Lo scienziato che non pregava Darwin


Si è spento a Latina il medico bulgaro che denunciò l’evoluzionismo

 Mihael Georgiev (1949-2010),

lo scienziato che non pregava Darwin

 

Nato a Sofia, figlio di madre ebrea, protestante, si era trasferito giovane in Italia:
si appasionò allo studio delle origini

 Fatto l’appello, il campo dei ribelli, intelligenti, pacati e sapidi, al talebanismo evoluzionista manca ora di un suo corazziere splendente e impavido; non di quelli tutti lustrini e paillette come li vorrebbe la superficialità del mondo, ma di quelli come li ama, per i propri misteriosi disegni, il Padrone di Lassù, piagati nel corpo da mali che li devastano, provati nel cuore dalle vicissitudini (sempre basse) dell’umano troppo umano, tentatati nella mente dal Nemico dell’umana natura.

Nella notte tra il 6 e il 7 giugno è scomparso Mihael Georgiev, vinto da un cancro sopportato e tentativamente debellata sino all’ultimo con serenità. Medico chirurgo, flebologo, Georgiev ha dedicato la vita alla scienza e alla ricerca della verità. Nato nel 1949 a Sofia, in Bulgaria, figlio di madre ebrea, cristiano protestante, si era trasferito da giovane in Italia: gli amici più intimi, come l’epistemologo Stefano Serafini, del gruppo d’intellettuali e artisti che fa riferimento al matematico e urbanista statunitense di origine greca Nikos A. Salingaros, lo ricordano dire sempre «“il nostro Paese”, pur mandandomi ogni tanto canzoni bulgare». In Penisola Georgiev ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia, a Roma, nel 1974, e quindi la specializzazione in Angiologia, a Catania, nel 1989. Praticava come libero professionista a Latina. Diversi sono stati i suoi studi nel campo della flebologia, pubblicati su periodici specializzati, oltre al volume, scritto con Stefano Ricci, gli esperti dicono importantissimo, Ambulatory Phlebectomy: A Practical Guide For Treating Varicose Veins ( Mosby, Filadelfia 1995), poi tradotto in portoghese e in italiano.

Ma l’altra sua grande passione, praticata costantemente a norma di metodo scientifico come purtroppo dall’altra parte della barricata (ché a questo si è giunti, non più scienza sperimentale ma fede cieca) pochi fanno, era la colossale questione dello sviluppo della vita sulla Terra, quella che rimanda automaticamente al problema dei problemi, insoluto, e volentieri bypassato dagli evoluzionisti giacché piuttosto imbarazzante: la sua origine. Sì, perché, a seguire il filo dell’evoluzionismo fideistico, si giunge, la logica è ferrea, a inferire che dalla materia inorganica la vita spunti automaticamente come per magia, nonostante una lunga tradizione scientifica legata ai bei nomi di Francesco Redi (1626-1697), Lazzaro Spallanzani (1729-1799) e Louis Pasteur (1822-1895) abbia sperimentalmente, cioè incontrovertibilmente, mostrato la falsità della cosiddetta “generazione spontanea” dell’animato dall’inanimato, altrimenti detta (solo con linguaggio di un poco più paludato) abiogenesi.

Da questo punto di vista, Goergiev non aveva certezze, almeno non di quelle preconfezionate e sfoderate a orologeria da certi “scienziati” odierni avvezzi ai rotocalchi e alla tivù. Georgiev, assieme a tutta la scienza autentica, non sapeva affatto come, sul piano naturale osservabile sperimentalmente, la vita sulla Terra sia sorta e poi si sia sviluppata. In questo lo confortava, su altro piano, la fede cristiana che nutriva, ma, appunto, era altra cosa. Non che Georgiev ipotizzasse, come sempre evita di fare lo scienziato vero, l’esistenza di due verità parallele; come la scienza seria, Georgiev constatava invece dei limiti intrinseci dentro il concetto stesso di scienza, limiti che della scienza costituiscono il bello e il vero. Il saper condurre, cioè, l’osservatore umano sulla soglia del mistero più grande per poi allargare le braccia, come di fronte a un tramonto commovente e splendido, flirtando con qualcosa d’altro, di maggiore, di sovrastante, di esistente nonostante quelle nostre piccole idee, che la ragione non riesce a imbrigliare.

Per una vita intera, sin troppo breve, Georgiev ha combattuto questa buona battaglia di ragione e di esperienza. Da scienziato, da medico, conosceva bene le verità dell’osservazione scientifica, le sue falsificazioni e persino la malafede di certuni che vorrebbero far dire a essa che invece essa non dice né può dire.

Georgiev fu tra i creatori e poi tra i più assidui alimentatori dell’AISO, l’Associazione Italiana Studi sulle Origini (http://www.origini.info), e ha compendiato i propri studi di una esistenza intera nel bel libro, uscito alla fine dell’anno scorso, Charles Darwin. Oltre le colonne d’Ercole (Gribaudi, Milano, 2009), una vera e propria e sontuosa somma di osservazioni, esperimenti, constatazioni scientifiche, che andrebbe studiata da ogni buon professore di scuola per poi esser riversata con grazia e onestà sugli studenti.

Ma il mondo in  cui viviamo è un altro, e così uno scienziato scrupoloso come il compianto Georgiev ha dovuto lavorare parallelamente. Viviamo infatti in uno mondo strano dove le fedi sono viste solo come superstizioni, epperò l’antiscientificità più ripugnante alla ragione è difesa con zelo dogmatico. Resta infatti, come sapeva Georgiev, tutto da dimostrare che l’evoluzionismo esista (la speciazione, ossia la comparsa di nuovi gruppi di viventi attraverso mutazioni genetiche) e che esso si muova (come oramai pure alcuni famosi evoluzionisti dicono apertamente) per effetto di caso, selezione naturale e tempi enormi. Tre postulati, questi, imprescindibili dell’evoluzionismo ma tra loro contraddittori, oltre che per definizione non sperimentalmente osservabili e riproducibili a norma di metodo scientifico. Chi è in grado, infatti, di vedere e di misurare il caso, la volontà di scelta criteriale sottratta a Dio e consegnata a una non meno qualificata “natura” e quelle ere geologiche lunghe centinaia di milioni di anni? E come postulare, poi, il tutto in virtù solo di quelle mutazioni genetiche che la scienza – la scienza praticata bene da Georgiev – e la vita – la vita inclemente con Georgiev – sanno e dimostrano e insegnano esser tutte sempre degenerative, cioè patologiche, quindi distruttive, o al massimo sterili?

Qualcheduno privo di pietà e senso del ridicolo taccerebbe forse Georgiev di “creazionismo”, ma lui era ben altro. Era uno di quei tali che, scienziati, in Dio credeva, come vi credevano Luigi Galvani (1737-1798) e Alessandro Volta (1745-1827), per esempio, o i citati Redi, Spallanzani e Pasteur, o l’abate Gregor Mendel (1822-1884) oppure il vivente Antonino Zichichi. Un uomo, insomma, che studia senza derogare mai ai dettami certi della propria disciplina e che poi conosce, in altra sede, il Credo: quello del «Dio padre onnipotente, creatore del cielo e della Terra». Quel Credo a cui debbono rispondere non certo gli atei, ma sicuramente i concordisti, per i quali Maria Vergine e Immacolata verrebbe allora da una scimmia.

Georgiev, protestante serio, lottava, come Giacobbe, con l’angelo del suo Dio. Ma nutriva un rispetto per la vera teologia e il vero Magistero cattolici che a molti cattolici difettano; e, con lo studiò, imparò che da quelle parti l’evoluzionismo, per squisite ed uniche motivazioni razionali e sperimentali, non abita. Georgiev mancherà alla scienza e ai suoi amici. Dell’uno e dell’altra.

 Marco Respinti

http://www.marcorespinti.org/it/quotidiani/89-qmihael-georgiev-lo-scienziato-che-non-pregava-darwinq-in-qcronache-di-liberalq-anno-xv-n-112-roma-11-06-2010-p-21.html

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