziosissimo: l’energia (luminosa).

Ebbene, la notizia che ha fatto il giro del mondo è la scoperta del sistema di sette pianeti che rivoluzionano attorno a Trappist-1, un sistema per questo paragonato a quello solare di cui fa parte la Terra e quindi reputato adatto alla vita aliena. Forse. Il sito specializzato The Extrasolar Planets Encyclopaedia, mantenuto dall’Osservatorio astronomico di Parigi e fondato nel 1995, censisce alla virgola tutti gli “esopianeti”, ossia i pianeti che, come appunto quelli rivoluzionanti attorno a Trappist-1, non fanno parte del nostro sistema solare: sono 3583 sparpagliati in 2688 sistemi, più altri 2410 candidati e 211 controversi. Solo la famosa Missione Kepler della NASA per la ricerca di pianeti simili alla Terra, partita il 7 marzo 2009, ne ha scoperti – ha detto la Nasa il 10 maggio 2016 – 1284 confermati al 90% su un totale di 4302 candidati. La stessa Nasa calcola dunque statisticamente che nell’universo possano esistere 100 miliardi di esopianeti di tipo tellurico, cioè comparabili alla Terra per composizione (rocce e metalli), dimensioni e distanze dal loro sole, e che di questi quelli “abitabili”potrebbero essere 40 miliardi, come documenta una ricerca accademica basata proprio sui dati raccolti dalla Missione Kepler. Cos’hanno dunque di eccezionale i sette pianeti del sistema Trappist-1 per essere più adatti alla vita? Nulla.

Qualcuno obietta che l’eccezionalità è il loro numero. Eppure, dei 2688 sistemi solari noti in cui sono sparpagliati i 3582 esopianeti finora censiti ufficialmente, 603 sono sistemi multipli, vale a dire stelle con almeno due pianeti. 280 ne hanno solo due, ma tutti gli altri di più, anche se nessuno più del nostro che ne ha otto. Il sistema Trappist-1 è dunque quello numericamente più prossimo al nostro, ma non è l’unico. Sono infatti noti altri tre sistemi a sette pianeti: Kepler-90, HD 10180 e HR 8832.

Ma, si risponde, il sistema Trappist-1 è “vicino”. 39,5 anni luce. Ora, se potessimo viaggiare alla velocità raggiunta dalla luce nel vuoto, poco meno di 300mila chilometri al secondo, impiegheremmo quasi quarant’anni ad arrivarci. Ma noi non viaggiamo affatto alla velocità della luce. Il veicolo spaziale che detiene il record è la sonda della Nasa Juno, lanciata il 5 agosto 2011 verso Giove: 265mila chilometri l’ora. Calcolare il numero di anni necessari a raggiungere Trappist-1 a questa velocità fa girare il capo. Tra l’altro, il sistema HR 8832 è “vicino” la metà, 21 anni luce.

L’eccitazione si sposta allora sul fatto che alcuni tra i nuovi esopianeti scoperti, chiamati Trappist-1 “b”, “c”, “d”, “e”, “f”, “g” e “h” (dal più vicino al più lontano), orbitano nella “fascia di abitabilità”, cioè a una distanza dalla loro stella che consente l’esistenza dell’acqua allo stato liquido. Ma è un modello teorico. Nel nostro sistema solare, per esempio, Venere e Marte, sono nella “fascia di abitabilità” quanto alla possibilità di avere acqua liquida, ma non sono né abitabili né abitati. Perché? Perché altre condizioni, oltre l’acqua, rendono l’abitabilità presunta un’inabitabilità concreta. Degli otto pianeti che compongono il nostro sistema solare, solo tre (Marte, Venere e Terra, a cui si aggiungono il nostro satellite Luna e il pianeta nano Cerere) sono nella “fascia di abitabilità”, ma solo uno è abitabile e abitato. (Venere ha una pressione atmosferica troppo elevata e un effetto serra tale da renderne la temperatura superficiale insostenibile; Marte ha una pressione atmosferica troppo debole per trattenere significativamente aria e acqua; la Luna non ha atmosfera e Cerere ne ha una inservibile).

Proprio il fattore acqua è però quello su cui si punta, come già fatto per altri esopianeti “simili alla Terra” e persino per Marte. S’insiste infatti nel dire che i pianeti Trappist-1 “e”, “f” e “g” posti in “fascia di abitabilità” le condizioni che ipoteticamente consentono la presenza di acqua liquida comunque le hanno. Escluso di poterci andare, lo si verificherà solo quando avremo strumenti adatti. Ammettiamo però che quegli esopianeti abbiano davvero acqua allo stato liquido, e pure tutte le altre condizioni di abitabilità. Il discorso sulla vita sarà comunque sempre tutt’altro. Perché l’acqua è certamente la condizione necessaria a nutrire la vita, ma non è affatto la condizione sufficiente a farla sorgere. Se assieme all’acqua su quegli esopianeti scoprissimo la vita, significherebbe che avemmo trovato ben altro che la mera acqua. Perché di suo, l’acqua, come tutta la materia, è sterile, inerte, non genera spontaneamente la vita. Di questo “piccolo” particolare non vi è però traccia nell’euforia generale per la scoperta del sistema planetario Trappist-1.