Darwinisti ed evoluzionisti, stessa “robba”?


 

La questione tra antidarwinismo e antievoluzionismo è importantissima tanto che nei commenti del mio precedente intervento ci si lamenta del fatto per cui la confusione è aumentata e il mio articolo, quindi, non ha contribuito a migliorarla.
Ma quale è la questione del contendere?
Si vuole dividere il neodarwinismo dall’antievoluzionismo, cioè: il darwinismo non spiega i meccanismi di come si sono evoluti gli esseri sulla terra e quindi è una teoria sbagliata, ma l’evoluzione degli esseri viventi è un fatto in quanto alcune specie si ritrovano improvvisamente ed è logico pensare siano una derivazione di quelle che esistevano precedentemente.
A grosso modo questa è la distinzione. Ma vediamo un attimo il perché io credo la distinzione un errore e sono certo di avere ottime motivazioni. La prima questione che mi viene da affrontare è di tipo etimologico della parola evoluzione. C. Darwin non la usò nel suo testo, lui utilizzò la parola trasformazione, e fu il sociologo H. Spencer a coniare per primo il termine evoluzione per la teoria di Darwin sostituendo la parola trasformazione.

Per Spencer era essenziale fare comprendere come la natura e la società si stessero sviluppando in un contesto di progresso verso il megli. Quindi la parola evoluzione, in ambito biologico, entra con il darwinismo e con esso va collocata, non può essere scissa tanto che il vocabolario Treccani definisce la parola con la seguente spiegazione:

Ogni processo di trasformazione, graduale e continuo, per cui una data realtà passa da uno stato all’altro – quest’ultimo inteso generalmente come più perfezionato – attraverso cambiamenti successivi: secondo un modo di concepire la natura affermatosi alla fine del 18° sec. sulla base di ipotesi cosmologiche (ipotesi di Kant-Laplace sull’origine del Sistema Solare, v. laplaciano) e di teorie sull’origine e la trasformazione delle forme viventi (trasformismo, teoria della discendenza), si è cercato di spiegare in termini di evoluzione i fenomeni cosmologici, chimici, biologici e antropologici…

Questa mia prima considerazione pone quindi un quesito: su quale base si può essere antidarwinisti e non antievoluzionisti?
Ma passiamo alle argomentazioni basate sui fatti e sulla ricerca scientifica.

Premessa

Noi tutti viviamo il nostro tempo e subiamo in modo diretto e indiretto l’azione della cultura dominante che ci fa ragionare e comprendere il tutto in relazione a quanto viene presentato come verità. Soprattutto nel campo della scienza, e il prof. Enzo Pennetta con i suoi molteplici articoli come nelle dirette radio ha dimostrato più volte, non è importante la veridicità di una ipotesi scientifica ma da chi la sostiene. Ecco allora arrivati a un duplice problema, l’autorevolezza di uno scienziato. Spesso per comprendere il valore di uno studioso si verificano le sue pubblicazioni ufficiali e i suoi premi, ma questo, come sappiamo, nulla vuol dire.

Sia le pubblicazioni come i premi sono valutati sostanzialmente da due fattori: pensiero comune (che nell’ambito scientifico è riferibile ai dogmi naturalistici) e interessi economici.

Ecco quindi che all’apice del mondo della scienza troviamo molti scienziati conosciutissimi ma che non hanno realmente contribuito al progresso scientifico. Un esempio a me molto caro per l’Italia è quello del prof. Giuseppe Sermonti, genetista di fama mondiale fuori dai nostri confini nazionali mentre in Italia venne relegato all’Università di Perugia e considerato un pericolo per la scienza. Ma possiamo ricordare anche un altro grande scienziato italiano, Luigi Fantappié, teorico della Sintropia. Sono solo piccoli esempi.

L’autorevolezza di uno scienziato, quindi, non è in relazione all’essere famoso. Tutti noi viviamo e pensiamo quanto ci viene promosso dal sistema culturale in cui viviamo.
Il pensiero dominante influisce nell’interpretazione dei dati scientifici manipolando la possibilità di interpretare in modo differente al di fuori del paradigma dominante.
Le neuroscienza hanno spiegato molto bene come il cervello funziona in questi casi e come automaticamente si cerchi di trovare sicurezza in quanto ci viene “disegnato”. Per avere una valutazione il più oggettiva possibile è necessario uscire dalla “gabbia” interpretativa del neodarwinismo/evoluzionismo

Evoluzione? Dove? Quando? Le prove?

L’ipotesi di una evoluzione della specie deve avere un’origine, qui nasce lo stesso problema del neodarwinismo:

la vita da dove è giunta?

Sappiamo benissimo che non vi è risposta a questa domanda, ma proviamo ad andare oltre. Quando è nata la vita? La domanda è importante perché per esserci evoluzione ci debbono essere necessariamente tempi capaci di spiegare questo processo. Ma anche qui siamo in un campo difficilissimo perché più che reali prove si finisce nel paradigma darwinista. Tutti i metodi per misurare i fossili come gli strati geologici differiscono nei risultati e quindi, per “sistemare” i problemi relativi alle datazioni, si da per certa l’evoluzione in senso darwinista. In sostanza si finisce in un circolo vizioso: il darwinismo e quindi l’evoluzione sono un fatto e vi è la necessità di una storia della vita lunga per permettere la trasformazione/evoluzione delle specie.
Ne consegue che se il darwinismo è errato anche tutto quanto si è sviluppato attorno lo sia, quindi creando grossi problemi al datare i fossili e gli strati geologici.

Le prove

Quali sono le prove a supporto di una evoluzione? La tesi a sostegno dell’ipotesi è quella per cui esistono specie che seguono altre. Attenzione, la parola seguono non sta a indicare che sono derivate ma solamente che alcune specie sono esistite e poi si sono estinte e altre sono comparse improvvisamente, questo fatto non stabilisce una discendenza da quelle precedenti a quelle che sono susseguite, il fare questo tipo di ragionamento nasce dal dogma neodarwinista e non da prove empiriche. Nessuno a oggi può provare che vi siano discendenze dirette tra specie con aumento di informazioni e complessità da specie più antiche arrivando a quelle di oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che non vi è aumento di complessità dalle specie più antiche verso quelle presenti oggi e non esistono organismi semplici nel passato poi, con il passare degli anni, decenni, secoli, millenni, ere e quanto si voglia, divenute più complesse.
La genetica dimostra che le informazioni sono già presenti nel codice genetico e al contrario di quanto sostengono i darwinisti gli organismi viventi non producono nuove informazioni ma le perdono con il passare delle generazioni andando, quindi, verso una degenerazione genetica e sostanzialmente a una involuzione tanto che per quanto riguarda l’uomo il genetista J. Senford è giunto a spiegare che i DNA non si è mai evoluto, ma è sempre stato in uno stato di degenerazione.

In sostanza in passato l’informazione presente nel codice genetico era maggiore e con il passare dei secoli è diminuita. I lavori del genetista sono stati pubblicati dalla Cornell University. Credere nell’evoluzione è un atto di fede e nulla cambia dal neodarwinismo.

Sull’origine della vita come sul motivo perché esistiamo noi e le altre specie non vi è nessuna prova scientifica; troviamo solo ipotesi e a nostro avviso sono tutte basate su atti di fede. Neodarwinismo, evoluzionismo, creazionismo, progetto divino, mente divina sono posizioni sostenibili in relazione alla credenza della persona che sostiene l’ipotesi. La scienza, in questo campo ha dato solo una risposta: la vita nasce dal altra vita.

 

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