Ferdinando Catalano: la vita nasce dal futuro (devoluzionismo?)

luglio 15, 2011

Segnalo la recensione del libro del prof. Ferdinando Catalano rirpesa dal blog:

«Dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che resta,

per improbabile che sia, deve essere la verità»

Con questa citazione à la Sherlock Holmes si apre la breve e limpida indagine del professor Catalano – fisico e ricercatore nel campo dell’ottica oftalmica, insegna Optometria presso l’Università del Molise; si è occupato , tra l’altro, di datazione radiometrica in paleoantropologia e delle implicazioni tra fisica e teoria dell’evoluzione biologica – su quel tema, ormai sottratto ai “determinismi casualistici” (contraddizione in termini?) dell’evoluzionismo, che è la vita.

Dirò subito che di Catalano va apprezzato assolutamente il punto d’arrivo del suo saggio La vita e il respiro e ogni cosa (Aracne Editrice, Roma 2009): il primo tentativo – in cui mi sia imbattuto – di offrire una alternativa scientifica al flop della teoria dell’Evoluzione.

Che il darwinismo e i suoi epigoni siano al loro tramonto sono ormai in vari a sostenerlo (seppur ancora una minoranza), che altre teorie scientifiche – e non mere riflessioni filosofiche o mitologiche (nel senso nobile del termine) – siano possibili, questo l’ho trovato finora solo in Catalano. Il quale peraltro, lo vedremo, è costretto a ipotizzare qualcosa di shockante, tale da richiedere veramente la citazione con cui si è aperto il nostro pezzo.

A Catalano muovo subito l’unica obiezione di cui il sottoscritto sia capace: e se l’origine della vita, e della vita umana in particolare, fosse qualcosa tale da sfuggire all’indagine scientifica? Se si trattasse di una zona, per così dire, doganale, cui la scienza può affacciarsi senza punto poter esibire le proprie rivendicazioni?

Questa è in effetti fino ad oggi la mia posizione. Né però ritengo di dover dribblare un confronto scientifico, anzi è quanto mai urgente.

Con questi sentimenti possiamo avviarci alla lettura del saggio del prof. Catalano: La vita e il respiro e ogni cosa.

1. Punto primo, il testo vuole essere una risposta personale dell’autore all’attacco ateologico dell’evoluzionista Dawkins, autore di Illusione di Dio.

2. Punto secondo, l’autore vuole mostrarci solo che l’abiogenesi è impossibile: tanto meno avrà senso parlare di evoluzionismo. Abiogenesi è la generazione della vita dalla non vita. Tolta questa abbiamo troncato alla base l’ipotesi dell’evoluzionismo.

Tra le considerazioni di apertura ci sono gli asserti secondo i quali «scartiamo la possibilità che sia stata osservata in natura la generazione spontanea…Redi, Spallanzani e Pasteur hanno definitivamente chiarito che Omne vivo e vivo» e che «gli esperimenti di laboratorio… siano viziati sia nel metodo che nel merito» (p. 23).

Di più, si sostiene che «l’abiogenesi non possa avere lo status di teoria in quanto non confutabile attraverso esperimenti realizzati in modo neutro» (p. 24). Segue un capitolo e mezzo che va ad enucleare le tesi fin qui esposte.

3. Il terzo capitolo affronta l’ipotesi della panspermia. L’idea che la vita provenga da particelle spaziali, e in genere da elementi trasportati da altri pianeti viene rivisitata attraverso le intuizioni di Anassagora, W. Thomson e H. von Helmholtz, S. Arrhenius, F. Crick, C. Pillinger sempre più attratti dalle apparenti virtù biotiche di meteoriti o altri reperti cosmici. Contro tutti si alza una sola obiezione, l’unica che prema al nostro: «Pur volendo ammettere che tutte queste difficoltà siano state superate… il problema dell’origine della vita è solo spostato da un’altra parte: da dove proveniva la vita su Marte?» (p. 42).

4. Il fantomatico brodo primordiale è al centro del quarto capitolo: la vita sarebbe il prodotto di particolarissime condizioni atmosferiche dei tempi antichi?
Pare di no, infatti «oggi si afferma che, in base ai dati sperimentali ottenuti facendo la media di tutte le rocce disponibili di una certa età, l’atmosfera del passato non era molto diversa dall’attuale» (p. 44). Considerazione, questa, che dice molto sulla natura acriticamente pregiudiziale di tanta scienza contemporanea.

Ma se anche valesse l’ipotesi dell’eterogeneità atmosferica antica, rimarrebbe un altroinsuperabile gap: dovremmo cioè rinvenire «tracce abbondanti di sostanze organiche azotate nelle rocce sedimentarie dell’Archeozoico» ma non si trovano.

Certo, l’assenza si potrebbe giustificare con «una fase prebiotica ridotta nel tempo (non ci sarebbe stato il tempo sufficiente per un assorbimento significativo nelle rocce archeozoiche)» ma anche così vacilla un caposaldo dell’abiogenesi, per la quale «l’evento fortuito necessitò di tempi molto lunghi per verificarsi». Conclusione: i difensori dell’abiogenesi hanno a che fare con una «coperta troppo corta» (p. 47).

5. Quanto all’esperimento di Miller-Urey, se ne elencano le lacune di metodo e di risultato («In nessuno degli esperimenti… sono stati prodotti tutti e venti gli amminoacidi costituenti le proteine» p. 55), e si palesa come «le pubblicazioni scientifiche per gliaddetti ai lavori rispecchiano fedelmente tutto il pessimismo e la difficoltà nel sostenere una certa teoria» (p. 56).

6. Il nodo della coperta corta depone anche a sfavore delle cosiddette proto cellule di Fox – «disordinate catene di amminoacidi» che «con la cellula» non hanno a che fare «nulla o quasi» (p. 59) –: infatti «se l’assenza di ossigeno atmosferico è indispensabile per la sintesi di proteine, la stessa assenza di ossigeno è il principale responsabile dell’impossibilità di sopravvivenza di ciò che il caso avrebbe messo insieme» (p. 60).

Segue un tentativo esplicativo basato sul RNA, che però necessita ancora dell’ausilio delle proteine, e di cui quindi rimane insoluta l’origine.
E a ruota si snocciolano altre teorie e ipotesi (di Wachtershauser, di Cairns-Smith, di Gold, di Lancet, Segrè e Ben-Eli, di Dawkins, di Panno, di Brown e Kornberg, di De Sousa – p. 67). A questo punto Catalano propone di andare subito al sodo, cioè a quel principio fisico in grado di fallare ogni proposta abiogenetica: l’entropia e dintorni.

7. La termodinamica ci insegna che «è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica» (p. 71), ma appunto questa è la pretesa dell’abiogenesi, che cioè «in un sistema caotico di molecole organiche immerso in un ambiente idoneo e prestabilito, l’apporto di energia dall’esterno possa aver innescato la scintilla della vita… Il risultato finale è un sistema – la cellula vivente – in cui si è creato “ordine” dal “disordine”»  (p. 72).

Seguono varie pagine di formule ed esempi, i quali – passando anche per il celebre caso del “diavoletto di Maxwell” – mostrano come gli apporti energetici, privi di adeguate immissioni di informazione, siano per sé inadeguati a spiegare la comparsa della vita in un sistema entropico come il nostro. L’impasse ci raggiunge già a livello chimico – le proteine – ma «la complessità biochimica della vita è di molti ordini di grandezza superiore alla complessità delle reazioni chimiche» (p. 87). Detto altrimenti, «l’entropia è la misura della mancanza di informazione» (p. 89), il passaggio a livelli superiori di complessità biologica potrà allora avvenire solo con l’introduzione di massicce dosi di informazione.

8. Gli evoluzionisti obiettano, portando sul tavolo i casi di neghentropiaentropia negativa: «che interessa i sistemi aperti che scambiano energia e materia e nel quale una forte dissipazione di calore produce un aumento della complessità e quindi dell’informazione». Peccato che tali fenomeni riguardano una classe di complessità «che dista anni luce dalla complessità di un organismo vivente» (pp. 96-97).

9. Il colpo finale alla razionalità evoluzionista viene dal calcolo statistico: gli evoluzionisti oltre a giostrarsi con coperte troppo corte, e a violare le leggi della termodinamica, dovrebbero pure riuscire a collezionare successioni di eventi statisticamente impressionanti per portare a casa la realtà delle loro ipotesi.

Già Hoyle sosteneva che «la probabilità della generazione spontanea della vita nel brodo primordiale sarebbe uguale a quella che ha un tornado che passando attraverso un deposito di rottami riuscisse ad assemblare un Boeing 747» (p. 110).

Risposta degli evoluzionistibasta avere molto tempo e puntare a piccole conquiste graduali, volendo rispondere per le rime diranno «prendete una scimmia, mettetela davanti a una macchina da scrivere e dategli tutto il tempo che vuole e vi scriverà la Divina Coommedia».

Sì, peccato che il contenuto informativo di una cellula vivente è circa 5000 volte superiore a quello dell’intera Divina Commedia (p. 112).

Ciò detto inizia una serie di calcoli che porta a due conclusioni.

Anzitutto si vede come il contenuto di informazione richiesto perché si generi spontaneamente la vita è tale da rendere la probabilità di realizzazione casuale dell’evento pari a 1/10-863 (pp. 112-120). Quindi si chiede di porre un limite di probabilità statistica oltre il quale non abbia più senso parlare del caso, un contenuto informativo cioè la cui complessità sia tale da poterlo ancora leggere come possibile fenomeno scientifico – anche casuale – e non già invece come dato di fede (religiosa, ideologica, temporale o altro).

Borel propone un limite statistico di 1/10-50, limite che Dembsky sposta a 1/10-150; laddove – tanto per esemplificare – la probabilità di vincere a una Lotteria su scala planetaria è pari a 1/10-9 (pp. 120-124).

Circa l’ipotesi di una evoluzione per rampe e accumuli successivi (Gould direbbeExaptations), essa contraddice la natura olistica e teleologica delle strutture biologiche [come sostenuto non solo da promotori dell’ID, ma anche da panteisti quali F. Capra, o agnostici alla G. Edelman – nomi cui il testo non fa riferimento, e che mi permetto di aggiungere io].

10. Il libro conclude con meditazioni attorno ai buchi dell’evoluzionismo, all’opportunità di un Dio che spieghi tali buchi, ma che non sia solo un tappabuchi, ecc.

11. Io invece avrei terminato col terz’ultimo capitolo, che fin qui non abbiamo visto, e che – pur nella sua eccentricità – mi pare introduca gli spunti più originali al dibattito sulla vita e l’evoluzione.

È una proposta di indicare una via d’uscita scientifica alle tesi antievoluzioniste, senza punto cadere nel creazionismo.

Il grimaldello argomentativo è la teoria sintropica della vita.

Il pioniere è Fantappiè, secondo il quale si danno «fenomeni che evolvono dal futuro verso il passato» il che «ha avuto riscontro sperimentale nell’osservazione, in laboratorio, di antiparticelle e di fenomeni di non-località quantistica». Forte delle premesse di Einstein e, superando la mera speculazione matematica del Poincaré, Fantappié pensa di risolvere l’equazione delle onde di D’Alembert riferendosi alle «onde convergenti o dei potenziali anticipati», e ritiene «che questa soluzione corrisponde ad una nuova classe di fenomeni che egli definì sintropici e sono quelli in cui si verifica un aumento dell’ordine e della complessità. In tali fenomeni si manifesta una finalità intrinseca: la causa sorgente delle onde convergenti è infatti posta nel futuro» (p. 104).

De Beauregard (1957), P. Heyl (1897) e Schrodinger (1925) confermano in vario modo la ipotesi sintropica; il cui limite maggiore, da un punto di vista di epistemologia scientifica, è la non riproducibilità in laboratorio. E si capisce: come influenzare una causa posta nel futuro rispetto a noi?

Rimane allora la provocazione – meno fideista di quella dell’evoluzionismo, meno frustrante del pessimismo razionalista dei creazionisti – di pensare che «la materia vivente, invece di diventare sempre più disorganizzata, potrebbe reagire a segnali quantistici provenienti dal futuro, cioè all’informazione necessaria per lo sviluppo della vita. E quanto all’universo, invece di essere destinato a un disordine e ad una decadenza sempre più grande, tenderebbe, al contrario, ad uno stato sempre più ordinato e complesso… Questa causa finale sarebbe una sorgente di informazione, un’Intelligenza situata nel remoto futuro la cui sorgente è nell’eternità».

Finale col botto, dunque.

Né appagabile dagli esperimenti di laboratorio, per le ragioni già spiegate.

Eppure più compatibile con le esigenze della spiegazione logica dei fenomeni universali; e infine curiosamente coerente con gli attuali studi circa lo sviluppo delle religioni.

Ma non si tratta di creazionismo camuffato? No.

In primis i creazionisti non osano tanto apporto scientifico, ma si basano sulla cogenza degli asserti biblici.

In secundis, appunto, una via di indagine scientifica è avviata, pur con i suoi limiti (o non sono forse i nostri limiti?).

Da ultimo, come sempre, tale fenomeno si presterebbe a varie interpretazioni, e questo – con tutti i rischi del caso – lo scagionerebbe almeno dall’accusa di cripto-cattolicismo: volete un esempio? La lettura fantascientifica che Giacobbo offre circa l’apocalisse Maya del 2012, basata sull’idea che marziani dal futuro ci stiano inviando messaggi per prepararci a eventi catastrofici.

Colpo basso agli evoluzionisti, quindi. Ma con l’urgenza di pensare più a fondo le suggestioni ricche di Fantappié-Catalano.

E per gli scettici non c’è che leggersi il libro.


L’UOMO HA DAVVERO SINTETIZZATO LA VITA?

novembre 9, 2010

di J. Sarfati/tradotto da Geoffrey Allen-

A fine maggio 2010, telegiornali e quotidiani riportavano la straordinaria prodezza del dott. Craig Venter che annunciava di aver creato una forma di vita artificiale. Molti antagonisti del creazionismo si sono avvalsi della notizia a sostegno delle loro posizioni e per schernire per l’ennesima volta i creazionisti.

Che cosa ha effettivamente realizzato il dott. Venter, e cosa significa per il dibattito sulle origini?

Le notizie di prima pagina riportavano testi quali: “Costruita prima cellula artificiale” (TGCom, 20/5/2010). Leggendo l’articolo, si viene a scoprire che il dott. Venter ha costruito il genoma di un batterio e lo ha iniettato in una cellula. Prendiamo nota di cosa significa questo. Il DNA è stato costruito partendo da zero e poi è stato inserito in una cellula pre-esistente, confermando chiaramente che per la vita non è sufficiente il solo DNA. Per poter funzionare, esso necessita dell’intero macchinario della cellula, confermando così che l’evoluzione chimica, detta anche abiogenesi (l’origine della vita da sostanze inanimate), rimane un circolo vizioso. Il DNA non serve a nulla senza una macchina per decodificarlo, ma questa macchina stessa è codificata nel DNA.

Il DNA può essere considerato come un software. Il dott Venter spiega che quando il software DNA di una cellula viene sostituita, essa inizia subito a leggere il nuovo software e a produrre delle proteine diverse. “La vita è il risultato di un processo di informatica. Il nostro codice genetico è il software e le nostre cellule leggono costantemente il nostro codice genetico, costruendo nuove proteine, e le proteine costruiscono gli altri componenti della cellula”.1

Questo corrisponde a quanto detto dall’evoluzionista Paul Davies, il quale spiega la cellula vivente come un supercomputer incredibilmente potente. Il segreto della vita non sta negli ingredienti chimici del DNA, ma nel loro ordinamento organizzativo. Davies descrive la cellula vivente come “un sistema incredibilmente complesso che elabora e riproduce informazioni”. Spiega inoltre che “il tentativo di generare la vita mescolando sostanze chimiche in una fiala è come saldare interruttori e cavi nel tentativo di produrre Windows 98. Semplicemente, non funziona perché il concetto è sbagliato prima di partire”.2

Questo fatto fondamentale mette in serie difficoltà gli evoluzionisti che cercano di spiegare come la prima forma di vita sia comparsa come risultato della combinazione di alcune sostanze chimiche contenenti molecole cieche e disordinate. Com’è potuto uscire da questo caos una macchina in grado di progettare e scrivere il proprio software?

Tornando a considerare l’impresa di Venter, vediamo che egli ha modellato il suo software seguendo l’organizzazione conosciuta del più semplice organismo in grado di riprodursi, il Mycoplasma. In seguito ha sintetizzato del DNA (copiando la sequenza del Mycoplasma), e lo ha leggermente modificato aggiungendo quattro “filigrane” per poterlo riconoscere in seguito a una esposizione a certi farmaci. Questo DNA è stato poi impiantato in un batterio dello stesso genere. La sintesi di una qualsiasi molecola DNA estesa è estremamente difficile e Venter ha realizzato una molecola lunga oltre un milione di lettere di codice, il che rimane piuttosto lontano da quanto realizzabile per puro caso da una zuppa primordiale. Una zuppa primordiale, poi, avrebbe prodotto un rapporto di 50/50 tra aminoacidi di molecole levogire e destrogire, come avvenne nel famoso esperimento di Miller del 1952. Peccato che la sola presenza di una molecola destrogira avrebbe distrutto la vita, la quale consiste unicamente in aminoacidi formati da catene di proteine di molecole levogire. Per creare il suo DNA, Venter ha utilizzato proteine di lievito per collegare catene di DNA, che rimane chimicamente instabile. Considerando tutto questo, quello che Venter ha realizzato nel produrre il DNA è stato una vera prodezza scientifica. Ma la domanda che dobbiamo porci è: Venter ha veramente creato la vita?

Il bioingegnere James Collins della Howard Hughes Medical Institute, ricercatore alla Boston University, dice che tecnicamente questo genoma creato dall’uomo non è artificiale. “Artificiale” implica la sintesi, o la creazione partendo dal zero, non plagiarlo da un genoma naturale. Inoltre, l’esperimento ha necessitato di una cellula ricevente per fornire il citoplasma che potesse accogliere il genoma trapiantato.3 Glenn McGee del Center for Practical Bioethics di Kansas City aggiunge che l’affermazione di aver creato la vita artificiale richiede che l’intero organismo sia prodotto dalle materie prime. “Hanno trapiantato con successo il DNA da un organismo all’altro senza danneggiare il funzionamento del DNA precedente…”, egli dice. “Spiegata così, la notizia rimane notevolmente meno significativa”.3

Un altro scettico nei confronti di questa notizia è il genetista Steve Jones, anch’egli non favorevole alle posizioni creazioniste. “L’idea che questo sia come prendere il posto di Dio è semplicemente assurdo. Quello che Venter ha fatto in termini genetici si potrebbe paragonare a modificare un programma Apple Mac e farlo funzionare su un PC, e poi dichiarare di aver creato un computer. Non è banale, ma le affermazioni che sono state fatte al riguardo sono assolutamente assurde”.4

Quale conclusione?

Analizzando l’affermazione di Venter di aver creato la vita artificiale, vediamo che sono state applicate l’intelligenza e una progettazione meticolosa per usare proteine di lievito per unire catene corte di DNA, e che il DNA così prodotto è stato impiantato in una cellula preesistente. È stata creata una forma di vita artificiale in laboratorio? Gli scienziati evoluzionisti, esperti in genetica e biologia, dicono categoricamente di no. L’uomo ha fatto un passo in più verso la conferma della possibilità dell’evoluzione chimica, detta abiogenesi? Ancor meno. Gli evoluzionisti che inizialmente hanno usufruito di questa notizia per sostenere le loro posizioni, ora invece si sono mostrati semplicemente accecati dai loro dogmi, disinformati su quello che realmente costituisce e implica la loro amata ipotesi sull’origine della vita e trascinati dall’onda di preconcetti che si chiama evoluzione. Alla fine, si è trattato ancora una volta di nient’altro che di un ennesimo evento mediatico, simile a quelli del lemure Ida e del fossile Ardipithecus Sediba. L’evoluzione altro non è che un dogma sulle origini senza alcun fondamento. Senza l’abiogenesi, neanche l’evoluzione può sussistere.

Adattato da un articolo di Jonathan Sarfati, CMI

  1. 1. http://www.guardian.co.uk/science/video/2010/may/20/craig-venter-new-life-form.
  2. 2. Davies, P., How we could create life—The key to existence will be found not in primordial sludge, but in the nanotechnology of the living cell, The Guardian, 11 December 2002, www.guardian.co.uk/education/2002/dec/11/highereducation.uk.
  3. 3. http://www.sciencenews.org/view/generic/id/59438/title/Genome_from_a_bottle.
  4. 4. http://www.guardian.co.uk/theobserver/2010/may/23/observer-profile-craig-venter.

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