LIBERO ARBITRIO: NON SIAMO SCIMMIE


Quanto di più incredibile vi è nell’uomo se non la possibilità di scegliere, di potere decidere anche contro il proprio interesse?

L’uomo ha delle possibilità che con la teoria di Darwin proprio non hanno nulla a che fare. La natura, vista nell’ottica neodarwinista, è una continua guerra per la sopravvivenza, una battaglia che ogni essere vivente deve combattere continuamente contro i propri simili e le altre specie. Ma questo o è vero o è, come moltissime questioni, solamente un’interpretazione dominante della vita. È chiaro che se l’uomo si autoconvince di discendere da un animale i suoi valori saranno differenti rispetto ad una consapevolezza che lo porrebbe in una posizione di “essere speciale”.L’uomo può essere sia uno “sbaglio” sia un essere eccezionale, straordinario. Una società che si basa sull’accumulo per la detenzione del potere avrà valori ben differenti su una società che si basa sulla comunità e la solidarietà.

La teoria di Darwin ci insegna che l’uomo è in perenne competizione per sopravvivere e che quindi la sua sopravvivenza dipende dalla sua capacità di scegliere ciò che per lui è migliore nel “sistema” in cui vive. Come sappiamo, il nostro sistema è di tipo capitalistico e conseguentemente di accumulo, chi accumula più danaro e più potere ha maggiore prestigio, e conseguentemente, in un ottica darwiniana, è migliore. Ma l’uomo può scegliere e anche in condizioni dove è nella situazione di forza può scegliere di “perdere”;può scegliere di aiutare; può scegliere di fare ciò che è ritenuto irrazionale. L’uomo sceglie e sceglie anche contro il proprio interesse. Lo fa in “barba” a tutte le teorie materialiste. Lo fa a prescindere e basta. Il libero arbitrio è la negazione della teoria di Darwin. L’uomo fa scelte, nell’arco della sua vita, che non hanno nulla a che fare con ciò che H. Spencer e i suoi amici hanno voluto farci credere. La solidarietà è contro la logica di Darwin. Il donarsi. Il sacrificarsi in ogni sua forma è l’empirica testimonianza che l’uomo ha una coscienza non comprensibile con interpretazioni meccanicistiche di tipo materialista. La psicologia evoluzionista non ha nessun tipo di risposta soddisfacente che possa spiegare come l’uomo possa donarsi senza chiedere nulla.

Ritornando al sistema sociale, quindi, noi possiamo capire come mai alcune persone vivano solo per accumulare, ma non possiamo capire come mai alcuni ad un certo punto mollano tutto. Non lo possiamo capire se interpretiamo il sistema sociale seguendo un paradigma di tipo evoluzionista, ma lo possiamo ben comprendere se lo si interpreta con un modello del tutto differente. Proviamo a ricorda il modello sociale proposto da Tommaso Moro in Utopiae proviamo a considerare certi comportamenti dell’uomo, anche nella società in cui viviamo, con tale modello. Da subito comprendiamo che l’uomo vive in un sistema fittizio, realmente lontano dalle sue esigenze spirituali e fisiche. L’uomo della società postmoderna è un prodotto che ha poco a che fare con la sua reale natura, è stato manipolato socialmente ed è “schiavo” di un sistema da lui stesso creato di cui non è più padrone… ma anche in questo sistema creato e generato dalla rivoluzione industriale prima e dalla rivoluzione culturale dell’800 poi, l’uomo, ha sempre un dono di cui noi, escludendo DIO, non sappiamo l’origine: il libero arbitrio. La più palese testimonianza di come Darwin e la sua infausta scuola non hanno compreso nulla della natura originaria dell’essere denominato UOMO.

Giuseppe Sermonti aveva e ha ragione!


comitato antievoluzionista

Sono anni che mi batto contro l’Evoluzionismo, e per necessità dialettica ho fatto quasi finta di credere che si trattasse di una Teoria Scientifica. In realtà all’Evoluzionismo manca una cosa per essere oggetto scientifico: una formulazione. Le definizioni di Evoluzione, che si trovano nei vocabolari letterari, sono esattamente quello di cui gli scienziati non vogliono sentir parlare. Il Devoto-Oli ha: “…passaggio lento e graduale degli organismi viventi da forme inferiori e rudimentali a forme sempre più complesse”. Sbagliato, dichiarano gli scienziati di Harvard; l’evoluzione organica è una forma di adattamento locale che non implica alcuna forma di progresso. Poi ci ripensano e concludono che“adattamento” non significa nulla. Vuol dire “sopravvivenza”così che la migliore definizione dell’Evoluzione è la “sopravvivenza dei sopravvissuti”. Se cercate nei glossari dei testi scientifici una definizione di Evoluzione potete trovarvi di fronte qualcosa del genere: “cambiamento di frequenze geniche in una popolazione”. A buon diritto vi sentirete presi in giro, convinti come siete che l’evoluzione è qualcosa che dovrebbe consentire di passare da un batterio a una tigre, e non un’operazione statistica.
Ma allora che cos’è l’Evoluzionismo? E’ l’ovvietà secondo cui, se le cose ci sono, e un tempo non c’erano, in qualche modo e a un certo punto devono pur essersi formate, e il modo più banale e inoffensivo è quello di essersi formate un po’ per volta, gradatamente, passando dall’una all’altra. Questo vale per le nebulose, per gli organismi, per le lingue, per le culture, per gli strumenti musicali, per la tecnica, per tutto. Tale convinzione contiene l’ottimismo dell’ignorante, secondo cui all’inizio c’era l’amorfo e l’approssimato e poi è venuta l’opera raffinata; cioè l’idea che l’uomo sia nato dalla scimmia, un po’ per volta, per adattamenti, per tentativi. Fatto di cui non esiste l’ombra d’una prova, e non esiste la facoltà di dubitare.
Ma veniamo alla inveterata abitudine verbale dell’evoluzionista ad usare locuzioni come “ancora non c’era”, o “già c’era”, o “in via di sviluppo”, che presuppongono un fatale e progressivo svolgersi dell’essere verso il meglio, ancorché la teoria non lo preveda. Trasferendo alla nostra cultura la sua fede, l’evoluzionista si scandalizza che nel duemila “siamo ancora a questo punto”.
Di fronte ad ogni problema, è sempre stato un buon precetto quello di non adottare la prima soluzione, quella a portata di mano, la più felice. Ebbene, proprio l’adozione dell’ovvio “è” la ricetta dell’evoluzionista. Non richiede alcuna conoscenza, cultura, acume, può essere sostenuta da un analfabeta che di Darwin sappia solo che aveva la barba. Egli è autorizzato a sorridere con sufficienza se uno scienziato dubita che l’uomo discenda dalla scimmia. E da dove sennò? L’idea del progresso automatico esime dal problema di come improvvisa e solitaria emerge la grandezza. Giorgio De Santiliana (Il Mulino di Amleto) accusò questo “soporifero” gradualismo di essere la tenda sotto la quale nascondiamo la nostra ignoranza della storia.
Forse la più grave responsabilità culturale dell’evoluzionismo è proprio la generale opacità che esso ha disteso sulla realtà. Esso ha adottato il malvezzo, che Darwin ha inaugurato e i suoi seguaci sviluppato, di introdurre le affermazioni con dubitativi. “Forse”“potrebbe anche essere”“non si può escludere”“si può suggerire”“sarebbe anche possibile”, e così via di questo passo.
Questo fraseggiare esonera dal portare prove, dal presentare argomenti. In questo modo la nostra povera immaginazione oscura tutto il meraviglioso, tutta l’imprevedibilità, tutta l’inaudita sfrontatezza con cui la natura compie le sue opere. Il mondo è andato come è andato, ma avrebbe potuto andare in qualunque altro modo, naturalmente anche senza di noi, senza la Terra e senza il mondo. Per questo, poco ci sorprende e poco ci interessa di come sia realmente andato. Il mondo degli evoluzionisti è un mondo in cui tutto cambia, senza che succeda mai nulla. In cui i problemi non si risolvono perché non ci sono, e questa è la soluzione di tutto. Un mondo virtuale.
Il duemila si apre con l’Ingegneria Genetica, che è una distruggitrice di misteri e di incanti molto superiore ai “potrebbe essere” dell’Evoluzione. Il Faust che costruisce l’uomo in provetta se la ride di come Iddio o la Natura si siano industriati a costruire Adamo.  
Un’autorevole rivista inglese (New Scientist) ha intestato il suo fascicolo “Evolution is dead”(l’Evoluzione è morta). E argomenta così: “che cosa può importarci più della decrepita Evoluzione quando le specie cambiano sotto le nostre mani in pochi giorni? Non abbiamo più bisogno di Dio, ma neppure della Natura, cioè di quella dea baschereccia, che abbiamo tenuto in carica in attesa di prendere il potere direttamente in pugno”?
Ma l’Ingegneria Genetica funzionerà? Personalmente, ne dubito. I biologi stanno imparando ad usare i computer, e si prepara il trionfo di un altro tipo di ingegneria: la realtà Virtuale. L’evoluzione degli organismi virtuali è la biologia del futuro. Senza Dio, senza natura, senza Realtà.

“Il mondo antievoluzionista si e’ unito, ci sara’ anche un sito di riferimento”


Tecnoscienze

Foto Fratus: 'Il neodarwinismo e' una religione'

“Il mondo antievoluzionista si e’ unito, ci sara’ anche un sito di riferimento”

Fratus: “Il neodarwinismo e’ una religione”

“I risultati del nostro lavoro iniziano a vedersi”

Il pensiero antievoluzionista sta riscuotendo sempre maggior attenzione sia dal mondo scientifico e da tutti quelli che vogliono approfondire il tema delle origini del nostro pianeta. La Voce d’italia oggi intervista uno dei massimi esponenti in Italia nella contrapposizione culturale al neodarwinismo e nella diffusione del pensiero antievoluzionista, il sociologo Fabrizio Fratus.

Come procede la battaglia culturale che da anni persegue?

“Con fatica ma i risultati si stanno iniziando a vedere, le persone iniziano ad accorgersi dell’inconsistenza scientifica del neodarwinismo, negli ultimi due anni ho ricevuto diverse e-mail di sostegno e di gratitudine. Inoltre, grazie alla trasmissione radiofonica su Radioglobeone.it assieme al prof. Enzo Pennetta, ho avuto modo di raggiungere molte più persone. Purtroppo i libri di testo delle nostre scuole sono ancora pieni di tantissime sciocchezze, è riportato il fossile di Lucy come anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia. Vi sono ancora elencati elementi residuali che si troverebbero nel corpo umano; si legge che la vita è nata da un brodo primordiale, tante “stupidate” smentite dalla scienza, quella vera.”

Dopo l’uomo la scimmia – Evoluzionismo ed antievoluzionismo: il Peter Pan dei primati


Evoluzionismo ed antievoluzionismo: il Peter Pan dei primati

 Dopo l’uomo la scimmia

Giuseppe Sermonti – scrittore, saggista, già docente di genetica all’Università di Perugia.

  

Il cervello ha un grande volume nel feto, e si riduce, in rapporto al corpo, con la crescita. Un grande cervello è un carattere infantile. Nella foto, un feto umano di sette settimane.

 

La teoria evoluzionista, che fa discendere l’uomo dalla scimmia, ha confinato nel regno delle favole l’antropologia biblica, che vuole l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Eppure i dati delle più recenti ricerche della paleontologia e della biologia molecolare sembrano indicare la grande antichità dell’uomo e il carattere secondario e derivato degli scimmioni africani. Riacquistano così significato le antiche mitologie, nelle quali l’animalesco trae le sue origini dall’umano.

La cultura occidentale si trova da oltre un secolo, di fronte ad una doppia antropogonia. Nella tradizione biblica l’uomo è creato direttamente dal Signore, a sua immagine e somiglianza. A questa antropogonia se ne sovrappone un’altra, di origine scientifica, secondo la quale l’uomo emerge dalla bestialità scimmiesca, per il gioco delle leggi di natura, senza bisogno del Signore. Si tratta di un’interpretazione di tipo gnostico che vede la creazione iniziale come l’atto malvagio di un demiurgo, e l’emergenza dell’uomo come un processo di liberazione dal male attraverso la conoscenza. (1)

L’interpretazione biologica ha guadagnato sempre più credito e l’uomo moderno è invitato a considerare l’antropogonia biblica come una favola, o come una metafora o come un raccontino per l’ingenuità dei primitivi.

Nello stesso momento, poiché l’uomo ha bisogno di confortare con significati e valori la propria origine, si è attuata una mitizzazione dell’origine bestiale dell’uomo, con la conseguente riformulazione di tutte le nostre giustificazioni e speranze. (2)

A questo punto si deve dire che l’antropogonia biologica, lungi dall’essere una realtà scientificamente comprovata, è uno dei capitoli più oscuri ed equivoci della nostra scienza moderna, e che l’origine scimmiesca degli uomini è stata sostenuta contro ogni prova neontologica e paleontologica. I risultati più recenti concordano nell’escludere una derivazione dell’uomo dalle scimmie ominidi attuali (scimpanzé, gorilla, orango) o passate, e presentano piuttosto gli scimmioni come specie derivate, recenti e senza futuro biologico. (3)

Primitività dell’uomo.

Contrariamente a quanto Darwin affermava e a quanto comunemente si crede, l’uomo non si distingue dalle altre specie di primati per essere particolarmente evoluto e specializzato. All’opposto, così come i primati rappresentano un gruppo primitivo tra i Mammiferi, l’uomo rappresenta una specie primitiva all’interno dei Primati.

La grandezza del cervello umano è stata presa a misura della evoluzione della nostra specie. Il valore di questo dato ponderale è molto discutibile. Se fosse il peso assoluto del cervello a segnare l’intelligenza, la balena e l’elefante ci supererebbero di molto. Se, come pare più giusto, si dovesse valutare il peso cerebrale in relazione al peso del corpo, lo scoiattolo saimiri, il tursoide, il topolino e la tupaia avrebbero più intelligenza di noi. Nello scoiattolo saimiri il cervello rappresenta l’8% del corpo, nell’uomo il 2%. Il grosso cervello è carattere di tutti i primati e si trova in particolare in quelli considerati più primitivi (tursiope, tupaia). (4)

Nel neonato umano il peso relativo del cervello è quasi il 10% del peso corporeo e nel neonato di scimpanzé pressappoco lo stesso. Un valore enorme rispetto al 2% che l’uomo raggiungerà nella maturità.

Il grosso cervello (per quel che conta) è un carattere primitivo e infantile, e non una caratteristica tardiva e adulta.

Quasi tutti gli altri caratteri umani hanno una configurazione primitiva e originaria, sono cioè vicini alle conformazioni tipiche dell’ordine e presenti nei più antichi Primati fossili. Il cranio sferoidale, senza creste o arcate prominenti, è un tratto primitivo, così come i piccoli denti bassi e regolari, senza canini emergenti, che si osservano nel driopiteco (10 milioni di anni fa) e nel ramapiteco (15 milioni di anni fa).

La mano umana ha l’architettura primitiva della mano dei tetrapodi. Le cinque lunghe e dritte dita chiudono una serie magica, 1.2.3.4.5., ovvero, radio+ulna, tre+quattro ossicini del metacarpo, cinque ossa del carpo che si continuano nelle falangi. Il piede presenta la plantigrada tipica dei mammiferi più primitivi, mettendo al suo servizio una perfetta integrità strutturale, con la stessa serie 1.2.3.4.5. della mano. Il parallelismo delle falangi del piede è presente nell’embrione di quasi tutti i primati, mentre il distacco dell’alluce è carattere che interviene solo al termine dello sviluppo embrionale degli scimmioni.

Confronto tra i crani fetali e adulti di scimpanzé e di uomo.
Il cranio scimmiesco adulto è molto più alterato nelle proporzioni di quello umano.

La stazione eretta (cui la paleontologia assegna la venerabile età di 5-6 milioni di anni) è anch’essa un tratto primitivo. Essa comporta una base del cranio arrotondata e aperta in un forame occipitale centrale, articolato su un collo verticale. Questa è la condizione che preserva più integro l’allineamento delle vertebre e la sfericità del cranio, che sono caratteri embrionali. L’appoggio sulle nocche degli scimmioni e la stazione quadrupede comportano la torsione della nuca, l’arretramento del forame occipitale e la costrizione della base cranica. Durante lo sviluppo embrionale dei Primati il forame occipitale, inizialmente centrale, migra posteriormente. (5)

Tutti i caratteri che abbiamo menzionato collegano l’uomo all’embrione proprio e degli altri Primati, e lo indicano come specie giovanile e primigenia, spostandone la comparsa lontanissimo nel passato, oltre la testimonianza, pur impressionante, dei reperti fossili portati alla luce negli ultimi venti anni. Mentre nel 1960 si attribuiva al genere Homo non più di mezzo milione di anni, nel 1980 le datazioni di fossili del nostro genere hanno raggiunto i quattro milioni di anni.

Non tenterò un esame, neppure sommario, dei fossili degli ominidi africani, se non per ribadire che essi testimoniano la grande antichità della stazione eretta. E’ mia convinzione, come quella di autorevoli paleoantropologi, che essi non siano i nostri ascendenti, ma rami laterali di un cespuglio dalla base del quale è emersa la nostra forma. (6) e  (7)

Fossili di scimmioni del tipo dello scimpanzé, del gorilla e dell’orango, benché a lungo cercati, non sono mai stati trovati. Queste forme sono, per quanto ne sappiamo, molto più recenti della forma umana e attribuire il ruolo di nostri ascendenti ad essi o a forme ad essi simili (come voleva Darwin) è trasformare quello che fu un errore scientifico in un falso scientifico.

Molecole e cromosomi

Lo sviluppo della biologia molecolare a partire dagli anni sessanta ha consentito il confronto biochimico tra le specie viventi.. Attraverso un criterio obiettivo di valutazione è divenuto possibile definire la “vicinanza biochimica” tra le specie. Specie giudicate lontane dai sistematici risultarono biochimicamente lontane, specie vicine risultarono biochimicamente molto simili. Confrontando i dati biochimici con quelli paleontologici fu anche possibile trasformare le distanze molecolari in tempi storici.

 

Il bipedismo degli ominidi potrebbe essere derivato direttamentem da un bipedismo rettiliano. Modello di uno Stenonicosauro e di un immaginario derivato umanoide, secondo D. Russell e R. Seguin, Canada, National Museum of Natural Sciences (Discover febbraio 1982)

 

Si postulò una costanza del ritmo di mutazione nel tempo, si calcolò (per varie proteine) il tempo medio richiesto per una singola modificazione, e si riuscirono così a calcolare, su base molecolare, i tempi di divergenza, cioè le epoche in cui due specie in esame avevano cominciato a registrare nelle loro molecole modifiche indipendenti, avevano cominciato a differenziarsi biochimicamente. (8)

Una delle più sconcertanti risultanze della comparazione molecolare fu la incredibile vicinanza tra l’uomo e gli scimmioni africani. Tradotta in milioni di anni, secondo i principi del cosiddetto “orologio molecolare”, la divergenza tra uomini e scimpanzé risultò di 1,3 milioni di anni, (9) una data che fu poi corretta a 4-5 milioni di anni. Si trattava, comunque, d’un epoca inferiore alle più antiche documentazioni fossili relative ai primi ominidi (5-6 milioni di anni) in contraddizione con l’idea che gli ominidi derivassero dagli scimmioni.

Un’analisi più sottile delle modificazioni molecolari successive alla divergenza tra uomini e scimmioni rivelò un’altra situazione inattesa. Le modifiche erano state molto più numerose sulla linea scimmiesca che sulla linea umana. Ciò corrispondeva alla constatazione che l’ascendente comune tra uomo e scimmioni aveva una struttura molecolare molto vicina a quella dell’uomo moderno.

Sia anatomicamente che molecolarmente l’uomo risultava il Peter Pan tra i Primati, cioè la specie che non si trasformava nel tempo, il bambino che non voleva crescere. (10)

I citologi, cioè gli studiosi dei cromosomi, comparando le mappe cromosomiche di uomo, scimpanzé e gorilla raggiunsero, indipendentemente, la stessa conclusione. L’ascendente comune di uomini e scimmioni aveva cromosomi virtualmente uguali a quelli dell’uomo moderno. Anche i citologi raggiunsero la conclusione che uomini e scimmie erano derivati da un proto-uomo, il che significava, in parole semplici, che la figura umana aveva preceduto quella scimmiesca. (11)

I dati molecolari e citologici hanno sostanziato dunque quello che i dati anatomici e paleontologici avevano indicato. La grande antichità dell’uomo, il carattere primario della nostra specie rispetto al carattere secondario e derivato degli scimmioni africani.

  

La Forma umana è inscrivibile nel cerchio e nel quadrato (Leonardo). Al confronto la povera forma scimmiesca appare sproporzionata e deforme.

Pan e Satana.

La caduta dell’umano nell’animalesco è un avvenimento di così grande drammaticità che ci dobbiamo attendere di trovarne una traccia nelle categorie del nostro spirito, una menzione nelle nostre mitologie. Un esame della mitologia greca e della storia sacra cristiana ci confronta subito con la narrazione della caduta in varie versioni, di cui mi limiterò a citare le due più importanti, che rappresentano due momenti cruciali nella religione olimpica e nelle religioni monoteistiche derivate dall’ebraismo.

Un mito narra dell’unione del Dio Hermes, l’angelo dei greci, con una ninfa figlia di Driope. Dall’unione nasce un bambino-animale, un essere mezzo uomo e mezzo capro, che il padre porterà in Olimpo, dove sarà assunto alla divinità col nome di Pan. (12) Pan è il dio dei boschi e delle balze montane, inseguitore di ninfe, suonatore di flauto, custode del riposo meridiano, generatore della follia, dell’incubo, del panico. Questo dio-satiro assunse un ruolo centrale nell’Olimpo ellenico, e rappresenta il lato oscuro, selvaggio, passionale dell’uomo, una condizione estrema del dionisismo, all’opposto della distaccata purezza di Apollo. Nella storia sacra cristiana incontriamo una figura iconograficamente identica al Pan greco: Satana, il diavolo.

Questo satiro, che nella nostra religione non ha nessuna delle qualità gioiose e divine di Pan, è pura malvagità, è la raffigurazione del male assoluto. Anch’esso ha origine da una figura umana, da un a arcangelo arrogante che è punito da Dio e precipitato nel basso e nell’animalesco con tutta la sua razza. Nei bestiari proto-cristiani l’animalesco non è rappresentato dal capro, ma dalla scimmia, e precisamente dalla scimmia umanoide, priva della coda. Scrive il Physiologus (II-IV sec.) “…la scimmia è un immagine del demonio: essa ha infatti un principio, ma non una fine, cioè una coda, così come il demonio in principio era uno degli arcangeli, ma la sua fine non  si è trovata”. (13)

Il cranio di un giovane gorilla tra i crani di quattro adulti. Si noti l’aspetto “umano” del cranio infantile. D questo confronto si sviluppò nelgli anni Venti l’ipotesi che l’uomo fosse una forma giovanile-generalizzata-originaria e gli scimmioni fossero forme senili- sspecializzate- derivate. (Museo di Storia Naturale di Salisburgo )

I primi bestiari cristiani sono probabilmente di origine africana (egiziana) e si deve pensare che portino testimonianza di una tradizione primordiale, nella quale la scimmia derivata dall’umano appare come un simbolo fondamentale della storia sacra. L’origine dell’uomo dalla scimmia asserita da Darwin, oltre a contraddire una serie di prove naturalistiche, ribalta il fondamento della nostra sacralità, ponendo il male, sotto forma di scimmia, all’origine, e il bene come emancipazione dalla creazione primigenia. L’uomo razionale si salva da un cattivo demiurgo creatore.

Nella nostra tradizione, al contrario, è l’uomo che introduce il male nel creato, e la sua redenzione, ad opera del Dio fatto uomo, rappresenta un ritorno alla purezza originaria.

ALCUNI COMMENTI ALL’ORIGINE DEGLI SCIMMIONI DALL’UOMO

Anche se scimmia e uomo hanno comune radice…questa è però…non la forma scimmiesca ma quella umana. L’espressione volgare, se si devono usare queste formule, dovrebbe suonare così: “la scimmia deriva dall’uomo”…
Max Westenöfer (1926) Heidelberg 1948

Gli ominidi non discendono dalle scimmie antropoidi, piuttosto gli scimmioni possono essere derivati dagli Ominidi… Bjorn Kurtén, Einaudi 1972

Il venerabile antenato aveva si un cervello piccolo e una faccia grande, ma camminava in posizione eretta e le sue membra avevano le proporzioni a noi note nell’uomo. André Leroi-Gourhan (1964) Einaudi 1977

Quale fanciullo di primati viventi è più simile, nella forma, agli stadi giovanili dei nostri antenati? La risposta deve essere: la nostra stessa forma infantile Stephen Jay Gould, Cambridge Mass. 1977

Noi pensiamo che la derivazione degli Ominidi dal ceppo comune a tutti i Primati ha più probabilità di essere vera della filiazione dalla linea scimmiesca. Pierre-P. Grassé, Adelphi 1979

Che tra i discendenti più elevati e lontani da un presunto modello umano originario possa trovarsi anche una scimmia antropomorfa è idea che non può sorprendere chi come me aderisce alle vedute di un’antropologia tradizionale Emilio Servadio “Il Tempo” 1983

Sarei fiero di essere un antenato dello scimmione che a differenza di certi esseri umani è nobile e dignitoso.

Alberto Bevilacqua “Il Tempo” 1983

E’ giusto e logico che da un essere perfetto come l’uomo…possa scaturire uno scimpanzé…Non mi disturba affatto essere l’antenato di uno scimpanzé, mi disturberebbe invece esserne un discendente.

Pietro Chiara “Il Tempo ” 1983

Altri specialisti…si son detti: se a detta della paleontologia gli ominidi risalgono a ben cinque milioni di anni, allora per spiegare la nostra stretta parentela con lo scimpanzé o rivediamo la classificazione dei fossili smembrando la famiglia degli Ominidi, o facciamo derivare lo scimpanzé (per il quale mancano fossili) da questa famiglia…Io preferisco la buona biologia che offre poche certezze e tanti dubbi

Pietro Omodeo “L’Espresso” 1983

Potremmo anche formulare la nostra ipotesi dicendo che le scimmie derivano dall’uomo…

J. Gribbin, J. Charfas, Mondadori 1984

L’assenza di fossili di gorilla e scimpanzé conferma la probabilità di una loro derivazione molto recente in seno alla linea Ominide (bipede)Francesco Fedele, Le Scienze, Quaderni 1984

Le prove cariologiche indicano che tra gli scimmioni africani viventi e gli uomini il miglior modello cromosomico per la condizione protoominide è Homo Sapiens R. Stanyon, B. Chiarelli, K. Gottlieb, W. H. Patton, 1985

 

NOTE.

(1)  E. Samek Ludovici, La gnosi e la genesi delle forme, rivista di biologia 74 (1-2) pp. 55-86, Perugia 1981

(2)  J. R. Durant, Il mito dell’evoluzione umana, Rivista di Biologia, 74 (1-2-) pp. 125-151, Perugia 1981

(3) G. Sermonti La luna nel bosco: saggio sull’origine della scimmia, Rusconi, Milano 1985

(4)  R. Holloway, I cervelli degli ominidi fossili in Gli antenati dell’uomo, Le Scienze, quaderno 17 ottobre 1984

(5)  M Westenhöfer, Die Grundlagen meiner Theorie von Eigenweg der Menschen, Carl Winter, Heidelberg 1948

(6)  E. Genet-Varcin, Problèmes de Philogénie chez les hominidés d’un point de vue morphologique , Ann. Paleont. Vértébrés, 61 (“) pp. 211-233, 1975

(7)  S. J Gould, Questa idea della vita, Editori Riuniti pp. 48-554, Roma 1984.

(8)  R. E. Dickerson, Struttura e funzione di un ‘antica proteina, Le Scienze, 47, Luglio 1972

(9)  M. Goodman, in “Progr. Biophys. Molec. Biol”, 38, pp. 105-164, 1981

(10)  A. R. Templeton Phylogenetic inference from restriction endonuclease cleavage site maps… in Evolution 37, pp. 221-244, 1983

(11)  J. J. Junis, O. Prakash, The origin of man: a chromosomal pictorial legacy, Science, 215, pp. 1525-30, 1982

(12)  K. Kereny, Dei ed Eroi della Grecia, vol.1 pp. 162-164, Garzanti, Milano 1976

(13)  Il Fisiologo, trad. it, Adelphi, Milano 1975

Flores D’Arcais, Vito Mancuso e le false certezze.


Di 

 

 “Il caso o la speranza?”, dalle false certezze del libro di Paolo Flores D’Arcais e Vito Mancuso al problema reale della degenerazione genetica.

 

Questa volta in radio si parte spendendo qualche parola  sul  saggio scritto a quattro mani da Paolo Flores D’Arcais (filosofo,  firma di Micromega) e Vito Mancuso (teologo cattolico) intitolato Il caso o la speranza? Un dibattito senza diplomazia”Fratus, che  ha letto il libro,  interroga Pennettasu temi ed argomentazioni che gli sono sembrate motivo di particolare interesse. Pennetta si pone quindi come’semplice’ interlocutore per discutere sulle varie argomentazioni che man mano emergono dal commento di Fratus sul saggio. Si va leggendo e commentando un brano tratto dalla pagina 27 del saggio dove si legge:

“Per quanto riguarda Dio , allora noi sappiamo tutto. Dal primo istante , o meglio dall’istante immediatamente successivo al Bing Bang, fino alla comparsa di Homo sapiens e alla sua avventura che anche tu e io stiamo ora vivendo: ciò che è avvenuto con il Big Bang, le galassie, il sistema solare, la nascita della vita, l’evoluzione dai procarioti ai mammiferi, fino alla <<scimmia nuda>> che tutti noi siamo, contraddistinta dalla neocorteccia e dal cammino eretto, è spiegato dal sapere scientifico.

Ignoto rimane ancora solo quel frammento di frammento di istante, un secondo alla meno 33, che è talmente infinitesimo che in realtà non riusciamo neppure a pensarlo, ad immaginarlo. Che prima o poi la scienza ci sveli cosa è esattamente accaduto in quell’attimo talmente impalpabile che lo possiamo chiamare ‘attimo-zero’, nulla toglie al fatto che comunque l’intero svolgimento del cosmo e della storia del pianeta Terra è stato indagato e spiegato prescindendo da Dio. Insomma, come rispose il grande astronomo Laplace a Napoleone:” Dio è un’ipotesi superflua”

Pennetta, un po’ basito nell’udire certe parole da parte di chi ha fatto della filosofia, dapprima ironizza un po’ sul fatto che stando così le cose allora si possa chiudere baracca, allora la ‘scienza’ è finita, non c’è più nulla da scoprire se si sa tutto. Poi va a sottolineare l’errore del citato determinista Laplace, che mischia ‘impunemente’ campi che non è corretto mettere insieme.

Fratus, ricordando parole del genetista E.Boncinelli:

“la vita è un fenomeno, per così dire, strano, per non dire unico […]o 3 miliardi e mezzo, o 6-7 miliardi, non è che faccia una grande differenza […]In definitiva possiamo dire che non sappiamo come è nata la vita. “

Si chiede con Pennetta perché D’Arcais (ovviamente si criticano le tesi, le parole del filosofo e non questo quanto persona) si tenga tutto per se un (beh più di uno) segreto così importante come quello dell’origine della vita, che è lontanissimo dall’essere qualcosa su cui sappiamo tutto, e che, spesso lo abbiamo ricordato, anche se ciò viene fatto erroneamente, sia un qualcosa che viene separato dal resto della teoria dell’origine delle specie e posto più come assioma di partenza. Senza contare poi che esiste un’impossibilità intrinseca alla natura stessa dei fenomeni, che stabilisce nei processi di misura il confine oltre il quale non ci si può spingere ora e per sempre. Diventa pertanto qualcosa di incomprensibile affermare in tal modo che ‘sappiamo tutto’. Quella parte infinitesima poi non è paragonabile ad un ultimo piccolo pezzetto che non abbiamo osservato  di un  campo di migliaia di ettari, in perfetta continuità con la natura e la sostanza della parte rimanente. Oltre il cosiddetto “Muro di Planck” le leggi di natura cessano di essere valide, la nostra fisica non esiste più e non possiamo avere quella conoscenza.

Pennetta quindi propone un’analogia fra il passo tratto dal saggio di F.D’Arcais e la figura baconiana del sacerdote della scienza. Quello che deve rigettare i non lo so, il dubbio, un po’ l’umiltà dello scienziato e il carattere auto-dubitativo della scienza, deve infatti essere rappresentante di un qualcosa in grado di dare risposte su tutto, affidabili e certe. In poche parole si tratta di una professione di fede allo scientismo, uno dei falsi miti del XX secolo, secondo cui la scienza è in grado di cogliere e spiegare ogni aspetto della realtà.

Si prosegue parlando del Celacanto in relazione a quanto scritto da Pennetta in un suo recente e molto discusso articolo su CS in cui mostra come il celacanto fin da subito da quando ne venne fatta una  ricostruzione, a quando venne ‘miracolosamente’ ripescato, fino ai recenti risultati sullo studio genomico del pesce,abbia sempre causato qualche problema al neodarwinismo finchè oggi non arriva a farne esplodere le contraddizioni. Adesso il celacanto è stato anche definitivamente tagliato fuori dalla linea evolutiva che porterebbe dalle specie acquatiche a quelle anfibie sulla terra. Non è certo questo il gran problema o l’argomento di discussione. Infatti, Pennetta ricorda come fin da quanto fu pescato si poterono avere sotto gli occhi tutte gli errori della ricostruzione proposta fatta sulle base dei resti fossili, di come per esempio non avesse pinne carnose che rappresentassero proto zampe etc  etc..

Ponendo dunque attenzione su tutte le varie ricostruzioni e permettendo di interrogarsi  nuovamente sulla veridicità delle medesime, se ne era già parlato qua. Alcuni sostenitori del neodarwinismo,molto incautautamente, sono arrivati a dire che le somiglianze esteriori a priori non implicano una pari somiglianza genetica,cercando di trovare scappatoie al fatto che il celacanto si fosse mantenuto ‘praticamente  identico’. Beh, in tal caso il prof.Pennetta aveva fatto notare che questo rappresenterebbe solo un’ulteriore colpo al cuore alle varie ricostruzioni fatte, infatti si potrebbero scartare a priori tutti quelli presentati come nostri predecessori ad esempio.. E poi il celacanto con un tasso di mutazioni molto lento ed essendo rimasto quindi pressoché invariato, rappresenta un  invito a riflettere su quale affidabilità possiamo dare alla datazione ottenuta in questo modo. Inoltre se considerassimo una situazione di equilibrio di H&W dovremo considerare una popolazione ideale. Una popolazione  è ideale se:

1)La mutazione può essere ignorata
2)Si hanno generazioni discrete, non sovrapposte
3)Gli individui si accoppiano in maniera casuale
4)La dimensione della popolazione è molto grande
5)La popolazione è chiusa
6)La selezione non influenza le frequenze alleliche (si tenga presente che una selezione stabilizzante di fatto avviene sempre)

Una popolazione ideale, in equilibrio, non può ‘evolvere’, infatti il neodarwinismo, per dirla semplicemente, prevede che l’evoluzione  si ha quando l’equilibrio di H&W viene spezzato grazie a forze evolutive, selezione, migrazione, deriva etc..). Fra esse (le forze evolutive) però vi sono anche le mutazioni, che devono per forza di cose anche portare novità nella popolazione e non solo danneggiamenti, rotture etc..

Le mutazioni (errori di copiatura del DNA) si verificano continuamente, ma la maggior parte di esse sono “neutrali”, cioè rendono il genoma di pochissimo “difettoso” rispetto all’originale e senza che ciò pregiudichi la vitalità dell’organismo. Una piccola parte delle mutazioni sono non neutrali (anche più mutazioni a catena nel tempo) e possono causare incompatibilità o favorire un’adattamento. Secondo l’ipotesi neodarwiniana dovrebbero anche portare delle novità, cosa che però manca di corroborazione ed incontra diversi problemi in un’analisi statistico-matematica.
Fintanto che quindi le mutazioni non influenzano il fenotipo la selezione non interviene e non può, come vorrebbe il neodarwinismo, guidare l’evoluzione. La formazione di nuovi alleli neutrali (tramite le mutazioni neutrali) e la loro fissazione nella popolazione tramite l’azione di processi come per esempio la deriva genetica fa si che o questi alleli siano eliminati dal pool genetico oppure aumentino in frequenza fino a fissarsi, cioè a restare permanentemente nella popolazione. E di essi nel celacanto non vi era traccia….un bel problema.

La risposta migliore a questo è che il celacanto rappresentasse, semplificando,  una sorta di eccezione. Le mutazioni ‘registrate’ consentono di dire che o il celacanto ha un tasso evolutivo incredibilmente lento (appunto un’eccezione) oppure qualcosa non va nel paradigma, o anche il pesce recentemente dovrebbe aver incontrato qualcosa come un ‘collo di bottiglia’, ma questo resta tutto meramente ipotetico. Si dice che l’ambiente così estremo, così isolato favorisse il mantenimento di una creatura così specializzata per quell’ambiente. Per riflettere ancora sulla degenerazione, si potrebbe riprendere gli esperimenti sui topi di Cuènot. Cuènot osservò che essi (i topi) in circostanze normali avessero una pelliccia grigio-marrone scura, ma che c’erano anche topi con un manto giallo. Questi, incrociati con topi normali davano una popolazione in cui metà popolazione aveva il manto giallo, e non mostrava problemi per la fitness. (Il topo giallo era un eterozigote (due alleli diversi per un certo gene) e che la caratteristica gialla (AY) è dominante normale (A)). Poi se un topo giallo si fosse incrociato con un’altro giallo si osservano il doppio di topi gialli mentre l’aspettativa sarebbe di tre volte. Questo perché quando un topo diviene omozigote (AYAY) per il colore giallo non può sopravvivere. Infatti nell’utero di femmine gravide, un quarto degli embrioni è stato trovato morto.

La spiegazione di questo è che si tratta dell’avere o no  una proteina essenziale, che, quando si verifica una sola volta, essa (tra le altre cose) provoca il manto giallo, ma sua completa assenza è letale. Si scoprì che esistono molti di questi geni letali che possono provocare morte o embrionale o in corso di vita. Alcune cause di morte in eterozigosi, altri solo in omozigosi. C’è un termine per la collezione completa dei geni letali che risiede in una popolazione o gruppo di popolazione e va sotto il nome di ‘carico genetico’. Questa è una chiara forma di degenerazione. La selezione,il non isolamento etc..possono ridurre questo fenomeno non eliminarlo. Tracce dovrebbero essere trovate.

Sia le affermazioni ‘curiose’ di D’Arcais,sia il caso del celacanto hanno permesso un’operazione di critica mirata soprattutto a sottolineare, mettere bene in luce cose su cui si glissa, cose che rimangono comunque per lo più non dette se non distorte o piegate a ideologie o paradigmi..e pertanto rappresentano occasioni per gridare che il re è nudo e che non indossa i vestiti che i lacchè sostengono indossi.

Una puntata allegra dai toni spiritosi,che però affronta tematiche che meritano adeguate riflessioni.

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La trasmissione è disponibile al seguente indirizzo:

https://www.dropbox.com/s/gqzso91bhybur91/27_04_13.mp3

Darwinismo e progresso


L’idea di progresso ebbe una sostanziale affermazione con la rivoluzione industriale e con la pubblicazione del libro L’origine delle specie di Darwin.
Siamo tra la fine dell’ 700 e il 1859 (data di pubblicazione del testo darwiniano) in piena epoca coloniale e quando lo scienziato con le sue ipotesi sfatava il dogma della fissità della specie.
L’evoluzionismo, come paradigma scientifico, nacque in una nazione, l’Inghilterra, la cui storia di quegli anni era incentrata sull’assoluta fede riposta nel progresso dell’umanità. Le parole “evoluzione” e “progresso” finirono per confondersi e scambiarsi reciprocamente, tanto che Spencer, uno dei massimi divulgatori delle ipotesi evoluzioniste nella seconda metà dell’800, identificò questi termini in un’unica direzione “dai più antichi mutamenti cosmici rilevabili agli ultimi risultati della civiltà, troviamo sempre che il progresso consiste essenzialmente nella trasformazione dell’omogeneo all’eterogeneo”1 Questo tipo di applicazione, dell’omogeneo all’eterogeneo, venne presto applicata all’uomo: se tutto attorno a noi cambia, si trasforma, progredisce, evolve…perché l’uomo no? Darwin scrisse:” …l’ordinario succedersi delle generazioni non si è mai interrotto e nessun cataclisma ha mai devastato il mondo. Perciò possiamo guardare con una certa fiducia ad un futuro sicuro ed altrettanto incommensurabilmente lungo. Come la selezione opera solamente per il bene di ogni essere, tutti gli ambienti fisici e mentali tenderanno a progredire verso la perfezione”2.

“allo zoo tutte queste bestie hanno un contegno decente, all’infuori della scimmia. Si sente che l’uomo non è lontano” (E. Cioran)

Si era convinti che il progresso evolutivo portasse alla perfezione.
Questo modello di pensiero venne trasferito anche alla sfera morale e ben presto il più evoluto diveniva il più complesso e infine il migliore.
Nietzsche, attento alla società come nessun altro, fu il primo a comprendere che le idee che si facevano largo “…dell’avvenire dell’uomo non erano una necessità scientifica, bensì un desiderio tratto dagli ideali moderni”3.
Con le teorie evoluzioniste prendeva piede il pensiero degli ideali borghesi e di ricerca di fondamenti per il loro modello di sviluppo. Le teorie evoluzioniste furono il prodotto naturale di quel tempo e furono fondamentali per legittimare il colonialismo e lo sfruttamento.
L’idea di progresso implicava anche la convinzione della superiorità dell’uomo “civile” rispetto all’uomo “selvaggio”: l’uomo evolvendosi produceva una società più evoluta e quindi aveva il “diritto” di sottomettere le civiltà ritenute inferiori.
Tale pensiero ipotizzava che lo sviluppo di ogni società umana avvenisse secondo un unico modello e che non era possibile che esistesse un processo storico discontinuo e differenziato. Ciò che in realtà si osserva nel campo storico è che il progresso non è necessario e tantomeno continuo, la storia procede a salti e poche volte è cumulativa. Se in alcune società accadeva qualcosa, in altre il nulla era la normalità. Ogni società che si “sposta” verso la nostra ci sembra attiva e progredita, mentre quelle che divergono dal nostro modello ci sembrano involute o stazionarie. Il mondo occidentale ha acquisito grandi conoscenze sul mondo meccanico, ma molte di meno sulle risorse del corpo umano (Yoga e altre discipline orientali).
Questo modello di pensiero portava l’uomo dalla natura all’artificiale, la vita aumentava in quantità ma non in qualità, l’uomo si estraniava dai suoi reali bisogni per trovarne di fittizi. Questo processo portò, invece che ad un progresso, ad un decadimento morale e civile.


1 cit. da lewontin – Levins, Evoluzione, E. Einaudi, Vol. V Torna indietro
2 cit. da Mayr. 1983, 232, evoluzione e varietà dei viventi, Einaudi,
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3 cit. da Nietzsche, 1883, Gaia Scienza Torna indietro