Evoluzionismo tra mito e realtà. Perché il darwinismo è falso


INTRODUZIONE

Pier Maria Boria

 

Condizione necessaria per la sopravvivenza di una teoria è il riscontro sperimentale. Purtroppo l’entusiasmo dei positivisti per la teoria dell’evoluzione della specie (chiamante in causa la selezione naturale ed altri fattori escogitati più o meno ad hoc) ha offuscato tale necessità, cosicché lo stesso Darwin, osservatore attento e naturalista di grande talento, è stato scavalcato dimenticando con disinvoltura le sue stesse raccomandazioni che incitavano chi di dovere (i paleontologi in primis) alla ricerca delle prove sperimentali dell’evoluzione stessa.

Prove che alcuni volonterosi, in mancanza di meglio, si sono fabbricate adattando reperti naturali alle necessità della teoria (uomo di Piltdown) o confondendo le acque con altre “scoperte” (il caso Lucy).

Tutti i ritrovamenti in grado di appoggiare la teoria sono accomunati dal medesimo iter evolutivo (questa si che è un’evoluzione!): scoperta, gran-cassa mediatica, diffusione di notizie in dettaglio a tutti i livelli, distribuzione di disegni ed altre risorse audiovisive, tavole rotonde capitanate dai soliti dilettanti scientifici; poi, quando la scoperta risulta una bufala (se non addirittura un ingegnoso (?) imbroglio), l’iter prevede che la notizia sia lasciata cadere con nonchalance, senza clamore, così, con sufficiente disinvoltura! Quel che rimane nell’immaginario collettivo sono i colpi di grancassa iniziali; l’uomo qualunque si fida, per ovvia personale necessità, di chi ha costruito la propria fortuna sull’autorità acquisita e protetta dai propri colleghi.

Le armi con cui puntellare e difendere posizioni indifendibili sono quelle classiche di chi ha torto: anziché mostrare l’errore nelle dichiarazioni degli antievoluzionisti si sbertucciano le persone usando argomentazioni al limite della contumelia.

Come si racconta in questo lavoro, che ripercorre i centocinquant’anni di storia di questa strana avventura del pensiero ascientifico, già Darwin si stupiva della mancanza di quella che dovrebbe essere stata una grande presenza di fossili di transizione e questo stupore onora la sua onestà intellettuale.

E’ recente l’avventura di quei naturalisti che da un dente, più o meno fortunosamente repertato, hanno ricostruito, sulla carta, un ominide: operazione che contempla la ricostruzione anche delle parti molli. Parti che, ovviamente, nessuno ha mai visto e che, se l’interessato vedesse nella ricostruzione, s’incazzerebbe a morte come farebbe chiunque nel vedersi rifatto tanto brutto!

Così va il mondo: da un lato si predica che una delle fondamentali conquiste del pensiero scientifico consiste nella rinuncia al Principio di autorità, (l’ipse dixit di antica memoria), dall’altro si attribuiscono caratteristiche autoritarie alle tesi di Tizio, Caio e Sempronio (essi sono “autorevoli”), indipendentemente dalla verificabilità sperimentale degli asserti.

La teoria dell’evoluzione della specie, comunque, è attaccabile in diverse maniere: lo dimostra questo saggio in modo aggiornato e scorrevole; espone con chiarezza quali sono le falle di metodo e riferisce le opinioni di studiosi, diversi tra loro sia per l’estrazione che per la specializzazione scientifica.

Si citano le opinioni di personaggi celebri i cui lavori hanno fatto la storia della Filosofia, si ricordano le conquiste della genetica e le implicazioni dell’Informazione sulla complessità degli esseri viventi; si ricorda la teoria dell’Intelligent Design, che presuppone l’esistenza di un progettista, mentre la Biologia ci assicura che i genotipi sono soggetti ad un principio di conservazione che impedisce tassativamente la trasmissione di DNA danneggiati se non a condizione che l’individuo ricevitore risulti malato. Ovviamente è inevitabile chiedersi come una serie di malattie possa produrre, ad un certo punto, una mutazione genetica favorevole al miglioramento della specie.

D’altronde dovrebbe essere chiaro per tutti un concetto fondamentale: all’uomo di Scienza corre l’obbligo di sostenere il primato dei fatti in modo da relegare automaticamente i furbi ed i chiacchieroni nel girone di coloro che, affabulando (anche con maestria) creano gran confusione: come dire creano grandi quantità di entropia intellettuale.

Tra la visione d’oltre oceano e la visione europea c’è il consueto gap epistemologico: le posizioni antievoluzioniste sono accolte con maggior apertura ed interesse negli USA, tanto che è possibile parlarne anche nelle scuole, mentre da noi la faccenda si fa ancora seria ed i creazionisti sono visti come visionari oscurantisti da relegare in un limbo di scarse comunicazioni.

Se facciamo attenzione, i nostri maggiori imbonitori “scientifici”, che hanno a disposizione i mezzi di comunicazione di massa (trasmissioni televisive in testa) cantano tutti la medesima musica ed appartengono tutti a quel filone di pensiero che, anche in questo saggio, viene definito Pensiero Unico.

Osservazioni personali suggeriscono che tale gap abbia una estensione temporale di circa vent’anni. Infatti questo si è già verificato a metà degli anni cinquanta del secolo scorso: allorché l’America si chiese quali fossero le cause del proprio ritardo nella conquista dello spazio; tra le varie risposte ci fu che l’insegnamento della Matematica andava rivoluzionato. Così a metà degli anni settanta, proprio una ventina d’anni dopo, l’onda lunga giunse anche da noi e nelle nostre scuole medie diventò obbligatorio insegnare l’”insiemistica” (così si diceva) ché faceva diventare tutti più intelligenti…

Quell’onda lì, lunga ed inefficace, ormai è passata, ma c’è da augurarsi che lo spirito critico degli uomini liberi, veramente liberi dall’oppio del pregiudizio e della superbia, porti anche da noi quel vento di rinnovamento nei programmi scolastici che fa capire ai giovani che la Scienza (quella con la esse maiuscola) si serve e progredisce quando la si ama e la si applica con una disposizione d’animo essenziale: l’umiltà.

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