QUANDO GLI SCIENZIATI CERCAVANO ADAMO ED EVA


di Mihael Georgiev

Alcuni lettori ci chiedono come conciliamo la cronologia biblica con la scoperta che la prima donna, dalla quale tutti discendiamo, sarebbe vissuta 150 000 anni fa.

La storia della scoperta scientifica della discendenza da una sola donna vissuta 150mila anni fa è iniziata il 1 gennaio 1987, quando sulla rivista Nature è comparso un articolo dove gli autori annunciavano che in base alla loro ricerca gli uomini moderni discendono da una unica donna, vissuta in Africa circa 200mila anni fa. (Cann, RL., Stoneking, M., Wilson, AC., Mitochondrial DNA and Human Evolution, Nature1987;325:31-36, 1 gennaio). Per il suggestivo richiamo alla “madre” biblica di tutto il genere umano ed il modo in cui è stata fatta la scoperta, a questa ipotetica donna è stato dato il nome “Eva mitocondriale”. La notizia ha colpito l’immaginazione del pubblico tanto che è finita il 26 gennaio dello stesso anno sulla rivista Time, ed un anno dopo, l’11 gennaio 1988, sulla copertina della rivista Newsweek, che è disponibile sulla pagina internet: http://www.virginia.edu/woodson/courses/aas102%20(spring%2001)/articles/tierney.html.

A questa conclusione i ricercatori sono arrivati esaminando un particolare tipo di DNA, contenuto nei mitocondri, chiamato DNA mitocondriale (mtDNA). I mitocondri sono particolari strutture, presenti nelle cellule, che contengono un  piccolo filamento di mtDNA che ha soltanto 37 geni (per contro, il DNA del genoma umano che si trova nel nucleo delle cellule, ha oltre 70mila geni). Mentre il DNA nucleare è costituito per metà da DNA proveniente dalla madre e metà proveniente dal padre, il DNA dei mitocondri (mtDNA) proviene soltanto dalla madre, cioè si trasmette soltanto per linea femminile. Come il DNA nucleare, anche il mtDNA subisce variazioni causate da mutazioni. Confrontando le variazioni nella molecola del mtDNA tra 145 persone provenienti dai cinque continenti, i ricercatori hanno stabilito  che il mtDNA dell’uomo moderno deriva da una sola molecola, cioè da una sola donna; siccome il numero di variazioni – cioè mutazioni – è risultato superiore tra gli africani, hanno concluso che sono gli uomini più antichi, perciò questa donna è vissuta in Africa.

Qualcuno – non certo i ricercatori – ha considerato queste due conclusioni come prova scientifica di monogenismo, ma ciò è errato. Quand’anche il mtDNA umano provenisse da una sola donna, potrebbero benissimo esserci state più donne-madri all’inizio. Quelle di loro che hanno avuto solo figli maschi avrebbero potuto trasmettere il loro mtDNA solo ai discendenti della prima generazione, ma non oltre. Tuttavia, anche queste donne sarebbero a tutti gli effetti “madri” del genere umano, in quanto hanno comunque contribuito al patrimonio genetico dei discendenti, ma solo con il DNA nucleare e non con quello mitocondriale. Per fare un esempio, se una donna ha solo tre figli maschi, il mtDNA dei suoi figli sarà copia del suo mtDNA, che però non può essere trasmesso oltre; il mtDNA dei suoi nipoti sarà invece copia di quello delle rispettive nuore e non più della nonna. In altre parole, le conclusioni dei ricercatori non sono una “prova” del monogenismo, ma sono semplicemente compatibili con esso. Chi vuole credere nel monogenismo lo può fare solo per fede, perché esso non è provato scientificamente. Fede che, per fortuna, non contraddice i dati scientifici, ma è compatibile con essi. Il monogenismo è un buon esempio dei rapporti tra fede e scienza per quanto riguarda le origini.

La terza conclusione riguardava l’epoca in cui è vissuta l’Eva mitocondriale. Per calcolare tale epoca, i ricercatori si sono basati su alcuni assunti incontrollabili, che a loro volta sono basati sul presunto tempo dell’evoluzione. Ad esempio, presumendo che la linea evolutiva dell’uomo e quella dello scimpanzé si sono divise 5 milioni di anni fa, si può contare il numero di variazioni tra il mtDNA della scimmia e quello dell’uomo moderno, dividere tale numero agli anni trascorsi (5 milioni), calcolando così la frequenza delle mutazioni del mtDNA; moltiplicando poi tale frequenza per il numero di variazioni presenti nel mtDNA degli uomini moderni, si può calcolare il tempo necessario per l’accumulo di tante variazioni. In questo modo i ricercatori hanno concluso che la madre del genere umano è vissuta tra 140 000 e 1 000 000 di anni fa,  proponendo 200mila anni come una media ragionevole.

Mentre il monogenismo soddisfaceva molte persone, l’età dell’Eva mitocondriale risultava incompatibile con la cronologia biblica, quindi era una doccia fredda per i creazionisti biblici. I quali sono tornati a sorridere 10 anni dopo, quando altre ricerche, alcune delle quali fatte sui resti dell’ultimo zar di Russia Nicola II, hanno dimostrato che la frequenza delle mutazioni del mtDNA può essere 20 volte maggiore di quella calcolata prima (Gibbons A., Calibrating the Mitochondrial Clock, Science 1998;279:28-29, 2 gennaio). Rifacendo i calcoli con la nuova frequenza, l’Eva mitocondriale sarebbe vissuta solo 6-7000 anni fa, esattamente come l’Eva biblica.

Naturalmente anche in questo caso vale quanto detto prima del monogenismo. Se la datazione è fallace, lo è non solo quando dà risultati conformi alla scala di tempo evoluzionista, ma anche quando dà risultati conformi alla genealogia biblica. Se uno vuole credere alla cronologia della Genesi, deve accontentarsi che la sua fede sia conforme ai dati scientifici, ma non pretendere che sia “provata” dalla scienza. Comprendendo questo, i credenti avrebbero l’occasione di fare pure bella figura, dato l’alto tasso di dogmatismo che regna attualmente nel tempio del sapere scientifico.

A vanificare definitivamente le speranze di trovare Eva con lo studio del mtDNA è arrivata la notizia che il DNA mitocondriale sarebbe in grado di scambiare pezzi con il DNA nucleare (Morris, AAM., Lifgtowlers, RN, Can paternal mtDNA be inherited?, Lancet 2000;355:1290-1291., Williams, RS, Another Surprise from the Mitochondrial Genome, New England Journal of Medicine, 2002;347:609-611). Questi ultimi dati smontano l’assunto della “purezza femminile” del mtDNA, che potrebbe includere anche geni di origine paterna. Ma ci fermiamo qui, perché siamo già fuori dall’argomento discusso sopra.

 

 

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