Termodinamica della creazione

giugno 2, 2012

Continuano le trasmissioni radiofoniche su www.radioglobeone.it

Oggi, insieme al prof. Pier Maria Boria, la scienza vera, evoluzione del nulla, termodinamica della creazione e tante altre questioni.

Ore 12:30 in diretta.


DNA FOSSILE

aprile 16, 2011

Come saprà il nostro corpo funziona grazie al DNA che controlla i processi biochimici che ci permettono di crescere e vivere. Ma non tutti i geni funzionano: abbiamo sempre, sia pure modificati (basta una sostituzione fortuita di una base) dei geni che in altri esseri viventi funzionano. I biologi li chiamano “geni fossili”. Faccio un paio di esempi: anche Lei ha molti geni che sovrintenderebbero all’odorato ma che non funzionano più: gli evoluzionisti sostengono che le mutazioni dannose sono potute sopravvivere nel momento che l’odorato così fine non serviva più, con l’avvento della visione a colori (è facilmente dimostrabile tramite lo studio delle opsine che anche questa conquista sia avvenuta per mutazioni genetiche… )

Inoltre possediamo 3 geni, non più funzionanti, che a rettili ed uccelli servono per produrre la vitellogenina, la proteina che sovrintende alla formazione del tuorlo dell’uovo. La spiegazione più ovvia è che nei mammiferi la comparsa del latte ha reso meno necessario l’uovo con il tuorlo (che è stato reso definitivamente inutile dalla gestazione). Pertanto nei mammiferi questi geni si sono disattivati in quanto una femmina di uccello o di rettile portatrice di una mutazione che disattiva un gene della vitellogenina non può avere uova funzionali, mentre tale mutazione non ha conseguenze in una di mammifero. Di geni disattivati per mutazioni se ne trovano a migliaia in tutte le creature viventi, dai lieviti ai batteri, agli animali superiori.

Come spiega in un quadro creazionistico la presenza di questi geni nel suo corpo e in quello di tutti gli uomini, dato che qualsiasi cosa pensi il suo amico Hugh Owen, le cui conoscenze scientifiche di base mi sfuggono, non è provato che questi geni abbiano altre funzioni?

Negli insetti (api) la vitellogenina svolge importanti funzioni endocrine e di controllo del comportamento. Una serie di proteine – Apolipoforina II/I, apolipoproteina B, vitellogenina e la proteina microsomie di transfert dei trigliceridi – sono codificate da geni molto simili dei quali si crede provengano da un antenato comune non identificato. Nei pesci la vitellogenina ha una funzione per reazioni alla resistenza alle infezioni e nell’uomo probabilmente funge da portatore per molecole apolari e forse come enzima. Però a questo punto noi siamo altrettanto vicini ai crostacei e agli insetti quanto agli uccelli. I processi biochimici sono universali e alcune molecole proteiche sono uguali per molti viventi, come ad esempio il citocromo C. È normale che la loro sintesi sia regolata da geni uguali o molto simili.

Nell’uomo i geni che codificano proteine costituiscono solo il 3% del genoma.

Il rimanente è stato chiamato “DNA spazzatura” (presunta reliquia dell’evoluzione). Ricerche più recenti hanno dimostrato che invece il “DNA spazzatura” svolge importanti funzioni di direzione e coordinamento dello sviluppo dell’organismo e attivazione di altri geni. Il progetto ENCODE ha scoperto che quasi tutto il 97% del “DNA spazzatura” ha una funzione (Birney, E., et. al., Identification and analysis of functional elements in 1% of the human genome by the ENCODE pilot projectNature 447: 799–816, 2007).

Le UTRs (zone non codificate) sono molto più importanti dei geni (zone codificate).

Una funzione sconosciuta non significa nessuna funzione! Prendiamo l’esempio degli organi vestigiali. Partendo da 180 organi vestigiali nell’uomo, verso la fine degli anni ’800 siamo scesi a ZERO organi vestigiali con la scoperta nel 1999 di un funzione per l’ultimo organo. Cosi va scartato anche questa icona dell’evoluzione.

(Si riconosce il lavoro di Mihael Georgiev, Capo redattore AISO, deceduto nel 2010.)

Stefano Bertolini

Presidente AISO



IL CONCETTO DI SPECIE

marzo 16, 2011

STEFANO BERTOLINI RISPONDE ALLE 22 QUESTIONI DI ALDO PIOMBINO – QUESTIONE 3 DI 22- IL CONCETTO DI SPECIE

i biologi hanno notato come non sempre i confini fra due specie siano rigidi. Ci sono dei casi in cui due popolazioni si comportano come specie diverse o no a seconda dell’area dove abitano. Questo secondo la biologia è un classico esempio di specie che stanno divergendo attualmente da una specie ancestrale originaria.

Un caso emblematico è quello delle specie ad anello, un insieme di popolazioni adiacenti, che formano un anello attorno ad un ostacolo naturale (catena montuosa, valle arida, lago…) nel quale le singole popolazioni adiacenti sono interfeconde, e solo un paio di esse mostrano isolamento riproduttivo. Quale spiegazione dà a questo fenomeno? Come si può conciliare questo fatto con l’immutabilità delle specie?

Spesso gli evoluzionisti costruiscono dei avversari di comodo come la cosiddetta immutabilità delle specie da parte dei creazionisti. Questo è il risultato di una scarsa conoscenza di quello che veramente credono i creazionisti perché non si degnano neanche di leggere le pubblicazioni, e gli articoli di stampo creazionista vengono respinti a priori dalle riviste evoluzioniste.

Quando gli evoluzionisti parlano di specie, si riferiscono alla specie biologica, secondo la classificazione linneana. Per questo rimangono stupiti quando i creazionisti accettano pienamente la variazione delle specie e la speciazione, riconoscendo la selezione naturale come il meccanismo.

La selezione naturale non va confusa o scambiata con l’evoluzione perché sono due meccanismi e paradigmi radicalmente differenti. L’evoluzione è lo sviluppo di ogni essere vivente da una singola cellula che ha come origine sostanze chimiche non –viventi, il che richiede la generazione di nuove informazioni genetiche. D’altra parte la selezione naturale consiste nello sviluppo di piccole variazioni ereditate che aumentano le probabilità di un organismo a competere, sopravvivere e riprodursi.

Quest’ultimo risulta sempre nella selezione di informazioni genetiche preesistenti con il risultato netto di una perdita di informazione perché l’organismo rimane più specializzato. Gli evoluzionisti spesso fanno il gioco dell’equivoco, scambiando i due termini. L’evoluzione e l’origine della vita sono presunti, perché non sono possibili osservazioni dirette nè esperimenti empirici in materia, mentre la selezione naturale è osservabile tramite dati empirici. Quando i creazionisti si riferiscono all’immutabilità delle specie bibliche, questa va considerata più a un livello fra genere e famiglia nella classifica linneana.

Esiste una potenzialità enorme di variazione all’interno della specie biblica (archetipo), ma sempre all’interno e non oltre il limite della specie biblica. Anche dopo che questo concetto è stato spiegato, gli evoluzionisti continuano ad avere difficoltà ad afferrarlo, dichiarando che i creazionisti ammettono che un po’ di evoluzione c’è stato. I termini “evoluzione” e “selezione naturale” non sono sinonimi.

Per lo stesso argomento non si possono definire le specie bibliche come cladi, nella cui definizione è inerente l’idea dell’evoluzione da un antenato comune. A proposito: visto che ne parla, è in grado di dare un concetto definitivo di specie? Ci sono varie definizioni di specie, ma quella più comune è quella di Ernst Myer (1940): Popolazioni che non riescono ad incrociarsi.

Perchè, proprio a causa del fatto che la vita si evolve, questo concetto è molto difficile e si rende necessario solo a causa della “mente discontinua” che abbiamo noi esseri umani e che ci spinge a classificare rigidamente tutto, viventi compresi Come mai animali molto simili fra loro anche se appartenenti a specie diverse, ma simili, possono riprodursi accoppiandosi fra loro?

Come mai il cavallo si può riprodurre se si accoppia con un’asina e non con una mucca?

Perchè, se tutte le specie sono state create nello stesso momento, alcune sono più vicine ad alcune rispetto alle altre, come per esempio il cavallo è più vicino all’asino che alla mucca, ma contemporaneamente è più simile alla mucca che ad un canguro? Gli animali all’interno della stessa specie biblica (fra famiglia e genere linneana: non può essere usato il termine clade per definizione) possono in alcuni casi accoppiarsi se la divergenza o la specializzazione (perdita di informazione genetica) non rimane troppo estesa. Alcuni esempi sono il wolphin, liger e zebroid.

Nel caso di una divergenza eccessiva e potenziali mutazioni dannose, questa può portare all’incapacità di accoppiarsi anche fra specie linneane all’interno della specie biblica. Nell’esempio citato, il canguro ed il cavallo non sarebbero neanche della stessa specie biblica e l’accoppiamento va escluso a priori. Va ribadito che la selezione naturale porta sempre ad una perdita di informazione genetica, cioè all’impoverimento del patrimonio genetico.


SI PUO’ SEMPRE DIMOSTRARE CIO’ CHE E’ VERO?

febbraio 28, 2011

di Ferdinando Catalano

 

Quando parlo ad altri della mia fede in Dio mi capita talvolta di dover affrontare questa obiezione: se Dio esiste allora me lo dimostri !

L’atteggiamento gnostico di chi considera vero solo ciò che si può dimostrare con la forza della ragione e della logica mostra alcune profonde debolezze. Alcuni esempi :

  1. esistono nella scienza verità che sono tali ma non sono suscettibili di dimostrazione. Ad esempio il teorema di Goldbach << un numero pari può essere sempre ottenuto mediante la somma di due numeri primi>>. Benché questo assunto sia assolutamente vero non esiste la dimostrazione di una tale verità. Allora cosa concludiamo? Che una cosa vera in aritmetica non può essere dimostrata con gli assiomi con i quali è fondata l’aritmetica. Dobbiamo per questo buttare nel cestino tutta l’aritmetica?

  2. Il Teorema di incompletezza di Godel (1931)<<all’interno di un sistema di proposizioni logiche ne esisterà sempre almeno una che è indecidibile>> Questo significa che le grandi costruzioni del pensiero logico come la Geometria o l’Algebra sono sistemi incompleti. Dunque chi afferma << se Dio esiste dimostramelo con un sistema di affermazioni logiche >> dimostra di non conoscere (magari non per colpa sua) i limiti del pensiero matematico.

Un’evidente testimonianza di tali limiti si trova nella lettera di San Paolo a Tito (Tito 1:12-13) dove l’apostolo ricorda un’affermazione di Epimenide (VI sec. A.C)

Uno di essi , loro profeta disse << I cretesi sono sempre bugiardi…>>” E’ semplice dedurre che una tale affermazione non ci consente di decidere se i cretesi sono bugiardi o dicono la verità.

Nessuno però si sogna di dire che la matematica è da buttare perché contiene delle affermazioni indecidibili. Pretendere quindi il rigore logico nella dimostrazione dell’esistenza di Dio è inutile.

Ne è una chiara prova il saggio di Godel ” Prova matematica dell’esistenza di Dio ” cui ha fatto seguito il saggio contrario di John Allen Paulos ” La prova matematica dell’inesistenza di Dio ” . Quanto basta per convincersi che qualunque ragione si possa avere per credere o non credere in Dio, la logica non c’entra niente. Eppure nei secoli molti hanno sostenuto il contrario, elaborando tesi pro e contro senza rendersi conto di una verità che è sotto i nostri occhi :Le costruzioni logiche del pensiero hanno i loro limiti ed esserne consapevoli ci evita di assumere atteggiamenti di arroganza intellettuale.

Mi torna in mente un pensiero di Pascal ” C’è abbastanza luce per credere e abbastanza buio per non credere “



QUALCHE OBIEZIONE ALL’ EVOLUZIONISMO………spiegata a mia nipote Luna (2° parte)

febbraio 17, 2011
  QUALCHE OBIEZIONE ALL’EVOLUZIONISMOspiegata a mia nipote Luna  
 di Fernando De Angelis
 

 

6. GLI “ALBERI EVOLUTIVI”

Gli “alberi evolutivi” sono anche detti “alberi genealogici” e “alberi filogenetici”, perché servono per individuare i progenitori delle attuali specie. Hanno la forma ad albero perché fanno vedere come, a partire da UNA “specie progenitrice” rappresentata dal tronco, si siano poi diversificate NUMEROSE specie rappresentate dai rami, per arrivare infine alle ATTUALI specie rappresentate dalle foglie: le foglie (specie attuali) sono così riunite in basso da quei “progenitori comuni” rappresentati dai rami e da quel “progenitore unico” rappresentato dal tronco. È un modo efficace per far vedere l’evoluzione, insomma, utilizzando sia le specie tuttora esistenti che i reperti fossili. Questi “alberi evolutivi” sono però sistematicamente truccati e danno solo l’illusione di vedere i “progenitori comuni”: se vengono presentati solo FALSI “alberi evolutivi”, viene allora il sospetto che i progenitori comuni non sono stati ancora trovati e ciò fa sospettare che non siano mai esistiti.

Uno dei trucchi usati è quello presente in fondo a p. C63 (fig. 27), dove si mostrano due specie con qualche carattere in comune, cioè la giraffa e l’okapia, le quali hanno progenitori che fra loro si assomigliano ancora di più, fino ad arrivare a quel lontano “nonno” che è stato “l’antenato comune”. Permettetemi di esemplificare la situazione con una storiella, nella quale l’okapia va dalla più famosa giraffa a dirle: «Ho scoperto che, nonostante non sembri, siamo veramente imparentati attraverso un “antenato comune”, dal quale derivano i nostri “progenitori”». La giraffa, dall’alto della sua nobiltà, si incuriosisce e si preoccupa, chiedendo: «Quali sarebbero questi “progenitori” e questo “antenato comune”?». L’okapia risponde: «Non ho ancora trovato né il nome né la fotografia, ma mi sembra evidente che ci siano». La giraffa, girando prima le zampe anteriori e poi il collo, saluta dicendo: «Quando avrai trovato qualcosa di concreto portamelo, ma per il momento devo scappare altrove». Nella figura di pagina C63, infatti, il progenitore originario è chiamato “antenato comune” e gli altri sono messi lì senza nome.

Un altro trucco, pur’esso visibile nella fig. 27 di p. C63, è quello di usare i disegni in modo ambiguo. Dopo aver messo più sopra le foto di giraffe ed okapie, nell’albero genealogico c’è il disegno delle medesime e così si crea l’associazione che ad un disegno corrisponda una realtà. Anche i disegni dei progenitori sono fatti con lo stesso stile e così si ha l’impressione che anche a quei disegni corrisponda una realtà… invece a quei disegni non corrisponde nessuna specie vivente e nessun fossile, ma sono solo frutto dell’immaginazione.

L’uso di falsi alberi genealogici è sistematico e chi non ha “visto” in qualche disegno i nostri supposti progenitori scimmieschi sempre più “umani”? Nel testo stesso ci sono altri esempi e ora ne vedremo qualcuno rapidamente. Nella fig. 20 di p. C15 viene ricostruito “l’albero filogenetico” del gatto attraverso un “felino ancestrale” SENZA NOME che sarebbe esistito 10 milioni di anni fa e che avrebbe prodotto “rami laterali” di “felini ancestrali” pure essi SENZA NOME, i quali avrebbero poi dato origine al gatto domestico: tutto sul piano della libera fantasia, insomma.

Nella fig. 3 di p. C25 ci sarebbe «l’albero evolutivo che sintetizza le attuali CONOSCENZE» ma che invece è «l’albero evolutivo che sintetizza le attuali SPERANZE»; perché fra i supposti “antenati ancestrali”, che costituiscono il tronco dell’albero, e le punte estreme, non c’è assolutamente niente, né un nome e nemmeno un disegno!

Nella fig. 36 a p. C41 c’è una TRUCCO GRAFICO molto usato e che proviamo a descrivere un po’, ma non è facile. In basso ci sono raffigurati scorpioni, acari e ragni, rappresentati da tre rametti che convergono in un ramo che va verso l’alto e che raggruppa i tre ordini nella classe degli aracnidi, alla quale vengono affiancate le altre classi rappresentate da insetti, crostacei e miriapodi. Le quattro classi vengono poi collegate in un “ramo” più elevato rappresentato dal tipo artropodi, al quale si affiancano altri tipi (poriferi, molluschi, cordati, ecc.) che sono infine riuniti nel regno animale, che sarebbe il tronco dal quale si dipartono i vari rami, in un albero che in questo caso è messo con i rami in giù. La figura è concettualmente corretta, ma si vuol dare l’impressione (rafforzata dai commenti del contesto) che la figura faccia vedere i progenitori dei ragni, mentre se si risale con attenzione l’albero, si incontrano solo nomi generici (aracnidi, artropodi, animali) e di progenitori non c’è traccia. Nella figura a p. C48, infine, c’è una grafica di tipo diverso (assomigliante più alla ramificazione di un percorso stradale che ad un albero) ma il succo è sempre lo stesso, perché fra i «primi pluricellulari», posti come tronco di base, e le estremità (artropodi, vertebrati) non c’è niente di definito, ma solo libere supposizioni.

7. L’EVOLUZIONE “A SALTI”

Il testo dedica un paragrafo (pp. C62-C63) per fare il punto della situazione attuale, introducendo così la moderna teoria degli “equilibri punteggiati”, formulata da Gould e Eldredge, con la quale si cerca di spiegare come mai non si trovano quegli “anelli di congiunzione” supposti da Darwin. La nuova teoria si chiama anche evoluzione “a salti” perché, invece di ipotizzare dei cambiamenti lenti e costanti come ha fatto Darwin, suppone dei cambiamenti significativi in tempi molto brevi, ai quali seguirebbero poi dei lunghi periodi nei quali la specie rimane pressoché invariata. Insomma, per farne un’illustrazione, secondo Darwin l’evoluzione avanzerebbe come una formica, mentre per Gould sarebbe una specie di cavalletta che salta proprio nell’attimo nel quale non la stiamo guardando. Gould rivaluta molto il “catastrofista” Cuvier, di solito poco apprezzato dagli evoluzionisti (vedi C52-C53) e, pur dichiarandosi evoluzionista, ne ha messo in crisi l’impianto geologico: anche la sua nuova teoria ha però il solito vecchio difetto, perché anche “l’evoluzione a salti” resta un’ipotesi che nessuno ha mai visto.

8. NON FAR PARLARE L’ACCUSA

Se in un processo si mettono tutti d’accordo per non far parlare l’accusa è evidente che l’imputato verrà assolto. Anche riguardo a Darwin viene data la parola sola alla difesa, con la scusa che gli oppositori sono creazionisti che dicono solo scemenze. Fui convinto 40 anni fa che, sul piano dei fatti osservati, era più credibile la Bibbia che Darwin. Allora erano pochissimi a pensarla così e non trovai nemmeno un libro che prendesse una chiara posizione contro il darwinismo. Oggi i libri in commercio che si oppongono alle idee di Darwin si contano a decine, ma ce ne sono tre particolarmente rilevanti, perché scritti da tre scienziati italiani che sono internazionalmente stimati: Giuseppe Sermonti (che nel 1980 ha pubblicato “Dopo Darwin” e poi, fra l’altro, “Dimenticare Darwin”, Il Cerchio, 2006), Antonino Zichichi (“Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo”, Saggiatore, 1999) e Massimo Piattelli Palmarini (che, con Jerry Fodor, ha appena pubblicato “Gli errori di Darwin”, Feltrinelli, 2010). Di grande rilevanza, in Italia, è stato un convegno promosso da un’Istituzione pubblica prestigiosa, cioè dalla Vice-Presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche, convegno incentrato proprio su un esame critico del darwinismo: il libro che ne raccoglie gli Atti è a cura di Roberto de Mattei (Vice-Presidente del CNR) e si intitola “Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi”, Cantagalli, 2009. Questi quattro scienziati di rilievo non interpretano la Bibbia alla lettera e non possono essere certamente definiti “creazionisti”: anche i loro quattro libri contengono solo scemenze? Gli scienziati che rifiutano il confronto e la critica si comportano da scienziati o assomigliano proprio a quei religiosi intolleranti che vogliono combattere?

Un libro che presenta solo la difesa di Darwin, qual è il testo scolastico esaminato, costringendo gli oppositori ad usare espedienti vari per far arrivare la critica, fa vergogna ad una scuola che dovrebbe essere “palestra di idee” e non indottrinamento.

9. BIBBIA E/O DARWIN? UNA QUESTIONE DI FEDE

C’è chi è convinto che Darwin abbia ragione, chi ha più fiducia nella Bibbia, chi cerca di mescolare il pensiero di Darwin con quello della Bibbia e chi la vede in qualche altro modo. Trattandosi di questioni che non solo la scienza non ha risolto, ma che sono al di là del suo campo di indagine, ognuno dovrebbe sentirsi libero nelle proprie valutazioni e decisioni. La scuola dovrebbe trattare l’argomento mostrando le diverse prospettive, non è invece onesto presentare una tesi criticabile (qual è il darwinismo) come se fosse “verità scientifica non rifiutabile”.


QUALCHE OBIEZIONE ALL’ EVOLUZIONISMO… spiegata a mia nipote Luna

febbraio 11, 2011

di Fernando De Angelis

Mi avrebbe fatto piacere avere in classe le mie due nipoti Sara e Silvia, ma non è successo. Ora è un decennio che sono in pensione, intanto Luna (figlia di Sara) è cresciuta e frequenta il secondo anno di ragioneria: proprio quella scuola dove ho a lungo insegnato Scienze naturali e Geografia. Recentemente c’è stata l’occasione per riprendere il dialogo con Luna e le accennato alle mie convinzioni anti-darwiniste. Luna si è un po’ incuriosita e allora l’ho presa come una sfida da non ignorare.

Nel 2009 è uscito il mio libro “Cultura e Bibbia” (Gribaudi) ed è quella la mia risposta alla questione evoluzione/creazione, ma è troppo ampia per Luna e allora colgo l’occasione per immaginarmi di nuovo in classe, realizzando in qualche modo l’antico desiderio di far lezione ad una mia nipote.

Sull’evoluzionismo a scuola applicavo (e applicherò ora) due criteri: uso del libro di testo e oggettività delle argomentazioni. Con un obiettivo dichiarato: far vedere agli studenti che la questione dell’origine dei viventi, sul piano scientifico, non solo non è risolta, ma appare sempre più irrisolvibile, perciò la risposta che ciascuno necessariamente si deve dare, dipende soprattutto dalle convinzioni di partenza (i presupposti) con i quali si comincia a ragionare.

 

TESTO SCOLASTICO DI RIFERIMENTO:

A. Gainotti e A. Modelli, “Scienze della natura”, Zanichelli, terza edizione, 2008. In particolare “Unità 3, La teoria dell’evoluzione” (pp. C50-C67), facente parte della “sezione C, La varietà della vita”.

 

2. MESCOLANZA DI TESI DIVERSE

Se si sostengono contemporaneamente tesi diverse o perfino contrapposte, si può dare l’impressione di aver dimostrato tutto risolvendo solo il problema più semplice, o addirittura quello contrario! Il libro di Darwin si intitola “L’origine delle specie…” e l’origine più difficile da spiegare è quella della PRIMA forma vivente, cioè l’origine della vita, ma su questo aspetto Darwin e gli evoluzionisti tendono a sorvolare. C’è poi da spiegare come si è passati dalla prima forma di vita unicellulare e acquatica, agli organismi pluricellulari acquatici e poi a quelli pluricellulari terrestri. Com’è potuta comparire la prima cellula? Come si è arrivati ai pesci, come hanno fatto certi pesci a diventare anfibi (rane)? Come hanno fatto certi anfibi a diventare rettili, poi uccelli e infine mammiferi? Il prodursi di questi cambiamenti è totalmente diverso dal prodursi dei cambiamenti all’interno di una specie (le diverse razze di cani, per esempio). Bisogna infatti spiegare come compaiono organi nuovi e non basta dire che si modificano organi vecchi, cioè già esistenti.

Insomma, bisogna distinguere la macroevoluzione (cioè una evoluzione che produrrebbe specie molto diverse da quella di partenza e con organi nuovi), dalla microevoluzione (cioè dalle modifiche di organi già esistenti e che non cambiano le strutture di base della specie). Siccome poi la tesi fondamentale dell’evoluzionismo è quella di un aumento della complessità, allora è importante non metterla insieme con quei cambiamenti che comportano una perdita della complessità e che chiameremo perciò involuzione.

Mentre la microevoluzione e la involuzione sono chiaramente dimostrate e constatabili (evoluzione osservata), la macroevoluzione non è stata mai vista e dimostrata (evoluzione supposta). La domanda che perciò ci poniamo è se il testo scolastico in esame fornisce prove di macroevoluzione (per esempio, passaggio da rettili a uccelli o da mammiferi terresti a mammiferi acquatici): d’ora in poi, comunque, per evoluzione intenderemo soprattutto la macroevoluzione. I tre fenomeni (microevoluzione, involuzione e macroevoluzione) sono insomma chiaramente distinti e non si possono portare esempi di microevoluzione (o peggio, di involuzione) come se dimostrassero la macroevoluzione. Per esempio, se viene fuori una nuova razza di pecore con le gambe sensibilmente più corte, e quindi non in grado di saltare i recinti, non siamo in presenza di una macroevoluzione, ma di una involuzione. E di involuzione si tratta pure quando, da un normale moscerino della frutta, ne nasce qualcuno con le ali deformate o, addirittura, senza ali.

3. LE “PROVE” RACCOLTE NEL VIAGGIO SULLA BEAGLE

A p. C53 è riportato il noto viaggio di Darwin, iniziato nel 1831, con la nave Beagle, «che salpava per un viaggio di 5 anni con lo scopo di esplorare le coste dell’America del Sud». Sarebbero i fatti osservati durante questo viaggio a spingere poi Darwin a formulare la sua teoria scientifica. Il testo prosegue poi osservando che «anche se le prove a sostegno dell’evoluzione delle specie diventavano sempre più convincenti, egli era ben consapevole di quanto questa idea fosse dirompente sia dal punto di vista religioso sia culturale». È per questo che non le avrebbe pubblicate, decidendosi a farlo solo dopo 23 anni (1858) quando Wallace, avendo messo per scritto idee simili, lo costrinse a venire allo scoperto (p. C54).

Qui il parallelo fra Darwin è Galilei è solo adombrato, mentre in molti altri testi è reso esplicito: il paragone è però improponibile. Nell’Inghilterra di Darwin, infatti, si era radicata da due secoli una democrazia parlamentare e un pluralismo religioso che consentivano di esprimersi con grande libertà; anzi il dissentire dalla maggioranza (essere cioè “non conformisti” o “anticonformisti”) era da non pochi reclamato come un titolo di merito. La controprova evidente di tutto ciò è che, quando Darwin pubblicò il suo libro (1859), ottenne un grande successo e grandi onori, perché le idee di Darwin seguivano la tendenza della società inglese di quel tempo, piuttosto che essere di opposizione. Quando si portano motivi inconsistenti, c’è da supporre che si vogliano nascondere quelli veri ed il vero motivo, per il quale Darwin rischiava di morire senza aver esposto le sue grandi scoperte scientifiche, è che le prove accumulate erano insufficienti per dimostrare le sue tesi, perciò aspettava nella speranza di poterne trovare di meglio. Ma sull’insufficienza delle prove portate da Darwin ci torneremo.

 

4. LA SELEZIONE ARTIFICIALE

COME “PROVA” DELL’EVOLUZIONE NATURALE?

Qui il ragionamento è contro ogni logica. Scrive il testo: «Darwin sapeva, per esempio, che gli allevatori di piccioni (o colombi) avevano ottenuto in poco tempo, a partire dalla specie selvatica Columba livia, varietà molto diverse fra loro». Darwin allora «si pose questo problema: esiste, in natura, un equivalente della selezione artificiale?» Rispondendosi che esiste perché non tutti i figli possono sopravvivere e perciò emerge la “selezione naturale”. Non porta però esempi di selezione naturale che facciano vedere come da certe forme se ne possano ottenere altre diverse. Considerare i dati osservati in ambiente artificiale come prova di ciò che sarebbe avvenuto in ambiente naturale è un’assurdità logica che non dovrebbe essere presa nemmeno in considerazione. C’è poi un’altra questione: ci sono tante razze di cani perché quelle che deviano dalle precedenti vengono protette e selezionate dall’uomo, le varietà di lupo sono invece ristrettissime perché, quando nasce un lupo che devia da quello normale, risulta meno efficiente e finisce per soccombere. In natura, insomma, il tipo nuovo viene ostacolato e non protetto. L’esempio dei piccioni portato da Darwin, poi, è un esempio di microevoluzione, non di macroevoluzione, perciò non dimostra quello che dovrebbe dimostrare.

C’è però un’altra assurdità logica della quale in genere non ci si accorge ed è che la selezione tende a diminuire la variabilità genetica complessiva e tutt’al più separa geni già esistenti, perciò non può essere la causa dell’aumento della variabilità. “Selezionare” significa “eliminare” e perciò non può essere la selezione (naturale o artificiale) a dimostrare l’evoluzione (attraverso la quale comparirebbero caratteri nuovi). Il testo infatti riconosce che «L’ambiente, mediante la selezione naturale, non causa i mutamenti negli organismi» (p. C56) ma poi non chiarisce quale sarebbe la causa e passa ad un altro argomento. Se non si fa attenzione, allora, si ha l’impressione che sia stato risolto il problema di come siano spuntate le ali ad un serpente facendolo diventare un uccello, mentre il problema di come possano emergere caratteri veramente nuovi e che aumentino la complessità non è stato nemmeno affrontato! Certo, un evoluzionista dirà che la variabilità è data dalle mutazioni, ma lì entriamo in un’altra questione con la necessità di mettere in evidenza altri problemi: dato però che in queste pagine il testo scolastico non ne parla, evitiamo anche noi di affrontare l’argomento.

Subito dopo, nella stessa pagina C56, troviamo ben espresso il metodo della mescolanza di concetti diversi (vedere punto 2). C’è infatti scritto che gli esseri viventi «diventano più adatti, e basta: la degenerazione dei parassiti, che divengono incapaci di vivere senza l’ospite, o la cecità degli animali cavernicoli sono perfette quanto l’elegante corsa di una gazzella». Certo, se definisco l’evoluzione come il divenire “più adatti”, allora perdere la funzionalità degli occhi equivale al vederli comparire in una specie che non li possedeva, ma vedere un animale cieco (involuzione), dimostra che una struttura di una complessità enorme come l’occhio può comparire per caso (evoluzione)???

5. A VOLTE IL TITOLO MASCHERA IL CONTENUTO

I paragrafi 6 e 7 (pp. C58 e C59) danno l’impressione di risolvere veramente la questione, perché si intitolano “La selezione naturale all’opera” e “L’origine di nuove specie”. Poi però si parla della solita farfalla Biston betularia nella quale prevarrebbe una varietà più scura o più chiara a seconda dell’ambiente. Il testo è onesto nel riconoscere che «non si è trattato, è vero, di grandi cambiamenti: non si è formata alcuna specie nuova», ma poi usa il solito trucco e conclude che «ciò nonostante si è trattato di un vero processo evolutivo». Se gli evoluzionisti si ostinano a far vedere esempi che non dimostrano ciò che veramente dovrebbero dimostrare, c’è da pensare che di esempi migliori non ne abbiano (fra l’altro, nella letteratura specializzata si è ormai chiarito che i dati sui cambiamenti della Biston betularia sono stati manipolati da chi li ha introdotti, ma come in altri casi, anche gli argomenti “scaduti” continuano irrefrenabilmente a circolare).

Sulla questione dell’origine di nuove specie vengono portati due giusti esempi: quello del pipistrello (che sarebbe una specie di topo adattatosi al volo) e quello di un tipo di pesce diventato anfibio. Solo che oggi esistono topi comuni e pipistrelli, pesci e anfibi, mentre non si vedono quei numerosissimi passaggi intermedi che il darwinismo richiede. Gli “anelli mancanti”, insomma, continuano a mancare: nessuno però può dimostrare che non sono mai esistiti, perché si può sempre obiettare che non si sono ancora trovati. Dato comunque che il mondo è stato ampiamente setacciato e dato che si tratta di animali provvisti di ossa (e perciò più facilmente di altri reperibili in forma fossile), è fondato il sospetto che non solo non siano stati ancora trovati, ma che non siano mai esistiti.

1 parte…


DARWIN HA SBAGLIATO

gennaio 31, 2011

Il neodarwiniamo: irrazionale nelle sue pretese

L’uomo ha avuto la necessità di classificare e ordinare in gruppi tutti gli esseri viventi. Gli organismi viventi sono stati divisi in generi (gruppi di viventi con specifiche caratteristiche) e specie, identificate , oltre che dalle caratteristiche comuni anche dalla possibilità di generare individui.
Il regno dei viventi è diviso in 5 gruppi che partono dal più semplice, quello delle Monere, fino al regno degli animali, quello più complesso. Il regno animale comprende milioni di specie differenti. Tra le molteplici specie appartenenti al mondo animale, l’uomo ha specificato diversi gruppi di appartenenza partendo da una prima e fondamentale differenziazione: esseri vertebrati ed esseri invertebrati. Senza addentrarci nella complessa rete gerarchica della divisione che l’uomo ha riscontrato si può certamente essere d’accordo nel sostenere che le varie classificazioni sono riferite a caratteri comuni e ben precisi che evidenziano l’appartenenza ad una o ad un altro genere familiare che comprendono le varie specie (famiglia lupo/cane che comprende le diverse specie di cani).
Ciò che possiamo osservare è che qualsiasi genere/specie ha una serie di caratteristiche semantiche “ferme nel tempo”; si può catalogare ogni essere vivente nel suo genere/specie di appartenenza, sia vivo che morto, ciò non cambia nulla, le sue peculiarità di appartenenza ad una o ad un altro genere/specie restano comunque invariate. I caratteri di appartenenza ad una o ad altra genere/specie sono ben catalogate e rigorosamente precise in tutti i manuali di scienze naturali, i canoni di identificazione sono ben definiti e dettati da un ben limitato campo variabile.
Quindi, come tutti i manuali specificano, i generi familiari hanno caratteristiche ben definite e ben fissate nel tempo. La teoria di Darwin, che si basa sulla evoluzione della specie, ha alla base un concetto ben preciso che è quello della variazione nel tempo. La contraddizione della teoria applicata al dato certo, fissità del genere familiare di appartenenza, dimostra l’irragionevolezza delle argomentazioni a sostegno della predetta teoria.
Non è possibile conciliare ciò che è accettato da tutti, cioè la catalogazione del genere familiare/specie, con una teoria che ne vuole contraddire l’essenza, cioè la fissità nel tempo dalle famiglia di genere a cui appartiene la specie, con un’ipotesi non verificata ed evidentemente in contrasto con la più elementare capacità raziocinante dell’essere umano.
L’illogicità della pretesa neodarwiniana è assoluta. Ogni essere vivente, come d’accordo, ha una sua specifico genere e specie di appartenenza, un essere in fase di “trasformazione” a quale genere/specie apparterrebbe? Con chi si potrebbe riprodurre? E’ evidente che non avrebbe catalogazione e quindi andrebbe in contrasto con ciò che è certo, cioè il concetto specifico di appartenenza di ogni essere vivente ad un genere e conseguentemente alla sua specie. E’ la scienza stessa che nega ogni validità scientifica alla scuola di Darwin.
Per comprendere più sostanzialmente le argomentazioni qui sopra riportate vi rimando all’ottimo saggio di Piero Barovero “Darwin ha sbagliato”, ormai lo dicono veramente in molti che Darwin ha sbagliato…

Darwin ha sbagliato

Tipo: Libro
Autore: Piero Barovero
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Book Sprint Edizioni
Link Internet:
Numero pagine: 95

Saggio critico sul darwinismo

Prezzo: € 12,00

http://www.origini.info/libro.asp?id=112


ESISTONO ALTERNATIVE?

gennaio 20, 2011

 

Di Stefano Serafini

Presentare brevemente le vive linee di pensiero che nella biologia contemporanea si discostano dal paradigma di Darwin è un’impresa impossibile nel breve spazio a nostra disposizione. Si tratta in

realtà di un universo complesso e ricchissimo, che merita approfondimenti monografici. Qui forniremo perciò soltanto alcuni, incompleti spunti, e cercheremo, in mancanza di una ventura

sintesi teorica e storica, di tracciare un possibile percorso dal nostro punto di vista. Come osservato da più parti, l’ostacolo maggiore alla messa in discussione del neo-darwinismo

consiste nella mancanza di un’alternativa. Se non è la selezione naturale, che cos’altro muove mai l’evoluzione? Poiché oltre un secolo di ricerche non ha prodotto elementi sufficienti a eliminare le

debolezze della teoria, che anzi si sono rivelate sempre maggiori, tale domanda è divenuta l’ultimo bastione di tutti i difensori dello status quo ideologico all’interno della biologia. È normale che una

simile situazione si riscontri anche in altri ambiti disciplinari, ma ci sembra significativo, per l’approfondimento della relazione fra struttura del capitalismo e paradigma biologico, che essa si sia

protratta stagnante per lo stesso lasso di tempo storico fino ad oggi in economia. Scriveva ad es. John M. Keynes nel 1933:

 

29 S. Carrà, Prefazione a: A. Lima-de-Faria, Evoluzione senza selezione. Autoevoluzione di forma e funzione, trad. It.

Nova Scripta, Genova 2003, p. xx.

 

«il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, nelle cui mani ci siamo trovati dopo la guerra, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso, – e non

mantiene quel che ha promesso. In breve, non ci piace, e stiamo anzi cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci domandiamo che cosa dobbiamo mettere al suo posto, siamo estremamente perplessi.»30

 

Ovviamente, a cominciare dalla comune compagine culturale d’origine, è scontato l’intreccio tematico e metodologico tra darwinismo e liberismo economico. Valga qui affermare che la dottrina

della “mano invisibile”, il concetto cioè di uno sviluppo fisiologico dei mercati promosso dalla libera competizione, nasce nel contesto del tentativo di matematizzare l’economia (Léon Walras,

1834-1910), e conferirle così la dignità disciplinare dell’esattezza.

Riguardo alla mancanza di un’alternativa in biologia, Giuseppe Sermonti ha sostenuto più volte che gli scienziati dovrebbero cambiare radicalmente atteggiamento, e rinunciare a imbrigliare ad ogni

costo la natura, col rischio di trasformare la scienza in una sterile rete mentale. Se non possediamo elementi per dare risposta ai grandi quesiti – e non è garantito che li possiederemo mai – meglio

sarebbe servire la verità rimanendo in silenzio e in ascolto. Per chi si è votato alla ricerca, la contemplazione e la saggezza sono esiti tanto maggiormente desiderabili del dominio sulle cose,

ancor più se questo risulta fittizio e mefistofelico. Ipotesi, modelli, tentativi sperimentali sono frammentarie affabulazioni della libertà, dell’intelligenza e, perché no, della bellezza dell’uomo nel

mondo, capaci di riflettere un po’ di luce, anche se impossibilitati a rinchiuderla.L’invito di Sermonti all’esodo dalla forma mentis dello scienziato in carriera, trasformatosi in un

ibrido d’uomo d’affari, s’inserisce in un pensiero complesso e vasto di critica allo scientismo e alla nostra società, del quale l’evoluzionismo non è che un capitolo, per quanto significativo e

addirittura paradigmatico.33

Niente affatto filosofica, e tutta interna all’agone teorico della disciplina, è invece la proposta di Antonio Lima-de-Faria, il quale ha raccolto alla lettera la sfida, e ha contrapposto una sua

affascinante alternativa alla selezione naturale: la teoria dell’autoevoluzione morfofunzionale.34 Tra questi due poli metodologici, su posizioni più o meno sfumate fra positività ed epistemologia, si

situano pensatori di scuole e formazioni diverse. La tesi che seguiremo, e che fornirà il criterio di segnalazione di alcuni Autori, è che questi valorosi ribelli condividono comunque il rifiuto del

guscio in cui sembra esser stata rinchiusa la biologia teoretica. In realtà, fra i loro colleghi, essi godono di un prestigio e di una simpatia assai maggiori di quanto, per ragioni di opportunità

accademica, non sia dato vedere.35 L’insofferenza del meccanismo caso-selezione, da un secolo e mezzo tanto chiaro e caro a qualunque professorino di liceo, li accomuna quasi tutti. Essi sono stati

capaci di scavalcare un simile robustissimo luogo comune universalmente condiviso, come abbiamo visto, anche al di fuori della biologia. Hanno dovuto combattere contro l’inerzia della convenzione,

e affrontare complicazioni accademiche e sociali serie e dolorose. Si tratta dunque di persone assai 30 J. M. Keynes, Autarchia economica, 1933, III.

 

31 Cfr. B. Ingrao – G. Israel, La mano invisibile. L’equilibrio economico nella storia della scienza, Laterza, Roma-Bari 2006.

32 Si veda ad es. il suo bel libro Dimenticare Darwin, Rusconi, Milano 1999.

33 Cfr. Il crepuscolo dello scientismo, op. cit.; La mela di Newton la mela di Adamo, Nova Scripta, Genova 2006;

L’anima scientifica, op. cit.

34 Si vedano i suoi interventi in questo volume.

35 La situazione, verosimilmente anche per il contributo di quell’inevitabile fenomeno fisico che è il pensionamento della vecchia generazione, sta cambiando. Per quanto possa sembrare folcloristica, è significativa la lista, un tempo

inimmaginabile, del “Dissenso scientifico contro il darwinismo” firmata da oltre 600 scienziati e pubblicata su Internet all’indirizzo www.dissentfromdarwin.org. interessanti e dal profilo non comune, che si distinguono pure all’interno della simpatica categoria dei ricercatori.

 

Nell’approfondire le loro opere e le loro storie, si resta turbati dal contrasto fra la loro grandezza – in alcuni casi vera e propria genialità – e il silenzio al quale sono stati sovente condannati. Non da

una congiura, ma dal fastidio e dalla sconvenienza alitati come nebbia sulle loro persone da un ovattato conformismo, che, se si vuole, è il volto più triste del nichilismo.

Non basterebbe un volume per raccogliere i contributi del Gruppo di Osaka (Giuseppe Sermonti, Franco M. Scudo, Atuhiro Sibatani, Francisco J. Varela, Antonio Lima-de-Faria, Mae-Wan Ho, Lev

Belousov, ecc.), un plesso fondamentale della presa di coscienza e della diffusione delle idee strutturaliste in biologia.

Vorremmo tuttavia citare dei nomi importanti di personalità scientifiche che criticarono e criticano il monologismo darwiniano, e delle quali per ragioni di spazio non potremo trattare qui, affinché

restino come uno stimolo agli interessati. Si rammentino dunque, oltre a quelli già citati, i nomi di Georges Cuvier (1769-1832),36 Karl Ernst von Baer (1792-1876),37 Rudolf Virchow (1821-1902),38

Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910),39 Hans Driesch (1867-1941),40 Daniele Rosa (1857- 1944)41, D’Arcy Wentworth Thompson (1860-1948),42 Conrad Hal Waddington (1905-1975),43

 

36 Naturalista francese, padre del catastrofismo, la teoria opposta al gradualismo geologico di Charles Lyell , che spiega la presenza dei fossili di creature non più esistenti con improvvisi eventi distruttivi che avrebbero sconvolto, in varie ere, il nostro pianeta. Si occupò approfonditamente della classificazione e della struttura dei molluschi, dei pesci, e dei fossili di mammiferi e rettili. Quest’ultimo settore lo portò a fondare la paleontologia dei mammiferi. Importanti le ricerche di osteologia e delle strutture animali. Ricoprì alti incarichi pubblici nelle istituzioni scientifiche francesi, e poco prima della morte venne addirittura nominato ministro degli interni di Francia.

37 Il grande embriologo tedesco si oppose da subito alla teoria di Darwin, entro la quale il suo giovane avversario Ernst Haeckel incorporò invece la sua teoria embriologica (“L’ontogenesi ricapitola la filogenesi”) tanto da diffonderla come “prova” del darwinismo. Al contrario von Baer riteneva che gli organismi si sviluppassero dal generale al particolare, e che i caratteri generali apparissero nell’embrione prima dei caratteri specifici; da essi sorgeranno poi le caratteristiche più specifiche, fino alle singole specializzazioni morfologiche e funzionali. Egli denunciò le incongruenze della teoria di Haeckel, divenuta nel frattempo una sorta di cavallo di battaglia darwinista.

38 Uno dei più grandi fisiologi del XIX sec., premio Nobel per la medicina, e Medaglia Copley. Fu anche un appassionato antropologo, fondatore della Società Antropologica Tedesca e dell’Associazione Antropologica di Berlino,

pubblicando ricerche etnologiche di grande interesse, a seguito delle sue spedizioni internazionali. Di non minore rilievo fu la sua attività politica: membro del parlamento prussiano, fondò il Partito Progressista e fu un acerrimo

avversario di Bismarck, che giunse persino a sfidarlo a duello. Dal 1880 al 1893 fu membro del Reichstag tedesco. A lui si devono la scoperta di diversi apparati anatomici, di un metodo standard per le autopsie, dei processi di trombosi ed embolia, e la determinazione che la genesi cellulare può avvenire solo a partire da altre cellule, e non da materia amorfa. La sua opposizione alla teoria darwiniana si basava su varie considerazioni, ma si tenne solida sull’argomento

metodologico, sostenendo che essa dovesse essere considerata un’ipotesi e nulla più. 39 Astronomo e senatore del Regno Sabaudo, fu il primo ad osservare i canali di Marte (1877). I suoi molti interessi lo

portarono a occuparsi di molti rami dello scibile, tra i quali la teoria dell’evoluzione, sulla quale aveva un’interessante opinione ortogenetica.

40 Allievo di Ernst Haeckel, che contesterà, filosofo vitalista e scienziato, pioniere dell’embriologia sperimentale, condusse importanti ricerche sui ricci di mare presso la famosa Stazione zoologica di Napoli tra il 1891 e il 1900.

Ipotizzò un principio vitalistico che denominò entelechia, quale causa dello sviluppo e dell’evoluzione dei viventi. Insegnò filosofia nelle Università di Heidelberg, Colonia e Lipsia. Dal 1926 al 1927 presiedette la Society for Psychical

Research. Tra le sue pubblicazioni: Teoria analitica dello sviluppo organico, 1894; Storia del vitalismo, 1905; Filosofia dell’organismo, 1908; Corpo ed anima, 1916; Parapsicologia, 1932.

41 Docente nelle più importanti università italiane e zoologo di gran fama, concentrò i suoi studi sugli invertebrati, e sulla teoria generale dell’evoluzione, della quale sviluppò, a partire dal 1909, una visione originale che lui stesso

battezzò “ologenesi”. Tra i suoi estimatori contemporanei citiamo L. Croizat e G. Montandon, il quale ultimo applicò l’ologenesi all’uomo fondando lo “ologenismo”. L’ologenesi nasce dall’insoddisfazione nei confronti di tre grandi

difficoltà del neo-darwinismo, e cioè: il salto tra microevoluzione e macroevoluzione; la difficoltà di spiegare le estinzioni in meri termini di sopravvivenza del più adatto; l’inverosimiglianza degli schemi evolutivi conosciuti come

risultato di semplici mutazioni casuali. Secondo Rosa, l’evoluzione non obbedisce al caso instradato dalla selezione, ma a ben definite “leggi intrinseche”. Il ruolo della selezione naturale è sottomesso a tali leggi.

 

Léon Croizat (1894-1982),44 Adolf Portmann (1897-1982),45 Pierre Grassé (1895-1985),46 Kinji Imanishi (1902-1992),47 Søren Lövtrup,48 Brian C. Goodwin,49 Colin Paterson,50 Roberto Fondi51,

Marcello Barbieri52. Come si può notare, la scuola italiana conta una significativa rappresentanza. 42 È molto interessante che il grande biologo e matematico scozzese D’Arcy W. Thompson sia stato anche uno studioso

della classicità, e che in tale veste abbia tradotto in inglese le opere biologiche di Aristotele. La sua fama si deve al libro, meravigliosamente ben scritto e illustrato, On Growth and Form, Cambridge University Press, Cambridge 1917,

19422 (riedito da Dover, 1992): oltre mille pagine dedicate all’autoorganizzazione intesa come la forza sorgiva delle forme dei viventi, in opposizione alla selezione. La biologia, per Thompson, deve rivolgersi alle leggi della fisica e

della meccanica e penetrare l’ordine sottostante le forme. I suoi esempi sono di una eleganza straordinariamente rivelatrice: ad es. la scoperta delle relazioni numeriche fra le strutture spirali nelle piante (fillotassi) e la serie di

Fibonacci.

43 Dopo la prima formazione come geologo, rivolse i suoi interessi alla genetica e all’embriologia sperimentale. Collaborando con Joseph Needham sviluppò i concetti di Evocazione e Individuazione. Trasferitosi all’Università di

Edimburgo, dove dirigeva l’Unità di Riproduzione animale e Genetica, dedicò la vita all’integrazione della genetica con la teoria dello sviluppo. Ha dimostrato la realtà dell’assimilazione genetica. Le sue riflessioni e i suoi esperimenti

hanno impostato il quadro attuale dell’embriologia, con i suoi concetti di canalizzazione, epigenetica, epigenotipo, fino all’organizzazione epigenetica, sopragenomica, integrata ed ereditabile dello sviluppo embrionale. Ha recuperato alcune importanti idee di Lamarck per riconciliarle con la biologia contemporanea.

44 Nato a Torino da una ricca famiglia di industriali, ebbe una vita tempestosa e commovente condotta fra l’Italia, gli USA, la Francia e il Venezuela (vale decisamente la pena di leggere la nota biografica di R. C. Craw, “Never a serious

scientist: the life of Leon Croizat”, Tuatara 27 (1984) 1, pp. 5-7 recuperabile anche in Internet). Botanico di rara profondità, si oppose nonostante le convenienze accademiche alla biogeografia darwiniana, sostenendo la tesi secondo

la quale le barriere geografiche e gli insiemi biologici localizzati coevolvono («La vita e la terra evolvono assieme»). Nasce così la panbiogeografia, un metodo di trasferimento su mappe delle distribuzioni degli organismi, capace di

rivelare le antiche connessioni fra aree di distribuzione disgiunte, cioè la preesistenza di biota ancestrali, successivamente divisi da eventi tettonici o climatici. Nonostante le dure opposizioni alle sue teorie, Croizat è

considerato uno dei più originali pensatori della moderna biologia comparativa. 45 Biologo svizzero, direttore dell’Istituto zoologico dell’Università di Basilea, della quale fu anche rettore. Ha lasciato

una quantità impressionante di studi sui cefalopodi, ma la sua fama è dovuta all’approccio allo studio della forma, principio che egli stesso fa risalire al Metamorphose der pflanzen di Goethe (cfr. A. Portmann, Le forme viventi, trad. It.

Adelphi, Milano 1989). «L’ordine che domina i processi vitali [è un] ordine appartenente a un regno assai diverso da quello della nostra logica e i cui rapporti con quest’ultima rimangono profondamente enigmatici», scrive in “L’arte nella vita dell’uomo”, in: AA.VV., Dibattito sull’arte contemporanea, Comunità, Milano 1954, p. 133. Rifiuta il caso nella scienza, che ritiene un elemento di ignoranza; rifiuta il riduzionismo e l’utilitarismo in cui le discipline della vita si sono impastoiate. 46 Cattedratico alla Facoltà di Scienze di Parigi, si occupò principalmente di protozoologia, entomologia e fitologia, curando anche un monumentale Traité de Zoologie in 35 volumi. La sua critica al darwinismo è presentata in L’Evolution du vivant. Matériaux pour une nouvelle théorie transformiste, 1973, trad. It. L’evoluzione del vivente, Adelphi, Milano 1979, dove tra l’altro sostiene che la fonte del flusso evolutivo va cercata fuori della mutazione; e che l’evoluzione procede per una linea principale che definisce «delle madri», dalla quale si sviluppano come stoloni le singole specie.

47 Ecologo e primatologo giapponese, critico del darwinismo (disciplina peraltro già rifiutata in Giappone fino alla sconfitta bellica del 1945), del quale rinnegava selezionismo e gradualismo, sottolineando gli aspetti cooperativi del

mondo naturale in un’ottica olistica. Le sue teorie rappresentano la risposta “orientale” alla scienza dell’Occidente ispirata all’economia. Durante il suo primo viaggio negli USA, dove espose le sue ricerche sui primati, venne

ridicolizzato per i metodi “antromorfizzanti” nel trattare gli animali che studiava. Oggi la primatologia riconosce in lui un precursore.

48 Nel suo famoso libro Darwinism: The Refutation of a Myth, Croom Helm, Beckingham 1987, l’eminente embriologo svedese sottolinea che la maggioranza degli oppositori di Darwin lo attacca da posizioni scientifiche, e ha poco a che

spartire con la religione. La principale critica a Darwin, consiste per lui nell’impossibilità delle innovazioni senza un accumulo progressivo di tanti piccoli passi intermedi, la cui esistenza non reca però alcun vantaggio selettivo, e non si

spiega dunque con la teoria. Egli accetta l’evoluzione, di cui però nega a Darwin la paternità, ma rifiuta il meccanismo della selezione. Anch’egli si ispira a von Baer.

49 Negando l’utilità della spiegazione in termini di «funzione e costo», l’embriologo inglese B. C. Goodwin (Schumacher College) vorrebbe una biologia più teoretica e meno storica, dunque più concentrata sui meccanismi fisici

dell’evoluzione e sui principi generali dell’organizzazione biologica, capaci di dar conto del perché delle forme. La genetica ha infatti allontanato la biologia dal suo vero oggetto di studio: gli organismi. Al paradigma evolutivo egli

contrappone un paradigma generativo. La dinamica dei sistemi complessi, la fisica del caos e l’autoorganizzazione sono le chiavi di accesso a questa nuova scienza della vita.

 Ora, questa è soltanto una lista parziale; oltre a quello dello spazio disponibile, essa ha il grande limite dell’ignoranza di chi scrive, e un po’ anche quello della difficoltà di rintracciare Autori poco

noti ai manuali nelle loro idee più originali, nonché le loro opere.

Continua con DAL DARWINISMO, ALLA NUOVA SINTESI O NEO-DARWINISMO


LA TEORIA DETERMINA CIO’ CHE OSSERVIAMO

gennaio 11, 2011

Di Fabrizio Fratus

Dove finisce la scienza empirica e dove iniziano le interpretazioni soggettive; questa è la domanda a cui noi tutti dobbiamo rispondere quando parliamo della teoria di Darwin. Albert Einstein dichiarò, con una frase celebre, “è la teoria che determina ciò che osserviamo”.

Ma quale è il senso dell’affermazione di Albert Einstein?

Il Senso è che se si ha una teoria, teoria che viene accolta positivamente, piace, soddisfa il pensiero dominante, che sembra buona e soprattutto dà risposte soddisfacenti alla propria impostazione intellettuale, si tenderà ad esaminare i fatti attraverso la stessa teoria. Piuttosto che osservare obbiettivamente e senza pregiudizio tutti i dati disponibili, si cercheranno solo quelli che confermano la teoria stessa. La stessa percezione dello studioso è fortemente influenzata ed è altamente determinata dalla teoria che abbiamo scelto.

Come sosteneva Alberte Einstein, tra i massimi scienziati mai esistiti, è la teoria che determina ciò che riusciamo ad osservare.

Specificatamente: quando si ha “scelto” una teoria diventa “normale” vedere, sentire, percepire solamente tutto ciò che conferma la teoria scelta e semplicemente si tralascia tutto il resto senza che venga preso in considerazione. Come tutti noi sappiamo è la nostra mente a “costruire” la nostra realtà e a dargli senso.

Un detto cinese spiega bene quanto esposto sopra: due terzi di quello che vediamo, è dietro i nostri occhi.

Tutti noi, indistintamente, abbiamo esperienza di come le nostre percezioni siano determinate da ciò, che per differenti ragioni, vogliamo credere, è tutto già nella nostra testa, noi diamo senso a qualcosa per confermare ciò in cui crediamo evitando automaticamente tutto quello che può confutare la nostra certezza soggettiva.

Notiamo solo quello che serve a dare conferma e sicurezza alla nostra teoria, alle nostre convinzioni, alle nostre certezze.

Una semplice esempio per comprendere il meccanismo della mente è il seguente; provate a pensare a quando avete acquistato un’auto e potrete ricordare che nello stesso momento in cui vi siete messi alla guida vi siete accorti di notare, per le strade della città, decine di auto simili alla vostra, dove erano prima?

Questo meccanismo della mente è documentato e dimostrabile con semplicissimi esperimenti e riproducibile all’infinito, è un meccanismo mentale automatico.

La mente funziona per filtri percettivi, ecco come li chiamano gli psicologi.

Quindi, quello che sostenne Albert Einstein è vero, siamo noi stessi, in molti casi, a determinare validità all’ipotesi che sosteniamo.

Queste mie considerazioni sono da collocare nell’ambito del dibattito sulla teoria di Darwin. Infatti, non sono i dati scientifici a determinare la veridicità della teoria ma alcune convinzioni che precedono la stessa teoria.

Tra queste convinzioni troviamo quella per cui la scienza dovrebbe essere in grado di dare risposte su tutto, una convinzione errata che si è sviluppata anche grazie allo sviluppo della tecnologia; un’altra convinzione è il fatto che la teoria di C. Darwin sia l’unica ipotesi accettabile per la scienza e quindi tutto i dati debbano necessariamente confermarla.

Il celebre naturalista nato nelle vicinanze di Londra è celebrato come icona della scienza più per la sua capacità di negare validità ad una visione trascendentale della vita grazie alla sua ipotesi materialista che per la teoria stessa. Le ipotesi neodarwiniane non sono sostenute dai fatti ma dalla volontà di “avere” una ipotesi scientifico-materialista che possa spiegare l’esistenza della vita, degli esseri viventi, della natura, di tutto l’esistente.

È una teoria voluta non una teoria scientifica, è un dogma e non verità, la teoria di Darwin non è supportata da fatti riproducibili in laboratorio e da osservazioni in natura.


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