Un’evoluzione senza alcuna continuità e gradualità


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L’evoluzione, sia nella microgenesi o microevoluzione (formazione delle specie), sia nella macrogenesi o macroevoluzione (formazione di gruppi maggiori), dovrebbe avvenire mediante fattori casuali, continui e non a sbalzi o a scatti cioè sia l’una che l’altra sarebbe avvenuta mediante accumulo graduale di piccole mutazioni (1).

Invece le osservazioni paleontologiche mostrano che la successione filogenetica procede a scatti.

Il Precambriano
Nelle rocce sedimentarie Precambriane vi è una quasi completa assenza di fossili nonostante che questi sedimenti siano in perfetta continuità con i sedimenti cambriani; fra l’altro tali rocce sembrano perfettamente idonee per la conservazione fossilifera; lo stesso Darwin rimase perplesso di questa situazione per lui imbarazzante (2).

I pochi rinvenimenti ritrovati nel Precambriano possono essere così considerati:

  • Pseudofossili cioè non strutture di natura organica o strutture inorganiche; queste possono essere strutture inalterate, strutture di origine diagenetica (processi chimici e/o fisici intercorrenti fra deposizione di un sedimento e trasformazione in roccia sedimentaria) tipo concrezioni o anche strutture sedimentarie deformate da spinte tettoniche o processi metamorfici, tipo Eozoon del Vesuvio (3).
  • Fossili di incerta età precambriana per un non esatto limite stratigrafico fra Cambriano e Precambriano delle rocce in cui viene rinvenuto, cioè non sempre la discontinuità stratigrafica è presente o facilmente individuabile (4).
  • Fossili si ma molto semplici: semplici corpiccioli di materia organica (anche questi forse originatisi da processi di natura inorganica od osmotica), al massimo alcuni ritrovamenti potrebbero – con non facile dimostrabilità- essere considerati batteri o alghe blu – verdi monocellulari (5).

Volendo anche accettare le tendenze di alcune scuole paleontologiche che considerano questi ultimi come veri microrganismi fossili pre-farenozoici, resta difficile da spiegare come questi rari ritrovamenti -dubbi e dispersi qua e là su tutta la superficie del globo- possano poi aver dato origine all’improvviso apparire della fauna cambriana (6).

Si tratta quindi di colmare l’abisso di non continuità tra forme di vita estremamente semplici (i dubbi unicellulari pre – paleozoici) e la sorprendente complessa ed eterogenea fauna di metazoi del Cambriano (7).

Infatti uno degli aspetti più sorprendenti delle faune del tardo farenozoico (600-700 milioni di anni) è il fenomeno della comparsa di molti tipi di animali radicalmente diversi l’uno dall’altro in un intervallo di tempo assai, troppo breve da essere giustificata sulla scorta delle teorie evoluzionistiche (8).

Nel suo libro Red Giants and White Dwarfs (Giganti rosse e nane bianche), Robert Jastrow afferma: “La documentazione fossile non contiene tracce di questi stadi preliminari nello sviluppo degli organismi pluricellulari […] I reperti fossili conservati nelle rocce contengono molto poco oltre a batteri e piante unicellulari, finché, circa un miliardo di anni fa, dopo un progresso invisibile protrattosi per circa tre miliardi di anni, si ebbe un decisivo salto di qualità: sulla Terra comparvero i primi organismi pluricellulari”.

Il Cambriano
Vediamo ora cosa ci dicono i resti fossili dei periodi successivi al Precambriano relativamente al fiorire ed allo svilupparsi delle varie forme di vita sulla terra.

Una prima grande stranezza deriva dal fatto che il Cambriano (500-550 milioni di anni fa) poté assistere alla comparsa di nuovi phyla e classi ad una velocità eccezionale, praticamente di colpo ed inoltre contemporaneamente per un gran numero di essi (9).

Le creature viventi trovate negli strati risalenti al periodo Cambriano risultano emerse tutte all’improvviso e conteporaneamente: nelle testimonianze fossili non vi si trovano antenati preesistenti da cui possano essere derivate. Già all’inizio del Cambriano si incontrano fossili di 500 specie diverse appartenenti a sette sottotipi diversi. Vi sono sia crostacei che spugne, oltre a vermi, echini e meduse. Le differenze tra i sottotipi erano già tanto nette da restare ancora tali ai nostri giorni (10).

Tutti questi invertebrati complessi emersero impovvisamente e in modo completo senza alcun legame o forma transizionale con gli organismi unicellulari, le uniche forme di vita presenti sulla terra prima della loro apparizione tanto che a tale evento, nella letteratura geologica, venne dato il nome di esplosione cambriana.

Richard Monastersky, editore di Earth Sciences, una delle più popolari pubblicazioni della letteratura evoluzionista, afferma, a proposito della esplosione cambriana, che: “Mezzo miliardo di anni fa apparvero improvvisamente le ragguardevoli forme di animali complessi che oggi vediamo. Questo momento, al principio del periodo Cambriano, all’incirca 550 milioni di anni fa, segna l’esplosione evolutiva che riempì i mari delle prime creature complesse. Gli ampi phyla animali odierni erano già presenti nei primi anni del Cambriano ed erano distinti tra loro quanto lo sono oggi (11).

Il periodo Cambriano rappresenta un ostacolo attualmente insuperato per le teorie evoluzionistiche. Il paleoantropologo evoluzionista svizzero Stefan Bengston confessa la mancanza di vincoli di transizione allorquando descrive tale periodo e finisce per commentare: “Frustrante (e imbarazzante) per Darwin, questo evento ancora ci abbaglia” (12).

Lo zoologo Harold Coffin è giunto a questa conclusione: “Se l’ipotesi dell’evoluzione graduale dal semplice al complesso è esatta, si dovrebbero poter trovare gli antenati di queste creature viventi improvvisamente apparse nel Cambriano; ma non sono stati trovati, e gli scienziati ammettono che ci sono scarse speranze di trovarli in futuro”.

Il Siluriano
Nel tardo Siluriano compaiono insieme i Condroitti ed i primi Osteitti e fin qui il problema sarebbe limitato dato che queste due classi avrebbero una origine difiletica. Gli Osteitti poi nel Devoniano si diversificano, ma nel Devoniano compaiono anche gli Anfibi che derivano da una sottoclasse degli Osteitti: i Sarcopterigi; questi ultimi si differenziano ben presto dagli Attinopterigi – l’altra sottoclasse degli Osteitti – e danno a loro volta origine agli ordini dei Dipnoi e dei Crossopterigi. Nell’ambito dei Crossopterigi poi si diversificano i Celacanti da un lato ed i Ripidisti dall’altro.
E’ proprio dai Crossopterigi Ripidisti che avrebbero avuto origine gli Anfibi. Ciò che lascia esterrefatti è che una successione così complessa che va dai primi Osteitti ai Sarcopterigi (Osteitti già molto evoluti), poi ai Crossopterigi che si diversificano in Ripidisti, e da questi si arriva infine ai primi Anfibi, sarebbe avvenuta solo in una cinquantina di milioni di anni un tempo assolutamente insignificante dal punto di vista evoluzionistico.

Gli insetti appaiono all’improvviso nella documentazione fossile, e in grande abbondanza, senza alcun antenato e completamente formate nelle loro strutture e morfologie come mostra anche l’immagine della mosca fossile rinvenuta in un’ambra dominicana di 20-30 milioni di anni fa proveniente da un’antica foresta pluviale, rintracciata nelle rocce di una montagna vicino Santiago nella Repubblica Dominicana.
Ciò è quanto il noto zoologo francese Pierre Grassè intendeva quando ha detto: “Siamo al buio per quanto riguarda l’origine degli insetti” (13).

Anche gli animali che si estinsero seguirono lo stesso schema. I dinosauri, per esempio, appaiono all’improvviso nella documentazione fossile del Triassico, senza alcun legame con forme ancestrali. Si moltiplicarono considerevolmente per tutto il Cretaceo ed il Giurassico, per poi estinguersi.

A questo riguardo, il Bulletin del Field Museum of Natural History di Chicago afferma: “Nella sequenza le specie appaiono in modo molto repentino, mostrano una stabilità assoluta o quasi nel corso della loro esistenza nella documentazione, e poi scompaiono bruscamente dalla medesima. E non sempre è chiaro – anzi, di rado lo è – se i loro discendenti fossero effettivamente più adatti dei loro predecessori. In altre parole, è difficile riscontrare un miglioramento biologico”.

L’esplosione dei mammiferi
Tutto quanto finora detto, vale e si rafforza analizzando la cosiddetta fioritura esplosiva dei mammiferi avvenuta nell’Oligocene (ca. 30 milioni di anni fa).

Gli evoluzionisti sostengono che tutte le specie mammifere si siano evolute da un comune progenitore. Nondimeno, gli orsi, le balene, i topi e i pipistrelli presentano enormi differenze.

Inoltre, nel momento della brusca apparizione dei mammiferi, le differenze tra loro erano già molto marcate. Animali tanto diversi, quali i pipistrelli, i cavalli, i topi e le balene sono tutti mammiferi emersi nel corso dello stesso periodo geologico. Stabilire una relazione evolutiva tra loro è impossibile anche all’interno dei più vasti confini dell’immaginazione. Lo zoologo evoluzionista R. Eric Lombard vi attribuì grande importanza in un articolo apparso sulla rivista Evolution:
“Queste ricerche di specifiche informazioni al fine di costruire filogenesi di taxa di mammiferi andranno incontro a delusioni” (14).

Se il mondo vivente fosse il risultato di un lento e graduale processo di evoluzione, ogni taxon dovrebbe aver fatto la sua prima comparsa nella forma di un gruppo naturale privo di sostanziali diversità rispetto al taxon originario di provenienza.

I più antichi rappresentanti di ogni taxon, in altre parole, dovrebbero essere piuttosto difficili da distinguere da quelli del taxon da cui derivarono, ed i loro caratteri peculiari (le ali degli Pterosauri e dei Chirotteri, il carapace dei Cheloni, le penne degli Uccelli, gli arti natatori degli Ittiosauri e dei Cetacei, ecc.) dovrebbero trovarsi appena abbozzati o sviluppati in modo scarso.

Invece non è così. I taxa risultano regolarmente ben individuabili fin dal loro primo apparire come fossili, e non si riesce mai né ad allacciarli con sicurezza ad antenati comuni vissuti in epoche precedenti, né, in ogni caso, a scorgere con chiarezza le derivazioni (15).

Ogni ritrovamento fossile classificabile in maniera sistematicamente diversa dagli altri organismi, ha un numero di diversità tale da rendere inverosimile una evoluzione diretta anche dalla specie tassonomicamente più ravvicinabile.

Questo significa che dallo studio delle diverse classi (ed anche ordini e famiglie), non si ritrovano assolutamente i resti fossili degli anelli di congiunzione postulati dalle teorie evoluzionistiche (16).

Tutto quanto finora detto, concorda con l’approfondito studio preparato dalla Società Geologica di Londra e dall’Associazione Paleontologica d’Inghilterra, sui cui risultati John N. Moore, docente di scienze naturali, ha scritto:
“Circa 120 scienziati, tutti specialisti, hanno compilato i trenta capitoli di un lavoro monumentale di oltre 800 pagine, per presentare la documentazione fossile di piante e animali suddivisi in circa 2.500 gruppi. […] Come si può notare, ciascuna principale forma o tipo di pianta e animale ha una storia separata e indipendente da quella di tutte le altre forme o tipi! Gruppi sia di piante che di animali appaiono all’improvviso nella documentazione fossile. […] Balene, pipistrelli, cavalli, primati, elefanti, lepri, scoiattoli, ecc., quando apparvero per la prima volta erano tutti distinti fra loro come lo sono oggi. Non c’è traccia di un antenato comune, e ancor meno di collegamenti con qualche rettile, presunto progenitore”. Moore aggiunge: “Nella documentazione fossile non sono state trovate forme di transizione, molto probabilmente perché non esistono proprio forme di transizione a livello fossile. E’ molto probabile che non si sia mai verificata una transizione da una specie animale all’altra e/o da una specie vegetale all’altra”.

***
(1) V. Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri predecessori, EP 1990, p. 15.
(2) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all’evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 190.
(3) Ibid., pp. 193-4.
(4) Ibid., p. 195.
(5) Ibid., p. 198.
(6) Ibid., p. 200.
(7) Ibid., p. 201.
(8) V. Marcozzi, op. cit., p. 17.
(9) Ibid., p. 17.
(10) D. Raffard de Brienne, Per finirla con l’evoluzionismo, Il Minotauro, Frascati 2003, p. 89.
(11) Richard Monastersky, Mysteries of the OrientDiscover, April 1993, p. 40.
(12) Stefan Bengston, Nature, Vol. 345, 1990, p. 765.
(13) Pierre-P Grassé, Evolution of Living Organisms, New York, Academic Press, 1977, p. 30.
(14) R. Eric Lombard, Review of Evolutionary Principles of the Mammalian Middle Ear, Gerald FleischerEvolution, Vol 33, December 1979, p. 1230.
(15) G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 234-6.
(16) Ibid., p. 271.

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