TEORIA DELL’ID E TEOLOGIA BIBLICA:


 

di Nicola Berretta (ultima parte)

TEORIA DELL’ID E TEOLOGIA BIBLICA: Dopo aver evidenziato i suoi pregi e i difetti sul piano prettamente scientifico, che dire degli aspetti teologici della teoria dell’ID?

Non vi sono dubbi sul fatto che l’idea secondo cui il creato non sia frutto del caso cieco, ma il risultato di una progettualità razionale, sia del tutto in armonia con l’idea biblica di quel Dio unico che ha creato il cielo e la terra seguendo una precisa sequenza, indicativa di un disegno precostituito (Gn 1,1-31). Anche lo scrittore della lettera agli Ebrei (11,3) afferma: «Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti». Pensare dunque che la natura, che ci circonda, non sia il risultato di un accidente fortuito del caso, ma sia il prodotto di un progetto divino, è perfettamente compatibile con l’insegnamento biblico secondo cui questo progetto non si ferma solo all’atto creativo iniziale (Gv 1,3), ma continua tramite l’intervento salvifico del creatore stesso, il quale entra dentro la sua creazione, divenendone parte (Gv 1,14).

Sarebbe però, a mio avviso, un errore teologico proporre l’ID come una dimostrazione della veridicità di ciò che la Bibbia afferma a riguardo della creazione. Affermare che «le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue» (Rm 1,20), non deve portarci a dimenticare che il credere nell’opera creatrice di Dio rimane sempre e comunque un prodotto della fede e non della razionalità (Eb 11,3). Esclamare dunque che «i cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani » (Sal 19,1), significa affermare che il creato riflette le qualità perfette di quel creatore, in cui noi riponiamo la nostra fede, non che il creato ne dimostri razionalmente l’esistenza.

Un altro possibile aspetto teologico che io reputo equivoco è legato all’idea proposta dall’IDsecondo cui la «progettualità razionale» sia un qualcosa di altro, di diverso o di esterno, rispetto a quei termini che potrebbero permetterci di spiegare un meccanismo biologico. Poniamo infatti che, proprio sotto la spinta della «denuncia» dei paladini dell’ID sull’insufficienza dei postulati darwinisti, venisse identificata una «forza F» o un «fattore K», misurabile matematicamente, capace di rendere quell’equazione coerente, vorrebbe forse dire che la «progettualità razionale» non esiste? Assolutamente no. La progettualità del Dio della Bibbia non è qualcosa di esternoalle leggi descrivibili razionalmente, ma ne è parte integrante. È proprio quella progettualità razionale a conferire una logica all’equazione stessa. Il dubbio infatti è che l’ID nasconda lo stesso errore teologico insito nella concezione del «Dio tappabuchi» (inglese: «God-of-the-gaps») comune in molti ambienti evangelici, o cristiani in generale. Mi riferisco a quella concezione secondo cui Dio troverebbe una sua ragion d’essere in quanto la nostra razionalitànon è in grado di spiegare tutto, per cui Dio servirebbe a coprire quei buchi che la nostra ragione non è in grado di comprendere.[6]

La realtà di Dio non è una conseguenza del fatto che noi non siamo in grado di dare risposte razionali, ma è l’origine stessa di quelle leggi che riusciamo a descrivere razionalmente, oltre che di quella intelligenza razionale che ci rende in grado di descriverle in formule matematiche. L’ID, a mio giudizio, soffre proprio di questa concezione di fondo teologicamente errata, secondo cui la progettualità razionale sia una sorta di elemento magico, un’azione divina non prevedibile, e quindi non misurabile. Al contrario, sono proprio quelle leggi della natura (che comprendonoanche la selezione naturale), esprimibili attraverso semplici formule razionali, e prevedibili nel loro prodotto finale, che sono l’essenza stessa della progettualità razionale di Dio.

Tutto questo ovviamente non esclude il fatto che, al di là di tutto ciò che è quantificabile e prevedibile nella progettualità razionale di Dio, ci sia sempre nel credente la consapevolezza della distanza della nostra mente da quella del creatore, per cui rimane sempre un monito alla nostra arroganza razionalista quella domanda che Dio rivolse a Giobbe: «Dov’eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza» (Gb 38,4).

6.  CONCLUSIONE: Riassumendo, l’ID possiede in sé tutti gli elementi che la rendono una legittima critica scientifica all’idea secondo cui la complessità di ciò che ci circonda sia spiegabile nei termini semplici di una variabilità casuale passata al vaglio della selezione naturale, prevista dalla teoria darwinista dell’evoluzione, per cui le critiche che le vengono mosse in ambito scientifico soffrono spesso di un pregiudizio ideologico.

Detto questo, l’ID non sembra però possedere quei requisiti di falsificabilità che le permettono di proporsi come effettiva teoria alternativa all’evoluzionismo. Sarebbe dunque pretestuoso, a mio giudizio, mettere le due teorie sullo stesso piano nell’ambito di un curriculum scolastico. Allo stesso tempo sarebbe auspicabile che, nell’ambito dell’insegnamento delle teorie di Darwin nella scuola, venissero messi in evidenza i punti deboli di questa teoria, così come vengono evidenziati dai sostenitori dell’ID, evidenziando dunque i limiti entro cui le teorie di Darwin hanno trovato un effettivo riscontro sulla base di ricerche vagliate dal metodo scientifico. Questo permetterebbe agli studenti di non appiattirsi a quelle semplificazioni, che poco o nulla hanno a che spartire con la scienza, riguardo all’origine della vita e delle specie viventi, così superficialmente diffuse negli attuali testi scolastici. D’altra parte, l’humusindispensabile per lo sviluppo di qualsiasi teoria scientifica è proprio in dubbio metodologico, e sarebbe controproducente per gli evoluzionisti stessi che le teorie di Darwin venissero accettate in modo dogmatico, senza passare attraverso un doveroso e approfondito vaglio della critica, a partire proprio dalla scuola.

Anche sotto l’aspetto teologico, l’ID, per quanto compatibile con l’idea biblica secondo cui Dio ha creato ogni cosa sulla base di un progetto precostituito, offre il fianco alla concezione errata di un «Dio tappabuchi», la cui opera «progettuale» si realizzerebbe secondo modalità non descrivibili e quantificabili dalla razionalità scientifica.

[1].       Michael J. Behe, Darwin’s Black Box. The biochemical challenge to Evolution (The Free Press, New York 1996).

[2].       Geoff Brumfiel, «Who has designs on your students’ minds?», Nature 434 (2005), pp. 1062-1065.

[3].       Allen H. Orr, «Intelligent Design. Il creazionismo evoluto», Le Scienze 446 (2005), pp. 36-43.

[4].       Allen H. Orr, op. cit., p. 43.

[5].       Nicola Berretta, «Cristiani nella scienza: missione impossibile?», Lux Biblica 30 (IBEI, Roma 2004).

[6].       Per gli approfondimenti cfr. N. Berretta, op. cit.

► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_Sci/A2-Intelligent_Design-MT_AT.htm

Aggiornamento: 26-04-2007

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