Attualismo geologico contro catastrofismo: una mancata lezione di umiltà per gli scienziati


di Francesco Lamendola

Fonte: Arianna Editrice

 

I movimenti della superficie terrestre sono lenti e graduali oppure vanno soggetti a catastrofi repentine, a improvvisi sconvolgimenti che rimettono in discussione, da cima a fondo, gli assetti delle terre e dei mari e le forme di vita che vi si sono insediate?

Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, come è noto, il mondo della geologia fu diviso dalla controversia fra “plutonisti” e “nettunisti”, e il campo di battaglia principale fu l’università di Edimburgo (la geologia, a quell’epoca, anche se la cosa oggi sembra pressoché dimenticata, era essenzialmente una faccenda interna alla cultura accademica scozzese); a dare la stura alle accanite discussioni era stata la pubblicazione del libro di  James Hutton «Theory of the Earth».

Qualche decennio più tardi ebbe inizio una controversia ancora più accanita fra gli studiosi di geologia, anche perché la si volle caricare, ancor più della precedente, di implicazioni teologiche e religiose delle quali si sarebbe potuto benissimo fare a meno. Ad iniziarla fu, ancora una volta, la pubblicazione di un libro, «Principles of Geology» di Charles Lyell (1833), il quale, sviluppando le idee di Hutton, si oppose alle teorie del diluvialismo e del catastrofismo, sostenute, fra gli altri, da Charles Cuvier, e sostenne invece una visione della Terra basata sull’uniformitarismo, chiamato anche, più semplicemente, attualismo (nulla a che vedere con l’attualismo gentiliano, ovviamente).

Per Lyell, le stesse forze che operano al presente, operavano anche in passato; e così come, nel breve arco della vita umana, un osservatore non coglie sostanziali cambiamenti nella distribuzione delle terre e dei mari, nell’innalzamento o nell’abbassamento delle catene montuose e neppure nella composizione della flora e della fauna, bisogna escludere che vi siano mai state, anche in passato, delle brusche modificazioni: l’opera della natura procede lentamente e gradualmente e non è necessario tirare in ballo il Diluvio universale per spiegare, ad esempio, la presenza dei fossili di conchiglie marine sulle pendici dei monti. Anche il regime delle precipitazioni, l’azione dei fiumi e dei ghiacciai sono, per Lyell, fenomeni che si manifestano gradualmente e, se cambiano, cambiano con estrema lentezza; la mano di Dio non opera per mezzo di catastrofi improvvise, ma, semmai, nel lungo arco delle ere geologiche, progressivamente e quasi impercettibilmente.

Fu quest’ultimo aspetto della teoria attualista a suscitare le polemiche più vivaci; ma, come è ovvio, noi prescinderemo da esso e ci limiteremo a svolgere una breve riflessione sull’attualismo in quanto teoria puramente scientifica e poi, di riflesso, sui limiti stessi del sapere scientifico moderno, specie quando esso travalica dai propri limiti e pretende di porsi come l’unico esaustivo quadro di riferimento concettuale per spiegare la complessità del reale.

Vale la pena di osservare che l’attualismo, che si è progressivamente imposto con la forza di un dogma, svolgendo un ruolo analogo a quello dell’evoluzionismo nel campo della biologia (Lyell e Darwin divennero amici e il secondo fu profondamente influenzato dalle teorie del primo, che aveva letto a bordo del «Beagle»), in quanto derivazione del gradualismo huttoniano, pur restando null’altro che una teoria, ha avuto nondimeno la forza di emarginare e ridicolizzare ogni ipotesi di tipo catastrofista e, sostanzialmente, tiene ancora la scena del pensiero geologico, anche se i suoi seguaci sono alquanto infastiditi anche solo dal doversi prendere il disturbo di confutare teorie diverse dalle loro.

In pratica, per loro è tutto piuttosto chiaro: come per Hutton, «non esistono le tracce di un inizio, né prospettive di una fine»; ecco perché hanno accolto con malcelato fastidio l’ipotesi di Luis Alvarez, formulata verso il 1980 e sorretta da consistenti prove geologiche – una concentrazione di iridio da 30 a 130 volte superiore al normale in moltissime rocce della Terra, nella transizione fra Cretaceo e Terziario -, che il nostro pianeta sarebbe stato colpito da un asteroide e che ciò avrebbe avuto un impatto disastroso sull’intero ecosistema terrestre.

Finché si era trattato di sbeffeggiare le teorie “catastrofiste” di Hans Hörbiger, secondo il quale la Terra sarebbe stata più volte colpita da alcuni suoi satelliti naturali (dopotutto, Hörbiger era un nazista!), o quelle, non troppo dissimili, di Immanuel Velikovsky, che ipotizzava anch’egli una ricaduta sulla storia dei popoli antichi di tali catastrofi planetarie, la cosa era stata abbastanza facile. Sfruttando tutto il loro potere, gli attualisti, padroni dell’establishment accademico, avevano fatto terra bruciata intorno a simili teorie ed erano arrivati a ricattare gli editori intenzionati a pubblicare l’opera fondamentale di Velikosvsky «Mondi in collisione», con la scusa che si sarebbe trattato di un’opera non scientifica (ma da quando in qua la scienza seria ha così paura di opere che non ritiene degne di essere confutate, da impegnarsi con ogni mezzo per esercitare su di esse una censura preventiva?).

Adesso, però, le cose stanno altrimenti: Alvarez è un Premio Nobel e la sua teoria, oltretutto supportata da precisi elementi di riscontro, non viene dalla Germania nazista, né da un fantasioso dilettante imprestato alla geologia, ma da uno scienziato accademico i cui metodi di lavoro rispondono perfettamente agli standard della scienza moderna. Se l’ipotesi di Alvarez è fondata, però, si tratta non solo di rivedere singole questioni di storia naturale, come l’enigma della scomparsa dei Dinosauri e di numerose altre specie viventi nel passaggio fra Cretaceo e Terziario, ma di ripensare l’attualismo in quanto tale, mettendo in crisi certezze che parevano consolidate da un paio di secoli e riscrivendo i manuali di geologia dall’a alla z.

Di fatto, l’attualismo ha regnato incontrastato fino a pochi anni fa, e in gran parte regna tuttora, ad ogni livello delle istituzioni scientifiche.

Prendiamo a caso un libro di testo di scienze della Terra  di qualche anno fa, peraltro non cattivo nel suo genere, «Il globo terrestre e la sua evoluzione. Corso di geografia generale e geologia», di Bruno Accordi ed Elvidio Lupia Palmieri, e riportiamone il passaggio relativo a «Il principio dell’attualismo» (Bologna, Zanichelli, 1973, pp. 201-02):

 

«Se esaminiamo la storia della Terra dall’origine della vita ad oggi, ogni tanto vediamo comparire e sparire grandi gruppi di esseri viventi, sia animali che vegetali, come vediamo sorgere  e sparire intere catene montuose, vasti lembi di continenti, mari e addirittura oceani. Pareva – fra il 1700 e il 1800 – che i primi scienziati avessero individuato diversi momenti soggetti a formidabili e repentini cambiamenti: donde le vecchie teorie dei “cataclismi” e delle “rivoluzioni del globo”, queste ultime intese come catastrofi. Ma ben presto si vide  che i grandi cambiamenti erano sempre avvenuti in modo repentino, ma in tempi dell’ordine di molti milioni di anni.

Così il grande geologo inglese Lyell nel 1835, basandosi su precedenti intuizioni di Hutton e de veronese Giovanni Arduino, mise a punto il concetto dell’attualismo, che può essere così riassunto:  “i fenomeni del passato possono essere spiegato con l’osservazione di quanto vediamo accadere  oggi e venire interpretati con le stesse modalità”. Questo criterio è tuttora valido: le piogge ed i fiumi abbassano le montagne di centinaia di metri ogni milione di anni; su certe coste il mare avanza lentamente perché la erra emersa si abbassa di alcuni centimetri al secolo; ; dalle acque emergono, nei millenni, gruppi di isole che prima o poi si collegano per formare terre più vaste (com’è successo per la penisola italiana); due continenti possono – come si verifica anche oggi – allontanarsi tra di loro di qualche millimetro (o centimetro) all’anno, con espansione dell’oceano intermedio.

Oggi nessun vero studioso crede più, da tempo, ai “cataclismi” nel vecchio senso della parola. Si è visto che l’evoluzione delle terre, dei mari e della vita procede – anche se a tappe discontinue – sempre con larghi margini di tempo. In questo momento si stanno formando nuove catene montuose senza che perciò il globo sia squassato da immani rivoluzioni; stanno nascendo nuovi oceani senza che ce ne accorgiamo, se non con l’ausilio di strumenti alta precisione; compaiono e spariscono nuove specie animali e vegetali  mas sempre gradualmente. Gli unici fenomeni rapidi e violenti, ma limitati nello spazio, sono i terremoti, le alluvioni, le frane e le esplosioni vulcaniche: queste ultime – tenendo conto della grandezza del globo – corrispondono a foruncoli pressoché invisibili.»

 

Pare che in questo modo di ragionare ci si dimentichi bellamente del fatto che la Terra non è una superficie piatta e distesa, ma un corpo sferico ruotante nello spazio, in mezzo ad altri corpi – meteoriti, comete, pianeti e satelliti – che la sfiorano in ogni senso e che possono anche colpirla, come è avvenuto in passato e come certamente avverrà in futuro.

Basta guardare la superficie della Luna per vedere quale tremendo effetto ha l’impatto di corpi celesti e, se è vero che l’atmosfera terrestre ci protegge dai frammenti più piccoli, nulla può contro i corpi di maggiori dimensioni, come quello che si abbatté nella foresta siberiana, sulle rive della Tunguska, nel 1908, con forza devastante. Quanto al fatto che le eruzioni vulcaniche sono simili a invisibili foruncoli, sappiamo che non è così: l’esplosione del Krakatoa, in Indonesia, nel 1883, provocò effetti fisici e meteorologici su gran parte del globo e non è affatto escluso, anzi  probabile, che nell’antichità l’eruzione di Thera, nel Mare Egeo, sia stata responsabile della fine della civiltà minoica.

Ma non è solo questa considerazione che dovrebbe suggerire un po’ di prudenza e di modestia ai geologi attualisti e, più in generale, a tutti i sostenitori di una scienza assertiva e autoreferenziale, terribilmente orgogliosa e compiaciuta dei propri risultati; vi è anche la velocità con cui quegli stessi scienziati sono costretti ad aggiornare il proprio paradigma, modificandolo in parti non certo secondarie.

Quando Alfred Wegener formulò la sua teoria sulla deriva dei continenti, venne deriso e schernito da tutto l’establishment geologico, anche perché non aveva – secondo i suoi critici –  le prove di quanto asseriva (come se la coincidenza delle coste delle due sponde dell’Oceano, la corrispondenza dei rispettivi strati geologici e la distribuzione dei fossili fossero elementi di nessun conto). Ma poi la teoria si è imposta e ha conquistato la cittadella del sapere universitario.

Un altro esempio: fino agli anni Settanta del Novecento nessuno parlava ancora della teoria della “tettonica a zolle”, che oggi domina incontrastata dalle cattedre universitarie e dalle pagine dei libri di testo e viene presentata come la spiegazione più soddisfacente e, in un certo senso, definitiva dei movimenti della crosta terrestre. Nulla di male in questo continuo aggiornamento e in questa continua revisione delle acquisizioni scientifiche delle generazioni precedenti, ci mancherebbe; ma possibile che essa non abbia insegnato un minimo di umiltà agli scienziati e ai divulgatori scientifici? Se, fino a una quarantina d’anni fa, era possibile scrivere dei manuali scolastici che non nominavano neppure le placche e i movimenti di scorrimento e di sotto-scorrimento della crosta terrestre, e tuttavia presentavano il sapere scientifico sulla storia della Terra come definitivamente acquisito, almeno nelle sue linee essenziali, quale probabilità hanno le teorie attuali di rimanere, anch’esse, definitivamente confermate?

Ed eccoci arrivati alla radice del problema, nonché alla radice del prurito che una certa scienza arrogante e una certa casta di scienziati accademici e di pseudo-scienziati avvertono, quando vengono avanzate teorie veramente innovative, anzi rivoluzionarie, come quelle di Hörbiger, Velikovsky, Alvarez (indipendentemente dal diverso spessore di esse e dei loro autori). Esse scuotono la pigrizia intellettuale e la tronfia sicumera di chi pensa, illuministicamente, che la scienza odierna, a differenza di quella dei secoli passati, abbia capito tutto e spiegato tutto, almeno per quanto riguarda la storia della Terra; mentre è vero il contrario.

Sono ancora moltissime le cose che non sappiamo e non si tratta di dettagli, ma di questioni essenziali. Davvero la vita sulla Terra ha avuto luogo dal famigerato “brodo primordiale”, come sostengono gli evoluzionisti? Davvero vi sarebbe stato il tempo per la formazione degli organismi unicellulari dalla materia inorganica e, poi, per il passaggio da essi alle forme di vita superiori? Non sarebbe più ragionevole ammettere, se proprio si vuol restare nell’ambito dell’evoluzionismo, che la vita debba essere giunta sulla Terra dagli spazi siderali, nel ghiaccio e nelle rocce di qualche cometa o di qualche meteorite? E che dire dei fossili anomali, “fuori tempo” di parecchi milioni di anni? E la Terra medesima, come ha avuto origine? Davvero lo sappiamo? Ci sia lecito dubitarne…

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