Equivoci evoluzionisti nei libri di testo.


di  Fernando De Angelis  
1. Il gioco delle “tre carte”

Nei testi scolastici (ma non solo) l’evoluzionismo è trattato facendo una specie di “gioco delle tre carte”: si indirizza l’attenzione su due carte attraenti e così il lettore non si accorge che gliene viene rifilata una terza. Per far questo si definisce in genere l’evoluzione in termini molto vaghi, dandone poi più di una versione. Si finisce così per considerare come “evoluzione” qualsiasi cambiamento che si produce nel corso delle generazioni, mescolando insieme tre variazioni concettualmente molto differenti fra loro.

Tutti sanno che i fratelli sono diversi fra loro e diversi dai genitori. Questo tipo di variazione è dato dal rimescolamento genico, dovuto al fatto che ciascun genitore trasmette ai suoi figli solo la metà del patrimonio genetico che possiede. Se abbiamo due mazzi di carte da 40, per esempio, e ne peschiamo 20 da un mazzo e 20 da un altro, avremo un nuovo mazzo da 40 carte che differirà dai due mazzi di partenza: ciò anche se i due mazzi di partenza fossero stati uguali fra loro. Nel nuovo mazzo, però, non ci sono carte nuove, ma solo una diversa combinazione di quelle già esistenti. Questo fenomeno (rientrante in quella che viene definita “microevoluzione”) spiega molto bene il formarsi delle varie razze all’interno di una determinata specie, non può però assolutamente spiegare la comparsa di caratteri veramente nuovi, né il passaggio da una specie ad un’altra più complessa. Rimescolare le carte non ne produce di nuove, nemmeno in miliardi di anni.

La seconda variazione ben nota ed accettata da tutti è che, a forza di rimescolarsi e di duplicarsi, qualche gene finisce per guastarsi e diviene incapace di svolgere la sua funzione (in genere la produzione di una determinata proteina). A volte la funzione è così importante che l’individuo muore prima ancora di nascere, altre volte sopravvive e, in particolari circostanze, quella mancanza potrebbe addirittura facilitarlo. Gli occhi umani, per esempio, dovrebbero essere di colore scuro, ma quando l’organismo non è più in grado di produrre un determinato pigmento, diventano azzurri: biologicamente è un difetto, ma per l’individuo può essere un vantaggio estetico. Anche questo tipo di cambiamenti (rientranti nelle cosiddette mutazioni) non può spiegare la comparsa di caratteri veramente nuovi e, per non dar luogo ad equivoci, bisognerebbe chiamare questo fenomeno col termine di involuzione, perché comporta una perdita di informazione e di complessità.

Il terzo tipo di variazione dovrebbe far aumentare la complessità dei figli rispetto ai genitori, fornendoli di organi nuovi mai posseduti prima dalla specie. Se gli uccelli derivano da un tipo di rettile, per esempio, significa che col passare delle generazioni, ad un certo punto, ad un determinato rettile sono cominciate a spuntate le ali. Questo tipo di variazione (detta macroevoluzione) non è mai stata osservata, cozza contro le tante conoscenze acquisite dopo Darwin e costituisce il centro delle contestazioni che vengono fatte agli evoluzionisti. Su di essa, perciò, e non sul resto, si dovrebbe concentrare l’esposizione della teoria evolutiva, smettendo di portare esempi di rimescolamento genetico, o di involuzione, come se essi dimostrassero la macroevoluzione. 

2. Figure ingannevoli

Per non rimanere sul generico, prendiamo in esame un testo scolastico internazionalmente diffuso ed in circolazione da più di vent’anni, quello della Helena Curtis, giunto negli Stati Uniti alla quinta edizione e, in Italia, alla quarta (Helena Curtis – N. Sue Barnes, Invito alla Biologia B. Evoluzione, corpo umano, Ecologia, Zanichelli, Bologna, 1996). 

All’inizio del volume (p. 261) la Curtis mette correttamente in chiaro che per evoluzione si intende che “tutti gli esseri viventi hanno un antenato comune nel lontano passato”, antenato comune identificato sempre in un organismo unicellulare. Questa definizione richiama alla mente, come è giusto, soprattutto la macroevoluzione. Nel glossario, invece, l’evoluzione è così definita: “Cambiamenti nel pool genico che avvengono da una generazione alla successiva in seguito a processi come mutazione, selezione naturale, accoppiamento non casuale e deriva genica”. Non ci mettiamo a spiegare i vari processi evocati, ma è evidente che ci si sta riferendo soprattutto al rimescolamento genetico e all’involuzione.

L’equivoco fra i vari concetti si vede chiaramente dalle varie figure presenti, nessuna delle quali fa vedere concretamente la macroevoluzione. A p. 263, per esempio, due figure illustrano la variazione del numero di setole nell’addome di un moscerino (che sempre moscerino resta); a p. 265 un’altra figura fa vedere la “brachidattilia”, cioè una mano con dita raccorciate perché hanno perso la capacità di crescere correttamente; a p. 266 viene mostrata la famosa pecora divenuta nana che non è più in grado di saltare i recinti; e così via. Le fotografie sono vere, ma è falso il messaggio che si trasmette al lettore, il quale ha l’impressione che tutta l’evoluzione sia così dimostrata.

3. Alberi genealogici immaginari

La mancanza dei supposti progenitori comuni si può vedere proprio nelle figure che dovrebbero mostrarli: i famosi “alberi evolutivi”. Uno è a p. 307 e riguarda quasi tutte le specie, quello di p. 326 è invece incentrato sui mammiferi, mentre a p. 329 viene tracciata l’evoluzione delle “proscimmie primitive”, dalle quali sarebbe venuto anche l’uomo.

In un vero albero evolutivo dovrebbe essere rappresentato alla base il “progenitore comune” e poi, via via, i progenitori delle varie “branche”, fino ad arrivare agli ultimi rametti, cioè alle specie attualmente esistenti. Essendo una ricostruzione storica basata sui fossili, si può evidentemente giustificare la presenza qua e là di lacune. Nelle suddette tre figure, però, come succede di norma, non c’è raffigurato nemmeno un progenitore comune e tutte le specie conosciute (sia viventi che fossili) sono poste nei rametti terminali. Insomma, è tutta una lacuna e perciò quelle figure dimostrano che gli antenati comuni non esistono.

“Questa affermazione non è corretta”, ribattono gli evoluzionisti, “i progenitori comuni sono esistiti e prima o poi saranno trovati”. È vero, non si può dimostrare la “non esistenza” di qualcosa. Anche quando nessuno ha trovato funghi si può sostenere che nel bosco in effetti ci siano. Se però li hanno accanitamente cercati in tanti senza trovarne nemmeno uno, allora è ragionevole supporre che i funghi effettivamente siano assenti. In ogni caso, chi continua a credere nella presenza dei funghi in quel bosco non può accusare di irrazionalità chi non ci crede. 

Ci limitiamo a queste poche contestazioni dell’evoluzionismo e della sua presentazione nei testi scolastici, ma chi è interessato ad approfondire la questione può attingere ad una sempre più abbondante documentazione antievoluzionista, sia su carta che in Internet.

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