I «fossili viventi» non sono una prova, ma certo un indizio contro l’evoluzionismo

maggio 31, 2012

di Francesco Lamendola

 

Strano destino, quello dei “fossili viventi”, ossia quelle specie animali e vegetali che, in base alla teoria del’evoluzione, non dovrebbero esistere, visto che la loro stessa esistenza, antica talvolta centinaia di milioni di anni, sembra sfidare le leggi della selezione naturale.

 

È stato lo stesso Darwin a chiamarli così, secondo un malvezzo caratteristico di certa scienza moderna: quello, cioè, per cui dare un nome a ciò che non si sa spiegare, sembra costituire già, se non proprio una spiegazione, quantomeno un modo di disinnescarne la carica eversiva, facendolo rientrare in una sorta di normalità. La psicologia è particolarmente proclive a questo espediente; ma anche le scienze naturali vi ricorrono sovente.

 

Teoricamente, il problema posto dai “fossili viventi” non è tanto misurabile sulla scala temporale, quanto dal contesto ecologico complessivo: la domanda che sorge davanti ad essi non è, infatti: «Come hanno potuto conservarsi immutati così a lungo?»; bensì: «Come hanno fatto a rimanere identici a se stessi, in un modo che cambiava tutto intorno a loro?».

 

Sappiamo, infatti, che la sopravvivenza di una specie vivente ha a che fare non solo con condizioni di relativa stabilità geologica e climatica (cosa che non si verifica su lunghissimi periodi di tempo, per una quantità di ragioni: dalla migrazione dei Poli, alla deriva dei continenti, al fenomeno delle glaciazioni o a quello della desertificazione), ma anche con la sopravvivenza delle altre specie, alle quali è legata dalla catena alimentare.

 

Se, per esempio, da un certo territorio – poniamo, da una valle alpina – scompaiono, per qualche ragione, i predatori di primo grado, ad esempio gli uccelli rapaci, vi sarà una significativa crescita demografica dei predatori di secondo grado, per esempio le vipere; se scompaiono sia gli uni che gli altri, vi sarà certamente un aumento esponenziale delle loro prede, piccoli uccelli, piccoli mammiferi, anfibi, insetti.

 

La catena alimentare, comunque, parte dai vegetali: pertanto, una alterazione nella composizione della vegetazione avrà ripercussioni su tutto l’ecosistema di un certo territorio, e i primi animali a risentirne saranno quelli la cui alimentazione si basa su una singola specie vegetale: tale è il caso del Panda gigante, che si nutre di germogli di Bambù, e del Koala, che si nutre delle foglie di Eucalipto. È chiaro che la scomparsa del Bambù o dell’Eucalipto porterebbe inevitabilmente alla scomparsa di questi ultimi; anzi, nel caso del Koala, basterebbe la scomparsa di quelle due o tre specie di Eucalipto di cui si nutre il simpatico marsupiale.

 

Dunque: l’esistenza dei “fossili viventi” è strana non soltanto per la lunghezza della loro esistenza come specie, che sembra sfidare le leggi del mutamento e dell’adattamento all’ambiente, ma anche perché si colloca in un contesto ecologico che certamente è mutato, e profondamente mutato, con la scomparsa delle specie viventi cui essi erano originariamente legati e con la comparsa di nuove specie, almeno stando alla teoria dell’evoluzione.

 

Bisogna dunque immaginare che l’adattamento di questi animali e di queste piante sia stato così completo, così perfetto, così integrale, da consentire la loro sopravvivenza in un contesto ecologico radicalmente mutato, magari più e più volte, per esempio da un clima  umido e caldo a un clima secco e temperato, o anche caldo; e, talvolta, viceversa?

 

Oppure bisogna ipotizzare che siano sopravvissute alcune “isole ecologiche” relativamente omogenee, caratterizzate dalla conservazione di tutte, o quasi tutte, le specie appartenenti alla stessa catena alimentare?

 

Questa seconda ipotesi, però, non trova conferma nei fatti: più che di “isole”, si potrebbe semmai pensare a delle “nicchie ecologiche”; ma può una nicchia mantenersi inalterata, in un più ampio contesto bio-geografico soggetto a incessanti trasformazioni? In entrambi i casi, si tratta di domande scomode e imbarazzanti.

 

Le testimonianze fossili, ad esempio, ci assicurano che, un tempo, gli alberi di Magnolia crescevano in Groenlandia; mentre l’impronta di alberi di Palma è stata rinvenuta nelle rocce sotto il profondissimo strato di ghiaccio che ricopre l’Antartide. Evidentemente, queste regioni godevano, in lontane epoche geologiche, di un clima mite, assai diverso da quello attuale. Ma che cosa si deve pensare, allorché ci si trova in presenza di animali e di piante antichissimi, che prosperarono quando il clima era molto diverso dall’attuale, e che tuttavia sono sopravvissuti fino ad oggi, in forme praticamente identiche a quelle di molti milioni di anni fa? Come hanno fatto, questi organismi, a passare indenni attraverso tutta una serie di sconvolgimenti e di trasformazioni di ordine geologico, climatico, biologico?

 

È caratteristico l’imbarazzo con cui i biologi e i paleontologi evoluzionisti affrontano l’argomento dei “fossili viventi”, consci del fatto che esso è in contrasto, almeno potenzialmente, con il darwinismo da essi in varia forma professato.

 

Scrivono Vittorio De Zanche e Paolo Mietto a conclusione della loro monografia «Il mondo dei fossili» (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1977, pp. 249-51):

 

 

 

«Si è cercato di dare in questo volume l’idea di un mondo biologico in continua evoluzione. Può apparire strano quindi concludere il lavoro parlando di questi organismi, indicati come “fossili viventi”, i quali sembrano essersi sottratti alle leggi dell’evoluzione che vede invece continuamente l’estinzione delle specie più antiche a favore di forme sempre più moderne e specializzate. Il fatto che alcuni organismi si siano conservati pressoché immutati per un periodo di tempo lunghissimo, talora valutabile sull’ordine di alcune centinaia di milioni di anni, è estremamente interessante e ci permette di comprendere meglio le caratteristiche di alcuni antichissimi gruppi di organismi vissuti sulla Terra. I fossili viventi sono assai più numerosi di quanto comunemente i creda e appartengono tanto al mondo vegetale che al regno animale; qui si tratterà comunque degli esempi più significativi e sconcertanti escludendo naturalmente quegli organismi sulla cui esistenza  non c’è ancora alcun controllo scientifico come per esempio  il cosiddetto “mostro di Loch Ness”, da più parti indicato come un plesiosauro sopravvissuto, in un lago della Scozia, all’estinzione dei grandi rettili avvenuta nel Cretaceo superiore. Fra i vegetali meritano un accenno particolare “Ginkgo”, gimnosperma apparsa nel Giurassico e tuttora vivente con la specie “Ginkgo biloba”, e “Araucaria”, coniferale comparsa nel Cretaceo superiore e oggi spontanea nelle Americhe. Numerosi altri vegetali con caratteristiche molto arcaiche sopravvivono nella flora attuale. Fra questi “Equisetum”, unico rappresentante vivente delle equisetali, nonché “Cycas” e “Zamia”, due gimnosperme appartenenti alle cicadali.

 

Passando al regno animale gli esempi potrebbero moltiplicarsi; si ricorda qui nuovamente il caso di “Lingula”, brachiopode assai primitivo conservatosi immutato  dall’Ordoviciano e tuttora vivente in acque marine poco profonde. Anche tra i molluschi gli esempi sono numerosi; va citato in particolare il caso dei monoplacofori, ritenuti estinti dal Devonico. Nel 1952 venne invece dragato dal fondo dell’oceano Pacifico, a 1.540 m. di profondità, un monoplacoforo estremamente simile al fossile “Pilina” denominato appunto “Neopilina”.

 

Fra gli artropodi si possono citare “Limulus”, xifosuro pressoché immutato a partire dal Triassico, alcuni aracnidi – si vedano in proposito le analogie anatomiche fra i “Paleophonus nuncius” del Silurico e gli scorpioni attuali – e infine numerosi insetti e in particolare alcuni troglobii, animali adattati alla vita nelle grotte. Fin dal’inizio dell’era Quaternaria, per sfuggire all’avanzata dei ghiacci, questi ultimi migrarono nelle caverne e là sopravvissero, previe alcune modificazioni anatomiche indispensabili in quel particolare ambiente. Oltre a insetti sono presenti nelle grotte numerosi altri troglobii, come miriapodi, crostacei, anfibi urodeli e pesci.

 

Fra i procordati, organismi molto primitivi, si ricorda “Branchiostoma” o anfiosso, un cefalocordato da molti considerato l’archetipo dei vertebrati.

 

Fra i pesci è ormai celebre il caso di “Latimeria”, crosso pterigio appartenente ai cela cantini, un gruppo ritenuto estinto alla fine del Cretaceo. Nel 1939 [in realtà, il 22 dicembre 1938: nota nostra] fu catturato nel Canale di Mozambico, lungo le coste del Sud Africa, un grosso pesce lungo all’incirca un metro e mezzo del tutto simile ai crossopterigi cretacei e a cui fu dato appunto il nome di “Latimeria”.

 

Fra i mammiferi sono da considerarsi fossili venti i rappresentanti dei monotremi, viventi esclusivamente in Oceania, e in particolare gli ornitorinchi. Si tratta di animali provvisti di becco e che depongono uova, i più primitivi fra tutti i mammiferi oggi esistenti. Essi appartengono a una linea filetica laterale differenziatasi molto precocemente dai placentati e verosimilmente conservatasi n una nicchia ecologica. Anche i marsupiali sono da considerarsi in un certo senso dei fossili viventi. Essi sono conservati in alcune particolari regioni, Americhe e Australia, con forme oltremodo primitive.»

 

 

 

Quando si parla dei cosiddetti “fossili viventi” (espressione che è una vera e propria contraddizione in termini), il pubblico e le persone non specialiste tendono a immaginarsi delle creature lontane ed eccezionali, come il già nominato Celacanto delle acque sudafricane e delle isole Comore, o come l’ornitorinco australiano; ma non è sempre così.

 

Senza allontanarsi dall’Italia, è possibile vedere quasi ovunque dei “fossili viventi”: ad esempio, lungo le rive dei corsi d’acqua, sono estremamente comuni gli Equiseti, volgarmente detti “code di cavallo”. O che dire degli scorpioni che scorrazzano sui muri a secco, si insinuano all’ombra dei sassi, penetrano nelle nostre cantine e nei nostri seminterrati? Essi sono i diretti discendenti di quegli Scorpioni che passarono dall’ambiente acquatico a quello terrestre nel corso del Siluriano superiore, circa 420 milioni di anni fa.

 

Oppure, senza allontanarsi troppo dalla nostra area geografica, che dire degli Squali e dei Coccodrilli, gli uni e gli altri rimasti praticamente immutati negli ultimi trecento milioni di anni, mentre, secondo l’evoluzionismo, gli altri Pesci e gli altri Rettili si trasformavano incessantemente in nuove specie e nuovi generi? Peraltro, uno scheletro di Coccodrillo preistorico è stato ritrovato negli strati rocciosi delle Prealpi veronesi e attualmente si trova esposto nelle sale del Museo Giovanni Capellini di Bologna.

 

Un’altra idea da sfatare è che i “fossili viventi” siano sempre degli organismi molto primitivi e imperfetti, rispetto alle specie “moderne” loro congeneri. Ciò è vero in alcuni casi, per esempio in quello dello Zaoglosso, un piccolo mammifero monotremo della Nuova Guinea, la cui femmina possiede un unico orifizio, chiamato cloaca, in cui terminano sia l’intestino, sia l’apparato urinario e sia, infine, quello riproduttivo.

 

Ma che dire, invece, del Nautilus, il mollusco cefalopode tetrabranchiato, degli oceani Indiano e Pacifico, scoperto allo stato vivente nel 1829, la cui conchiglia, suddivisa con perfetta simmetria geometrica in 34 o 36 zone che crescono con l’età, dette setti, separate da pareti di madreperla, era ben nota e veniva adoperata in oreficeria, per la sua smagliante bellezza, fin dal XVII secolo? Anche se il Nautilus, a differenza degli altri cefalopodi, è privo della sacca per l’inchiostro, l’impressione è che si tratti di un animale tutt’altro che “rudimentale”.

 

Forse i biologi dovrebbero smetterla di chiamare questi animali e queste piante con il nome di “fossili viventi”, dato loro da Darwin; non solo per evitare un clamoroso ossimoro, ma anche per non suggerire che in essi vi sia qualcosa di strano o addirittura di “sbagliato”. Se c’è qualcosa di sbagliato, infatti, non sta certo in loro, ma nelle nostre idee sul mondo dei viventi.

 

Essi godono di ottima salute e sono qui, sotto i nostri occhi, a ricordarci che non è una cosa tanto semplice imporre la teoria dell’evoluzione per selezione naturale (“selezione naturale”: un’altra contraddizione in termini, un altro piccolo trucco linguistico), mentre i suoi sostenitori, pazienti, con fiducia ammirevole, stanno ancora aspettando il rinvenimento dei famosi “anelli mancanti”, senza i quali tutta la teoria non si reggerebbe più in piedi……

Fonte: Arianna Editrice


 


Selezione Naturale, un’idea “presa in prestito” da Darwin

gennaio 11, 2012

Molti considerano il libro di Darwin “Sull’origine delle specie” come un suo capolavoro originale. Da quest’opera, e dal concetto della selezione naturale che in essa viene presentato, nasce quello che poi si svilupperà nel neo-darwinismo, meglio conosciuto come “teoria dell’evoluzione”. Pochi però conoscono la vera storia che ha fatto nascere la teoria della selezione naturale come meccanismo della diversità delle specie, e ancora meno conoscono i veri autori di questa teoria. Per questo motivo rimarranno sorpresi a scoprire che non era un lavoro originale di Darwin, perché altri ci erano già arrivati prima di lui. Si evince dalle lettere agli amici che Darwin si riferiva al “suo” concetto dell’evoluzione per selezione naturale come suo “figlio”, ma in realtà l’avrebbe dovuto chiamare un suo “figlio illegittimo”.

 

Una dei primi accenni alla teoria della selezione naturale si trova fra le pagine del libro scritto dal nonno di Charles Darwin, Erasmus Darwin, che nel 1794 pubblicò Zoonomia. Charles Darwin prese quasi ogni argomento ed esempio presentato in questo libro e li usò in Sull’origine delle specie pubblicato nel 1859. Erasmus Darwin era un libero pensatore ed umanista.

 

Di recente il Prof. Paul Pearson dell’Università di Cardiff ha trovato nella Biblioteca Nazionale della Scozia tre volumi del geologo scozzese James Hutton (1726 – 1797), scritte nel 1794, che non sono mai stati pubblicati, intitolati Una indagine sui principi della sapienza e del progresso della ragione, dal senso alla scienza e alla filosofia (An Investigation of the Principles of Knowledge and of Progress of Reason, from Sense to Science and Philosophy)1. Hutton ha dedicato un capitolo intero alla sua teoria chiamata “variazione seminale”2. Oggi Hutton rimane più noto per i suoi concetti di una terra vecchia che hanno fatto nascere il concetto dell’attualismo.

 

Altri autori avevano pubblicato articoli sulla selezione naturale molti anni prima di Darwin, come il medico William Wells (1757–1817, figlio di genitori scozzese ed americano) che scrisse nel 1813 (pubblicato solo nel 1818 dopo la sua morte)3. Nel 1831 il frutticoltore scozzese Patrick Matthew (1790–1874) scrisse Sul legname navale e sull’arboricoltura (On Naval Timber and Arboriculture), menzionando la selezione naturale nell’appendice. Egli dichiarò pubblicamente di avere preceduto Charles Darwin e si autodefinì nei suoi libri come colui che ha scoperto il principio della selezione naturale. Non sembra casuale che Wells, Matthew e successivamente Charles Darwin si siano formati nella città universitaria di Edimburgo, nota per le sue società scientifiche. Era anche la città di residenza di Hutton. Il Prof. Pearson insinua che dei concetti parzialmente dimenticate dai suoi giorni da studente sono tornati alla mente di Darwin mentre tentava di spiegare quello che osservava nelle varie specie durante il suo viaggio a bordo del Beagle3.

 

Probabilmente chi ha maggiormente influenzato Darwin è stato il chimico e zoologo inglese Edward Blyth (1810 – 1873), autore di tre importanti articoli sulla selezione naturale pubblicati ne La Rivista di Storia Naturale dal 1835 al 18374, prima che Darwin pubblicò L’origine delle specie nel 1859. Non esiste dubbio che Darwin conosceva bene questi lavori, perché l’Università di Cambridge possiede le copie personali di Darwin di questi articoli con gli appunti scritti di suo pugno nei margini!5

 

Alfred Russel Wallace (1823–1913), mentre viveva nell’Arcipelago Indo-Malese sviluppò indipendentemente una teoria dell’evoluzione quasi identica a quella di Darwin6. Nel 1858 mandò a Darwin una copia del suo manoscritto Sulla tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originario (On the Tendency of Varieties to Depart Indefinitely From the Original Type). Questa tesi sulla selezione naturale descrisse in forma completa quello che ora conosciamo come la teoria dell’evoluzione di Darwin7. La ricezione di questo manoscritto scoraggiò molto Darwin, ma spinto dai suoi amici Charles Lyell e Joseph Hooker, organizzarono una presentazione ‘congiunta’ fra Darwin e Wallace alla prossima convocazione della Società Linneana di Londra, il 1 Luglio 1858. Presentarono il lavoro di Wallace assieme a due articoli non ancora pubblicati da Darwin (un saggio del 1844 e una lettera del 1857 scritta ad Asa Gray). Questa fu una cosa molto scorretta, perché non fu presente Wallace e nemmeno avevano la sua approvazione perché lo fecero completamente alla sua insaputa. L’esistenza del manoscritto di Wallace costrinse Darwin ad affrettarsi a scrivere L’origine delle specie e a pubblicarlo il 24 Novembre 1859 per paura che Wallace facesse colpo nei giornali anticipandolo. Secondo Brackman “Wallace, non Darwin, fu il primo a scrivere la completa teoria dell’origine e della divergenza delle razze per selezione naturale… e fu derubato nel 1858 della sua priorità nel proclamare la teoria”8.

 

Dopo la pubblicazione de L’Origine delle specie nel 1859, Darwin fu accusato dai suoi contemporanei di non avere riconosciuto il suo debito a loro ed ad altri che avevano scritto sulla selezione naturale. A causa dell’aumento di questa pressione pubblica, nel 1861 si sentì costretto ad aggiungere un Profilo Storico nella terza edizione de L’Origine in cui ha fatto menzione di alcuni degli scrittori precedenti. Tuttavia questo non fu sufficiente a placare le accuse e in ogni successiva edizione il Profilo Storico assunse sempre più importanza, fino ad arrivare nella sesta edizione a menzionare 34 altri autori che avevano scritto precedentemente sull’origine delle specie e sulla loro diversificazione. Tuttavia le informazioni incluse su quanto avevano scritto furono molto vaghe e rimasero isolate dal testo principale. Darlington lo chiama “il racconto meno attendibile che sarà mai scritto”9. Anche il satirico inglese Samuel Butler, nel suo libro Evoluzione nuova e vecchia (Evolution Old and New) del 1879, accusò Darwin di aver disprezzato le congetture evoluzionistiche di Buffon, Lamarck e il nonno Erasmus.

 

Le accuse contro Darwin si sono perpetuate anche nei tempi moderni. L’eminente evoluzionista Loren Eiseley, Prof. Benjamin Franklin di Antropologia e Storia della Scienza all’Università di Pennsylvania, è d’accordo che Darwin ‘prese in prestito’ (potremmo dire plagiò) il lavoro di altri. Eiseley ha dedicato decenni a rintracciare le origini delle idee attribuite a Darwin. Nel suo libro del 197910 afferma che i principi del lavoro di Darwin, come la lotta per la sopravvivenza, la variazione, la selezione naturale e la selezione sessuale, sono tutte pienamente espresse nell’articolo di Blyth del 183511. Scrive che Darwin usò perfino espressioni tipiche di Blyth, parole insolite (come anastomosi) e frasi simili dopo che queste apparvero nell’articolo di Blyth del 1836, incluso l’uso di elenchi di animali in contesti simili12. L’audace lavoro di Eiseley ha incoraggiato altri evoluzionisti del secolo XX, come Darlington, ad accusare Darwin13. Facendo riferimento alla posizione coraggiosa presa da Eiseley, Hoyle e Wickramasinghe scrissero nel 1981: “Le prove non permettono altra conclusione che quella della voluta omissione [da parte di Darwin ndr] … un peccato di omissione molto grave che deve ancora essere redento dal mondo professionale della biologia”14.

 

È vero che nel suo libro Darwin fa riferimento a qualche comunicazione con Blyth riguardo al comportamento di qualche specie specifica15, ma come commenta Eiseley, Blyth viene riconosciuto limitatamente in un ruolo di tassonomo ed osservatore sul campo16. A questo punto viene da domandarsi il motivo per cui Darwin fosse così riluttante a riconoscere Blyth per gli elementi principali della sua teoria e a citare gli articoli di Blyth sulla selezione naturale. Si potrebbero proporre due motivazioni:

 

  1. Blyth era chiaramente cristiano e creazionista. Es: Blyth tratta il cambiamento stagionale della colorazione di alcuni animali come la lepre di montagna, che diventa bianca d’inverno. Egli dichiara che questi sono “straordinari esempi di progettazione che attestano chiaramente e vividamente l’esistenza di una grande onnisciente Prima Causa”17.Scrive che gli animali “manifestano un senno e una saggezza sovrumani, perché innati, e perciò impartiti da un Creatore onnisapiente18.
  2. Blyth giustamente considerò il concetto della selezione naturale come un meccanismo che eliminava dalla popolazione i malati, i vecchi e gli inadatti, come un fattore di conservazione e mantenimento del status quo. In altre parole, la speciazione non andava oltre la specie biblica. Diversi creazionisti come Blyth e William Paley ritenevano la selezione come un processo che sceglieva fra diverse caratteristiche, ognuna delle quali doveva già esistere prima di poter essere selezionata.

 

I libri di storia danno tutto il merito equivoco per l’idea dell’evoluzione tramite la selezione naturale a Charles Darwin. Uno studio più attento della storia ci porta presto alla conclusione che Darwin non fu né originale, né il primo a pubblicare un trattato sulla selezione naturale. Non si può neanche dire che sia stato più bravo degli altri a fare un buon marketing del suo lavoro, perché dalle volute omissioni di riferimenti ai precursori della sua teoria si rimane colpiti da un senso di malafede. Il fatto che fu proprio un creazionista ad essere il primo a documentare tutta la teoria della selezione conferma che questa sia in perfetta armonia con la rivelazione speciale della Bibbia nel racconto della Genesi. Va sottolineato che la selezione naturale, seppure un fenomeno vero, rimane impotente a generare le nuove informazione (genetiche) necessarie a produrre nuove caratteristiche. Quello che Blyth, Wallace e Darwin osservarono studiando le specie era che la selezione naturale poteva selezionare unicamente dalle caratteristiche già esistenti nelle specie. Un fatto confermato dal neo-darwinismo, in quanto la biologia molecolare non ha mai osservato la generazione di nuove informazioni genetiche, fondamentali per l’evoluzione di una specie in un’altra avendo caratteristiche completamente diverse. Non solo il “figlio” di Darwin era illegittimo, ma aveva anche molti padri!

 

Adattato e tradotto da Stefano Bertolini da un articolo di Russell Grigg, CMI. Rivisto da Geoffrey Allen.

 

1 Recensito da Paul Pearson in Nature 425(6959):665, 16 Ottobre 2003.

2 Secondo Pearson, Hutton usò il meccanismo della selezione per spiegare l’origine della diversità nella natura, anche se ha precisato di considerare l’evoluzione tra specie come una “fantasia romantica”.

3 Citato da Stephen Jay Gould in Gould, S., Natural selection as a creative force, The Structure of Evolutionary Theory, Belknap Press of Harvard University, Massachusetts, USA, p. 138, 2002.

4 Blyth, E., The Magazine of Natural History Volumi 8, 9 and 10, 1835–1837. La fonte: Bibliografia 5, Appendici.

5 Fonte: Bradbury, A., Charles Darwin—The truth? Part 7—The missing link, <www3.mistral.co.uk/bradburyac/dar7.html>, 30 Ottobre 2003.

6 Wallace considerava l’argomento già nel 1845 e pubblicò un articolo generale nell’ Annals and Magazine of Natural History, Settembre 1855. Vedere bibliografia 7, p. 78.

7 “Fu il concetto non ancora pubblicato di Darwin nei minimi dettagli, indipendentemente duplicato da un uomo che viveva in una capanna agli estremi confini del mondo.” Eiseley, L., Alfred Russel Wallace, Scientific American 200(2):80, Febbraio 1959.

8 Brackman, A., A Delicate Arrangement: The Strange Case of Charles Darwin and Alfred Russel Wallace, Times Books, New York, p. xi, 1980.

9 Darlington, C.D., The origin of Darwinism, Scientific American 200(5):61, Maggio 1959.

10 Eiseley, L., Darwin and the Mysterious Mr X, E.P. Dutton, New York, 1979, pubblicato dopo la morte dagli esecutori testamentari; da Eiseley, L., Charles Darwin, Edward Blyth, and the Theory of Natural selection, Proceedings of the American Philosophical Society 103(1):94–114, Febbraio 1959.

11 Bibliografia 10, p. 55.

12 Bibliografia 10, pp. 59–62.

13 Darlington, C.D., Darwin’s Place in History, Basil Blackwell, Oxford, p. 60, 1959.

14 Hoyle, F. and Wickramasinghe, C., Evolution from Space, Paladin, London, pp. 175–179, 1981.

15 Darwin, C., The Origin of Species, 6th ed., John Murray, London, 1902, pp. 21, 199, e 374.

16 Bibliografia 10, p. 52.

17 Bibliografia 4.

18 Bibliografia 4.


I MECCANISMI DEL DARWINISMO

luglio 27, 2011

Secondo la teoria dell’evoluzione, gli esseri viventi giunsero all’esistenza per coincidenza e si svilupparono ulteriormente come conseguenza di effetti fortuiti. Circa 3,8 miliardi di anni fa, quando sulla terra non esisteva alcun essere vivente, comparvero i primi semplici organismi unicellulari (procarioti). Nel corso del tempo giunsero all’esistenza cellule più complesse (eucarioti) e organismi pluricellulari. In altre parole, secondo il darwinismo, le forze della natura trasformarono semplici elementi inanimati in progetti molto complessi e perfetti.

Nel valutare questa affermazione, bisogna prima considerare se tali forze esistono realmente in natura. Più esplicitamente, ci sono meccanismi veramente naturali che possono realizzare l’evoluzione secondo lo scenario del darwinismo?

Il modello neodarwinista, che prenderemo come la principale corrente della teoria dell’evoluzione oggi, ipotizza che la vita si è evoluta attraverso due meccanismi naturali: la selezione naturale e la mutazione. La teoria fondamentalmente afferma che selezione naturale e mutazione sono due meccanismi complementari. L’origine delle modificazioni evolutive sta nelle mutazioni casuali che ebbero luogo nelle strutture genetiche degli esseri viventi. I caratteri apportati dalle mutazioni sono selezionati dal meccanismo della selezione naturale e per mezzo di ciò gli esseri viventi si evolvono. Se, però, guardiamo meglio questa teoria, scopriamo che non esiste alcun meccanismo evolutivo questori questo genere. Né selezione naturale né mutazioni possono far sì che una specie si evolva in un’altra, diversa, e l’affermazione secondo cui ciò è possibile è del tutto infondata.

 

Selezione naturale

Il concetto di selezione naturale era alla base del darwinismo. Questa affermazione è sottolineata anche nel titolo del libro in cui Darwin propose la sua teoria: Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale…

La selezione naturale si basa sull’assunto secondo cui in natura ci sarebbe una costante lotta per la sopravvivenza e che i più forti, quelli più adatti alle condizioni naturali, sopravvivono. Per esempio, in una mandria di cervi minacciata dai predatori, in genere sopravvivrebbero quelli che corrono più velocemente. Alla fine la mandria di cervi consisterà solo di individui che corrono velocemente.

Per quanto tempo vada avanti questo processo, esso non trasformerà questi cervi in un’altra specie. I cervi deboli sono eliminati, i forti sopravvivono, ma siccome non ha luogo alcuna alterazione nei loro dati genetici, non avviene alcuna trasformazione della specie. Nonostante i continui processi di selezione, i cervi continuano a essere cervi.

L’esempio del cervo vale per tutte le specie. In ogni popolazione, per mezzo della selezione naturale, solo gli individui deboli o non adatti, incapaci di adattarsi alle condizioni naturali del loro habitat, sono eliminati. Nessuna nuova specie, nessuna informazione genetica, nessun nuovo organo possono essere prodotti. Cioè, la specie non può evolversi. Anche Darwin accettò questo fatto affermando che “la selezione naturale non può agire fin quando non compaiano differenze e variazioni individuali favorevoli”; ecco perché il neodarwinismo dovette aggiungere al concetto della selezione naturale il meccanismo della mutazione come fattore che altera le informazioni genetiche.7

Tratteremo successivamente le mutazioni. Ma prima di procedere dobbiamo esaminare meglio il concetto di selezione naturale per vederne le contraddizioni interne.

 

La lotta per la sopravvivenza

L’assunto essenziale della teoria della selezione naturale sostiene che c’è una strenua lotta per la sopravvivenza in natura e che ogni essere vivente si preoccupa solo di se stesso. Al tempo in cui Darwin proponeva la sua teoria, era fortemente influenzato dalle idee di Thomas Malthus, l’economista classico britannico. Malthus sosteneva che gli esseri umani erano inevitabilmente in lotta costante per la sopravvivenza e basava le sue opinioni sul fatto che la popolazione, e quindi il bisogno di risorse alimentari, cresce geometricamente, mentre le riserve alimentari stesse crescono solo aritmeticamente. Il risultato è che le dimensioni della popolazione sono inevitabilmente controllate da fattori dell’ambiente come la fame e le malattie. Darwin adattò la visione di Malthus della strenua lotta per la sopravivenza tra gli esseri umani alla natura nel suo insieme e affermò che la “selezione naturale” è una conseguenza di questa lotta.

Ulteriori ricerche, però, hanno rivelato che non c’è alcuna lotta per la vita in natura come Darwin aveva postulato. Alla fine di ampie ricerche in gruppi di animali negli anni ’60 e ’70, V. C. Wynne-Edwards, uno zoologo britannico, concluse che gli esseri viventi equilibrano la popolazione in un modo molto interessante che impedisce la concorrenza per il cibo.

I gruppi di animali studiati semplicemente gestivano la loro popolazione in base alle risorse alimentari. La popolazione non era regolata attraverso l’eliminazione dei deboli per mezzo di fattori come epidemie o fame ma da istintivi meccanismi di controllo. In altre parole, gli animali non controllavano il proprio numero per mezzo di una strenua competizione, come suggeriva Darwin, ma limitando la riproduzione. 8

Anche le piante mostrano esempi di controllo della popolazione che invalida il suggerimento di Darwin della selezione per mezzo della competizione. Le osservazioni del botanico A. D. Bradshaw hanno indicato che, durante la riproduzione, le piante si comportavano secondo la “densità” della piantagione e limitavano la riproduzione se l’area era densamente popolata da piante.9 D’altro canto, esempi di sacrifici osservati tra animali come formiche e api, mostrano un modello completamente opposto alla lotta per la sopravvivenza darwinista.

In anni recenti, la ricerca ha fatto altre scoperte a proposito del sacrificio di sé, persino tra i batteri. Questi esseri viventi, senza cervello o sistema nervoso, completamente privi di qualsiasi capacità di pensiero, si uccidono per salvare altri batteri quando sono invasi da virus.10

Questi esempi sicuramente invalidano l’assunto di base della selezione naturale – la lotta assoluta per la sopravvivenza. È vero che c’è competizione in natura, ma ci sono anche chiari modelli di sacrificio di sé.

 

Osservazioni ed esperimenti

Al di là della debolezza teorica citata in precedenza, la teoria dell’evoluzione per selezione naturale si trova davanti a un’impasse fondamentale quando è messa di fronte alle scoperte scientifiche concrete. Il valore scientifico di una teoria deve essere valutato secondo il successo o il fallimento negli esperimenti e nelle osservazioni. L’evoluzione per selezione naturale fallisce da entrambi i punti di vista.

Sin dai tempi di Darwin, non è stata presentata la minima prova che dimostri che gli esseri viventi si evolvono attraverso la selezione naturale. Colin Patterson, il paleontologo con più anzianità presso il British Museum of Natural History di Londra e prominente evoluzionista, sottolinea che non è stato mai osservato che la selezione naturale fosse in grado di far sì che le cose si evolvessero.

Nessuno ha mai prodotto una specie con i meccanismi della selezione naturale. Nessuno vi si è mai neppure avvicinato e ciò rappresenta la questione di maggior discussione nell’ambito del neodarwinismo.11

Pierre-Paul Grassé, un famoso zoologo francese e critico del darwinismo, ha da dire questo in “evoluzione e selezione naturale,” un capitolo del suo libro L’ evolution du vivant.

La “evoluzione in azione” di J. Huxley e altri biologi è semplicemente l’osservazione di fatti demografici, fluttuazioni locali di genotipi, distribuzioni geografiche. Spesso le specie interessate sono invariate da centinaia di secoli. La fluttuazione come risultato di circostanze, con previa modificazione del genoma, non implica l’evoluzione e abbiamo prove tangibili di ciò in molte specie pancroniche [cioè fossili viventi rimasti invariati da milioni di anni].12

Uno sguardo attento ad alcuni “esempi osservati di selezione naturale” presentati da biologi che sostengono la teoria dell’evoluzione, rivelerebbe che, in realtà, essi non forniscono alcuna prova della teoria dell’evoluzione.

 

La vera storia del melanismo industriale

Quando si esaminano le fonti evoluzioniste, si vede come l’esempio delle falene in Inghilterra durante la rivoluzione industriale venga sempre citato come esempio dell’evoluzione per selezione naturale. Questo è presentato come il più concreto esempio osservato dell’evoluzione in libri di testo, riviste e persino fonti accademiche. In realtà, però, quell’esempio non ha assolutamente niente a che fare con l’evoluzione.

Ricordiamo prima di tutto che cosa si dice: secondo questa versione, all’inizio della rivoluzione industriale il colore delle cortecce degli alberi nell’area di Manchester sarebbe stato abbastanza chiaro. Per questo motivo, le falene di colore scuro che si posavano su questi alberi potevano essere facilmente avvistate dagli uccelli che se ne cibavano e, di conseguenza, avevano possibilità di sopravvivenza molto scarse. Cinquant‘anni dopo, nei boschi in cui l’inquinamento industriale aveva ucciso i licheni di colore chiaro, le cortecce degli alberi si erano scurite e le falene di colore chiaro divennero le prede più cacciate perché erano quelle più facilmente notate. Di conseguenza il rapporto tra falene di colore chiaro e quelle di colore scuro si invertì.

Gli evoluzionisti credono che questa sia una prova di grande importanza per la loro teoria.

Essi trovano rifugio e provano sollievo mostrando, con arte vetrinistica, il modo in cui le falene di colore chiaro “si erano evolute” nelle altre di colore scuro.

Anche se si accetta una tale versione dei fatti, però, deve essere chiaro che questi non possono essere usati in alcun modo come prova della teoria dell’evoluzione: non compare alcuna nuova forma che non esisteva in precedenza. Le falene di colore scuro erano esistite prima della rivoluzione Industriale. Solo le proporzioni relative alle diverse varietà della popolazione cambiarono. Le falene non avevano acquisito nuovi caratteri o nuovi organi tali da causare una “speciazione”13. Perché una falena si tramuti in un’altra specie vivente, ad esempio in un uccello, si dovrebbero realizzare nuove aggiunte ai suoi geni. Si sarebbe dovuto, cioè, caricare un programma genetico del tutto diverso, tale da includere informazioni contenenti le caratteristiche fisiche degli uccelli.

Questa è la risposta da dare alla storia evoluzionista del melanismo industriale. C’è, però, un lato più interessante della vicenda: non solo l’interpretazione, ma la storia stessa è errata. Come spiega il biologo molecolare Jonathan Wells nel suo libro Icone dell’evoluzione, la storia delle falene attaccate, che è inclusa praticamente in ogni libro di biologia evolutiva, diventando quindi una “icona”, non riflette la verità. Wells, nel suo libro, discute in che modo l’esperimento di Bernard Kettlewell, noto come la “prova sperimentale” della storia, costituisce in realtà uno scandalo scientifico. Alcuni elementi di base di questo scandalo sono:

• Molti esperimenti, condotti dopo quello di Kettlewell, rivelarono che solo un tipo di queste falene rimaneva sui tronchi degli alberi e tutti gli altri tipi preferivano restare sotto i rami orizzontali. Dagli anni Ottanta è largamente accettato che le falene molto raramente restano sui tronchi degli alberi. In 25 anni di lavoro sul campo, molti scienziati, come Cyril Clarke e Rory Howlett, Michael Majerus, Tony Liebert Paul Brakefield, hanno concluso che nell’esperimento di Kettlewell le falene furono costrette ad agire in modo atipico, quindi il risultato della prova non poteva essere accettato come scientifico.

• Gli scienziati che hanno messo alla prova le conclusioni di Kettlewell hanno raggiunto un risultato ancora più interessante: sebbene ci si sarebbe aspettato che il numero di falene chiare fosse più alto nelle regioni meno inquinate dell’Inghilterra, in quelle regioni le falene scure erano quattro volte più numerose di quelle chiare. Questo indicava che non c’era alcuna correlazione tra il rapporto nella popolazione di falene e i tronchi degli alberi, come sostenuto da Kettlewell e ripetuto da quasi tutte le fonti evoluzioniste.

• Man mano che la ricerca si approfondiva, lo scandalo cambiava dimensioni: “le falene sui tronchi degli alberi”, fotografate da Kettlewell, erano in realtà falene morte. Kettlewell usava esemplari morti, incollati o spillati sui tronchi degli alberi e poi fotografati. In verità sarebbe stato difficile riprendere l’immagine di falene che stavano non sui tronchi degli alberi ma sotto i rami.15

Questi fatti furono scoperti dalla comunità scientifica solo alla fine degli anni Novanta. Il crollo del mito del melanismo industriale, che per decenni era stato uno degli argomenti più valorizzati nei corsi universitari di “introduzione all’evoluzione”, dispiacque molto agli evoluzionisti. Uno di loro, Jerry Coyne, commentò:

la mia reazione somiglia alla delusione che seguì la scoperta, quando avevo sei anni, che era mio padre e non Babbo Natale a portare i regali la notte di Natale.16

Così “il più famoso esempio di selezione naturale” fu relegato nei cumuli di immondizia della storia come uno scandalo scientifico. Uno scandalo inevitabile, perché la selezione naturale non è un “meccanismo evolutivo” al contrario di quanto affermano gli evoluzionisti.

In breve, la selezione naturale non ha la capacità di aggiungere un nuovo organo a un organismo vivente, né di eliminarlo o di mutare l’organismo di una specie in quello di un’altra. La “più grande” prova avanzata a partire dall’epoca di Darwin non è stata in grado di andare oltre il “melanismo industriale” delle falene in Inghilterra.

 

Perché la selezione naturale non può

spiegare la complessità

Come abbiamo dimostrato all’inizio, il problema maggiore per la teoria dell’evoluzione per selezione naturale è che nuovi organi o caratteri non possono emergere negli esseri viventi attraverso la selezione naturale. I dati genetici di una specie non si sviluppano per mezzo della selezione naturale, quindi essa non può essere usata per spiegare l’emergere di una nuova specie. Il più strenuo difensore degli equilibri punteggiati, Stephen Jay Gould, fa riferimento a questa impasse della selezione naturale:

L’essenza del darwinismo è riassunta in una singola frase: la selezione naturale è la forza creativa del cambiamento evolutivo. Nessuno nega che la selezione naturale abbia un ruolo negativo nell’eliminazione del non adatto. Le teorie di Darwin richiedono che crei anche l’adatto.17

Un altro dei metodi fuorvianti usati dagli evoluzionisti quando trattano il problema della selezione naturale è il tentativo di presentare questo meccanismo come se fosse un progettista intelligente. La selezione naturale, però, non ha intelligenza. Non possiede una volontà che possa decidere ciò che è bene e ciò che è male per gli esseri viventi. Il risultato è che la selezione naturale non può spiegare in che modo i sistemi biologici e gli organi che hanno la caratteristica di “irriducibile complessità” siano giunti all’esistenza. Questi sistemi e organi sono composti da un gran numero di parti che collaborano assieme, e sono inutilizzabili se una di queste parti è mancante o difettosa (per esempio, l’occhio umano non funziona se non esiste con tutte le sue componenti intatte).

La volontà che mette insieme tutte queste parti, perciò, deve essere in grado di prevedere il futuro e mirare direttamente al vantaggio da raggiungere allo stadio finale. Poiché la selezione naturale non ha né consapevolezza o volontà, non può fare nulla di ciò. Questo fatto, che demolisce le basi della teoria dell’evoluzione, preoccupava anche Darwin, che scrisse: “Se si potesse dimostrare l’esistenza di un qualsiasi organo complesso che non abbia potuto essere formato attraverso modificazioni numerose, successive, lievi, la mia teoria dovrebbe assolutamente cadere.”18

 

Mutazioni

Le mutazioni sono definite come rotture o sostituzioni che avvengono nella molecola del DNA, che si trova nel nucleo delle cellule di un organismo vivente e contiene tutte le informazioni genetiche. Queste rotture o sostituzioni sono il risultato di effetti esterni quali le radiazioni o l’azione chimica. Ogni mutazione è un “incidente” che può danneggiare i nucleotidi che costituiscono il DNA o cambiarne la collocazione. Nella maggioranza dei casi, causano danni e modifiche tali che la cellula non può porvi rimedio.

Le mutazioni, dietro cui gli evoluzionisti spesso si nascondono, non trasformano gli organismi viventi in forme più avanzate e perfette. L’effetto diretto delle mutazioni è dannoso. I cambiamenti apportati dalle mutazioni possono essere equiparati solo a quelli subiti dagli abitanti di Hiroshima, Nagasaki e Chernobyl: cioè, morte e invalidità…

Il motivo è molto semplice: il DNA ha una struttura molto complessa e gli effetti casuali possono solo danneggiarla. Il biologo B. G. Ranganathan afferma:

Per prima cosa, le vere mutazioni sono molto rare in natura. In secondo luogo, quasi tutte le mutazioni sono dannose perché sono modifiche casuali, piuttosto che ordinate, alla struttura dei geni; ogni modifica casuale in un sistema altamente ordinato sarà per il peggio e non per il meglio. Per esempio, se un terremoto scuotesse una struttura altamente ordinata come un edificio, ci sarebbe una modifica casuale alla struttura dell’edificio stesso che, con ogni probabilità, non sarebbe un miglioramento. 19

Non sorprende che finora non sia mai stata osservata alcuna mutazione vantaggiosa. Tutte le mutazioni si sono dimostrate dannose. Lo scienziato evoluzionista Warren Weaver commenta la relazione stilata dalla Commissione sugli Effetti Genetici delle Radiazioni Atomiche, istituita per investigare le mutazioni provocate dalle armi atomiche utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale:

Molti saranno sconcertati dall’affermazione secondo cui, in pratica, tutti i geni mutanti noti sono dannosi. Perché le mutazioni sono una parte necessaria del processo dell’evoluzione. Come può un buon effetto – un’evoluzione verso forme superiori di vita – derivare da mutazioni che in pratica sono tutte dannose?20

Ogni sforzo compiuto per “generare mutazioni vantaggiose” è sfociato in un fallimento. Per decenni, gli evoluzionisti hanno condotto molti esperimenti per produrre mutazioni nei moscerini della frutta, poiché questi insetti si riproducono molto rapidamente e quindi le mutazioni compaiono rapidamente. Generazione dopo generazione, queste mosche sono mutate, tuttavia non è stata mai osservata alcuna mutazione vantaggiosa. Il genetista evoluzionista Gordon Taylor scrisse così:

È un fatto sorprendente, ma non molto citato, che sebbene i genetisti allevino moscerini della frutta da sessanta anni o più in tutto il mondo – mosche che producono nuove generazioni ogni undici giorni – non hanno mai visto emergere una sola nuova specie distinta e nemmeno un nuovo enzima.21

Un altro ricercatore, Michael Pitman, commenta il fallimento degli esperimenti svolti sui moscerini della frutta:

Morgan, Goldschmidt, Muller e altri genetisti hanno sottoposto generazioni di moscerini della frutta a condizioni estreme di caldo, freddo, luce, oscurità e a trattamenti con prodotti chimici e radiazioni. È stata prodotta ogni sorta di mutazione, praticamente tutte mutazioni insignificanti o addirittura deleterie. Evoluzione prodotta dall’uomo? In realtà no: pochi dei mostri creati dai genetisti avrebbero potuto sopravvivere al di fuori delle bottiglie nelle quali erano stati allevati. In pratica i mutanti muoiono, sono sterili o tendono a ritornare al tipo presente in natura.22

Lo stesso discorso vale anche per l’uomo. Tutte le mutazioni che sono state osservate negli esseri umani sono risultate deleterie. Tutte le mutazioni che hanno luogo negli esseri umani hanno come risultato deformità fisiche, infermità come *mongolismo, sindrome di Down, albinismo, nanismo o cancro. Inutile dire che un processo che lascia gli esseri umani invalidi o infermi non può essere un “meccanismo evolutivo” – si suppone che l’evoluzione produca forme migliori più adatte alla sopravvivenza.

Il patologo americano David A. Demick nota quanto segue in un articolo scientifico sulle mutazioni:

Letteralmente migliaia di patologie umane associate alle mutazioni genetiche sono state catalogate in anni recenti e se ne descrivono sempre di più. Un recente volume di riferimento di genetica medica elenca circa 4500 diverse malattie genetiche. Alcune delle sindromi ereditarie caratterizzate clinicamente nei tempi precedenti all’analisi genetica molecolare (come la sindrome di Marfan) si presentano ora come eterogenee; cioè associate a molte diverse mutazioni… Con questo insieme di malattie umane provocate dalle mutazioni, che ne è degli effetti positivi? Con migliaia di esempi di mutazioni dannose prontamente disponibili, sicuramente sarebbe possibile descrivere alcune mutazioni positive se la macroevoluzione fosse vera. Queste sarebbero necessarie non solo per l’evoluzione verso una maggiore complessità, ma anche per controbilanciare la spinta verso il basso delle mutazioni dannose. Ma, quando si giunge a identificare le mutazioni positive, gli scienziati evoluzionisti sono stranamente silenziosi.23

Il solo esempio che i biologi evoluzionisti danno di “mutazione vantaggiosa” è la malattia nota come anemia falciforme. In questa, la molecola di emoglobina, che serve a trasportare l’ossigeno nel sangue, viene danneggiata come risultato di una mutazione e subisce una modifica strutturale. Ne consegue che la capacità della molecola di emoglobina di trasportare ossigeno è seriamente compromessa. Per questo motivo, le persone affette da anemia falciforme soffrono di crescenti difficoltà respiratorie. Questo esempio di mutazione, discusso tra le malattie del sangue nei testi medici, è stranamente valutato da alcuni biologi evoluzionisti come “mutazione vantaggiosa”. Essi affermano che la parziale immunità alla malaria da parte di persone affette da questa malattia è un “dono” dell’evoluzione. Usando la stessa logica, si potrebbe dire che, poiché le persone nate con paralisi genetica alle gambe sono incapaci di camminare, e quindi sono immuni dall’essere uccise in incidenti stradali, la paralisi genetica alle gambe è una “caratteristica genetica vantaggiosa”. Questa logica è chiaramente del tutto infondata.

È ovvio che le mutazioni sono un meccanismo esclusivamente distruttivo. Pierre-Paul Grassé, ex presidente dell’Accademia francese delle scienze, si è espresso chiaramente su questo punto, parlando di mutazioni. Grassé ha paragonato le mutazioni a “errori di ortografia commessi copiando un testo scritto”. E come nel caso nelle mutazioni, gli errori di ortografia non possono dare origine ad alcuna informazione ma solo danneggiare informazioni che già esistono. Grassé lo ha spiegato così:

Le mutazioni, nel tempo, si verificano in modo incoerente. Non sono complementari fra di loro, né procedono in maniera cumulativa in generazioni successive verso una data direzione. Modificano il preesistente, ma lo fanno in modo disordinato, non importa come… Appena un tipo di disordine, anche piccolo, compare in un essere organizzato, segue la malattia, poi la morte. Non c’è alcun compromesso possibile tra i fenomeni della vita e l’anarchia. 24

Quindi, per tale motivo, come dice Grassé “non importa quanto numerose siano, le mutazioni non producono alcun tipo di evoluzione”25.

 

L’effetto pleiotropico

La prova più importante del fatto che le mutazioni portano solo danni è il processo della codificazione genetica. Quasi tutti i geni di un essere vivente portano con sé più di un‘informazione. Per esempio, lo stesso gene potrebbe controllare sia l’altezza che il colore degli occhi di quell’organismo. Il microbiologo Michael Denton spiega questa caratteristica dei geni negli organismi superiori, come gli esseri umani, in questo modo:

Gli effetti dei geni sullo sviluppo sono spesso sorprendentemente diversi. Nel topo domestico, quasi ogni gene del colore del manto ha un qualche effetto sulle dimensioni del corpo. Delle diciassette mutazioni al colore degli occhi indotte da raggi x nel moscerino della frutta, Drosophila melanogaster, quattordici influenzavano la forma degli organi sessuali della femmina, una caratteristica che si sarebbe pensato fosse assolutamente non collegata al colore degli occhi. È stato scoperto che quasi ogni gene studiato negli organismi superiori ha effetti su più di un sistema corporeo, un effetto multiplo noto come pleiotropia. Come sostiene Mayr in Evoluzione e varietà dei viventi: “La stessa esistenza di non pleiotropici  negli organismi superiori è in dubbio”.26

A causa di questa caratteristica della struttura genetica degli esseri viventi, qualunque modifica fortuita indotta da una mutazione, in qualsiasi gene del DNA, influenzerebbe più di un organo. Di conseguenza tale mutazione non sarebbe limitata a una parte del corpo, ma rivelerebbe più di un impatto distruttivo. Anche se uno di questi impatti si dimostrasse vantaggioso, come risultato di una coincidenza molto rara, gli inevitabili effetti degli altri danni che esso causa supererebbero di gran lunga tali benefici.

Per riassumere ci sono tre buoni motivi per cui le mutazioni non possono rendere possibile l’evoluzione:

1- L’effetto diretto delle mutazioni è dannoso: Dal momento che avvengono in modo causale, quasi sempre danneggiano l’organismo vivente che le subisce. La ragione ci dice che l’intervento inconsapevole in una struttura perfetta e complessa non migliorerà tale struttura, piuttosto le recherà danno. In realtà non è mai stata osservata alcuna “mutazione vantaggiosa”.

2- Le mutazioni non aggiungono alcuna nuova informazione al DNA di un organismo. Le particelle che costituiscono le informazioni genetiche sono tolte dal loro posto, distrutte o spostate in posti diversi. Le mutazioni non possono far sì che un essere vivente acquisisca un nuovo organo o una nuova caratteristica. Possono solo causare anomalie come una gamba attaccata al dorso o un orecchio che esce dall’addome.

3- Perché una mutazione sia trasferita alla generazione successiva, essa deve aver avuto luogo nelle cellule riproduttive dell’organismo. Una modifica casuale che avviene in una cellula o in un organo dell’organismo non può essere trasferita alla generazione successiva. Per esempio, un occhio umano alterato dagli effetti di radiazioni o da altre cause, non sarà trasferito alle generazioni successive.

Tutte le spiegazioni fornite in precedenza indicano che la selezione naturale e la mutazione non hanno alcun effetto evolutivo. Finora non si è riscontrato alcun esempio osservabile di “evoluzione” ottenuta con questo metodo. A volte, i biologi evoluzionisti affermano che “non è possibile osservare l’effetto evolutivo dei meccanismi della selezione naturale e della mutazione perché tali meccanismi avvengono solo nel corso di un lungo periodo di tempo. Questa argomentazione, però, che è solo un modo per farli sentire meglio, è priva di basi nel senso che manca di fondamenta scientifiche. Nel corso della vita, uno scienziato può osservare migliaia di generazioni di esseri viventi con vite brevi come i moscerini della frutta e i batteri e comunque non osserva alcuna “evoluzione”. Circa la natura immutabile dei batteri, un fatto che invalida l’evoluzione, Pierre-Paul Grassé afferma quanto segue:

i batteri…sono organismi che, a causa del loro enorme numero, producono la maggior parte dei mutanti. I batteri …mostrano una grande fedeltà alla propria specie. Il bacillo Escherichia coli, i cui mutanti sono stati attentamente studiati, è l’esempio migliore. Il lettore sarà d’accordo sul fatto che è a dir poco sorprendente voler provare l’evoluzione e scoprirne i meccanismi e poi scegliere come materiale di studio un essere che è praticamente stabile da miliardi di anni. A che servono le loro incessanti mutazioni se non producono alcuna modifica evolutiva? Insomma le mutazioni di batteri e virus sono solo fluttuazioni ereditarie intorno a una posizione mediana, un‘oscillazione a destra, una oscillazione a sinistra ma senza alcun effetto evolutivo finale. Le blatte, che sono uno dei gruppi di insetti più antichi, sono rimaste più o meno invariate dal Permiano tuttavia hanno subito tante mutazioni quante la Drosophila, un insetto del Terziario. 27

In breve è impossibile che gli esseri viventi si siano evoluti perché in natura non esiste alcun meccanismo che causi l’evoluzione. Inoltre questa conclusione va d’accordo con la prova dei reperti fossili che non dimostra l’esistenza di un processo evolutivo ma piuttosto proprio il contrario.

 

Tratto da: il darwinismo confutato

 


IL CONCETTO DI SPECIE

marzo 16, 2011

STEFANO BERTOLINI RISPONDE ALLE 22 QUESTIONI DI ALDO PIOMBINO – QUESTIONE 3 DI 22- IL CONCETTO DI SPECIE

i biologi hanno notato come non sempre i confini fra due specie siano rigidi. Ci sono dei casi in cui due popolazioni si comportano come specie diverse o no a seconda dell’area dove abitano. Questo secondo la biologia è un classico esempio di specie che stanno divergendo attualmente da una specie ancestrale originaria.

Un caso emblematico è quello delle specie ad anello, un insieme di popolazioni adiacenti, che formano un anello attorno ad un ostacolo naturale (catena montuosa, valle arida, lago…) nel quale le singole popolazioni adiacenti sono interfeconde, e solo un paio di esse mostrano isolamento riproduttivo. Quale spiegazione dà a questo fenomeno? Come si può conciliare questo fatto con l’immutabilità delle specie?

Spesso gli evoluzionisti costruiscono dei avversari di comodo come la cosiddetta immutabilità delle specie da parte dei creazionisti. Questo è il risultato di una scarsa conoscenza di quello che veramente credono i creazionisti perché non si degnano neanche di leggere le pubblicazioni, e gli articoli di stampo creazionista vengono respinti a priori dalle riviste evoluzioniste.

Quando gli evoluzionisti parlano di specie, si riferiscono alla specie biologica, secondo la classificazione linneana. Per questo rimangono stupiti quando i creazionisti accettano pienamente la variazione delle specie e la speciazione, riconoscendo la selezione naturale come il meccanismo.

La selezione naturale non va confusa o scambiata con l’evoluzione perché sono due meccanismi e paradigmi radicalmente differenti. L’evoluzione è lo sviluppo di ogni essere vivente da una singola cellula che ha come origine sostanze chimiche non –viventi, il che richiede la generazione di nuove informazioni genetiche. D’altra parte la selezione naturale consiste nello sviluppo di piccole variazioni ereditate che aumentano le probabilità di un organismo a competere, sopravvivere e riprodursi.

Quest’ultimo risulta sempre nella selezione di informazioni genetiche preesistenti con il risultato netto di una perdita di informazione perché l’organismo rimane più specializzato. Gli evoluzionisti spesso fanno il gioco dell’equivoco, scambiando i due termini. L’evoluzione e l’origine della vita sono presunti, perché non sono possibili osservazioni dirette nè esperimenti empirici in materia, mentre la selezione naturale è osservabile tramite dati empirici. Quando i creazionisti si riferiscono all’immutabilità delle specie bibliche, questa va considerata più a un livello fra genere e famiglia nella classifica linneana.

Esiste una potenzialità enorme di variazione all’interno della specie biblica (archetipo), ma sempre all’interno e non oltre il limite della specie biblica. Anche dopo che questo concetto è stato spiegato, gli evoluzionisti continuano ad avere difficoltà ad afferrarlo, dichiarando che i creazionisti ammettono che un po’ di evoluzione c’è stato. I termini “evoluzione” e “selezione naturale” non sono sinonimi.

Per lo stesso argomento non si possono definire le specie bibliche come cladi, nella cui definizione è inerente l’idea dell’evoluzione da un antenato comune. A proposito: visto che ne parla, è in grado di dare un concetto definitivo di specie? Ci sono varie definizioni di specie, ma quella più comune è quella di Ernst Myer (1940): Popolazioni che non riescono ad incrociarsi.

Perchè, proprio a causa del fatto che la vita si evolve, questo concetto è molto difficile e si rende necessario solo a causa della “mente discontinua” che abbiamo noi esseri umani e che ci spinge a classificare rigidamente tutto, viventi compresi Come mai animali molto simili fra loro anche se appartenenti a specie diverse, ma simili, possono riprodursi accoppiandosi fra loro?

Come mai il cavallo si può riprodurre se si accoppia con un’asina e non con una mucca?

Perchè, se tutte le specie sono state create nello stesso momento, alcune sono più vicine ad alcune rispetto alle altre, come per esempio il cavallo è più vicino all’asino che alla mucca, ma contemporaneamente è più simile alla mucca che ad un canguro? Gli animali all’interno della stessa specie biblica (fra famiglia e genere linneana: non può essere usato il termine clade per definizione) possono in alcuni casi accoppiarsi se la divergenza o la specializzazione (perdita di informazione genetica) non rimane troppo estesa. Alcuni esempi sono il wolphin, liger e zebroid.

Nel caso di una divergenza eccessiva e potenziali mutazioni dannose, questa può portare all’incapacità di accoppiarsi anche fra specie linneane all’interno della specie biblica. Nell’esempio citato, il canguro ed il cavallo non sarebbero neanche della stessa specie biblica e l’accoppiamento va escluso a priori. Va ribadito che la selezione naturale porta sempre ad una perdita di informazione genetica, cioè all’impoverimento del patrimonio genetico.


QUALCHE OBIEZIONE ALL’ EVOLUZIONISMO………spiegata a mia nipote Luna (2° parte)

febbraio 17, 2011
  QUALCHE OBIEZIONE ALL’EVOLUZIONISMOspiegata a mia nipote Luna  
 di Fernando De Angelis
 

 

6. GLI “ALBERI EVOLUTIVI”

Gli “alberi evolutivi” sono anche detti “alberi genealogici” e “alberi filogenetici”, perché servono per individuare i progenitori delle attuali specie. Hanno la forma ad albero perché fanno vedere come, a partire da UNA “specie progenitrice” rappresentata dal tronco, si siano poi diversificate NUMEROSE specie rappresentate dai rami, per arrivare infine alle ATTUALI specie rappresentate dalle foglie: le foglie (specie attuali) sono così riunite in basso da quei “progenitori comuni” rappresentati dai rami e da quel “progenitore unico” rappresentato dal tronco. È un modo efficace per far vedere l’evoluzione, insomma, utilizzando sia le specie tuttora esistenti che i reperti fossili. Questi “alberi evolutivi” sono però sistematicamente truccati e danno solo l’illusione di vedere i “progenitori comuni”: se vengono presentati solo FALSI “alberi evolutivi”, viene allora il sospetto che i progenitori comuni non sono stati ancora trovati e ciò fa sospettare che non siano mai esistiti.

Uno dei trucchi usati è quello presente in fondo a p. C63 (fig. 27), dove si mostrano due specie con qualche carattere in comune, cioè la giraffa e l’okapia, le quali hanno progenitori che fra loro si assomigliano ancora di più, fino ad arrivare a quel lontano “nonno” che è stato “l’antenato comune”. Permettetemi di esemplificare la situazione con una storiella, nella quale l’okapia va dalla più famosa giraffa a dirle: «Ho scoperto che, nonostante non sembri, siamo veramente imparentati attraverso un “antenato comune”, dal quale derivano i nostri “progenitori”». La giraffa, dall’alto della sua nobiltà, si incuriosisce e si preoccupa, chiedendo: «Quali sarebbero questi “progenitori” e questo “antenato comune”?». L’okapia risponde: «Non ho ancora trovato né il nome né la fotografia, ma mi sembra evidente che ci siano». La giraffa, girando prima le zampe anteriori e poi il collo, saluta dicendo: «Quando avrai trovato qualcosa di concreto portamelo, ma per il momento devo scappare altrove». Nella figura di pagina C63, infatti, il progenitore originario è chiamato “antenato comune” e gli altri sono messi lì senza nome.

Un altro trucco, pur’esso visibile nella fig. 27 di p. C63, è quello di usare i disegni in modo ambiguo. Dopo aver messo più sopra le foto di giraffe ed okapie, nell’albero genealogico c’è il disegno delle medesime e così si crea l’associazione che ad un disegno corrisponda una realtà. Anche i disegni dei progenitori sono fatti con lo stesso stile e così si ha l’impressione che anche a quei disegni corrisponda una realtà… invece a quei disegni non corrisponde nessuna specie vivente e nessun fossile, ma sono solo frutto dell’immaginazione.

L’uso di falsi alberi genealogici è sistematico e chi non ha “visto” in qualche disegno i nostri supposti progenitori scimmieschi sempre più “umani”? Nel testo stesso ci sono altri esempi e ora ne vedremo qualcuno rapidamente. Nella fig. 20 di p. C15 viene ricostruito “l’albero filogenetico” del gatto attraverso un “felino ancestrale” SENZA NOME che sarebbe esistito 10 milioni di anni fa e che avrebbe prodotto “rami laterali” di “felini ancestrali” pure essi SENZA NOME, i quali avrebbero poi dato origine al gatto domestico: tutto sul piano della libera fantasia, insomma.

Nella fig. 3 di p. C25 ci sarebbe «l’albero evolutivo che sintetizza le attuali CONOSCENZE» ma che invece è «l’albero evolutivo che sintetizza le attuali SPERANZE»; perché fra i supposti “antenati ancestrali”, che costituiscono il tronco dell’albero, e le punte estreme, non c’è assolutamente niente, né un nome e nemmeno un disegno!

Nella fig. 36 a p. C41 c’è una TRUCCO GRAFICO molto usato e che proviamo a descrivere un po’, ma non è facile. In basso ci sono raffigurati scorpioni, acari e ragni, rappresentati da tre rametti che convergono in un ramo che va verso l’alto e che raggruppa i tre ordini nella classe degli aracnidi, alla quale vengono affiancate le altre classi rappresentate da insetti, crostacei e miriapodi. Le quattro classi vengono poi collegate in un “ramo” più elevato rappresentato dal tipo artropodi, al quale si affiancano altri tipi (poriferi, molluschi, cordati, ecc.) che sono infine riuniti nel regno animale, che sarebbe il tronco dal quale si dipartono i vari rami, in un albero che in questo caso è messo con i rami in giù. La figura è concettualmente corretta, ma si vuol dare l’impressione (rafforzata dai commenti del contesto) che la figura faccia vedere i progenitori dei ragni, mentre se si risale con attenzione l’albero, si incontrano solo nomi generici (aracnidi, artropodi, animali) e di progenitori non c’è traccia. Nella figura a p. C48, infine, c’è una grafica di tipo diverso (assomigliante più alla ramificazione di un percorso stradale che ad un albero) ma il succo è sempre lo stesso, perché fra i «primi pluricellulari», posti come tronco di base, e le estremità (artropodi, vertebrati) non c’è niente di definito, ma solo libere supposizioni.

7. L’EVOLUZIONE “A SALTI”

Il testo dedica un paragrafo (pp. C62-C63) per fare il punto della situazione attuale, introducendo così la moderna teoria degli “equilibri punteggiati”, formulata da Gould e Eldredge, con la quale si cerca di spiegare come mai non si trovano quegli “anelli di congiunzione” supposti da Darwin. La nuova teoria si chiama anche evoluzione “a salti” perché, invece di ipotizzare dei cambiamenti lenti e costanti come ha fatto Darwin, suppone dei cambiamenti significativi in tempi molto brevi, ai quali seguirebbero poi dei lunghi periodi nei quali la specie rimane pressoché invariata. Insomma, per farne un’illustrazione, secondo Darwin l’evoluzione avanzerebbe come una formica, mentre per Gould sarebbe una specie di cavalletta che salta proprio nell’attimo nel quale non la stiamo guardando. Gould rivaluta molto il “catastrofista” Cuvier, di solito poco apprezzato dagli evoluzionisti (vedi C52-C53) e, pur dichiarandosi evoluzionista, ne ha messo in crisi l’impianto geologico: anche la sua nuova teoria ha però il solito vecchio difetto, perché anche “l’evoluzione a salti” resta un’ipotesi che nessuno ha mai visto.

8. NON FAR PARLARE L’ACCUSA

Se in un processo si mettono tutti d’accordo per non far parlare l’accusa è evidente che l’imputato verrà assolto. Anche riguardo a Darwin viene data la parola sola alla difesa, con la scusa che gli oppositori sono creazionisti che dicono solo scemenze. Fui convinto 40 anni fa che, sul piano dei fatti osservati, era più credibile la Bibbia che Darwin. Allora erano pochissimi a pensarla così e non trovai nemmeno un libro che prendesse una chiara posizione contro il darwinismo. Oggi i libri in commercio che si oppongono alle idee di Darwin si contano a decine, ma ce ne sono tre particolarmente rilevanti, perché scritti da tre scienziati italiani che sono internazionalmente stimati: Giuseppe Sermonti (che nel 1980 ha pubblicato “Dopo Darwin” e poi, fra l’altro, “Dimenticare Darwin”, Il Cerchio, 2006), Antonino Zichichi (“Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo”, Saggiatore, 1999) e Massimo Piattelli Palmarini (che, con Jerry Fodor, ha appena pubblicato “Gli errori di Darwin”, Feltrinelli, 2010). Di grande rilevanza, in Italia, è stato un convegno promosso da un’Istituzione pubblica prestigiosa, cioè dalla Vice-Presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche, convegno incentrato proprio su un esame critico del darwinismo: il libro che ne raccoglie gli Atti è a cura di Roberto de Mattei (Vice-Presidente del CNR) e si intitola “Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi”, Cantagalli, 2009. Questi quattro scienziati di rilievo non interpretano la Bibbia alla lettera e non possono essere certamente definiti “creazionisti”: anche i loro quattro libri contengono solo scemenze? Gli scienziati che rifiutano il confronto e la critica si comportano da scienziati o assomigliano proprio a quei religiosi intolleranti che vogliono combattere?

Un libro che presenta solo la difesa di Darwin, qual è il testo scolastico esaminato, costringendo gli oppositori ad usare espedienti vari per far arrivare la critica, fa vergogna ad una scuola che dovrebbe essere “palestra di idee” e non indottrinamento.

9. BIBBIA E/O DARWIN? UNA QUESTIONE DI FEDE

C’è chi è convinto che Darwin abbia ragione, chi ha più fiducia nella Bibbia, chi cerca di mescolare il pensiero di Darwin con quello della Bibbia e chi la vede in qualche altro modo. Trattandosi di questioni che non solo la scienza non ha risolto, ma che sono al di là del suo campo di indagine, ognuno dovrebbe sentirsi libero nelle proprie valutazioni e decisioni. La scuola dovrebbe trattare l’argomento mostrando le diverse prospettive, non è invece onesto presentare una tesi criticabile (qual è il darwinismo) come se fosse “verità scientifica non rifiutabile”.


QUALCHE OBIEZIONE ALL’ EVOLUZIONISMO… spiegata a mia nipote Luna

febbraio 11, 2011

di Fernando De Angelis

Mi avrebbe fatto piacere avere in classe le mie due nipoti Sara e Silvia, ma non è successo. Ora è un decennio che sono in pensione, intanto Luna (figlia di Sara) è cresciuta e frequenta il secondo anno di ragioneria: proprio quella scuola dove ho a lungo insegnato Scienze naturali e Geografia. Recentemente c’è stata l’occasione per riprendere il dialogo con Luna e le accennato alle mie convinzioni anti-darwiniste. Luna si è un po’ incuriosita e allora l’ho presa come una sfida da non ignorare.

Nel 2009 è uscito il mio libro “Cultura e Bibbia” (Gribaudi) ed è quella la mia risposta alla questione evoluzione/creazione, ma è troppo ampia per Luna e allora colgo l’occasione per immaginarmi di nuovo in classe, realizzando in qualche modo l’antico desiderio di far lezione ad una mia nipote.

Sull’evoluzionismo a scuola applicavo (e applicherò ora) due criteri: uso del libro di testo e oggettività delle argomentazioni. Con un obiettivo dichiarato: far vedere agli studenti che la questione dell’origine dei viventi, sul piano scientifico, non solo non è risolta, ma appare sempre più irrisolvibile, perciò la risposta che ciascuno necessariamente si deve dare, dipende soprattutto dalle convinzioni di partenza (i presupposti) con i quali si comincia a ragionare.

 

TESTO SCOLASTICO DI RIFERIMENTO:

A. Gainotti e A. Modelli, “Scienze della natura”, Zanichelli, terza edizione, 2008. In particolare “Unità 3, La teoria dell’evoluzione” (pp. C50-C67), facente parte della “sezione C, La varietà della vita”.

 

2. MESCOLANZA DI TESI DIVERSE

Se si sostengono contemporaneamente tesi diverse o perfino contrapposte, si può dare l’impressione di aver dimostrato tutto risolvendo solo il problema più semplice, o addirittura quello contrario! Il libro di Darwin si intitola “L’origine delle specie…” e l’origine più difficile da spiegare è quella della PRIMA forma vivente, cioè l’origine della vita, ma su questo aspetto Darwin e gli evoluzionisti tendono a sorvolare. C’è poi da spiegare come si è passati dalla prima forma di vita unicellulare e acquatica, agli organismi pluricellulari acquatici e poi a quelli pluricellulari terrestri. Com’è potuta comparire la prima cellula? Come si è arrivati ai pesci, come hanno fatto certi pesci a diventare anfibi (rane)? Come hanno fatto certi anfibi a diventare rettili, poi uccelli e infine mammiferi? Il prodursi di questi cambiamenti è totalmente diverso dal prodursi dei cambiamenti all’interno di una specie (le diverse razze di cani, per esempio). Bisogna infatti spiegare come compaiono organi nuovi e non basta dire che si modificano organi vecchi, cioè già esistenti.

Insomma, bisogna distinguere la macroevoluzione (cioè una evoluzione che produrrebbe specie molto diverse da quella di partenza e con organi nuovi), dalla microevoluzione (cioè dalle modifiche di organi già esistenti e che non cambiano le strutture di base della specie). Siccome poi la tesi fondamentale dell’evoluzionismo è quella di un aumento della complessità, allora è importante non metterla insieme con quei cambiamenti che comportano una perdita della complessità e che chiameremo perciò involuzione.

Mentre la microevoluzione e la involuzione sono chiaramente dimostrate e constatabili (evoluzione osservata), la macroevoluzione non è stata mai vista e dimostrata (evoluzione supposta). La domanda che perciò ci poniamo è se il testo scolastico in esame fornisce prove di macroevoluzione (per esempio, passaggio da rettili a uccelli o da mammiferi terresti a mammiferi acquatici): d’ora in poi, comunque, per evoluzione intenderemo soprattutto la macroevoluzione. I tre fenomeni (microevoluzione, involuzione e macroevoluzione) sono insomma chiaramente distinti e non si possono portare esempi di microevoluzione (o peggio, di involuzione) come se dimostrassero la macroevoluzione. Per esempio, se viene fuori una nuova razza di pecore con le gambe sensibilmente più corte, e quindi non in grado di saltare i recinti, non siamo in presenza di una macroevoluzione, ma di una involuzione. E di involuzione si tratta pure quando, da un normale moscerino della frutta, ne nasce qualcuno con le ali deformate o, addirittura, senza ali.

3. LE “PROVE” RACCOLTE NEL VIAGGIO SULLA BEAGLE

A p. C53 è riportato il noto viaggio di Darwin, iniziato nel 1831, con la nave Beagle, «che salpava per un viaggio di 5 anni con lo scopo di esplorare le coste dell’America del Sud». Sarebbero i fatti osservati durante questo viaggio a spingere poi Darwin a formulare la sua teoria scientifica. Il testo prosegue poi osservando che «anche se le prove a sostegno dell’evoluzione delle specie diventavano sempre più convincenti, egli era ben consapevole di quanto questa idea fosse dirompente sia dal punto di vista religioso sia culturale». È per questo che non le avrebbe pubblicate, decidendosi a farlo solo dopo 23 anni (1858) quando Wallace, avendo messo per scritto idee simili, lo costrinse a venire allo scoperto (p. C54).

Qui il parallelo fra Darwin è Galilei è solo adombrato, mentre in molti altri testi è reso esplicito: il paragone è però improponibile. Nell’Inghilterra di Darwin, infatti, si era radicata da due secoli una democrazia parlamentare e un pluralismo religioso che consentivano di esprimersi con grande libertà; anzi il dissentire dalla maggioranza (essere cioè “non conformisti” o “anticonformisti”) era da non pochi reclamato come un titolo di merito. La controprova evidente di tutto ciò è che, quando Darwin pubblicò il suo libro (1859), ottenne un grande successo e grandi onori, perché le idee di Darwin seguivano la tendenza della società inglese di quel tempo, piuttosto che essere di opposizione. Quando si portano motivi inconsistenti, c’è da supporre che si vogliano nascondere quelli veri ed il vero motivo, per il quale Darwin rischiava di morire senza aver esposto le sue grandi scoperte scientifiche, è che le prove accumulate erano insufficienti per dimostrare le sue tesi, perciò aspettava nella speranza di poterne trovare di meglio. Ma sull’insufficienza delle prove portate da Darwin ci torneremo.

 

4. LA SELEZIONE ARTIFICIALE

COME “PROVA” DELL’EVOLUZIONE NATURALE?

Qui il ragionamento è contro ogni logica. Scrive il testo: «Darwin sapeva, per esempio, che gli allevatori di piccioni (o colombi) avevano ottenuto in poco tempo, a partire dalla specie selvatica Columba livia, varietà molto diverse fra loro». Darwin allora «si pose questo problema: esiste, in natura, un equivalente della selezione artificiale?» Rispondendosi che esiste perché non tutti i figli possono sopravvivere e perciò emerge la “selezione naturale”. Non porta però esempi di selezione naturale che facciano vedere come da certe forme se ne possano ottenere altre diverse. Considerare i dati osservati in ambiente artificiale come prova di ciò che sarebbe avvenuto in ambiente naturale è un’assurdità logica che non dovrebbe essere presa nemmeno in considerazione. C’è poi un’altra questione: ci sono tante razze di cani perché quelle che deviano dalle precedenti vengono protette e selezionate dall’uomo, le varietà di lupo sono invece ristrettissime perché, quando nasce un lupo che devia da quello normale, risulta meno efficiente e finisce per soccombere. In natura, insomma, il tipo nuovo viene ostacolato e non protetto. L’esempio dei piccioni portato da Darwin, poi, è un esempio di microevoluzione, non di macroevoluzione, perciò non dimostra quello che dovrebbe dimostrare.

C’è però un’altra assurdità logica della quale in genere non ci si accorge ed è che la selezione tende a diminuire la variabilità genetica complessiva e tutt’al più separa geni già esistenti, perciò non può essere la causa dell’aumento della variabilità. “Selezionare” significa “eliminare” e perciò non può essere la selezione (naturale o artificiale) a dimostrare l’evoluzione (attraverso la quale comparirebbero caratteri nuovi). Il testo infatti riconosce che «L’ambiente, mediante la selezione naturale, non causa i mutamenti negli organismi» (p. C56) ma poi non chiarisce quale sarebbe la causa e passa ad un altro argomento. Se non si fa attenzione, allora, si ha l’impressione che sia stato risolto il problema di come siano spuntate le ali ad un serpente facendolo diventare un uccello, mentre il problema di come possano emergere caratteri veramente nuovi e che aumentino la complessità non è stato nemmeno affrontato! Certo, un evoluzionista dirà che la variabilità è data dalle mutazioni, ma lì entriamo in un’altra questione con la necessità di mettere in evidenza altri problemi: dato però che in queste pagine il testo scolastico non ne parla, evitiamo anche noi di affrontare l’argomento.

Subito dopo, nella stessa pagina C56, troviamo ben espresso il metodo della mescolanza di concetti diversi (vedere punto 2). C’è infatti scritto che gli esseri viventi «diventano più adatti, e basta: la degenerazione dei parassiti, che divengono incapaci di vivere senza l’ospite, o la cecità degli animali cavernicoli sono perfette quanto l’elegante corsa di una gazzella». Certo, se definisco l’evoluzione come il divenire “più adatti”, allora perdere la funzionalità degli occhi equivale al vederli comparire in una specie che non li possedeva, ma vedere un animale cieco (involuzione), dimostra che una struttura di una complessità enorme come l’occhio può comparire per caso (evoluzione)???

5. A VOLTE IL TITOLO MASCHERA IL CONTENUTO

I paragrafi 6 e 7 (pp. C58 e C59) danno l’impressione di risolvere veramente la questione, perché si intitolano “La selezione naturale all’opera” e “L’origine di nuove specie”. Poi però si parla della solita farfalla Biston betularia nella quale prevarrebbe una varietà più scura o più chiara a seconda dell’ambiente. Il testo è onesto nel riconoscere che «non si è trattato, è vero, di grandi cambiamenti: non si è formata alcuna specie nuova», ma poi usa il solito trucco e conclude che «ciò nonostante si è trattato di un vero processo evolutivo». Se gli evoluzionisti si ostinano a far vedere esempi che non dimostrano ciò che veramente dovrebbero dimostrare, c’è da pensare che di esempi migliori non ne abbiano (fra l’altro, nella letteratura specializzata si è ormai chiarito che i dati sui cambiamenti della Biston betularia sono stati manipolati da chi li ha introdotti, ma come in altri casi, anche gli argomenti “scaduti” continuano irrefrenabilmente a circolare).

Sulla questione dell’origine di nuove specie vengono portati due giusti esempi: quello del pipistrello (che sarebbe una specie di topo adattatosi al volo) e quello di un tipo di pesce diventato anfibio. Solo che oggi esistono topi comuni e pipistrelli, pesci e anfibi, mentre non si vedono quei numerosissimi passaggi intermedi che il darwinismo richiede. Gli “anelli mancanti”, insomma, continuano a mancare: nessuno però può dimostrare che non sono mai esistiti, perché si può sempre obiettare che non si sono ancora trovati. Dato comunque che il mondo è stato ampiamente setacciato e dato che si tratta di animali provvisti di ossa (e perciò più facilmente di altri reperibili in forma fossile), è fondato il sospetto che non solo non siano stati ancora trovati, ma che non siano mai esistiti.

1 parte…


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