Evoluzione vuol dire entropia, di Giuseppe Sermonti


EVOLUZIONE VUOL DIRE ENTROPIA.

Il secolo XIX ha assistito all’affermazione di due fondamentali principi scientifici: quello dell’entropia (Carnot  1824), e quello dell’evoluzionebiologica (Buffon 1778, Lamarck 1809, Darwin 1859). I due termini hanno lo stesso significato, quello di “svolgimento”, che corrisponde al greco entropè e al latino evolutio.

L’entropia, o principio di Carnot, anche noto come principio di evoluzione, è conosciuta come il Secondo Principio della Termodinamica, ed ha vari enunciati. Secondo Tait, Perrin e Langevin il principio dichiara che “un sistema isolato non passa due volte dallo stesso stato(irreversibilità)”, quindi un ordine perduto non si ricostituisce più spontaneamente. Altrimenti asserisce che ”è impossibile trasportare calore da un corpo freddo su uno caldo”. Ciò corrisponde all’affermazione che i corpi tendono ad una temperatura uniforme, cioè alla cosiddetta “morte termica”. Più in generale l’entropia esprime la tendenza dei sistemi alla uniformità, al disordine, alla perdita di forma e complessità, alla morte. Per metafora, un castello di sabbia tende ad essere raso al suolo e mai si ricomporrà spontaneamente. L’entropia è principio di scomposizione, di degradazione, di decadenza di ogni sistema isolato.

 

L’EVOLUZIONE NELLA VULGATA

            Un enunciato del principio dell’evoluzione biologica è di difficile reperimento. Nella vulgata, “evoluzione” è “il passaggio lento e graduale degli organismi viventi da forme inferiori a forme sempre più complesse” (Devoto-Oli 1995). Per metafora, dal fango alla vita, dall’ameba all’elefante, dalla scimmia all’uomo. Benché l’evoluzionismo moderno rifiuti una simile enunciazione, in particolare per quel che attiene alla gradualità e alla progressività, esso lascia che la definizione corrente tenga il banco. Insiste però sulla circostanza che il processo è regolato dal Caso e che non è condotto da alcun ordine trascendente od esterno.

Così enunciati, i concetti di entropia e di evoluzione sembrano addirittura contrapposti, come  degradazione contro costruzione, come decadenza contro progresso. Questo può forse dar conto della riluttanza di Darwin ad impiegare il termine “evoluzione” nell’opera sull’Origine delle Specie (vi compare solo alla sesta edizione). Confrontato con il problema della “complessità”, Darwin asserisce che la sua teoria (la selezione naturale) la prevede, ma può anche comprendere il regresso. Si dica, per inciso, che la teoria di Buffon contempla un’origine delle specie per degenerazione. Scrive nel 1776: “…se fosse vero che l’asino non è che un cavallo degenerato, non vi sarebbero più limiti alla potenza della natura…” . L’evoluzionismo post-darviniano e quello del XX secolo sono comunque progressisti e gradualisti, almeno per il grosso pubblico.

            Se cerchiamo una enunciazione del concetto di evoluzione in un testo scientifico moderno (Helena Curtis, 1968, Biologia, glossario) troviamo questa definizione, sorprendente per un non specialista:“Processo che da una popolazione, in conseguenza di produzione di variazione genetica e dell’emergenza delle varianti per opera della selezione naturale, ne fa discendere un’altra con caratteristiche diverse”.Non si fa cenno di miglioramento o di aumento di complessità (solo di diversità), non si menziona gradualità: si parla solo di variazioni genetiche (mutazioni) e di selezione naturale. Sta di fatto che l’evoluzione ha perduto negli ultimi tempi ogni connotazione progressista, relegando una tale visione ad un’accezione popolare, moralistica e obsoleta della natura. Più che una vicenda, come nella vulgata,  essa è divenuta un meccanismo, senza tendenze o obiettivi.

 

 

MUTAZIONE E SELEZIONE, DEGRADAZIONE E CENSURA

            Consideriamo i due elementi di questo meccanismo: La mutazione – che per definizione è un errore di copiatura del testo genetico, un accidente puramente casuale – è un fenomeno degradativo, tendente al disordine, al caos. In virtù di essa una popolazione non può mai tornare a una condizione precedente: si tratta dunque di un processo “irreversibile”. Laselezione è un processo riduttivo, censorio, che tende ad eliminare le novità, la biodiversità, a livellare la popolazione. Liberata da tutti i suoi elementi estranei, romantici e teleonomici, l’evoluzione torna ad assumere l’asciutto volto dell’entropia. Diviene un processo dissolutore, una condanna alla perdita delle forme, una “fine delle specie”, quasi in contrapposizione al titolo darviniano “L’0rigine delle Specie”. Entropia e evoluzione vengono ad identificarsi non solo lessicalmente, ma anche concettualmente, come comune analisi pessimistica dell’esistenza, fisica o vivente. Negli scienziati del novecento si e andata sviluppando, secondo Robert Musil  “una preferenza per la delusione, la coercizione,  l’inesorabilità, la fredda minaccia o l’asciutta censura…”

 

LA SESSUALITA’ CONCLUDE L’EVOLUZIONE

            I genetisti sono soliti aggiungere un elemento gioioso ai severi meccanismi evolutivi: la sessualità. Essi ragionano che, se la mutazione introduce localmente e a bassissima frequenza le novità, la ricombinazione sessuale è in grado di associare diverse novità in uno stesso ceppo, rendendosi così ricchissima sorgente di innovazioni. La sessualità ha portato un importante contributo alla teoria matematica dell’evoluzione. Nella realtà, essendo di regola la mutazione una perdita di informazione, l’associazione di diverse mutazioni esalta il processo di decadimento della specie. Più importante ancora è la considerazione che essa produce un mescolamento continuo dei genotipi della specie, promuovendo l’uniformità genetica di questa. Per metafora, la sessualità agisce come il mescolamento di un mazzo di carte, che, mescolato, non torna più all’ordine iniziale. Perché si determini una diversificazione nell’ambito di una popolazione è necessario che si stabilisca una barriera riproduttiva, cioè l’isolamento di sottogruppi autonomi, per l’insorgenza di ostacoli fisici o etologici (speciazione allopatrica o simpatrica). La sessualità è quindi freno all’evoluzione. Quando essa inizia, l’evoluzione, intesa come emergenza di diversità, si arresta. La sessualità è un processo di mescolamento, quindi anch’essa, con la mutazione e la selezione, un processo entropico.

            Tutta l’evoluzione, come la immaginò Darwin e come sarà sviluppata dai neo-darvinisti, è un processo degenerativo, che può dar conto della decadenza della vita e delle forme, della irreversibilità delle trasformazioni, della loro scomparsa, mai della creazione, della insorgenza, della formazione di alcunché. Dopo un secolo e mezzo di “evoluzionismo”, abbiamo sviluppata, sotto il nome inappellabile di “evoluzione”,  la teoria della involuzione, della regressione verso l’elementare e l’informe, una teoria della decadenza. Con questa pretendiamo di dar conto delle gloriose esplosioni delle forme e della vita, o, per dirla con una poetessa  (Karen Blixen), di fronte alla fioritura degli alberi, della natura come “manifestazione di uno spirito universale – inventivo, ottimista e giocondo all’estremo – incapace di  trattenere i suoi scherzosi torrenti di felicità.”    

 

SUL “PROGRESSO” SOCIALE

            A ben rifletterci, la visione di progresso come dissoluzione appartiene ormai da tempo anche alla nostra cultura sociale. Per descrivere il progresso di un popolo parliamo di emancipazione, di promiscuità, di rimozione di tabù, dideregulation. L’idea di globalizzazione corrisponde a quella di mescolanza universale, di abolizione di ogni barriera, di uniformità, cioè, in termini fisici, di entropia. La caduta delle regole dà  un senso di liberazione, di allegria, di carnevale (che nulla ha a che fare con la felicità del poeta). La promiscuità e il livellamento ci offrono la sensazione dell’accessibilità di ogni cosa, di un generale raggiungimento. E cosa è più eccitante di un disvelamento totale che scopre il proibito e il protetto? E’ evidente tuttavia che tutte queste conquiste si consumano rapidamente, sono la dissoluzione dell’energia e della polarità, preludono all’inerzia, al generale appiattimento che corrisponde alla morte termica cui tendono i fenomeni entropici, ad una oscura escatologia .

            “L’idea della fine del mondo – ha scritto M. Sgalambro (1982) – nasce nella comunità scientifica come segno ecclesiale. Li unisce nel suo nome l’angelo sterminatore della fisica. Dal dolore della fisica nasce l’eschatonil promesso annientamento del mondo.” E più avanti: “La condizione scientifica è la condizione di esseri miserabili che sanno la loro miseria… Una sintesi di matematica e disperazione unisce il cielo stellato sopra di noi e l’infinita tristezza in noi.”

 

SUPERARE L’ENTROPIA

            Alcuni fisici, trascurati  dal neo-darwinismo imperante, si sono preoccupati del vicolo cieco nel quale si era ridotto l’evoluzionismo  entropico e dei problemi che esso creava per la comprensione della forma organica. “  E’ l’opposizione alla decadenza nello stato inerte di ‘equilibrio’ – ha scritto Schroedinger (Che cos’è la vita?, 1944) – che rende l‘organismo così enigmatico… Ciò di cui un organismo si nutre è entropia negativa.”  Schroedingher creò per questo concetto il termine di ‘neghentropia’. ‘Sintropia’ è il termine che negli stessi anni fu adottato da Luigi Fantappiè, che postulò una realtà occasionalmente procedente dal futuro verso il passato. L. Cuenot (1944) si appella a un Anti-Caso. Altri autori, come Etienne Gilson (1971), adottano le Cause Finali  aristoteliche. Scrive Gilson: “Le cause finali sono scomparse dalla scienza, ma sono scomparse dalla mente degli scienziati? …  Non si vede come, a dispetto  del divieto che le tiene alla porta dei laboratori, non possano continuare a ossessionare le menti degli scienziati.” Françoise Jacob (1970), evoluzionista convinto, ha scritto: “ riconoscere la finalità nei sistemi viventi vuol dire che non si può fare più biologia senza riferirsi costantemente al fine degli organismi, al significato che la loro esistenza dà anche alle loro strutture e alle loro funzioni”.

Grande assertore dell’importanza del significato (Darstellungwert, valore della presentazione)  è lo zoologo Adolf Portmann (Le forme degli Animali, 1960), che cerca di attrarre il nostro sguardo “verso la proprietà più significativa delle forme organiche, che è quella di rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura dei singoli esseri viventi e di portare, di detta natura, la testimonianza diretta nelle loro forme particolari ”.

 

UNO SPLASH DI LATTE

            Se ogni argomentazione finisce con un punto nero, io preferisco adottare in conclusione  una gocciola bianca. Una goccia di latte cade su una superficie di latte e determina, nel luogo dell’impatto, una turbolenza, uno splash, che si evolve in una deliziosa coroncina, formata da un cercine da cui emergono una ventina di goccioline, e si disfa (D’Arcy W. Thompson, 1917). Sempre eguale, c’è da presumerlo, da che latte è latte, sempre la stessa in qualunque punto della terra (e dell’Universo), non ha richiesto tentativi ed errori, non ha conosciuto selezione naturale, non contiene DNA, non ha finalità, non serve a nulla, non è neppure ‘viva’. Eppure nessuno può negarle una distinta complessità, una forma elegante. Che cosa ha prodotto quella forma? Dove era nascosta l’informazione che si è resa manifesta? Non nella goccia di latte (che può essere sostituita da una perla o da un sassolino), non nella superficie del latte, che è piana e uniforme. Si direbbe nelle proprietà dello spazio, che accoglie solo alcune configurazioni preferite, o forse nelle leggi della geometria e in quelle della dinamica dei fluidi. Certo non è al lavoro il Caso, certo l’entropia è sconfitta ed è all’opera una immissione d’ordine nella materia, che ci dovremo un giorno dar cura di approfondire, rendendola l’oggetto primo degli studi sulla generazione delle forme, e abbandonando le oziose spiegazioni fondate sui giochi del Caso.   

 

 

 

 

 

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