L’acqua su Marte lascia i marziani a becco asciutto


Come rabdomanti, missioni spaziali sempre più sofisticate e costose cercano acqua nelle immensità dell’universo. Perché l’acqua, nell’universo, vale più dell’oro. Se infatti nel cosmo vi fosse vita aliena, senz’acqua liquida a livello superficiale non sopravviverebbe. Illusorio è invece pensare l’inverso: perché trovare acqua liquida sulla superficie di un pianeta o di un satellite diversi dalla Terra non significa affatto avere scoperto vita aliena. Gli alieni, infatti, se esistono, hanno sì bisogno dell’acqua, ma l’acqua non ha affatto bisogno di loro. Motivo per cui, quand’anche le spedizioni cosmiche che scrutano l’universo trovassero acqua, non avrebbero trovato per nulla la vita. Avrebbero solo verificato la presenza di una (ce ne sono altre) delle condizioni necessarie all’esistenza, non scoperto la culla della vita. L’acqua, cioè, è decisiva per la vita solo se la vita c’è; altrimenti, ai fini della vita, è come tutto il resto: perfettamente inutile. Figuriamoci poi se nemmeno l’acqua c’è, come su Marte.

Il quarto pianeta per distanza dal Sole, Marte, attira da sempre le voglie dei cacciatori di alieni e le attenzioni dei ricercatori. Grazie alla fantascienza chiamiamo “marziani” gli extraterrestri da qualunque angolo della galassia provengano e grazie alla scienza abbiamo imparato a designare il “pianeta rosso” come gemello della Terra, il più simile a noi di tutto il sistema solare. Ma cos’ha poi di gemello alla Terra quella sfera arida che è Marte, totalmente ricoperto da irrespirabili polveri di ossido di ferro (da cui il colore e il nomignolo), senza un’atmosfera significativa, dunque flagellato dai raggi ultravioletti solari e dalle meteoriti, dotato di una pressione pari a un centesimo di quella terrestre misurata sul livello del mare, congelato in una temperatura media di -63 gradi centigradi (quella media terrestre è 14 gradi), senz’agenti erosivi che ne modellino le superfici scomode e inospitali, privo di quella tettonica delle placche che, oltre ai terribili eventi sismici e vulcanici, regala i giacimenti minerali, le riserve di petrolio e di gas naturale, e l’energia geotermica, controllando pure quel ciclo biogeochimico del carbonio che livella la presenza di anidride carbonica nell’atmosfera di modo che un pianeta come la Terra non sia né una desolazione infuocata né una palla di ghiaccio?

In comune con la Terra, il “pianeta rosso” ha insomma nulla. Però potrebbe essere profezia del “pianeta blu” alla fine del proprio ciclo vitale. Gemello della Terra lo sarebbe cioè stato un tempo. Il punto è sempre l’acqua. Le missioni marziane della NASA occorse negli anni Duemila proprio quella hanno cercato e cercano. Non l’hanno trovata. Hanno trovato solo elementi ipoteticamente compatibili con la presenza, un tempo, di acqua allo stato liquido in superficie. Non è la stessa cosa.

Mettiamo però il caso che non si tratti di mera compatibilità, ma di riscontro oggettivo. Che l’acqua liquida, insomma, un tempo sulla superficie di Marte ci sia stata. Visto che non c’è più, dov’è finita? Si è dispersa tutta nello spazio. Lo asserisce la sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN), in orbita attorno a Marte dal 21 settembre 2014. L’elaborazione dei suoi dati, che confermerebbero le supposizioni degli scienziati, le pubblica ora Science. Le radiazioni solari ultraviolette e soprattutto il vento solare (il flusso di particelle ad alta energia emesso dall’atmosfera del Sole), in grado di esercitare pressioni che disaggregano molecole relativamente semplici, avrebbero infatti spazzato da Marte quell’atmosfera, un tempo assai più consistente di quella odierna, che permetteva all’acqua allo stato liquido, grazie alla pressione esercitata, di restare sulla superficie del pianeta.

Mentre ci si chiede però perché il vento solare non abbia analogamente dissolto, dopo miliardi di anni, le atmosfere di Venere (incredibilmente densa) e della Terra, pianeti che, essendo più vicini al Sole di quanto lo sia Marte, sono molto più esposti al vento solare, per affermare che un tempo l’atmosfera marziana c’era ma si è dissolta si è studiata la distribuzione degl’isotopi dell’argon. In quel che resta dell’atmosfera di Marte, l’argon, un gas inerte che non reagisce quasi mai con altri elementi, è presente in abbondanza. Oggi quel gas è concentrato negli strati più altri dell’atmosfera del “pianeta rosso”, segno che il suo isotopo più leggero (l’argon 36) sa resistere poco a radiazioni e vento solare. Sarebbe così il 66% dell’argon originario quello che è andato perduto. Niente argon, niente atmosfera, niente pressione e l’acqua liquida di un tempo ha lasciato la superficie disperdendosi. Forse.

Nessuno infatti sa quando l’atmosfera di Marte abbia cominciato a rarefarsi al punto da lasciarsi sfuggire l’acqua liquida di superficie, quindi nessuno sa se sulla superficie del quarto pianeta del nostro sistema solare un tempo l’acqua sia davvero esistita allo stato liquido. Ma l’osservazione conclusiva vergata dall’équipe guidata da Bruce M. Jakosky, dell’Università del Colorado di Boulder, a conclusione del citato studio pubblicato su Science che elabora i dati NASA raccolti da MAVEN, introduce una variante decisiva.

Nell’aria marziana primitiva c’era infatti altro oltre all’argon. C’era anche anidride carbonica (CO2), il gas responsabile di quell’effetto serra che contiene e mantiene le temperature di un pianeta. «Nell’atmosfera primigenia di Marte», scrive l’équipe di Jakosky, «la pressione parziale della CO2 può essere stata di un bar o più, così da produrre un riscaldamento serra sufficiente a permettere all’acqua liquida di rimanere stabile sulla superficie». Ma se così è, i calcoli fatti per l’argon indicano che la perdita di CO2 all’epoca è stata davvero grande e «[…] la probabilità che il tasso di perdita sia stato molto più grande all’inizio della storia di Marte» è dato dalla «[…] maggior intensità dell’estrema radiazione ultravioletta solare e delle direttrici del vento solare» di quell’epoca primigenia.

Ovvero, più si risale speculativamente indietro nel tempo e più gli agenti oggi ritenuti responsabili del processo avvenuto su Marte sono intensi e rapidi nel determinare la rarefazione dell’atmosfera e quindi la volatilizzazione dell’acqua liquida di superficie, il punto massimo d’intensità essendo quello prossimo alla formazione stessa del “pianeta rosso”.

Insomma, se le cose stanno come dicono questi studi, la superficie di Marte l’acqua liquida non l’ha forse mai sentita gorgogliare e sciabordare, lasciando i marziani a becco asciutto.

 

di Marco Respinti 

La nuova Bussola

EXTRATERRESTRI IN AIUTO AL NEODARWINISMO


Tra i grandi problemi della teoria di Darwin vi è l’origine della vita, infatti se non si ha conoscenza di come sia nata la vita è evidente che tutto la sua evoluzione diviene complicata da spiegare… ed ecco allora che lo spazio e gli alieni vengono in aiuto.
Ospite di della trasmissione il Proff. Enzo Pennetta conduce il Dottor  Fabrizio Fratus

Sabato dalle ore 12.30 alle ore 13.30 In Diretta su www.Radioglobeone.it

LA PANSPERMIA. Radio Globe One – Recensione – 13 /10


Di Leonetto

 

Il tema della puntata di questa settimana è la Panspermia,teoria che trova i natali nella filosofia greca con Anassagora, per rivivere poi  “ufficialmente” come scienza nell’Ottocento con l’ipotesi di un fisiologo tedesco , Hermann von Helmholtz che si espresse in questi termini:

« Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un’origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all’altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile »

Fratus, introducendo l’argomento, spiega che, esattamente il linea con quanto disse von Helmholtz, non potendo più sostenere l’idea che la vita nacque “spontaneamente” sulla Terra,quindi in riferimento alle ipotesi su cui si sviluppò l’esperimento di Miller e il seguente esperimento di Fox,si decide di spostare il problema in un altro contesto, in un’altra regione dello spazio. Ma ciò che ha fornito l‘argomento del giorno alla puntata non è la panspermia in sé, ma una recente notizia del Corriere a firma di M.P.Palmarini (del quale si consiglia di leggere Gli errori di Darwin di recente ristampa (http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807104572.html?param_adf=808498) secondo cui sembrerebbe stata fatta la sensazionale scoperta, ovviamente gradita agli ufologi (http://www.ufoonline.it/2012/09/27/la-vita-sulla-terra-e-stata-portata-da-altri-pianeti/ ) che la vita sia giunta fin qui dallo spazio remoto.

Su CS questa notizia è stata occasione per un articolo (http://www.enzopennetta.it/2012/10/la-panspermia-il-fallimento-di-una-teoria-seconda-parte/) in cui appunto, spiega Pennetta anche in trasmissione,quella che viene presentata,in una ormai crescente neolingua, come scoperta altri non è che la conclusione che dietro tutta una serie di ‘se’ la vita potrebbe essere giunta dallo spazio, tanti se che hanno una dipendenza fra loro e devono verificarsi in simbiosi,quindi se quando si è formato il sole nella stessa nebulosa di cui faceva parte fossero stati proiettati dei frammenti rocciosi, se questi frammenti avessero trasportato spore di organismi viventi, e se questi fossero finiti vicino alla Terra alla giusta velocità, se le forme di vita avessero resistito alle terribili condizioni dello spazio interstellare, se le forme di vita non fossero state bruciate nell’impatto con la Terra, se sulla Terra ci fossero state in quel momento le giuste condizioni etc etc etc..E’, d’altro canto lo stesso Moro-Martín (Centro de Astrobiología e Princeton University) che dichiara che :

“Lo studio mostra che lo scambio di materiale tra differenti sistemi planetari è probabile, ma per poter essere anche possibile occorre che il sistema planetario che riceve il materiale possieda un pianeta simile alla Terra, cone le condizioni iniziali che possano far sviluppare la vita.Il nostro studio non prova che la litopanspermia ha effettivamente avuto luogo, ma indica che si tratta di una possibilità aperta.”

I ricercatori con questa nuova versione della teoria difendono il loro studio osservando che esso non si basa sulla velocità media delle rocce, ma bensì, particolarmente, sulla bassa velocità di alcune di esse,si basa sul processo di “trasferimento debole“(postulato già da E.Belbuno(http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Belbruno ) negli anni ‘80-’90). I pianeti extrasolari sarebbero stati nell’infanzia del sistema solare abbastanza vicini da riuscire a scambiarsi materiale solido grazie ai meteoriti. Ovviamente però con a valle tutti quei se che ricorda il prof.Pennetta. Ci si domanda in trasmissione inoltre, a quel punto, anche quanto fosse il tempo di vita degli organismi viaggiatori dello spazio, assumendo per le meteoriti una velocità di circa 350 km/h (più o meno quanto riferisce lo studio) ed assumendo i pianeti distanti ½ anno luce (la stella più vicina alla terra dista oggi 4 anni luce circa), si può calcolare che tale distanza sarebbe coperta in quasi 3600 anni… quanto sarebbero stati longevi quegli organismi in quelle condizioni? (Ad ogni modo,si ricorda che valgono e devono verificarsi comunque tutti quei se,la velocità del trasporto è solo un parametro dell’equazione)

Si spiega dunque in radio che si  tratta dell’applicazione di un modello matematico, si tratta di una simulazione al computer. Come ,ricorda Pennetta, si parlò di questo  su Cs qualche tempo fa (http://www.enzopennetta.it/2012/06/i-modelli-matematici-come-strumenti-di-propaganda/ ). In tale occasione un intervento (http://www.enzopennetta.it/2012/06/i-modelli-matematici-come-strumenti-di-propaganda/#comment-5879) del dott. Alessandro Giuliani  (http://www.iss.it/site/attivita/ISSWEB_istituto/RicercaPersonale/dettaglio.asp?idAna=1613&lang=1) (primo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità) spiega molto bene quello che vine detto in quell’occasione ossia che un modello è solo una possibile rappresentazione della realtà, non è la realtà, e quelli di questo tipo presentano sempre in  realtà più  parametri, oltre quelli qui indicati, più variabili che vanno assunte “in qualche modo “ liberamete, arbitrariamente e quindi possono presentarsi  differenti scenari a seconda di come si sono andati a valutare certi valori. Pertanto il risultato va preso per quello che è, come ricorda il dott.Giuliani, si rivela utile per generare ipotesi e non certo per provarle, rivelandosi quindi utile e profittevole  se viene usato senza forzature o peggio ancora per eventuali fini propagandistici..

E non è la prima volta che  previsioni azzardate basate su modelli matematici sono state anche utilizzate per propagandare l’idea della presenza di vita extraterrestre (http://www.enzopennetta.it/2012/01/scienza-al-limite-della-cialtroneria-kepler-16-b-ha-una-luna-forse-abitabile-ma-e-ancora-da-scoprire/ ). Fratus allarga quindi il discorso scostandosi per un po’ dal tema della puntata per parlare anche delle simulazioni, meglio sarebbe dire ricostruzioni però,di computer grafica che vengono presentate al pubblico nei documentari del National Geographic, della BBC, di Focus, di Quark etc etc.. Si ricordano le ben differenti ricostruzioni dei vari ominidi, per esempio si ricordano le molteplici di Lucy o dei  Neanderthal, degli Erectus,delle Habilis etc…. rappresentate da alcuni paleontologi  in un modo e da altri in uno sensibilmente differente.

Ma si sa che le ricostruzioni basate sulle ossa rimaste, spesso solo  crani fossili, più o meno completi, possono rendere possibile una rappresentazione delle caratteristiche più generiche della creatura, mentre invece i tratti morfologici distintivi di un animale che sono poi tessuti molli, svaniscono molto più velocemente dopo la morte. E quindi, le interpretazioni speculative dei tessuti molli dipendono totalmente dalla “fantasia “degli autori delle ricostruzioni e di fatto  si fa riferimento al dare delle rappresentazioni dipendenti dal paradigma neodarwinista. Non è in alcun modo possibile effettuare una prova non essendoci nulla con cui  fare un raffronto. Per esempio, per avere un’idea di ciò si potrebbe guardare questa prima immagine (http://i40.tinypic.com/14sd3o.jp) e poi dopo la seconda(http://i44.tinypic.com/169j9c9.jpg).

Così anche tutte le rappresentazioni delle fantomatiche forme transitorie (http://www.enzopennetta.it/2012/07/darwins-black-beast/#comment-6639 ) di cui i fossili non danno però  traccia. Si affronta così questo argomento allargandosi fino al miracoloso magico saltazionismo di Otto Schindewolf e alla teoria degli equilibri punteggiati di Gould. Pennetta parlando dei  giovani Gould ed Eldredge ricorda come essi  fossero molto più rivoluzionari e che in seguito, dove risultano invece  approdati a più miti consigli forse per due motivi; il primo aver legato l’evoluzione alla teoria di Darwin ed il secondo l’avere almeno qualche possibilità di non essere emarginati e poter comunque avere qualche possibilità di vedere riconosciute le loro idee (la frase di Dawkins che citi ne sarebbe una conferma). Risolvendo il problema del gradualismo confutato in qualche modo dai fossili, o comunque non sostenuto per nulla da questi, Gould va infatti mostrando come il gradualismo in principio non sarebbe  totalmente contrario al saltazionismo, riuscendo a far concordare le due cose  ipotizzò  lunghi periodi stabili, o di equilibrio, che rappresentavano il fenomeno denominato “stasi”, interrotti da rapidi cambiamenti (di gradualismo neodarwiniano) .

Questo avrebbe spiegato perché non ci sono fossili di forme transitorie. A tal proposito si potrebbe leggere un interessante articolo apparso su Cs qualche tempo fa (http://www.enzopennetta.it/2012/07/evoluzione-esiste-un-principio-di-indeterminazione/) Resta il fatto che è comunque una bella forzatura chiamare “graduale” l’evoluzione degli equilibri punteggiati, e che i limitati tempi in cui la macroevoluzione dovrebbe verificarsi rende ancora più problematico accettare il meccanismo per “caso e necessità”. Questo come la litopanspermia dunque piuttosto che rappresentare qualcosa che rende più chiara la teoria, vanno in realtà a complicarla ulteriormente e a renderla ancor più difficile da verificarsi. Si finisce così anche per ricordare la famosa simulazione di Dawkins (http://www.uccronline.it/2012/06/15/dove-neodarwinismo-coincide-con-creazionismo-il-bluff-della-selezione-naturale/ ) in cui uno il biologo per simulare il processo stocastico di produzione di un piccolo segmento di DNA, una tastiera semplificata di 27 caratteri fa battere alla figlia undicenne una stringa di 28 caratteri andando poi a vedere se e dopo quanto tempo (quindi per estensione dopo quante generazioni) si sarebbe raggiunta la frase :Methinks it is like a weasel.. Ora come fosse un’esercitazione da prime lezioni di un corso di programmazione informatica per ottenere il risultato si va a programmare facendo si che partendo dalla frase originaria si cambino uno ad uno casualmente i caratteri ma se ne esce uno nella posizione corretta si va a bloccarlo, non cambiandolo più. Quando tutti e i 28 caratteri saranno bloccati il processo si arresterà ottenendo la frase desiderata e riportando i passi,memorizzati da un contatore,impiegati per raggiungerla. Simulazione che rivela da un lato che senza un finalismo l’evoluzione è impossibile, oppure dall’altro che si possono anche raggiungere risultati procedendo con gradualismo però senza dire come si verifichino questi passi, cosa li giustifichi, se e perché rappresentino vantaggi selezionabili, se non rappresentino vantaggi selezionabili ma siano legati a vantaggi selezionabili, insomma dicendo praticamente che  il gradualismo se fosse potuto avvenire in qualche modo  avrebbe portato ai risultati ipotizzati..che però era l’ipotesi da dimostrare e dimostrare l’ipotesi con la stessa ipotesi non so neanche come si possa definire..

L’argomento ‘Dawkins’ permette di ritornare in argomento della puntata,infatti  il prof.Pennetta si riaggancia ad un altro articolo apparso su CS (http://www.enzopennetta.it/2012/10/la-panspermia-il-fallimento-di-una-teoria/ ) su argomento panspermia in cui si riportava un’intervista fatta da Ben Stein a Dawkins in cui il celebre biologo ammetteva, riguardo all’origine della vita, che poteva anche non essere spiegabile la sua origine sulla Terra e che poteva anche essere stata portata da extraterrestri che poi avrebbero permesso a questa di evolversi, extraterrestri che però Dawkins afferma sarebbero sicuramente comparsi in qualche regione per meccanismi neodarwiniani!

Due circostanze sicuramente che permettono di vedere Dawkins fare grandi regali ancor più che alla critica al neodarwinismo all’ID. Pennetta allora ricorda che va respinta con decisione l’artificiosa distinzione tra teorie sull’origine della vita e teoria sull’evoluzione, infatti certamente, il poderoso e ancora sconosciuto meccanismo che ha portato al sorgere della vita a partire dalla materia inorganica potrebbe sicuramente essere coinvolto ed essere importante  nelle successive eventuali  trasformazioni della vita stessa ed inoltre se cade e rimane senza spiegazione l’ipotesi che è alla base, all’origine molto probabilmente viene a mancare, forse non vale più nemmeno tutto quanto segue.. Ed per questo che il prof.Pennetta riflette sul fatto che servirebbe l’umiltà di ammettere lo stato dei fatti e con umiltà di ripensare dalle fondamenta il tutto invece di spingersi in cunicoli sempre più tortuosi e bui..

Fratus riporta allora una recente iniziativa di un’Università Americana che ha indetto un sondaggio, di recente, per sondare l’esser favorevoli all’insegnamento di tutte le problematiche che stanno dietro al neodarwinismo ed affiancare a questo insegnamento anche quanto concerne l’ID e discutere anche sulle problematiche di questo. Il prof.Pennetta ricorda il suo pensiero espresso più volte, secondo il quale non va negato lo studio del neodarwinismo, ma va insegnato in modo corretto, uscendo da tutta quella superficialità che lo fa funzionare come in realtà però non fa. Andare insomma a spolverare sotto al tappeto dove si mettono tutte quelle obiezioni che i neodarwinisti spesso identificano con “pretesti” per attaccare la teoria, ma che come ricordato più volte rappresentano un vero e proprio “elefante nella stanza”.

Metafora usata anche di recente da Faggin,che per altre vie rispetto a Tattersall, o a Wallace,come affrontato in un recente articolo su CS (http://www.enzopennetta.it/2012/10/homo-sapiens-quello-che-faggin-ha-capito/ ), mostra che esiste qualcosa chiamato consapevolezza, che chi studia il cervello umano finge di non vedere (appunto l’“elefante nella stanza). Infatti esiste collegamento stretto tra la capacità di elaborazione simbolica di cui parla Tattersall, e la capacità di costruire un modello della realtà, di cui parla Faggin.. Ma non molti riescono a fare quello che ha A.R.Wallace che, constatato che esistono altre facoltà umane che non riguardano i rapporti con i nostri similib(le capacità di formare i concetti astratti di spazio e tempo, di eterno e di infinito -la capacità di provare un’intensa emozione artistica per la forma, il colore e la composizione etc..), e che non possono, pertanto, essere spiegate tramite il neodarwinismo, concluse che la teoria non potesse funzionare,e certamente a spiegare un’eventuale evoluzione umana, e che lo fece riporre in soffitta per molto tempo. Risulta essere nel modo più evidente fra le specie proprio l’uomo la pietra dello scandalo della teoria neodarwiniana, è proprio la sua origine che fra tutte balza maggiormente all’occhio come prodotto impossibile per meccanismoi neodarwiniani. Fratus,a tal proposito, riporta che perfino alcuni come F.Facchini (http://it.wikipedia.org/wiki/Fiorenzo_Facchini ) antropologo, paleontologo, oltre che sacerdote della Chiesa Cattolica, che, in una sorta di concordismo, sostiene la creazione divina della vita e la enorme diversità fra scimmie ed homo però poi va concordando su eventuali antenati a comune dai quali si sarebbero separate le attuali scimmie e l’uomo, dal quale si sarebbero sviluppati entrambi, ma il confronto tra il genere Homo ed un “antenato comune” risulta impossibile dal punto di vista empirico, come riporta il professor Fasol in un suo recente articolo (http://www.enzopennetta.it/2012/10/sullorigine-delluomo/ ) poiché di questo antenato non v’è traccia. Insomma per cercare un concordismo con la teoria neodarwiniana lascia un vuoto ed un problema su come la materia abbia potuto produrre l’informazione necessaria per farle assumere l’aspetto umano atto a ospitare lo spirito divino,da quanto afferma è concorde che questo possa essere avvenuto per meccanismi neodarwiniani,ma questo non è corroborato da nulla e il dott.Fratus pertanto si stupisce di questa uscita del sacerdote.. Chi per proprio vantaggio,chi per timore di venire etichettato in modi poco garbati o spedito nel dimenticatoio,chi perché è immerso nel paradigma,ma anche chi perché ,molto probabilmente, vedrebbe con la messa in discussione di quello la messa in discussione della sua visione del mondo guarda bene dal mettere in discussione il neodarwinismo ma anzi lo difende anche con veemenza seppur i fatti gli diano contro. Quando va bene si limita ad un forzato concordismo. Pennetta infatti riconosce nel “vero credente” non il credente tradizionale ma il neodarwinista,perché sulla base dei fatto lo sforzo di fede è fatto dal neodarwinista.

NB: la registrazione della trasmissione è disponibile al seguente

http://www.filebox.com/users/Leonetto