L’acqua su Marte lascia i marziani a becco asciutto


Come rabdomanti, missioni spaziali sempre più sofisticate e costose cercano acqua nelle immensità dell’universo. Perché l’acqua, nell’universo, vale più dell’oro. Se infatti nel cosmo vi fosse vita aliena, senz’acqua liquida a livello superficiale non sopravviverebbe. Illusorio è invece pensare l’inverso: perché trovare acqua liquida sulla superficie di un pianeta o di un satellite diversi dalla Terra non significa affatto avere scoperto vita aliena. Gli alieni, infatti, se esistono, hanno sì bisogno dell’acqua, ma l’acqua non ha affatto bisogno di loro. Motivo per cui, quand’anche le spedizioni cosmiche che scrutano l’universo trovassero acqua, non avrebbero trovato per nulla la vita. Avrebbero solo verificato la presenza di una (ce ne sono altre) delle condizioni necessarie all’esistenza, non scoperto la culla della vita. L’acqua, cioè, è decisiva per la vita solo se la vita c’è; altrimenti, ai fini della vita, è come tutto il resto: perfettamente inutile. Figuriamoci poi se nemmeno l’acqua c’è, come su Marte.

Il quarto pianeta per distanza dal Sole, Marte, attira da sempre le voglie dei cacciatori di alieni e le attenzioni dei ricercatori. Grazie alla fantascienza chiamiamo “marziani” gli extraterrestri da qualunque angolo della galassia provengano e grazie alla scienza abbiamo imparato a designare il “pianeta rosso” come gemello della Terra, il più simile a noi di tutto il sistema solare. Ma cos’ha poi di gemello alla Terra quella sfera arida che è Marte, totalmente ricoperto da irrespirabili polveri di ossido di ferro (da cui il colore e il nomignolo), senza un’atmosfera significativa, dunque flagellato dai raggi ultravioletti solari e dalle meteoriti, dotato di una pressione pari a un centesimo di quella terrestre misurata sul livello del mare, congelato in una temperatura media di -63 gradi centigradi (quella media terrestre è 14 gradi), senz’agenti erosivi che ne modellino le superfici scomode e inospitali, privo di quella tettonica delle placche che, oltre ai terribili eventi sismici e vulcanici, regala i giacimenti minerali, le riserve di petrolio e di gas naturale, e l’energia geotermica, controllando pure quel ciclo biogeochimico del carbonio che livella la presenza di anidride carbonica nell’atmosfera di modo che un pianeta come la Terra non sia né una desolazione infuocata né una palla di ghiaccio?

In comune con la Terra, il “pianeta rosso” ha insomma nulla. Però potrebbe essere profezia del “pianeta blu” alla fine del proprio ciclo vitale. Gemello della Terra lo sarebbe cioè stato un tempo. Il punto è sempre l’acqua. Le missioni marziane della NASA occorse negli anni Duemila proprio quella hanno cercato e cercano. Non l’hanno trovata. Hanno trovato solo elementi ipoteticamente compatibili con la presenza, un tempo, di acqua allo stato liquido in superficie. Non è la stessa cosa.

Mettiamo però il caso che non si tratti di mera compatibilità, ma di riscontro oggettivo. Che l’acqua liquida, insomma, un tempo sulla superficie di Marte ci sia stata. Visto che non c’è più, dov’è finita? Si è dispersa tutta nello spazio. Lo asserisce la sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN), in orbita attorno a Marte dal 21 settembre 2014. L’elaborazione dei suoi dati, che confermerebbero le supposizioni degli scienziati, le pubblica ora Science. Le radiazioni solari ultraviolette e soprattutto il vento solare (il flusso di particelle ad alta energia emesso dall’atmosfera del Sole), in grado di esercitare pressioni che disaggregano molecole relativamente semplici, avrebbero infatti spazzato da Marte quell’atmosfera, un tempo assai più consistente di quella odierna, che permetteva all’acqua allo stato liquido, grazie alla pressione esercitata, di restare sulla superficie del pianeta.

Mentre ci si chiede però perché il vento solare non abbia analogamente dissolto, dopo miliardi di anni, le atmosfere di Venere (incredibilmente densa) e della Terra, pianeti che, essendo più vicini al Sole di quanto lo sia Marte, sono molto più esposti al vento solare, per affermare che un tempo l’atmosfera marziana c’era ma si è dissolta si è studiata la distribuzione degl’isotopi dell’argon. In quel che resta dell’atmosfera di Marte, l’argon, un gas inerte che non reagisce quasi mai con altri elementi, è presente in abbondanza. Oggi quel gas è concentrato negli strati più altri dell’atmosfera del “pianeta rosso”, segno che il suo isotopo più leggero (l’argon 36) sa resistere poco a radiazioni e vento solare. Sarebbe così il 66% dell’argon originario quello che è andato perduto. Niente argon, niente atmosfera, niente pressione e l’acqua liquida di un tempo ha lasciato la superficie disperdendosi. Forse.

Nessuno infatti sa quando l’atmosfera di Marte abbia cominciato a rarefarsi al punto da lasciarsi sfuggire l’acqua liquida di superficie, quindi nessuno sa se sulla superficie del quarto pianeta del nostro sistema solare un tempo l’acqua sia davvero esistita allo stato liquido. Ma l’osservazione conclusiva vergata dall’équipe guidata da Bruce M. Jakosky, dell’Università del Colorado di Boulder, a conclusione del citato studio pubblicato su Science che elabora i dati NASA raccolti da MAVEN, introduce una variante decisiva.

Nell’aria marziana primitiva c’era infatti altro oltre all’argon. C’era anche anidride carbonica (CO2), il gas responsabile di quell’effetto serra che contiene e mantiene le temperature di un pianeta. «Nell’atmosfera primigenia di Marte», scrive l’équipe di Jakosky, «la pressione parziale della CO2 può essere stata di un bar o più, così da produrre un riscaldamento serra sufficiente a permettere all’acqua liquida di rimanere stabile sulla superficie». Ma se così è, i calcoli fatti per l’argon indicano che la perdita di CO2 all’epoca è stata davvero grande e «[…] la probabilità che il tasso di perdita sia stato molto più grande all’inizio della storia di Marte» è dato dalla «[…] maggior intensità dell’estrema radiazione ultravioletta solare e delle direttrici del vento solare» di quell’epoca primigenia.

Ovvero, più si risale speculativamente indietro nel tempo e più gli agenti oggi ritenuti responsabili del processo avvenuto su Marte sono intensi e rapidi nel determinare la rarefazione dell’atmosfera e quindi la volatilizzazione dell’acqua liquida di superficie, il punto massimo d’intensità essendo quello prossimo alla formazione stessa del “pianeta rosso”.

Insomma, se le cose stanno come dicono questi studi, la superficie di Marte l’acqua liquida non l’ha forse mai sentita gorgogliare e sciabordare, lasciando i marziani a becco asciutto.

 

di Marco Respinti 

La nuova Bussola

Il batterio alieno: bufala e presagio inquietante


SIAMO VIVI? LA VITA ESISTE?


vita

Di Leonetto 

L’argomento ha suscitato un diffuso dibattito soprattutto sulla rete.

Un approfondimento per chiarire i termini della questione.

Cos’è la vita? Anzi… La vita esiste? No, non è una dissertazione filosofica come quella socratica sulla “non-esistenza” del tempo, ma una dissertazione di carattere scientifico che fornisce l’oggetto di discussione per l’ultima puntata prima della pausa natalizia. L’argomento nasce in seguito appunto ad una dissertazione, apparsa su  Scientific American e riproposta poi  su Le Scienze a firma di Ferris Jabr giornalista scientifico firma più volte di Scientific American. Nel corso dell’articolo Jabr sviluppa un ragionamento che mostra come sia impossibile giungere ad una definizione soddisfacente di vita.  Ora, prima di dire qualsiasi cosa è bene sottolineare che , ad oggi, la Scienza non sa come sia comparsa la vita (chi eventualmente sapesse indicare invece come farebbe bene ad andare di corsa ad incassare il premio da uno milione di dollari USA messo in palio dalla OLF (Origin-of-Life Foundation),ma questa rimane un vero e proprio mistero. Orientativamente si può ragionare sul fatto che ci sono solo alcune possibilità:

A)      La vita è comparsa, sulla Terra o altrove, per leggi naturali, attraverso una successione di aggregazioni e trasformazioni chimiche, a partire da semplici composti organici (“abiogenesi”)

B)     La vita è comparsa “per caso”, come risultato di un sistema di  “caos deterministico” secondo il quale esisterebbero tanti processi, tante variabili “autonome” (eventualmente anche non conoscibili) che possono aleatoriamente interagire fra loro innescando processi evolutivi

C)     Il problema della vita è indecidibile Niels Bohr (ma anche altri da Monod a Mayr) per esempio, giudicava “la vita consistente con la fisica e la chimica, ma da esse indecidibile” e che “l’esistenza della vita deve essere considerata come un fatto elementare (un assioma) che non può essere spiegato, ma che può solo essere preso come un punto di partenza in biologia” (“Light and Life”, Nature, 1933)).

Però, queste possibilità che possiamo individuare a livello per così dire  logico fanno riferimento ad un altro problema a monte, quello, assai complicato, della definizione dell’oggetto di studio. Ovvero, cos’è la vita? Come la definiamo? Jabr prova a fare un excursus, una sintesi su come la Scienza, ma anche la filosofia(parte infatti addirittura dai filosofi greci) ha provato a rispondere, senza successo, a questo interrogativo. Si può provare a vedere allora come si è cercato di rispondere alla domanda, dove si arrivati e cosa c’è dietro la conclusione di Jabr, a cui Pennetta ha dedicato questo articolo su CS. Tutte le proposte, comunque sia, sono a loro volta riconducibili a due approcci al problema:

1)Definire la vita come un qualcosa definibile attraverso caratteristiche proprie dei viventi.

 

2)Definire la vita come un processo definibile attraverso caratteristiche proprie dei viventi o, eventualmente, del processo stesso.

 

3) Definire la vita cercando di definire una eventuale “scintilla Frankesteiniana” che separerebbe un qualcosa di non vivo da uno vivo (Mark Bedau che si occupa proprio di filosofia della biologia sostiene che l’evoluzione non è soltanto una proprietà della vita. E’ ciò che spiega perché esistono tutte le altre proprietà. E’ l’essenza, la causa prima).

Bisogna anche opportunamente precisare che alla vita non si oppone la morte (che è una caratteristica che riscontriamo nei viventi) ma la non-vita. Appare evidente che cercando di fare il percorso inverso arrivando a definire vita partendo dalla morte ci si riconduce al problema originario.

Secondo il Vocabolario Garzanti, un po’ in linea anche con l’Oxford Dictionary e un po’ in linea con i vari vocabolari ed enciclopedie, la vita è “Lo stato di attività naturale di un organismo che mette in moto e coordina le funzioni inerenti alla sua conservazione, sviluppo e riproduzione e alle sue relazioni con l’ambiente e gli altri organismi“.

Ovvero si cerca di definire vivo ciò che rientra nel “cerchio della vita”, quindi nascere, crescere, riprodursi, morire. Questo sia come singolo vivente che come vita intesa come processo .

Sì, ma di tutte queste attività quali sono quelle che permettono di dire che si stia osservando qualcosa di vivo o che rientri nel processo “Vita”? Un po’ come dire che se è vivo ciò che mangia, si muove e produce delle escrezioni, allora poiché lo fa anche la nostra automobile, questa è da considerarsi viva… Oppure che se è la capacità di moltiplicarsi, allora anche i cristalli sono vivi, ma non tutto quanto è sterile, come i muli.

A provare a far luce su questa attività principale ci pensarono due  cosmologi, John Barrow e Frank Tipler  nel loro libro “Il Principio antropico”, per i quali tutte le argomentazioni dei biologi & co. fallivano proprio per il grado di ambiguità insito in ciò che si tenta di definire. Ma se tutti gli organismi viventi che conosciamo sono metazoi, ovvero animali costituiti dall’aggregazione di diverse cellule che cooperano tra loro per dar luogo a una forma di vita e se queste singole cellule hanno tutte la capacità di riprodursi spontaneamente e di riparare, quindi, eventuali danni della struttura cellulare di cui fanno parte, allora su queste basi si può costruire la definizione di vita. Ovvero ogni animale, ogni pianta parte da una o due cellule che duplicandosi si differenziano andando a formare tessuti e organi specializzati. L’incapacità di riparare i danni della propria struttura porterebbe un vivente a non vivere abbastanza a lungo da essere riconosciuto come tale.  Un problema che nasce a questo punto è però, come accennato sopra che  la capacità di riprodurre una copia di se stessi è essenziale, ma non è una condizione sufficiente. La differenza tra cellule che si autoriproducono e cristalli che apparentemente fanno la stessa cosa è data dall’informazione che nei primi è soggetta a selezione naturale, mentre nei secondi si propaga senza dovere affrontare una “lotta per la sopravvivenza“. Ma allora perché non andare a parare su questo? È ciò che avvenne. Un biologo dell’evoluzione, citato spesso da FratusCarl Woese  rispose che semplicemente è viva un’entità che riesce a fare una copia di sé utilizzando dei componenti che sono tutti molto più elementari ”.Se non che, accettandola per buona, perfino un computer potrebbe pretendere il diritto di essere considerato vivo se fosse progettato per costruire e prendersi cura, senza alcun aiuto esterno, di una copia di sé. Ma, essendo che il primo della serie di questi robot dovrebbe comunque essere costruito da ingegneri umani, lo stesso Woese allora corregge il suo pensiero affermando che la storia evolutiva dovrà avere una parte importante in qualunque definizione di vita che sia veramente applicabile“. Ed è su queste basi che arriva la definizione più illuminante dell’intreccio tra ideologia ed interessi economici, che si nasconde spesso dietro la tecno-scienza, la definizione di Carl Sagan: “La vita è un sistema capace di evoluzione attraverso la selezione naturale” (alla voce “Life” dell’Enciclopedia Britannica, 1970), o meglio, come spunto per il ragionamento di Jabr, la versione adottata dalla NASA per indagare su eventuali forme di vita aliene ovvero: “Un sistema in grado di autosostentarsi capace di evoluzione darwiniana”. Come dire che  la vita è quella cosa che si spiega con la teoria di Darwin, ma allora, se è così, con questa definizione chi può osare di esprimere un piccolo dubbio sul darwinismo senza passar per matto? Eppure questa è una definizione circolare. Ed è il solito ricorrere all’onnipotente neodarwinismo quando si presenta un problema del genere. L’abbiamo visto in riferimento a  ’evoluzione’ ed in riferimento a ‘specie’ con la definizione filogenetica ad esempio etc. etc..

Eppure descrivere un fenomeno vorrebbe dire fornire una frase (il più possibile concisa, e comunque completa), così da individuare le qualità peculiari e distintive, sia con l’indicarne l’appartenenza a determinate specie, generi, classi, ecc., sia col rilevarne funzioni, relazioni, usi, ecc.” (Enciclopedia Treccani). Ma con quella non-definizione non viene fornita nessun carattere peculiare. Una soluzione migliore allora sarebbe da considerarsi quella proposta da Mayr (1988), che comunque è un fautore, come detto prima, dell’indecidibilità. Lui sostenne l’evidenza che nel mondo inanimato non sia mai stata osservata una sequenza di reazioni chimico-fisiche guidata da un programma d’istruzioni crittate in un dato codice, portandolo a proporre come criterio di separazione tra organismi viventi e non, con maggiore plausibilità scientifica di Sagan (e NASA), l’esistenza o assenza d’un genoma e d’un codice genetico. Su questo si apre il problema comunque del codice. Quel codice che per molti neodarwinismi è sì un sistema molecolare di codificazione efficiente, ma ridondante, pieno di sequenze egoiste e autoreferenziali, ”chiaramente” frutto di tentativi ed errori, di rimaneggiamenti e riorganizzazioni, di un’esplorazione stocastica, senza alcuna corrispondenza lineare fra le dimensioni del codice e le complessità degli organismi che ne derivano. Pessimo come software che come progetto intelligente.

Ed è qui che ci si riconduce alle conclusioni di Jabr. A proposito della definizione della NASA fa l’esempio dei virus , che hanno complicato più di ogni altra entità la ricerca di una definizione di vita. I virus sono essenzialmente filamenti di DNA o RNA impacchettati in un involucro proteico, non hanno cellule o un metabolismo, ma hanno i geni e possono evolvere, vengono definiti entità biologiche, nanomacchine biologiche etc. etc… Se per essere un “sistema in grado di autosostentarsi” un organismo deve contenere tutte le informazioni necessarie per riprodursi ed essere sottoposto all’evoluzione darwiniana, allora, per questo vincolo, i virus non soddisfano la definizione. Infatti  per fare copie di sé stesso un virus deve invadere e conquistare una cellula. Ma del resto che i virus come le cellule del sangue, i ribosomi etc.. non vengano considerate forme di vita non suscita poi scalpore. Quindi sembrerebbe anche filare tutto quanto liscio, almeno in questo senso. Però con i vermi intestinali ed altri organismi già  la cosa diviene più spinosa, molti storcono il naso  ed a quel punto Jabr non può che constatare che la definizione della NASA non può risolvere simili ambiguità al pari delle altre definizioni (oltre al fatto che come detto non è neanche una vera definizione). Inoltre Jabr spiega che definire così la vita (sistema in grado di autosostentarsi capace di evoluzione darwiniana) ci costringe anche ad ammettere che alcuni programmi per computer sono vivi (codificano tratti, evolvono, competono tra loro per riprodursi e si scambiano anche informazioni etc..). Ed è così che si giunge alla conclusione inevitabile spingendo all’estremo il paradigma neodarwiniano. Dopo il multiverso, la litopanspermia, improbabili esseri mezzi scimmia-mezzi maiali arriva la conclusione per cui la vita è un concetto inventato dall’uomo. Certo in merito della fede (come in una visione giudaico-cristiana ad esempio), di un particolare credo (come può esserlo la new age), o di una qualche speculazione filosofica, il problema ‘vita’ è possibile che  non crei tutte queste difficoltà. Per alcuni si potrà dividere soddisfacentemente in animati e animati, per altri anche il sasso, la Terra stessa vivono e via così.

Ma in scienza? Jabr mostra che, dei tre approcci elencati, i primi due ,oltre a non produrre nulla, in fondo si riconducono al terzo e che questo non può avere soluzione. Infatti è l’uomo che ha fissato un  arbitrario livello di complessità e dichiarato che tutto ciò che è al di sopra di quel confine è vivo, e tutto ciò che è al di sotto non lo è. Ma non esiste una soglia passata la quale un insieme di atomi diventa improvvisamente vivo, non c’è alcuna distinzione categorica tra i viventi e non viventi, nessuna scintilla frankensteiniana. Jabr ha trovato soddisfazione per la sua conclusione tanto che gli è stato detto che la definizione operativa era solo una comodità linguistica e che quanto ha invece lui affermato, cioè che la vita non esista, è perfetto. Alcuni si sono rifugiati nella penuria di campione. È necessario, affermano, trovare forme di vita aliene per comprendere di più sulla vita. Ciò che in realtà emerge da tutto questo, spiega Pennetta, è che per capire l’evoluzione abbiamo bisogno di capire come la vita sia comparsa, e per capire come la vita sia comparsa abbiamo bisogno di capire cosa veramente sia la vita. Pennetta spiega anche che, quel che i biologi contemporanei si ostinano a non vedere, è che per uscire dal vicolo cieco in cui il riduzionismo ha messo la Biologia sarà necessario l’apporto sia della filosofia che della fisica post newtoniana. Perciò la spiegazione dell’organizzazione dei sistemi biologici, cioè di insiemi ordinati di elementi capaci di svolgere funzioni complesse dotate di significato, può passare (può nel senso che non è detto che possa farlo, come già riportato sopra potrebbe essere qualcosa di indecidibile ) solo attraverso il superamento della fisica ottocentesca riduzionistica (pars destruens) e poi (pars construens) per l’innesto di una nuova  scienza delle forme.

Tuttavia, anche considerando la vita un “concetto”, proprio con accezione quasi Platonica, appare evidente che neanche in tal caso si abbia davanti qualcosa di chiaro. Resta infatti un concetto poco chiaro, fumoso, problematico. Insomma rimane un mistero. La filosofia che sta dietro a questi ragionamenti, grossomodo è quella per cui ciò che io non so definire o non comprendo, non esiste.

Ciò che supera le mie capacità di conoscere ed esprimere è una fantasia astratta. Ma del resto Albert Einstein stroncava già questo modo di pensare, così:

Io non sono un positivista. Il positivismo stabilisce che quanto non può essere osservato non esiste. Questa concezione è scientificamente insostenibile, perché è impossibile fare affermazioni valide su ciò che uno ‘può’ o ‘non può’ osservare. Uno dovrebbe dire: ‘Solo ciò che noi osserviamo esiste’. Il che è ovviamente falso”.

Ma non è tutto, infatti, in trasmissione Fratus e Pennetta discutono anche  sulle ripercussioni a livello antropologico-sociale delle conclusione filo-neodarwiniane di Jabr. Partendo da quelle premesse è possibile fondare un’etica? Cosa succede ai concetti di giusto e sbagliato? Se, guardando alle cose in modo strettamente scientifico, la vita come la concepiamo normalmente non esiste, ma, in un certo senso, è un susseguirsi infinito di combinazioni di atomi in certi modi piuttosto che in altri, come influisce la cosa sull’uomo e sul suo approcciarsi con gli altri uomini, con gli animali e con la natura?

Certamente si possono giustificare in questo modo tutte le varie teorie sull’eugenetica, fino anche ad aborti post-nascita, rispetto ai defunti etc etc.. perché è chiaro che poggiando tutto su qualcosa di fumoso poi tutto quanto diviene molto opinabile.

Cosa potrebbe impedire di “buttare” come un ferrovecchio anziani e malati?

Chi continuasse a ritenere ostinatamente che fra suo figlio, suo fratello, sua madre, sua moglie, il suo compagno e una pietra c’è una differenza sostanziale, ontologica, e incolmabile, chi pensasse che una creatura umana vivente non è che  una mera disposizione di atomi, dovrebbe prendere atto che oggi la mentalità dominante è quella espressa in un aforisma di NietzscheNon esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Sempre Nietzsche  che, nel suo “Anticristo”, scrisse Noi non facciamo più discendere l’uomo dallo spirito, l’abbiamo rimesso tra gli animali.(vedi Vivisezione: le contraddizioni degli evoluzionisti )

Tutto diviene per forza di cose rivolto al più efficiente, a quello che causa meno problemi al gruppo, ai più, si guarda al più funzionale, un assoluto materialismo dove le ricadute poi possono essere molto spiacevoli per chi perdesse il carro dei vincitori .Inevitabile riagganciarsi ad uno dei pilastri della teoria darwiniana, la teoria Smithiana per cui se ogni individuo persegue il proprio bene poi alla fine ne gioverà la comunità intera. Teoria drammaticamente falsa, che il Nobel Nash, nella teoria dei giochi provò a correggere affermando che sia invece necessario che l’individuo facesse ciò che è meglio per sé in relazione a ciò che è meglio per la comunità. Un po’ un senso di bene comune. Ma come si può pensare di fondare una cosa simile partendo dalle premesse che la vita non esista e che facciamo parte solo di susseguirsi infinito di combinazioni di atomi in certi modi piuttosto che in altri? La scienza moderna sviluppatasi nel corso del Medioevo, trovato i natali in epoca successiva e rafforzatasi in seguito proclamando di essere nata dall’Umanesimo e che poneva l’uomo al centro dell’universo dovrebbe oggi arrivare a dire che fra noi e un sasso in fondo non c’è quella differenza che crediamo, è solo una nostra astrazione mentale.

Ma in fondo, benché venga divulgato che il metodo scientifico e la Scienza moderna nascano in ambito Illuminista ateistico-naturalista, ciò è assolutamente falso, ma questa nacque grazie al cristianesimo, il vero illuminismo che ha esaltato l’uomo, la sua razionalità e ha salvato l’oggettività della realtà da assurde speculazioni sofistiche. Occorre quindi riflettere bene sulle ricadute di simili conclusioni e bisognerebbe forse pensare che di fronte a queste si sia in presenza di qualcosa, come sottolinea Pennetta, di duale alla matematica dimostrazione per assurdo. Per cui si assume temporaneamente un’ipotesi, si giunge ad una conclusione assurda, e quindi si dimostra che l’assunto originale deve essere errato.

Tuttavia in questo caso come in altri si accetta l’assurdo, si dice proprio che queste conclusioni siano “perfette”, il che dice molto…

La puntata può essere ascoltata e scaricata da questo link:

https://www.dropbox.com/s/5cujuu6c4z8zwfx/14%20Dicembre%2013_la%20vita.mp3

 

LA PANSPERMIA. Radio Globe One – Recensione – 13 /10


Di Leonetto

 

Il tema della puntata di questa settimana è la Panspermia,teoria che trova i natali nella filosofia greca con Anassagora, per rivivere poi  “ufficialmente” come scienza nell’Ottocento con l’ipotesi di un fisiologo tedesco , Hermann von Helmholtz che si espresse in questi termini:

« Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un’origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all’altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile »

Fratus, introducendo l’argomento, spiega che, esattamente il linea con quanto disse von Helmholtz, non potendo più sostenere l’idea che la vita nacque “spontaneamente” sulla Terra,quindi in riferimento alle ipotesi su cui si sviluppò l’esperimento di Miller e il seguente esperimento di Fox,si decide di spostare il problema in un altro contesto, in un’altra regione dello spazio. Ma ciò che ha fornito l‘argomento del giorno alla puntata non è la panspermia in sé, ma una recente notizia del Corriere a firma di M.P.Palmarini (del quale si consiglia di leggere Gli errori di Darwin di recente ristampa (http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807104572.html?param_adf=808498) secondo cui sembrerebbe stata fatta la sensazionale scoperta, ovviamente gradita agli ufologi (http://www.ufoonline.it/2012/09/27/la-vita-sulla-terra-e-stata-portata-da-altri-pianeti/ ) che la vita sia giunta fin qui dallo spazio remoto.

Su CS questa notizia è stata occasione per un articolo (http://www.enzopennetta.it/2012/10/la-panspermia-il-fallimento-di-una-teoria-seconda-parte/) in cui appunto, spiega Pennetta anche in trasmissione,quella che viene presentata,in una ormai crescente neolingua, come scoperta altri non è che la conclusione che dietro tutta una serie di ‘se’ la vita potrebbe essere giunta dallo spazio, tanti se che hanno una dipendenza fra loro e devono verificarsi in simbiosi,quindi se quando si è formato il sole nella stessa nebulosa di cui faceva parte fossero stati proiettati dei frammenti rocciosi, se questi frammenti avessero trasportato spore di organismi viventi, e se questi fossero finiti vicino alla Terra alla giusta velocità, se le forme di vita avessero resistito alle terribili condizioni dello spazio interstellare, se le forme di vita non fossero state bruciate nell’impatto con la Terra, se sulla Terra ci fossero state in quel momento le giuste condizioni etc etc etc..E’, d’altro canto lo stesso Moro-Martín (Centro de Astrobiología e Princeton University) che dichiara che :

“Lo studio mostra che lo scambio di materiale tra differenti sistemi planetari è probabile, ma per poter essere anche possibile occorre che il sistema planetario che riceve il materiale possieda un pianeta simile alla Terra, cone le condizioni iniziali che possano far sviluppare la vita.Il nostro studio non prova che la litopanspermia ha effettivamente avuto luogo, ma indica che si tratta di una possibilità aperta.”

I ricercatori con questa nuova versione della teoria difendono il loro studio osservando che esso non si basa sulla velocità media delle rocce, ma bensì, particolarmente, sulla bassa velocità di alcune di esse,si basa sul processo di “trasferimento debole“(postulato già da E.Belbuno(http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Belbruno ) negli anni ‘80-’90). I pianeti extrasolari sarebbero stati nell’infanzia del sistema solare abbastanza vicini da riuscire a scambiarsi materiale solido grazie ai meteoriti. Ovviamente però con a valle tutti quei se che ricorda il prof.Pennetta. Ci si domanda in trasmissione inoltre, a quel punto, anche quanto fosse il tempo di vita degli organismi viaggiatori dello spazio, assumendo per le meteoriti una velocità di circa 350 km/h (più o meno quanto riferisce lo studio) ed assumendo i pianeti distanti ½ anno luce (la stella più vicina alla terra dista oggi 4 anni luce circa), si può calcolare che tale distanza sarebbe coperta in quasi 3600 anni… quanto sarebbero stati longevi quegli organismi in quelle condizioni? (Ad ogni modo,si ricorda che valgono e devono verificarsi comunque tutti quei se,la velocità del trasporto è solo un parametro dell’equazione)

Si spiega dunque in radio che si  tratta dell’applicazione di un modello matematico, si tratta di una simulazione al computer. Come ,ricorda Pennetta, si parlò di questo  su Cs qualche tempo fa (http://www.enzopennetta.it/2012/06/i-modelli-matematici-come-strumenti-di-propaganda/ ). In tale occasione un intervento (http://www.enzopennetta.it/2012/06/i-modelli-matematici-come-strumenti-di-propaganda/#comment-5879) del dott. Alessandro Giuliani  (http://www.iss.it/site/attivita/ISSWEB_istituto/RicercaPersonale/dettaglio.asp?idAna=1613&lang=1) (primo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità) spiega molto bene quello che vine detto in quell’occasione ossia che un modello è solo una possibile rappresentazione della realtà, non è la realtà, e quelli di questo tipo presentano sempre in  realtà più  parametri, oltre quelli qui indicati, più variabili che vanno assunte “in qualche modo “ liberamete, arbitrariamente e quindi possono presentarsi  differenti scenari a seconda di come si sono andati a valutare certi valori. Pertanto il risultato va preso per quello che è, come ricorda il dott.Giuliani, si rivela utile per generare ipotesi e non certo per provarle, rivelandosi quindi utile e profittevole  se viene usato senza forzature o peggio ancora per eventuali fini propagandistici..

E non è la prima volta che  previsioni azzardate basate su modelli matematici sono state anche utilizzate per propagandare l’idea della presenza di vita extraterrestre (http://www.enzopennetta.it/2012/01/scienza-al-limite-della-cialtroneria-kepler-16-b-ha-una-luna-forse-abitabile-ma-e-ancora-da-scoprire/ ). Fratus allarga quindi il discorso scostandosi per un po’ dal tema della puntata per parlare anche delle simulazioni, meglio sarebbe dire ricostruzioni però,di computer grafica che vengono presentate al pubblico nei documentari del National Geographic, della BBC, di Focus, di Quark etc etc.. Si ricordano le ben differenti ricostruzioni dei vari ominidi, per esempio si ricordano le molteplici di Lucy o dei  Neanderthal, degli Erectus,delle Habilis etc…. rappresentate da alcuni paleontologi  in un modo e da altri in uno sensibilmente differente.

Ma si sa che le ricostruzioni basate sulle ossa rimaste, spesso solo  crani fossili, più o meno completi, possono rendere possibile una rappresentazione delle caratteristiche più generiche della creatura, mentre invece i tratti morfologici distintivi di un animale che sono poi tessuti molli, svaniscono molto più velocemente dopo la morte. E quindi, le interpretazioni speculative dei tessuti molli dipendono totalmente dalla “fantasia “degli autori delle ricostruzioni e di fatto  si fa riferimento al dare delle rappresentazioni dipendenti dal paradigma neodarwinista. Non è in alcun modo possibile effettuare una prova non essendoci nulla con cui  fare un raffronto. Per esempio, per avere un’idea di ciò si potrebbe guardare questa prima immagine (http://i40.tinypic.com/14sd3o.jp) e poi dopo la seconda(http://i44.tinypic.com/169j9c9.jpg).

Così anche tutte le rappresentazioni delle fantomatiche forme transitorie (http://www.enzopennetta.it/2012/07/darwins-black-beast/#comment-6639 ) di cui i fossili non danno però  traccia. Si affronta così questo argomento allargandosi fino al miracoloso magico saltazionismo di Otto Schindewolf e alla teoria degli equilibri punteggiati di Gould. Pennetta parlando dei  giovani Gould ed Eldredge ricorda come essi  fossero molto più rivoluzionari e che in seguito, dove risultano invece  approdati a più miti consigli forse per due motivi; il primo aver legato l’evoluzione alla teoria di Darwin ed il secondo l’avere almeno qualche possibilità di non essere emarginati e poter comunque avere qualche possibilità di vedere riconosciute le loro idee (la frase di Dawkins che citi ne sarebbe una conferma). Risolvendo il problema del gradualismo confutato in qualche modo dai fossili, o comunque non sostenuto per nulla da questi, Gould va infatti mostrando come il gradualismo in principio non sarebbe  totalmente contrario al saltazionismo, riuscendo a far concordare le due cose  ipotizzò  lunghi periodi stabili, o di equilibrio, che rappresentavano il fenomeno denominato “stasi”, interrotti da rapidi cambiamenti (di gradualismo neodarwiniano) .

Questo avrebbe spiegato perché non ci sono fossili di forme transitorie. A tal proposito si potrebbe leggere un interessante articolo apparso su Cs qualche tempo fa (http://www.enzopennetta.it/2012/07/evoluzione-esiste-un-principio-di-indeterminazione/) Resta il fatto che è comunque una bella forzatura chiamare “graduale” l’evoluzione degli equilibri punteggiati, e che i limitati tempi in cui la macroevoluzione dovrebbe verificarsi rende ancora più problematico accettare il meccanismo per “caso e necessità”. Questo come la litopanspermia dunque piuttosto che rappresentare qualcosa che rende più chiara la teoria, vanno in realtà a complicarla ulteriormente e a renderla ancor più difficile da verificarsi. Si finisce così anche per ricordare la famosa simulazione di Dawkins (http://www.uccronline.it/2012/06/15/dove-neodarwinismo-coincide-con-creazionismo-il-bluff-della-selezione-naturale/ ) in cui uno il biologo per simulare il processo stocastico di produzione di un piccolo segmento di DNA, una tastiera semplificata di 27 caratteri fa battere alla figlia undicenne una stringa di 28 caratteri andando poi a vedere se e dopo quanto tempo (quindi per estensione dopo quante generazioni) si sarebbe raggiunta la frase :Methinks it is like a weasel.. Ora come fosse un’esercitazione da prime lezioni di un corso di programmazione informatica per ottenere il risultato si va a programmare facendo si che partendo dalla frase originaria si cambino uno ad uno casualmente i caratteri ma se ne esce uno nella posizione corretta si va a bloccarlo, non cambiandolo più. Quando tutti e i 28 caratteri saranno bloccati il processo si arresterà ottenendo la frase desiderata e riportando i passi,memorizzati da un contatore,impiegati per raggiungerla. Simulazione che rivela da un lato che senza un finalismo l’evoluzione è impossibile, oppure dall’altro che si possono anche raggiungere risultati procedendo con gradualismo però senza dire come si verifichino questi passi, cosa li giustifichi, se e perché rappresentino vantaggi selezionabili, se non rappresentino vantaggi selezionabili ma siano legati a vantaggi selezionabili, insomma dicendo praticamente che  il gradualismo se fosse potuto avvenire in qualche modo  avrebbe portato ai risultati ipotizzati..che però era l’ipotesi da dimostrare e dimostrare l’ipotesi con la stessa ipotesi non so neanche come si possa definire..

L’argomento ‘Dawkins’ permette di ritornare in argomento della puntata,infatti  il prof.Pennetta si riaggancia ad un altro articolo apparso su CS (http://www.enzopennetta.it/2012/10/la-panspermia-il-fallimento-di-una-teoria/ ) su argomento panspermia in cui si riportava un’intervista fatta da Ben Stein a Dawkins in cui il celebre biologo ammetteva, riguardo all’origine della vita, che poteva anche non essere spiegabile la sua origine sulla Terra e che poteva anche essere stata portata da extraterrestri che poi avrebbero permesso a questa di evolversi, extraterrestri che però Dawkins afferma sarebbero sicuramente comparsi in qualche regione per meccanismi neodarwiniani!

Due circostanze sicuramente che permettono di vedere Dawkins fare grandi regali ancor più che alla critica al neodarwinismo all’ID. Pennetta allora ricorda che va respinta con decisione l’artificiosa distinzione tra teorie sull’origine della vita e teoria sull’evoluzione, infatti certamente, il poderoso e ancora sconosciuto meccanismo che ha portato al sorgere della vita a partire dalla materia inorganica potrebbe sicuramente essere coinvolto ed essere importante  nelle successive eventuali  trasformazioni della vita stessa ed inoltre se cade e rimane senza spiegazione l’ipotesi che è alla base, all’origine molto probabilmente viene a mancare, forse non vale più nemmeno tutto quanto segue.. Ed per questo che il prof.Pennetta riflette sul fatto che servirebbe l’umiltà di ammettere lo stato dei fatti e con umiltà di ripensare dalle fondamenta il tutto invece di spingersi in cunicoli sempre più tortuosi e bui..

Fratus riporta allora una recente iniziativa di un’Università Americana che ha indetto un sondaggio, di recente, per sondare l’esser favorevoli all’insegnamento di tutte le problematiche che stanno dietro al neodarwinismo ed affiancare a questo insegnamento anche quanto concerne l’ID e discutere anche sulle problematiche di questo. Il prof.Pennetta ricorda il suo pensiero espresso più volte, secondo il quale non va negato lo studio del neodarwinismo, ma va insegnato in modo corretto, uscendo da tutta quella superficialità che lo fa funzionare come in realtà però non fa. Andare insomma a spolverare sotto al tappeto dove si mettono tutte quelle obiezioni che i neodarwinisti spesso identificano con “pretesti” per attaccare la teoria, ma che come ricordato più volte rappresentano un vero e proprio “elefante nella stanza”.

Metafora usata anche di recente da Faggin,che per altre vie rispetto a Tattersall, o a Wallace,come affrontato in un recente articolo su CS (http://www.enzopennetta.it/2012/10/homo-sapiens-quello-che-faggin-ha-capito/ ), mostra che esiste qualcosa chiamato consapevolezza, che chi studia il cervello umano finge di non vedere (appunto l’“elefante nella stanza). Infatti esiste collegamento stretto tra la capacità di elaborazione simbolica di cui parla Tattersall, e la capacità di costruire un modello della realtà, di cui parla Faggin.. Ma non molti riescono a fare quello che ha A.R.Wallace che, constatato che esistono altre facoltà umane che non riguardano i rapporti con i nostri similib(le capacità di formare i concetti astratti di spazio e tempo, di eterno e di infinito -la capacità di provare un’intensa emozione artistica per la forma, il colore e la composizione etc..), e che non possono, pertanto, essere spiegate tramite il neodarwinismo, concluse che la teoria non potesse funzionare,e certamente a spiegare un’eventuale evoluzione umana, e che lo fece riporre in soffitta per molto tempo. Risulta essere nel modo più evidente fra le specie proprio l’uomo la pietra dello scandalo della teoria neodarwiniana, è proprio la sua origine che fra tutte balza maggiormente all’occhio come prodotto impossibile per meccanismoi neodarwiniani. Fratus,a tal proposito, riporta che perfino alcuni come F.Facchini (http://it.wikipedia.org/wiki/Fiorenzo_Facchini ) antropologo, paleontologo, oltre che sacerdote della Chiesa Cattolica, che, in una sorta di concordismo, sostiene la creazione divina della vita e la enorme diversità fra scimmie ed homo però poi va concordando su eventuali antenati a comune dai quali si sarebbero separate le attuali scimmie e l’uomo, dal quale si sarebbero sviluppati entrambi, ma il confronto tra il genere Homo ed un “antenato comune” risulta impossibile dal punto di vista empirico, come riporta il professor Fasol in un suo recente articolo (http://www.enzopennetta.it/2012/10/sullorigine-delluomo/ ) poiché di questo antenato non v’è traccia. Insomma per cercare un concordismo con la teoria neodarwiniana lascia un vuoto ed un problema su come la materia abbia potuto produrre l’informazione necessaria per farle assumere l’aspetto umano atto a ospitare lo spirito divino,da quanto afferma è concorde che questo possa essere avvenuto per meccanismi neodarwiniani,ma questo non è corroborato da nulla e il dott.Fratus pertanto si stupisce di questa uscita del sacerdote.. Chi per proprio vantaggio,chi per timore di venire etichettato in modi poco garbati o spedito nel dimenticatoio,chi perché è immerso nel paradigma,ma anche chi perché ,molto probabilmente, vedrebbe con la messa in discussione di quello la messa in discussione della sua visione del mondo guarda bene dal mettere in discussione il neodarwinismo ma anzi lo difende anche con veemenza seppur i fatti gli diano contro. Quando va bene si limita ad un forzato concordismo. Pennetta infatti riconosce nel “vero credente” non il credente tradizionale ma il neodarwinista,perché sulla base dei fatto lo sforzo di fede è fatto dal neodarwinista.

NB: la registrazione della trasmissione è disponibile al seguente

http://www.filebox.com/users/Leonetto

BIOGENESI


Significa che la nascita (genesi) di un essere vivente è dovuta a un altro essere vivente (gr. bios «vita»). Una «A» davanti ne è la negazione, e così si ha l’abiogenesi, una teoria che crede nella possibilità che un essere vivente non derivi da un altro essere vivente, ma da reazioni chimiche della materia non vivente. In tutte le osservazioni in natura e in tutti i laboratori del mondo si è sempre constatata la biogenesi e la Bibbia parla fin dall’inizio di una riproduzione «secondo la propria specie» (Gn 1). Ciononostante alcuni continuano a sostenere che sia più scientifica l’Abiogenesi; e persone, che si definiscono «credenti biblici», continuano a dargli credito. Fa parte del sistema creazionista, mentre si contrappone all’abiogenesi e alla generazione spontanea.

{Fernando De Angelis}

Ferdinando Catalano: la vita nasce dal futuro (devoluzionismo?)


Segnalo la recensione del libro del prof. Ferdinando Catalano rirpesa dal blog:

«Dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che resta,

per improbabile che sia, deve essere la verità»

Con questa citazione à la Sherlock Holmes si apre la breve e limpida indagine del professor Catalano – fisico e ricercatore nel campo dell’ottica oftalmica, insegna Optometria presso l’Università del Molise; si è occupato , tra l’altro, di datazione radiometrica in paleoantropologia e delle implicazioni tra fisica e teoria dell’evoluzione biologica – su quel tema, ormai sottratto ai “determinismi casualistici” (contraddizione in termini?) dell’evoluzionismo, che è la vita.

Dirò subito che di Catalano va apprezzato assolutamente il punto d’arrivo del suo saggio La vita e il respiro e ogni cosa (Aracne Editrice, Roma 2009): il primo tentativo – in cui mi sia imbattuto – di offrire una alternativa scientifica al flop della teoria dell’Evoluzione.

Che il darwinismo e i suoi epigoni siano al loro tramonto sono ormai in vari a sostenerlo (seppur ancora una minoranza), che altre teorie scientifiche – e non mere riflessioni filosofiche o mitologiche (nel senso nobile del termine) – siano possibili, questo l’ho trovato finora solo in Catalano. Il quale peraltro, lo vedremo, è costretto a ipotizzare qualcosa di shockante, tale da richiedere veramente la citazione con cui si è aperto il nostro pezzo.

A Catalano muovo subito l’unica obiezione di cui il sottoscritto sia capace: e se l’origine della vita, e della vita umana in particolare, fosse qualcosa tale da sfuggire all’indagine scientifica? Se si trattasse di una zona, per così dire, doganale, cui la scienza può affacciarsi senza punto poter esibire le proprie rivendicazioni?

Questa è in effetti fino ad oggi la mia posizione. Né però ritengo di dover dribblare un confronto scientifico, anzi è quanto mai urgente.

Con questi sentimenti possiamo avviarci alla lettura del saggio del prof. Catalano: La vita e il respiro e ogni cosa.

1. Punto primo, il testo vuole essere una risposta personale dell’autore all’attacco ateologico dell’evoluzionista Dawkins, autore di Illusione di Dio.

2. Punto secondo, l’autore vuole mostrarci solo che l’abiogenesi è impossibile: tanto meno avrà senso parlare di evoluzionismo. Abiogenesi è la generazione della vita dalla non vita. Tolta questa abbiamo troncato alla base l’ipotesi dell’evoluzionismo.

Tra le considerazioni di apertura ci sono gli asserti secondo i quali «scartiamo la possibilità che sia stata osservata in natura la generazione spontanea…Redi, Spallanzani e Pasteur hanno definitivamente chiarito che Omne vivo e vivo» e che «gli esperimenti di laboratorio… siano viziati sia nel metodo che nel merito» (p. 23).

Di più, si sostiene che «l’abiogenesi non possa avere lo status di teoria in quanto non confutabile attraverso esperimenti realizzati in modo neutro» (p. 24). Segue un capitolo e mezzo che va ad enucleare le tesi fin qui esposte.

3. Il terzo capitolo affronta l’ipotesi della panspermia. L’idea che la vita provenga da particelle spaziali, e in genere da elementi trasportati da altri pianeti viene rivisitata attraverso le intuizioni di Anassagora, W. Thomson e H. von Helmholtz, S. Arrhenius, F. Crick, C. Pillinger sempre più attratti dalle apparenti virtù biotiche di meteoriti o altri reperti cosmici. Contro tutti si alza una sola obiezione, l’unica che prema al nostro: «Pur volendo ammettere che tutte queste difficoltà siano state superate… il problema dell’origine della vita è solo spostato da un’altra parte: da dove proveniva la vita su Marte?» (p. 42).

4. Il fantomatico brodo primordiale è al centro del quarto capitolo: la vita sarebbe il prodotto di particolarissime condizioni atmosferiche dei tempi antichi?
Pare di no, infatti «oggi si afferma che, in base ai dati sperimentali ottenuti facendo la media di tutte le rocce disponibili di una certa età, l’atmosfera del passato non era molto diversa dall’attuale» (p. 44). Considerazione, questa, che dice molto sulla natura acriticamente pregiudiziale di tanta scienza contemporanea.

Ma se anche valesse l’ipotesi dell’eterogeneità atmosferica antica, rimarrebbe un altroinsuperabile gap: dovremmo cioè rinvenire «tracce abbondanti di sostanze organiche azotate nelle rocce sedimentarie dell’Archeozoico» ma non si trovano.

Certo, l’assenza si potrebbe giustificare con «una fase prebiotica ridotta nel tempo (non ci sarebbe stato il tempo sufficiente per un assorbimento significativo nelle rocce archeozoiche)» ma anche così vacilla un caposaldo dell’abiogenesi, per la quale «l’evento fortuito necessitò di tempi molto lunghi per verificarsi». Conclusione: i difensori dell’abiogenesi hanno a che fare con una «coperta troppo corta» (p. 47).

5. Quanto all’esperimento di Miller-Urey, se ne elencano le lacune di metodo e di risultato («In nessuno degli esperimenti… sono stati prodotti tutti e venti gli amminoacidi costituenti le proteine» p. 55), e si palesa come «le pubblicazioni scientifiche per gliaddetti ai lavori rispecchiano fedelmente tutto il pessimismo e la difficoltà nel sostenere una certa teoria» (p. 56).

6. Il nodo della coperta corta depone anche a sfavore delle cosiddette proto cellule di Fox – «disordinate catene di amminoacidi» che «con la cellula» non hanno a che fare «nulla o quasi» (p. 59) –: infatti «se l’assenza di ossigeno atmosferico è indispensabile per la sintesi di proteine, la stessa assenza di ossigeno è il principale responsabile dell’impossibilità di sopravvivenza di ciò che il caso avrebbe messo insieme» (p. 60).

Segue un tentativo esplicativo basato sul RNA, che però necessita ancora dell’ausilio delle proteine, e di cui quindi rimane insoluta l’origine.
E a ruota si snocciolano altre teorie e ipotesi (di Wachtershauser, di Cairns-Smith, di Gold, di Lancet, Segrè e Ben-Eli, di Dawkins, di Panno, di Brown e Kornberg, di De Sousa – p. 67). A questo punto Catalano propone di andare subito al sodo, cioè a quel principio fisico in grado di fallare ogni proposta abiogenetica: l’entropia e dintorni.

7. La termodinamica ci insegna che «è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica» (p. 71), ma appunto questa è la pretesa dell’abiogenesi, che cioè «in un sistema caotico di molecole organiche immerso in un ambiente idoneo e prestabilito, l’apporto di energia dall’esterno possa aver innescato la scintilla della vita… Il risultato finale è un sistema – la cellula vivente – in cui si è creato “ordine” dal “disordine”»  (p. 72).

Seguono varie pagine di formule ed esempi, i quali – passando anche per il celebre caso del “diavoletto di Maxwell” – mostrano come gli apporti energetici, privi di adeguate immissioni di informazione, siano per sé inadeguati a spiegare la comparsa della vita in un sistema entropico come il nostro. L’impasse ci raggiunge già a livello chimico – le proteine – ma «la complessità biochimica della vita è di molti ordini di grandezza superiore alla complessità delle reazioni chimiche» (p. 87). Detto altrimenti, «l’entropia è la misura della mancanza di informazione» (p. 89), il passaggio a livelli superiori di complessità biologica potrà allora avvenire solo con l’introduzione di massicce dosi di informazione.

8. Gli evoluzionisti obiettano, portando sul tavolo i casi di neghentropiaentropia negativa: «che interessa i sistemi aperti che scambiano energia e materia e nel quale una forte dissipazione di calore produce un aumento della complessità e quindi dell’informazione». Peccato che tali fenomeni riguardano una classe di complessità «che dista anni luce dalla complessità di un organismo vivente» (pp. 96-97).

9. Il colpo finale alla razionalità evoluzionista viene dal calcolo statistico: gli evoluzionisti oltre a giostrarsi con coperte troppo corte, e a violare le leggi della termodinamica, dovrebbero pure riuscire a collezionare successioni di eventi statisticamente impressionanti per portare a casa la realtà delle loro ipotesi.

Già Hoyle sosteneva che «la probabilità della generazione spontanea della vita nel brodo primordiale sarebbe uguale a quella che ha un tornado che passando attraverso un deposito di rottami riuscisse ad assemblare un Boeing 747» (p. 110).

Risposta degli evoluzionistibasta avere molto tempo e puntare a piccole conquiste graduali, volendo rispondere per le rime diranno «prendete una scimmia, mettetela davanti a una macchina da scrivere e dategli tutto il tempo che vuole e vi scriverà la Divina Coommedia».

Sì, peccato che il contenuto informativo di una cellula vivente è circa 5000 volte superiore a quello dell’intera Divina Commedia (p. 112).

Ciò detto inizia una serie di calcoli che porta a due conclusioni.

Anzitutto si vede come il contenuto di informazione richiesto perché si generi spontaneamente la vita è tale da rendere la probabilità di realizzazione casuale dell’evento pari a 1/10-863 (pp. 112-120). Quindi si chiede di porre un limite di probabilità statistica oltre il quale non abbia più senso parlare del caso, un contenuto informativo cioè la cui complessità sia tale da poterlo ancora leggere come possibile fenomeno scientifico – anche casuale – e non già invece come dato di fede (religiosa, ideologica, temporale o altro).

Borel propone un limite statistico di 1/10-50, limite che Dembsky sposta a 1/10-150; laddove – tanto per esemplificare – la probabilità di vincere a una Lotteria su scala planetaria è pari a 1/10-9 (pp. 120-124).

Circa l’ipotesi di una evoluzione per rampe e accumuli successivi (Gould direbbeExaptations), essa contraddice la natura olistica e teleologica delle strutture biologiche [come sostenuto non solo da promotori dell’ID, ma anche da panteisti quali F. Capra, o agnostici alla G. Edelman – nomi cui il testo non fa riferimento, e che mi permetto di aggiungere io].

10. Il libro conclude con meditazioni attorno ai buchi dell’evoluzionismo, all’opportunità di un Dio che spieghi tali buchi, ma che non sia solo un tappabuchi, ecc.

11. Io invece avrei terminato col terz’ultimo capitolo, che fin qui non abbiamo visto, e che – pur nella sua eccentricità – mi pare introduca gli spunti più originali al dibattito sulla vita e l’evoluzione.

È una proposta di indicare una via d’uscita scientifica alle tesi antievoluzioniste, senza punto cadere nel creazionismo.

Il grimaldello argomentativo è la teoria sintropica della vita.

Il pioniere è Fantappiè, secondo il quale si danno «fenomeni che evolvono dal futuro verso il passato» il che «ha avuto riscontro sperimentale nell’osservazione, in laboratorio, di antiparticelle e di fenomeni di non-località quantistica». Forte delle premesse di Einstein e, superando la mera speculazione matematica del Poincaré, Fantappié pensa di risolvere l’equazione delle onde di D’Alembert riferendosi alle «onde convergenti o dei potenziali anticipati», e ritiene «che questa soluzione corrisponde ad una nuova classe di fenomeni che egli definì sintropici e sono quelli in cui si verifica un aumento dell’ordine e della complessità. In tali fenomeni si manifesta una finalità intrinseca: la causa sorgente delle onde convergenti è infatti posta nel futuro» (p. 104).

De Beauregard (1957), P. Heyl (1897) e Schrodinger (1925) confermano in vario modo la ipotesi sintropica; il cui limite maggiore, da un punto di vista di epistemologia scientifica, è la non riproducibilità in laboratorio. E si capisce: come influenzare una causa posta nel futuro rispetto a noi?

Rimane allora la provocazione – meno fideista di quella dell’evoluzionismo, meno frustrante del pessimismo razionalista dei creazionisti – di pensare che «la materia vivente, invece di diventare sempre più disorganizzata, potrebbe reagire a segnali quantistici provenienti dal futuro, cioè all’informazione necessaria per lo sviluppo della vita. E quanto all’universo, invece di essere destinato a un disordine e ad una decadenza sempre più grande, tenderebbe, al contrario, ad uno stato sempre più ordinato e complesso… Questa causa finale sarebbe una sorgente di informazione, un’Intelligenza situata nel remoto futuro la cui sorgente è nell’eternità».

Finale col botto, dunque.

Né appagabile dagli esperimenti di laboratorio, per le ragioni già spiegate.

Eppure più compatibile con le esigenze della spiegazione logica dei fenomeni universali; e infine curiosamente coerente con gli attuali studi circa lo sviluppo delle religioni.

Ma non si tratta di creazionismo camuffato? No.

In primis i creazionisti non osano tanto apporto scientifico, ma si basano sulla cogenza degli asserti biblici.

In secundis, appunto, una via di indagine scientifica è avviata, pur con i suoi limiti (o non sono forse i nostri limiti?).

Da ultimo, come sempre, tale fenomeno si presterebbe a varie interpretazioni, e questo – con tutti i rischi del caso – lo scagionerebbe almeno dall’accusa di cripto-cattolicismo: volete un esempio? La lettura fantascientifica che Giacobbo offre circa l’apocalisse Maya del 2012, basata sull’idea che marziani dal futuro ci stiano inviando messaggi per prepararci a eventi catastrofici.

Colpo basso agli evoluzionisti, quindi. Ma con l’urgenza di pensare più a fondo le suggestioni ricche di Fantappié-Catalano.

E per gli scettici non c’è che leggersi il libro.

L’UOMO HA DAVVERO SINTETIZZATO LA VITA?


di J. Sarfati/tradotto da Geoffrey Allen-

A fine maggio 2010, telegiornali e quotidiani riportavano la straordinaria prodezza del dott. Craig Venter che annunciava di aver creato una forma di vita artificiale. Molti antagonisti del creazionismo si sono avvalsi della notizia a sostegno delle loro posizioni e per schernire per l’ennesima volta i creazionisti.

Che cosa ha effettivamente realizzato il dott. Venter, e cosa significa per il dibattito sulle origini?

Le notizie di prima pagina riportavano testi quali: “Costruita prima cellula artificiale” (TGCom, 20/5/2010). Leggendo l’articolo, si viene a scoprire che il dott. Venter ha costruito il genoma di un batterio e lo ha iniettato in una cellula. Prendiamo nota di cosa significa questo. Il DNA è stato costruito partendo da zero e poi è stato inserito in una cellula pre-esistente, confermando chiaramente che per la vita non è sufficiente il solo DNA. Per poter funzionare, esso necessita dell’intero macchinario della cellula, confermando così che l’evoluzione chimica, detta anche abiogenesi (l’origine della vita da sostanze inanimate), rimane un circolo vizioso. Il DNA non serve a nulla senza una macchina per decodificarlo, ma questa macchina stessa è codificata nel DNA.

Il DNA può essere considerato come un software. Il dott Venter spiega che quando il software DNA di una cellula viene sostituita, essa inizia subito a leggere il nuovo software e a produrre delle proteine diverse. “La vita è il risultato di un processo di informatica. Il nostro codice genetico è il software e le nostre cellule leggono costantemente il nostro codice genetico, costruendo nuove proteine, e le proteine costruiscono gli altri componenti della cellula”.1

Questo corrisponde a quanto detto dall’evoluzionista Paul Davies, il quale spiega la cellula vivente come un supercomputer incredibilmente potente. Il segreto della vita non sta negli ingredienti chimici del DNA, ma nel loro ordinamento organizzativo. Davies descrive la cellula vivente come “un sistema incredibilmente complesso che elabora e riproduce informazioni”. Spiega inoltre che “il tentativo di generare la vita mescolando sostanze chimiche in una fiala è come saldare interruttori e cavi nel tentativo di produrre Windows 98. Semplicemente, non funziona perché il concetto è sbagliato prima di partire”.2

Questo fatto fondamentale mette in serie difficoltà gli evoluzionisti che cercano di spiegare come la prima forma di vita sia comparsa come risultato della combinazione di alcune sostanze chimiche contenenti molecole cieche e disordinate. Com’è potuto uscire da questo caos una macchina in grado di progettare e scrivere il proprio software?

Tornando a considerare l’impresa di Venter, vediamo che egli ha modellato il suo software seguendo l’organizzazione conosciuta del più semplice organismo in grado di riprodursi, il Mycoplasma. In seguito ha sintetizzato del DNA (copiando la sequenza del Mycoplasma), e lo ha leggermente modificato aggiungendo quattro “filigrane” per poterlo riconoscere in seguito a una esposizione a certi farmaci. Questo DNA è stato poi impiantato in un batterio dello stesso genere. La sintesi di una qualsiasi molecola DNA estesa è estremamente difficile e Venter ha realizzato una molecola lunga oltre un milione di lettere di codice, il che rimane piuttosto lontano da quanto realizzabile per puro caso da una zuppa primordiale. Una zuppa primordiale, poi, avrebbe prodotto un rapporto di 50/50 tra aminoacidi di molecole levogire e destrogire, come avvenne nel famoso esperimento di Miller del 1952. Peccato che la sola presenza di una molecola destrogira avrebbe distrutto la vita, la quale consiste unicamente in aminoacidi formati da catene di proteine di molecole levogire. Per creare il suo DNA, Venter ha utilizzato proteine di lievito per collegare catene di DNA, che rimane chimicamente instabile. Considerando tutto questo, quello che Venter ha realizzato nel produrre il DNA è stato una vera prodezza scientifica. Ma la domanda che dobbiamo porci è: Venter ha veramente creato la vita?

Il bioingegnere James Collins della Howard Hughes Medical Institute, ricercatore alla Boston University, dice che tecnicamente questo genoma creato dall’uomo non è artificiale. “Artificiale” implica la sintesi, o la creazione partendo dal zero, non plagiarlo da un genoma naturale. Inoltre, l’esperimento ha necessitato di una cellula ricevente per fornire il citoplasma che potesse accogliere il genoma trapiantato.3 Glenn McGee del Center for Practical Bioethics di Kansas City aggiunge che l’affermazione di aver creato la vita artificiale richiede che l’intero organismo sia prodotto dalle materie prime. “Hanno trapiantato con successo il DNA da un organismo all’altro senza danneggiare il funzionamento del DNA precedente…”, egli dice. “Spiegata così, la notizia rimane notevolmente meno significativa”.3

Un altro scettico nei confronti di questa notizia è il genetista Steve Jones, anch’egli non favorevole alle posizioni creazioniste. “L’idea che questo sia come prendere il posto di Dio è semplicemente assurdo. Quello che Venter ha fatto in termini genetici si potrebbe paragonare a modificare un programma Apple Mac e farlo funzionare su un PC, e poi dichiarare di aver creato un computer. Non è banale, ma le affermazioni che sono state fatte al riguardo sono assolutamente assurde”.4

Quale conclusione?

Analizzando l’affermazione di Venter di aver creato la vita artificiale, vediamo che sono state applicate l’intelligenza e una progettazione meticolosa per usare proteine di lievito per unire catene corte di DNA, e che il DNA così prodotto è stato impiantato in una cellula preesistente. È stata creata una forma di vita artificiale in laboratorio? Gli scienziati evoluzionisti, esperti in genetica e biologia, dicono categoricamente di no. L’uomo ha fatto un passo in più verso la conferma della possibilità dell’evoluzione chimica, detta abiogenesi? Ancor meno. Gli evoluzionisti che inizialmente hanno usufruito di questa notizia per sostenere le loro posizioni, ora invece si sono mostrati semplicemente accecati dai loro dogmi, disinformati su quello che realmente costituisce e implica la loro amata ipotesi sull’origine della vita e trascinati dall’onda di preconcetti che si chiama evoluzione. Alla fine, si è trattato ancora una volta di nient’altro che di un ennesimo evento mediatico, simile a quelli del lemure Ida e del fossile Ardipithecus Sediba. L’evoluzione altro non è che un dogma sulle origini senza alcun fondamento. Senza l’abiogenesi, neanche l’evoluzione può sussistere.

Adattato da un articolo di Jonathan Sarfati, CMI

  1. 1. http://www.guardian.co.uk/science/video/2010/may/20/craig-venter-new-life-form.
  2. 2. Davies, P., How we could create life—The key to existence will be found not in primordial sludge, but in the nanotechnology of the living cell, The Guardian, 11 December 2002, http://www.guardian.co.uk/education/2002/dec/11/highereducation.uk.
  3. 3. http://www.sciencenews.org/view/generic/id/59438/title/Genome_from_a_bottle.
  4. 4. http://www.guardian.co.uk/theobserver/2010/may/23/observer-profile-craig-venter.