L’uso ideologico della biologia


Di Giorgio Masiero

Per quasi 50 anni ci siamo illusi che la scoperta delle basi molecolari dell’informazione genetica avrebbe svelato il segreto della vita, che bastasse decrittare il messaggio nella sequenza dei nucleotidi del DNA per capire il programma che fa di un organismo ciò che è. Ci stupiva che la risposta fosse così semplice. […] Ora che cominciamo a misurarne l’ampiezza, ci stupisce non la semplicità dei segreti della vita ma la loro complessità”. Evelyn F. Keller

Il 28 febbraio 1953, Francis Crick e James Watson convocarono all’Eagle pub di Cambridge i giornalisti ed un gruppo di amici, cui annunciarono di “aver scoperto il segreto della vita” nella doppia elica del DNA. Si brindò a birra e whisky, come richiedeva l’evento, che fu anche immortalato anni dopo in una targa all’entrata del locale. Nel 1976, Crick alzò il tiro: “Lo scopo ultimo della biologia moderna è spiegare la coscienza in termini di chimica e fisica”, un risultato “raggiungibile in una generazione”. Sappiamo com’è andata la storia: lungi dall’aver trovato i segreti della vita e della coscienza, la biologia non sa ancora come funziona il DNA, così da far dire oggi a Evelyn F. Keller: “Per quasi 50 anni ci siamo illusi che la scoperta delle basi molecolari dell’informazione genetica avrebbe svelato il segreto della vita, che bastasse decrittare il messaggio nella sequenza dei nucleotidi del DNA per capire il programma che fa di un organismo ciò che è. Ci stupiva che la risposta fosse così semplice. […] Ora che cominciamo a misurarne l’ampiezza, ci stupisce non la semplicità dei segreti della vita ma la loro complessità”.

Perché il “segreto della vita” è ancora coperto?

 

L’iperbole di Crick

Se vale il Dogma centrale della biologia molecolare (DNA ↔ RNA → proteine), il programma genetico contiene tutte le istruzioni per assemblare infine, ordinatamente, le proteine di cui un organismo vivente ha bisogno per l’esercizio delle sue funzioni. Il genoma sarebbe simile ai programmi dei nostri pc, che sono insiemi ordinati di istruzioni, eseguibili da una macchina di Turing per svolgere determinati compiti. Il Dogma (dovuto a Crick, 1958) apre però più questioni di quelle che lo scienziato britannico si proponeva di chiudere.

Un parallelo col programma usato alle pompe di benzina nel rifornimento automatico può essere utile. Secondo questo algoritmo, dobbiamo pagare prima di caricare il carburante nel serbatoio, e prima di pagare dobbiamo scegliere la pompa, ecc. Le istruzioni sono esposte in bella vista. L’elenco può essere scritto in lingua italiana con inchiostro su plastica, o in inglese con grafite su carta, o in cinese con gesso su ardesia, e potrebbe essere anche scolpito su marmo in una striscia di 0 e 1. Il programma è sempre lo stesso: un oggetto matematico, un algoritmo astratto indipendente dal codice alfanumerico e dal supporto fisico usati. Questo è il primo punto in information science.

Cui si accompagna subito un secondo. Per la produzione di un’azione fisica finale, necessariamente ogni algoritmo deve essere “crittato” in un codice e “istanziato” in un mezzo materiale: in un idioma stampato per il servizio di auto-rifornimento di carburante, negli orientamenti magnetici dei domini di Weiss del disco rigido per l’accensione differenziata dei pixel sul monitor del pc, o nella successione di nucleotidi nella molecola del DNA per il metabolismo degli organismi viventi.

Ora, se un automobilista trova le istruzioni in una lingua che non conosce, il programma gli risulterà una stringa senza senso e senza utilità e… il rifornimento impossibile. Voglio dire – e questo è il terzo punto – che ogni programma informatico crittato acquista significato (e veicola informazione utile) solo in un metalinguaggio dato dal sistema operativo che lo “decritta”, traducendo i simboli alfanumerici in operazioni fattibili dall’esecutore fisico. Il programma alla stazione di servizio scritto in italiano a caratteri latini (linguaggio) ha significato solo per chi conosca la lingua italiana (metalinguaggio), così da poter tradurre i simboli (la stringa di caratteri latini) in univoche azioni da mettere in moto. Linguaggio e metalinguaggio sono cose distinte: si può saper leggere una lingua (e anche riconoscerla) senza capirla, o parlarla senza saper scriverla. Allo stesso modo, ogni stringa del DNA dev’essere interpretata per significare una proteina dedicata ad una funzione metabolica: il rilascio di filamenti di DNA pieni d’informazione su una Terra priva di vita è un’immagine hollywoodiana senza fondamento. Qual è il metalinguaggio che decritta il codice del DNA conferendogli significato? È il sistema operativo dell’RNA (logicamente pre-esistente) con i suoi apparati di decrittazione, secondo il Dogma.

Quarto punto: ci vuole un apparato fisico per eseguire le traslazioni tra i programmi istanziati e per svolgere le operazioni di scopo. Io conosco il codice usato nel pentagramma musicale, ma non so suonare alcuno strumento (nemmeno solfeggiare). Non ho la manualità…

Insomma un programma d’istruzioni codificato in un linguaggio è una cosa separata dal linguaggio superiore che lo interpreta, decrittandone il codice per tradurlo in operazioni fisiche, o anche per tradurlo in programmi intermedi crittati in altri linguaggi; e queste attività sono distinte dall’algoritmo a monte e dalla costruzione di esecutori fisici efficienti di tutti i processi. Il costruttore dell’impianto automatico di benzina ha dovuto

  1.  concepire l’algoritmo astratto delle operazioni ordinate per l’auto-rifornimento;
  2. scegliere il metalinguaggio (la lingua parlata) usato dagli utenti per interpretare un’istanziazione crittata dell’algoritmo e tradurlo in operazioni fisiche;
  3. crittare l’algoritmo in un codice (la forma scritta della lingua prescelta), anche con una certa elasticità di crittazione e sequenziamento, e istanziarlo in un formato leggibile;
  4. costruire l’apparato fisico integrato per l’esecuzione di tutte le fasi di rifornimento di carburante.

Nel genoma, a ciascuna operazione (algoritmica, informatica, chimica e fisica) corrispondono altrettanti misteri. L’annuncio di Crick e Watson di averli risolti resterà un’iperbole (giustificata dall’euforia di aver trovato una prima mappa) fino a quando non si sia ricostruito il meccanismo, o almeno immaginato un modello, di come dalla materia inanimata (della Terra o dell’Universo)

  1.   siano state concepite le istruzioni concettuali necessarie ad organizzare il metabolismo di una cellula fondato sulla chimica del carbonio;
  2. sia stato inventato il sistema operativo necessario ad interpretare quelle istruzioni, una volta codificate in un programma istanziato in un polimero: l’enzima RNA polimerasi per la produzione di mRNA, destinato ad esser tradotto nelle proteine che regolano il metabolismo;
  3. siano stati elaborati i software e i codici per istanziare il programma genetico in un polimero: il DNA (e nient’altro?), come insieme di sequenze (“geni”) di basi utilizzate per la sintesi di RNA, con una ridondanza pianificata così da ridurre gli errori di traslazione nell’mRNA tra i codoni e l’inserimento degli aminoacidi durante la sintesi proteica
  4. sia stato ingegnerizzato un sistema di “macchine” (la cellula), capace di eseguire le traslazioni DNA ↔ RNA → proteine.

Se il segreto della vita è un problema scientificamente decidibile (perché – ricordo agli ottimisti ingenui – incombe sempre la spada di Damocle del teorema di Gödel), il darwinista non può nemmeno avvicinarvisi per la rozzezza della sua strumentazione. Quando gli si domanda di esemplificare un processo biologico evolutivo con l’incremento dell’informazione utile alla sintesi di nuove proteine (e funzioni metaboliche), egli nega senso alla domanda scandendo: “Il concetto d’informazione in biologia è tutt’altro che assodato. […] Il DNA non è un software” (Telmo Pievani, nella sua lettera aperta del 12 gennaio u.s. ad Enzo Pennetta) e corre dalla limpidezza del codice aritmetico alla fumosità della lingua parlata. Eppure, la biologia è lo studio degli organismi viventi, che si distinguono dalla materia inanimata “soltanto per la presenza di un programma genetico” (Ernst Mayr). Il docente di “filosofia della biologia” come spiega agli studenti in che cosa la sua disciplina si distingue dall’epistemologia generale, quando rinuncia ai concetti di programma genetico e d’informazione? dice che il Dogma centrale della biologia è, appunto, un “dogma”, cioè una dottrina religiosa? con quale definizione di vita apre il suo corso dedicato alla critica dei metodi di studio della vita?

Nell’abiogenesi poi, dove il Dogma non può essere invocato perché qui si tratta di dedurre il loop (DNA ↔ RNA) che vi è postulato, agli ingenui resta solo la via d’uscita (metafisica) degli universi transfiniti, nelle cui borgesiane “Biblioteche di Babele” c’è un racconto scritto per ogni storia immaginabile. Ma, come diceva Seneca il Vecchio a proposito di certi filosofi, “tutte queste idee le traggono dal proprio cervello, non dall’evidenza scientifica”, perché le loro speculazioni sono contraddittorie con ogni empiria sulla finitezza di spazio-tempo e di massa-energia dell’Universo che i fisici osservano.

 

Il metodo delle scienze naturali

Se tralasciamo le esagerazioni alla Crick & Watson (veniali in menti geniali concentrate per una vita intera su un unico obiettivo), ogni giorno ci vengono annunciate sulla vita “scoperte” minori, riguardanti pillole della felicità e geni dell’onestà, intervallate dallo scoop ciclico sulle “tracce” di vita aliena. In un recente articolo ho proposto due cause per questa gragnuola incessante: la ricerca di visibilità da parte di strutture tecno-scientifiche in affanno e l’incapacità di molti ad ammettere i limiti statutari, o anche solo l’ignoranza attuale, delle scienze naturali su alcune questioni. Il valore della visibilità per un settore, come la ricerca, fortemente dipendente dagli stanziamenti pubblici si spiega da sé: in una competizione intra-gruppo e tra gruppi inferocita dalla crisi economica in Occidente, la tendenza a vendere la fantasia per scienza non è più da noi l’eccezione di qualche ramo deviato, ma una pandemia diffusa dal corto circuito coi media. Ma cosa c’è dietro l’altro fronte, quello dell’onniscienza conclamata? Provo a rispondere, ripassando i limiti e il metodo della scienza naturale.

Attingo alla fonte purissima del suo inventore: Galileo Galilei. Nella terza lettera (“Delle macchie del Sole, nella quale anco si tratta di Venere, della Luna e pianeti Medicei, e si scoprono nuove apparenze di Saturno”, 1 dicembre 1612) a Mark Welser, duumviro di Augusta, Galileo scrive che l’approccio scientifico rifugge da speculazioni filosofiche sull’essenza degli oggetti, limitandosi ai dati misurabili e cercando relazioni numeriche (in linguaggio moderno: le “teorie”) secondo le regole della matematica. “Perché, o noi vogliamo specolando tentar di penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d’alcune loro affezioni. Il tentar l’essenza, l’ho per impresa non meno impossibile e per fatica non meno vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti. […] Ma se vorremo fermarci nell’apprensione di alcune affezioni, non mi par che sia da desperar di poter conseguirle anco nei corpi lontanissimi da noi, non meno che ne i prossimi”.

L’essenza vera ed intrinseca” delle cose che la scienza naturale non deve “tentare” è ciò che sta sotto, nascosto ai sensi e anche agli strumenti; ciò per cui una cosa è quella che è e non un’altra: compreso il fine, o il senso della cosa. “Affezioni” invece, sono gli aspetti visibili con i sensi e codificabili in numeri. Il metodo di Galileo si poggia su 2 pilastri:

–          “sensate esperienze”, vale a dire osservazioni ripetute dei dati oggettuali misurabili, realizzate attraverso i sensi e supportate da strumenti, come aste, orologi e cannocchiali;

–          “necessarie dimostrazioni”, che colleghino le conseguenze delle relazioni numeriche (in linguaggio moderno: le predizioni) con nuove osservazioni, necessarie a controllare le predizioni della teoria.

Le “affezioni” non esauriscono la realtà delle cose, ma hanno il vantaggio di essere oggettivabili in un numero e così uguali per tutti. Per es., “affezioni” delle macchie solari sono “il luogo, il moto, la figura, la grandezza, l’ipacità, la mutabilità, la produzione ed il dissolvimento”, tutti aspetti rapportabili ad un campione omogeneo e misurabili. La macchia solare della scienza galileiana non è più una “sustanza”, pane quotidiano masticato dalla lingua dei peripatetici negazionisti dell’imperfezione delle sfere celesti, ma dopo le operazioni di misura diventa un’n-pla di numeri (a1, a2, …, an), dove le componenti ak sono le coordinate del “luogo”, la velocità del “moto”, l’area della “figura”…, della macchia, manipolabili algebricamente.

Galileo, e anche Isaac Newton dopo di lui, avevano confidenza in un Creatore, legislatore della Natura. All’uomo, creato da Dio a Sua immagine e quindi con la capacità di decrittare le leggi naturali, il compito di scoprirle per mezzo della matematica. Gradualmente però, la credenza filosofica sull’esistenza di leggi naturali si attenuò: “Io non sono certo che il Sole sorgerà anche domani, ma la cosa è altamente probabile” (David Hume). Il metodo scientifico accentuò il suo distacco da ogni assunto, focalizzandosi sul controllo utilitaristico della Natura (la tecnica) piuttosto che sulla sua conoscenza teorica (la filosofia naturale). La scienza non rinunciò alla matematica, ma cooptò accanto all’analisi infinitesimale – adatta alla descrizione dei fenomeni deterministici ad equilibrio stabile – il nuovo calcolo delle probabilità, che era nato dal tentativo di indovinare le carte nel gioco d’azzardo, rapidamente diffusosi nel XVIII secolo. Il caso fece il suo ingresso in campo scientifico, ma la sua azione restò comunque soggetta alla matematica: nell’operazione di misura dei dati dalle osservazioni, la statistica costruisce una probabilità a posteriori che seleziona fra tutte le cause efficienti possibili la più probabile (Thomas Bayes). Le cause finali però, restarono fuori dal metodo scientifico. Per sempre.

Il trade off galileiano tra essenze ed affezioni (riconfermato gelosamente fino ad oggi, come sigillo di distinzione della scienza naturale dalla filosofia) comporta vantaggi e svantaggi. La matematizzazione della Natura operata dall’auto-restrizione ai dati misurabili diventa in fisica – la scienza naturale dei fondamenti – il calcolo dei rapporti delle forze e degli scambi delle energie in gioco nelle trasformazioni osservate. In questo modo l’esattezza del numero fornisce una descrizione dell’ordine naturale che abilita il ricercatore a fare predizioni controllabili e, collocando le fasi della trasformazione osservata in una successione logica e ottimale riguardo ai consumi di energia e al tempo impiegato, lo abilita anche a dominare le forze della Natura, replicando il fenomeno con il fall out di applicazioni tecnologiche. Dopo millenni di astronomia confusa all’astrologia e di fisica all’alchimia, la scienza moderna è ora “non più cortigiana, strumento di voluttà, né serva, strumento di guadagno; ma sposa legittima, rispettata e rispettabile, feconda di nobile prole, di vantaggi reali e di oneste delizie” (Francesco Bacone).

Però la descrizione scientifica paga il prezzo di rinunciare alla ricerca di scopo (o finalità o intenzione) che, a partire dall’esperienza che ognuno di noi vive dalla nascita (perché?, ripete il bambino di fronte alla cornucopia che gli appare davanti per la prima volta in mille forme), impronta ogni azione umana e senza cui non si dà una completa conoscenza di ciò che accade. La rinuncia al fine costa particolarmente cara ad una scienza naturale tra tutte, la biologia, che è lo studio degli organismi viventi. Se già è arduo definire un organo a prescindere dalla sua funzione (ovvero dal suo scopo), l’operazione si presenta impossibile per un organismo, che è un complesso di organi aventi funzioni integrate a livelli successivi. Forse è per questa difficoltà che la biologia non sa ancora bene in che consiste il suo oggetto, la vita, e per distinguere il mondo vivente da quello inanimato s’accontenta di fissare euristicamente la linea di demarcazione sulla presenza/assenza di un programma genetico. Tutto a posto allora, in biologia? Niente affatto, perché non potendo ricorrere alla teleologia del programmatore, che non è materia di scienza naturale ma di teologia, l’esistenza e la struttura inspiegate del programma genetico svelano la persistente nudità della regina… A meno che costei non s’acconci ad evocare sistematicamente la “roulette” cosmica di Monod, dove a motore di ogni trasformazione biologica, dall’abiogenesi a Homo Sapiens, è assurto il caso. Un caso meta-fisico perché, al contrario di quello della meccanica quantistica e più in generale della statistica usato nelle altre scienze naturali (e anche nelle roulette reali dei casino per calcolare le vincite), non è né predicibile né misurabile.

 

La matrice filosofica del darwinismo

La rivoluzione galileiana consiste, insomma, nell’applicazione alle modalità cognitive umane di un filtro matematico che spreme dalle “sustanze” le “affezioni”, così sostituendo alle parole i numeri e rinunciando per statuto ad indagare finalità e senso. “Intorno ad altre più controverse condizioni delle sustanze naturali” provvederà la filosofia con i suoi mezzi, liquida Galileo la questione. Chi si può lamentare, a questo punto, se le scienze naturali non rivelano un senso delle cose, né uno scopo in Natura?! Eppur succede…

Quando uno zoologo, con cattedra nella città dove Galileo trascorse la sua maturità ed è sepolto, si presenta in una scuola col proclama che “senza ricorrere all’intervento di alcuna divinitàla Teoria dell’Evoluzione per Selezione Naturale… [le maiuscole sono d’obbligo quando una teoria prende il posto delle divinità, NdR] continua ad essere il principale strumento teorico in grado di spiegare efficacemente i fenomeni naturali, dalla nascita delle specie alla loro estinzione”, che cosa gli ha fatto dimenticare Galileo, così da confondere la teologia con la biologia e contrabbandare per teoria scientifica un racconto senza misurazioni, né matematica né predizioni né applicazioni? Solo l’errore d’un tecnico platonicamente prigioniero della sua caverna, forse. Ma si aggirano nei luoghi di Galileo viaggiatori anche di lignaggio superiore, prigionieri del fraintendimento tra filosofia, scienze naturali e poesia…

Pievani nella succitata lettera scrive ancora: “Il ‘non senso’ dell’evoluzione, cioè la sua mancanza di una direzione finalistica, appare a mio avviso limpidamente dalle conoscenze scientifiche attuali”. Pievani non è un tecnico, come Crick portato per inerzia ad estrapolare le sue analisi sulle molecole a speculazioni sulla mente; è un epistemologo, con cattedra all’università dove Galileo trascorse “li diciotto anni migliori di tutta la mia età”. Egli dovrebbe per mestiere vigilare sui confini fissati dal pisano tra scienza e filosofia, ad impedire scorribande da una parte all’altra. E invece che fa? confonde la prima, che per suo metodo non si occupa di senso, con la seconda, che è la sola sede legittimata a porre le domande che lo riguardano; mischia la teleonomia, che è il piano di ricerca delle cause efficienti appartenente alla biologia, con la teleologia, che è lo spazio di speculazione delle cause finali proprio della filosofia. Pretende che siano “le conoscenze scientifiche attuali” a mostrare l’evidenza del “non senso dell’evoluzione”, come un venditore di lenti filtranti ti volesse così dimostrare l’assenza di un colore nello spettro luminoso… Di fatto rimescola una tautologia: l’assunzione darwiniana che motore dell’innovazione biologica è il caso porta necessariamente alla conclusione che le “conoscenze scientifiche” negano una “direzione finalistica” dell’evoluzione. La tesi che Pievani crede di dimostrare coincide con l’ipotesi da cui è partito e ciò che crede di trarre dalle “conoscenze scientifiche” proviene soltanto dal suo cervello.

Un merito va comunque riconosciuto a tale argomentare. Esso palesa la matrice che all’origine fa del darwinismo una filosofia: il ruolo del caso, inaccessibile all’indagine statistica e svincolato dalle leggi fisiche dell’Universo osservato. Questo caso “assoluto” abilita i suoi adepti a “penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali”, mettendone al sicuro tutte le proposizioni dal controllo sperimentale. Campo e metodo della scienza galileiana sono travalicati. Il darwinismo è una versione della filosofia di Democrito, che 2.400 anni fa aveva annunciato ai Greci: “Tutto ciò che esiste nell’Universo è frutto del caso e della necessità”.

Nell’evoluzione dell’Universo io invece ho la “limpida apparizione” di una direzione orientata ad un fine: riscontro nella specie umana – “la sola specie nell’universo capace di utilizzare un sistema logico di comunicazione simbolica” (J. Monod) – il culmine di una biogenesi coestensiva alla cosmogenesi fin dai primi istanti del Big Bang, rappresentata da una geometrica freccia di senso, con coda a 14 miliardi di anni fa e punta a 140.000. Ma non dirò che questa intuizione mi deriva dalle “conoscenze scientifiche attuali”. Ammetto senz’altro che si tratta di un’interpretazione della mia Weltanschauung.

 

Weltanschauung e ideologia militante

Una Weltanschauung “è qualcosa di totale e universale a un tempo, […] consiste di idee, manifestazioni supreme ed espressioni totali dell’uomo, […] delle posizioni ultime che l’anima occupa, […] delle forze che la muovono” (Karl Jaspers). Tutti hanno diritto ad una propria Weltanschauung, anche i biologi e i filosofi di fede darwinista naturalmente. E a tutti i docenti universitari, darwinisti e no, può accadere di confondere la propria concezione del mondo con un fatto o una teoria scientifica: perché, diciamo la verità, la tecno-scienza è bella per chi ne legge, ammaliante per chi la pratica, utile a tutti; ma la concezione di vita è molto di più: solo questa ci scalda l’anima… e nei risultati scientifici ci trascina a trovare un conforto alle nostre scelte esistenziali. Però c’è una differenza, almeno di stile, tra Weltanschauung e ideologia militante. Quando la confusione tra metodi e domini disciplinari impronta intere pagine della cosiddetta divulgazione scientifica (vedi per es. i libri “Creazione senza Dio” di T. Pievani, o “La scienza non ha bisogno di Dio” di E. Boncinelli, scritti sulla scia dei new atheist anglofoni loro maestri), gli autori usano impropriamente risultati scientifici, in sé aperti ad interpretazioni filosofiche opposte, per propagandare le loro visioni personali. Naturalistiche, in questo caso, uguali e contrarie a quelle creazionistiche d’Oltreoceano dagli stessi tanto criticate. Creazionismo e darwinismo sono due sistemi filosofici basati su due assunti opposti (l’esistenza o l’assenza di Disegno nella biosfera), donde traggono due “spiegazioni” opposte della speciazione asincrona, accomunate dall’estraneità al canone galileiano. Tra le due concezioni, va riconosciuta al darwinismo una superiorità creativa, stante nella sua incoerenza logica messa in luce già da Darwin: “Mi sorge sempre l’orrendo dubbio se le convinzioni della mente umana, che si è evoluta da quella di animali inferiori, siano di qualche valore e meritevoli di credito. Chi si fiderebbe delle convinzioni della mente d’una scimmia, ammesso che ne abbia?”.

Confesso: non c’è niente di originale nella mia analisi. Lobby e pregiudizi, questi due parassiti della scienza moderna furono segnalati 50 anni fa da Imre Lakatos. Mostrando maggiore realismo rispetto al suo maestro, Lakatos corresse, come si sa, l’“ingenuità” popperiana d’un progresso scientifico guidato solo dalla competizione epistemica tra teorie, con la dimostrazione che la tecno-scienza avanza anche tramite lo scontro 1) di gruppi e programmi, legati a interessi economici e 2) di contrapposte Weltanschauung, che fanno da scenario concettuale generale alle teorie più vicine allo Zeitgeist di ogni epoca.

Da una quarantina d’anni, un numero crescente di scienziati – biologi, fisici, matematici, medici, chimici, computer scientist, epistemologi,… –, nelle scuole medie attratti dalla semplificazione darwiniana, se ne sono gradualmente emancipati dopo la laurea. Da Stuart Kauffman a Carl Woese, da Gabriel Dover a Leonard Kruglyak, da Lynn Margulis a Stuart Newman, da Jerry Fodor a Massimo Piattelli Palmarini a Eva Jablonka a Eugene Koonin a Thomas Nagel, essi hanno toccato sul campo l’inadeguatezza scientifica d’un paradigma 2-dimensionale, recintato da caso e selezione naturale. Si son convinti che una teoria della vita a quelle 2 dimensioni, per quanto restaurata e indefinitamente estesa, non è in grado di spiegare la vita più di quanto uno spazio a 2 dimensioni non sarebbe in grado di ospitarla. Superando i dogmi della sintesi cosiddetta moderna – basati su una fisica antiquata, quella contemporanea a Darwin, secondo cui le ultime particelle hanno proprietà esclusivamente meccaniche – stanno ricercando ulteriori dimensioni, basate sulla complessità e l’elettrodinamica quantistica, ed anche su nuovi principi.

Divertito davanti ai tentativi con cui i darwinisti del XX secolo insistevano a cercare i segreti della vita nella fisica del XIX, David Bohm scriveva nel 1969: “Proprio quando la fisica si allontana dal meccanicismo, la biologia e la psicologia vi si avvicinano. Se questo trend continua, accadrà che la biologia guarderà agli esseri viventi ed intelligenti come a meccani, mentre la fisica considererà la materia inanimata troppo complessa e sottile da cadere nelle categorie limitate del meccanicismo”.

Perché insistono anche nel XXI secolo? che cosa li fa appellarsi ancora a Darwin come i peripatetici seicenteschi allo Stagirita, dei quali Galileo scriveva a Welser: “Severi difensori [di Aristotele], educati e nutriti sin dalla prima infanzia de i lor studii in questa opinione, […] non vogliono mai sollevar gli occhi da quelle carte, quasi che questo gran libro del mondo non fosse scritto dalla natura per esser letto da altri che da Aristotele, e che gli occhi suoi avessero a vedere per tutta la sua posterità. […] Troppo vogliamo abbassar la condizion nostra, e non senza qualche offesa della natura e direi quasi della divina Benignità (la quale per aiuto all’intender la sua grande costruzione ci ha conceduti 2000 anni più d’isservazioni, e vista 20 volte più acuta, che ad Aristotele), col voler più presto imparar da lui quello ch’egli né seppe né potette sapere, che da gli occhi nostri e dal nostro proprio discorso”?

Perché, lakatosianamente, hanno una visione naturalistica del mondo da difendere contro ogni coerenza e da diffondere contro ogni resistenza; e per questo ideale supremo ogni mezzo è buono, compreso l’uso improprio della biologia.

Tratto da critica scientifica

Un pensiero su “L’uso ideologico della biologia

  1. è emozionante leggere le riflessioni e i dialoghi di tante belle menti. Io sono semplicemente un tizio che ha cercato di conquistarsi un po’ di spazio nel mondo. Ho la sensazione però che, fino ad oggi, anche i migliori uomini abbiano capito poco del come “il creato” esiste ma non si siano nemmeno avvicinati all’atto della creazione

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