L’Imperialismo e il darwinismo sociale


DI 

L’interpretazione dell’opera di Darwin europea era perfetta per costituire una maschera a quello che in realtà era una messa in atto di una grande politica di potenza, di un uso spregiudicato della violenza e di una vantaggio impressionante per le esportazioni delle nazioni che grazie alle nuove industrie erano in grado di produrre quantità incredibili di beni. Si costituì una mentalità razzista, per cui era assolutamente normale sovrastare le culture di paesi meno sviluppati; anzi era necessario.

 

Thomas Malthus, Charles Darwin, Rudyard Kipling. Indubbiamente grandi menti, talenti non comuni, questi personaggi hanno, volontariamente e non, acceso la scintilla dello sfruttamento coloniale da parte delle avanzate nazioni europee del XIX e XX secolo. Malthus, economista e intellettuale vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, elaborò il concetto della famosa ‘trappola’. La trappola malthusiana prevede che le risorse alimentari si rivelino nel lungo periodo insufficienti a sfamare le bocche dell’intera popolazione. Il meccanismo che fa scattare la trappola è lo squilibrio tra la modalità di crescita demografica e quella della produzione alimentare. Inevitabilmente alcune bocche non verranno sfamate, dunque, in base a quale criterio si decide chi si salva e chi no? Questa la domanda che ispirò Charles Darwin, che  a seguito di rigorose ricerche scientifiche arrivò alla conclusione che esistesse una sorta di ‘selezione naturale’.

Le sue teorie furono esposte in una delle opere più importanti degli ultimi tempi, in grado di rivoluzionare l’istruzione scolastica, creare conflitti con la Chiesa, e soprattutto sconvolgere la società borghese formatasi durante la prima rivoluzione industriale e i cui presupposti si radicalizzavano ulteriormente con la seconda. E’ il 1859, e ‘L’origine delle specie’ di Darwin viene divulgata. E’ un enorme passo nel campo della conoscenza scientifica. Ma nonostante il progresso tecnologico dell’epoca e il miglioramento delle condizioni di vita (si tratta naturalmente di un privilegio riservato a pochi ‘eletti’), le teorie di Darwin suscitarono un effetto inaspettato. La società per classi poteva considerarsi giunta alla fine, almeno formalmente, e si instaurò in quel periodo nelle persone appartenenti a quella nuova borghesia industriale ( benestante o povera che fosse) il mito della ‘scalata sociale’. Il meccanismo che faceva ruotare gli ingranaggi della società era la competizione, l’ambizione di uscire da una condizione mediocre per innalzarsi culturalmente ed economicamente. L’unico problema era che il modo migliore per riuscirci era far ‘soccombere’ qualcun altro. La società odierna non è poi così diversa:  continua a prevalere l’interesse individuale rispetto a quello collettivo. La selezione naturale esiste anche nella società, tra le persone: sopravvive il più forte. Oltre all’impatto che ‘L’origine delle specie’ ebbe nella società europea, sviluppata, industrializzata, si deve considerare l’impatto che l’opera ebbe anche nel continente africano e asiatico. Gli europei infatti hanno interpretato la selezione naturale dello studioso inglese come ha fatto loro più comodo. La selezione naturale venne applicata perciò nei rapporti tra nazioni: lo Stato più forte e più potente avrebbe sicuramente goduto di un primato in Europa. Quale modo migliore di mostrarsi una grande nazione se non occupando territori sconfinati da cui attingere materie prime ed esercitate un ampio controllo politico? Negli ultimi decenni del XIX secolo paesi come l’Inghilterra, la Francia, la Germania, e anche l’Italia furono travolte da un bisogno di espansione a livello planetario. I grandi imperi già esistenti si amplificarono. Non bisogna credere che nei decenni precedenti non ci fosse interesse da parte delle nazioni europee ad assoggettare al loro potere le cosiddette colonie. Gli imperi coloniali erano già presenti nel quadro geopolitico dell’ Ottocento. Ma il territorio asiatico e africano occupato aumentò in maniera quasi incredibile. Dal 1870, quando il continente africano era controllato per appena un decimo dagli europei, nel giro di trenta-quarant’anni si passò ai nove decimi. Gli interessi economici erano già noti prima degli studi di Darwin: materie prime a basso costo, sfruttamento della manodopera, ampliamento del mercato, un importante e potenziale sbocco per le merci nazionali. Come se non bastasse gli europei fecero ‘specializzare’ l’economia delle proprie colonie così da trarne il massimo profitto dal punto di vista produttivo, ma sconvolgendo gli equilibri dei paesi dominati che tutt’ora ne soffrono le conseguenze.

Ma alla fine dell’Ottocento al colonialismo era stata affiancata una giustificazione. L’interpretazione dell’opera di Darwin europea era perfetta per costituire una maschera a quello che in realtà era una messa in atto di una grande politica di potenza, di un uso spregiudicato della violenza e di una vantaggio impressionante per le esportazioni delle nazioni che grazie alle nuove industrie erano in grado di produrre quantità incredibili di beni.  Si costituì una mentalità razzista, per cui era assolutamente normale sovrastare le culture di paesi meno sviluppati; anzi era necessario. Rudyard Kipling, autore del ‘Libro della giungla’, scriveva nel 1899 riguardo il ‘fardello dell’uomo bianco’. L’autore inglese invitava i ‘cugini’ degli Stati Uniti ad addossarsi il fardello dell’uomo bianco, prescelto dal Signore e incaricato di innalzare i popoli inferiori . Anche negli Stati Uniti la razza bianca aveva instaurato una civiltà che gli eletti avrebbero dovuto esportare su scala planetaria; durante gli anni precedenti lo scritto di Kipling gli U.S.A. si erano cimentati nell’impresa coloniale interessandosi delle Filippine. Invadere territori di popolazioni arretrate era per Kipling una responsabilità morale, cui l’uomo bianco, la razza perfetta avrebbe dovuto adempiere per portare la civiltà a persone che probabilmente stavano meglio senza. Kipling sosteneva anzi che le razze inferiori si dimostrassero ingrate ai benefattori europei, i quali si sforzavano tanto per far dono loro di una civiltà simile alla propria. Questo è solo uno dei molti esempi storici di macchinose propagande volte a camuffare crimini brutali in atti umanitari.

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