NUOVI STUDI SULL’ETA’ DELLA TERRA. CHI AVRA’ RAGIONE?


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La cronologia lunga non ha fondamento

 

Questo mito è duro a morire, nonostante le prove contrarie, poiché la nostra intelligenza resta disorientata di fronte all’immensità delle ere geologiche. Come sottolinea il biologo Premio Nobel George Wald « Il lasso di tempo con cui abbiamo a che fare in questo caso è dell’ordine di due miliardi di anni e non ha quindi alcun senso giudicare qualcosa impossibile sulla base dell’esperienza umana. In un periodo così lungo l’impossibile diventa possibile, il possible probabile e il probabile virtualmente certo. Basta aspettare: il tempo compirà il miracolo.» 76Tuttavia queste cronologie sono opinabili in quanto le ipotesi formulate per stabilirle non sono fondate. Sono state utilizzate principalmente due discipline scientifiche per stimare l’età della terra: la geologia (e più precisamente la sedimentologia) e la fisica atomica.

Iniziamo dalla geologia, poiché sono comparse in quest’ordine le prime stime scientifiche sull’età della terra. Osservando le rocce sedimentarie, con i loro strati sovrapposti, l’idea che è venuta in mente in maniera del tutto naturale agli scienziati era che tali strati fossero il risultato di depositi successivi. Nel 1667 Stenone, fondatore della stratigrafia, propone nella sua opera Canis calchariæ il suo postulato fondamentale: gli strati di sottosuolo sono strati sedimentari successivi. A partire da questa interpretazione, formulò nella sua opera Prodromus, la legge di sovrapposizione: «Nel momento in cui si formava uno degli strati più alti, lo strato inferiore (a questo) aveva già acquisito una consistenza solida. Al momento della formazione di ciascun strato, la materia sovrincombente era interamente fluida e di conseguenza, nel momento in cui si formava lo strato più basso, non esisteva nessuno degli strati superiori

In pratica, Stenone intendeva dire che, in un insieme di strati, quelli che sono ad un livello inferiore sono più antichi rispetto a quelli che si trovano ad un livello superiore. Questa legge sembrava talmente chiara, che, per quasi tre secoli, è stata accettata senza che nessuno si prendesse la briga di verificarla; abbiamo creduto che la sovrapposizione fornisse un’indicazione cronologica chiara e, incrociando le successioni di strati osservati in diversi luoghi d’Europa, abbiamo ricostruito una «scala stratigrafica» facendo sovrapporre i diversi tipi di sedimenti, dai substrati di un’era «primaria» fino agli strati più superficiali  del «terziario» e poi del «quaternario».

Malgrado ciò, se versiamo in un bicchiere dell’olio, dell’acqua e del mercurio, quest’ultimo si ritroverà in fondo, l’olio si troverà in superficie, ma nessuno sostiene che il mercurio è più antico e l’olio più recente dell’acqua! In questo caso si è verificato un fenomeno fisico: la separazione in base alla densità. Tale fenomeno fa sì che i corpi densi spingano i corpi leggeri verso l’alto. Avviene un fenomeno simile durante la discesa dei sedimenti nell’acqua, ma i geologi non se n’erano accorti, in quanto non si preoccupavano di osservare o di riprodurre la sedimentazione in azione. Le massaie ben sanno che la polvere vola in alto se spinta da una scopa, mentre il terriccio tende a ricadere. Si verifica il medesimo fenomeno quando si versa un fluido nell’acqua: la velocità di discesa dipenda dalla granulometria. In un composto di particelle, nel corso dello stesso deposito sedimentario, i granelli più grandi scendono più rapidamente di quelli più piccoli. Il risultato è la formazione di strati fini, di spessore costante, in cui si alternano particelle piccole e grandi. Per questa ragione la stratificazione è così regolare: qualche volta si vedono sovrapporsi per diversi metri strati dello stesso spessore. Tale regolarità indica che non si tratta di depositi successivi senza alcun legame tra di loro, ma di uno stesso fenomeno di riordino delle particelle nel corso del loro deposito contemporaneo in acqua: la stratificazione periodica testimonia la simultaneità del deposito!

Un sedimentologo francese, Guy Berthault, ha sottolineato e riprodotto in maniera sperimentale questo fenomeno alla fine degli anni ’60. Dopo una prima pubblicazione di questa scoperta da parte dell’Accademia delle Scienze di Parigi, nel 1982 questi esperimenti sono stati ripetuti su vasta scala in acque ferme presso l’Istituto di Meccanica dei Fluidi di Marsiglia e poi estesi ad deposito ottenuto per mezzo correnti orizzontali durante alcuni esperimenti condotti all’Universita’ del Colorado. Alcune equipe di geologi, in particolare in Russia, iniziano a ristudiare i bacini sedimentari alla luce di queste scoperte.

In effetti in natura i sedimenti non cadono dal cielo, (caso ipotetico supposto dalla legge di sovrapposizione) con una discesa verticale: essi sono trasportati da correnti orizzontali, dal luogo in cui sono stati erosi verso il luogo in cui si depositano. Per ciascun materiale, è possibile misurare una velocità minima di trasporto al di sotto della quale si depositano le particelle sedimentarie. Finchè le correnti sono molto rapide, vengono trasportati tutti i sedimenti; quando varia la velocità, si depositano dei sedimenti. Gli esperimenti effettuati presso l’Università del Colorado mostrano quanto accade allorquando dei composti di sedimenti sono trasportati da correnti orizzontali. Sulla superficie dell’acqua  si sviluppa un deposito orizzontale, formato da diversi strati, che procede verso il largo, come un delta alluvionale alla foce di un fiume. Un paragone renderà più comprensibile questo fenomeno. Nella noria dei camion per la raccolta di rifiuti che vengono svuotati al fine di formare un terrapieno, ciascun camion aggiunge uno strato a quanto già apportato dai camion precedenti e se, nel cassone dei camion si trova un insieme di corpi più o meno densi, quelli più densi andranno più lontano, verso la parte inferiore del terrapieno e i corpi più leggeri resteranno più in alto. Allo stesso modo gli strati successivi sono inclinati e seguono l’inclinazione del cumulo. Contemporaneamente si formano degli strati orizzontali che avanzano a mano a mano che si succedono i camion. Con questo esempio si capisce bene come possano essersi deposti diversi sedimenti sovrapposti durante lo stesso fenomeno marino.

Quali sono ora le ripercussioni di questi esperimenti? Gli esperimenti di Guy Berthault rimettono in discussione l’età ipotetica della terra, poiché la cronologia geologica è stata fondata sulla stratigrafia e sulla nozione che gli strati fornivano un’indicazione del tempo, essendo i più profondi considerati più antichi rispetto a quelli superficiali. Ma il fenomeno decifrato da Guy Berthault apporta un metodo per calcolare la durata dei depositi: possiamo effettivamente ricostruire la velocità di trasporto e, in molti casi, calcolare il tempo necessario per l’accumulo di un deposito. Per esempio in Crimea, un deposito sedimentario è costituito da ciottoli di granite inseriti nel calcare, e sappiamo che questi ciottoli provengono dallo scudo cristallino dell’Ucraina, situato 400 km più a Nord. Tenendo conto della dimensione e della composizione dei ciottoli, siamo in grado di calcolare la velocità della corrente necessaria per trasportarli e dedurre il tempo necessario al deposito di queste facies litologiche di una trentina di metri d’altezza. Questo tempo si calcola in giorni o settimane e non in milioni di anni.

A questo punto si aggiunge la questione dei noduli polimetallici. I noduli sono dei minerali marini, delle formazioni di minerali che crescono a poco a poco catturando i metalli solubili presenti nell’acqua marina. Formano minerali interessanti, in quanto sono relativamente puri e facili da sfruttare. Misurando la crescita annua dei noduli, possiamo avere un’idea della loro età (come contando i cerchi del tronco di un albero). Sezionando dei noduli di ferro manganese del Golfo di Finlandia, il geologo Vladimir A. Zhamoida vi ha scoperto una vite in acciaio inossidabile e un tappo di birra finlandese della marca Karjala. L’età di questi noduli così come quella del fondale marino in cui si trovano non può superare i 5000 anni. La datazione geologica, secondo la datazione accettata, corrisponderebbe a centinaia di migliaia di anni. Chi ha ragione?

Altro esempio significativo: il mulinello del fiume Tellico, nel Tennesse. Le rocce che fiancheggiano questo fiume sono di fillite, una roccia che si pensa si sia formata 300 milioni di anni fa, al momento della separazione dei continenti americano ed europeo. Nel 1980 un pescatore, Dan Jones, trovò tuttavia un mulinello da pesca incastrato nella roccia. Ciò significa che la roccia si è formata dopo che il mulinello cadde nel fiume, quindi dopo il 1897 (data di deposito del brevetto del mulinello da pesca negli Stati Uniti). Con questi due esempi, ci accorgiamo chiaramente che le stime delle ere geologiche possono e devono essere ridimensionate, pur essendo servite da fondamento alla teoria dell’evoluzione.

Le scienze della terra non consentono di raggiungere una certezza matematica. Il teorema di Pitagora non cambierà mai, mentre una facies sedimentaria è un fatto concreto in quanto non l’abbiamo vista formarsi. A questo proposito, possiamo soltanto proporre delle interpretazioni e alcune ipotesi. La caratteristica unica della scienza è la capacità di compiere passi in avanti, di progredire, quasi per definizione, solo grazie all’accumulo delle conoscenze. Così fino al XVII secolo abbiamo creduto alla generazione spontanea, quanto meno per piccoli animali come le mosche: le vedevamo nascere alla superficie dei corpi in decomposizione. Consideravamo pertanto la generazione spontanea un fatto osservato. Sono stati necessari gli esperimenti di Francesco Redi per dimostrare che il vivente poteva nascere solamente dal vivente: omne vivum ex vivo. Occorre quindi rimettere in discussione alcune nozioni scientifiche che abbiamo ritenuto vere per secoli! Risulta sempre difficile abbandonare quanto si è creduto, ciò che è stato insegnato, le nozioni che hanno modellato la visione delle cose che condividiamo. Ma come possiamo attribuire un’età di cinque cento mila anni ad un nodulo nel quale si trova il tappo di una bottiglia di birra? Sulla costa pacifica americana sono stati rinvenuti persino dei noduli all’interno dei quali si trovano delle schegge di bombe usate dalla marina. Ancora una volta, il fatto constatato deve prevalere sull’età asserita oggigiorno dalla geologia.

Lo stesso discorso vale per la decomposizione degli elementi radioattivi, secondo metodo utilizzato per stimare l’età delle rocce terrestri. Ci si basa su un fenomeno reale: la disintegrazione radioattiva. Prendiamo l’esempio del metodo di datazione tramite il potassio-argon. Alcuni elementi chimici si trasformano (si parla di elemento genitore ed elemento figlio): il potassio radioattivo 40 si trasforma, per esempio, poco a poco in Argon 40.

Le lave vulcaniche contengono potassio e argon; ed è quindi il metodo generalmente utilizzato per datare i fossili della Rift Valley in Africa. Se analizziamo le quantità di questi elementi presenti in un campione, constatiamo che il potassio 40 diminuisce nel tempo a favore dell’argon 40. Trattandosi di una sorta di orologio naturale, sorse l’idea di trarne l’età della roccia stessa. Tuttavia questo metodo è illusorio, in quanto occorre formulare molte ipotesi, in particolare che non ci sia più argon al momento dell’inizio del processo (ipotesi dell’ «azzeramento dell’orologio»). L’eruzione del Monte Sant’Elena nello stato di Washington, è stata datata con il metodo potassio-argon prelevando un campione di dacite sul cratere del vulcano (una volta raffreddatosi). I risultati sono stati di 300.000 anni, 900.000 anni oppure 2 milioni e 400 mila anni, a seconda del fatto che fosse analizzata la totalità della roccia oppure le sue componenti cristalline.

Questi risultati aberranti sono stati sottoposti all’attenzione di due specialisti: Konstantin Skripko, responsabile del settore «vulcanismo» presso il Museo della terra di Mosca, ed Evgueni Kolesnikov, responsabile del dipartimento di geocronologia isotopica all’Università di Mosca. Per loro il tutto si spiega con il fatto che il potassio-argon non può condurre a una data inferiore a 300.000 anni (come il contachilometri di un’automobile non può mostrare una velocità inferiore a 10 km/h) e in particolare l’argon gassoso è sempre presente nell’aria e la lava, raffreddandosi, assorbe questo argon nell’aria che si aggiunge all’argon già catturato nella lava parzialmente cristallizzatasi al momento della sua ascensione nella camera magmatica del vulcano. A seconda delle temperature di cristallizzazione delle diverse componenti di dacite, si ottengono così delle «date» potassio-argon crescenti. Si è quindi considerato un orologio ciò che in realtà non costituisce un fenomeno fisico che si manifesta nel tempo. Però un orologio non indica soltanto il tempo che trascorre, ma è concepito anche per mostrare il tempo passato a a partire da un’ora « zero ».

Per quanto riguarda l’età della terra, le radio-datazioni fanno pensare ad un uomo che vede un orologio e vuole sapere, non che ora è, ma l’età dell’orologio. Se un orologio funziona con regolarità non significa che possa essere indicarci la sua età. L’analisi chimica dei radio-elementi consente certamente di misurare il tasso di decomposizione radioattiva, ma non rivela assolutamente l’età della lava. Occorre accumulare molte ipotesi arbitrarie per trasformare un’analisi chimica e una data di calendario! Confrontando il risultato dei metodi di radio-datazione con gli avvenimenti osservati oggigiorno, il risultato è aberrante.

Ciò vuol dire che esso è affidabile pur non essendo possibile un raffronto? Cerchiamo la risposta nelle parole di Paul Valéry: « Il rapporto tra lo storico e il passato corrisponde a quello della cartomante con il futuro, ma la maga si espone a una verifica, mentre lo storico no.»

I milioni di anni generosamente attribuiti alla Terra non hanno oggi fondamenta scientifiche solide. Bisogna esaminare la questione daccapo.

Dominique Tassot

http://www.sciencevsevolution.org/Berthault.htm

 

 

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