OTTOBRE DI FUOCO PER IL NEODARWINISMO

settembre 29, 2010

Due date da non dimenticare: 21 e 22 ottobre. Tre convegni che spiegano come la teoria di Darwin è solo una ipotesi che si regge su presupposti di carattere filosofico e religioso. Una teoria che non ha né capo né fine. Non si sa da dove è nata la vita, non si sa come si “trasformerebbero” le diverse specie, non si ha la minima prova di come aumenterebbe l’informazione da un organismo semplice ad uno iper-complesso…

Dalla prima edizione del libro di C. Darwin ad oggi l’ipotesi darwiniana è variata adattandosi alle scoperte e interpretando i dati sperimentali ed osservabili in modo errato e spregiudicato, il tutto per sostenere una ipotesi senza validità scientifica.

Dove sono i fossili che dovrebbero rappresentare le varie trasformazioni? Sino ad oggi nessun fossile è una prova della favola neodarwiniana e, al contrario, i fossili, confermano che le specie hanno piccole variazioni chiamate microevoluzione (‘adattamento all’ambiente) ma nulla di piu’, nulla che testimonia l’incredibile  idea della “macroevoluzione”.

ROMA

22 ottobre contraddittorio: “OMNE VIVUM EX OVO”…. Antievoluzionisti vs Evoluzionisti.

Intervengono Roberto de Mattei e Ferdinando Catalano VS Roberto Verolini e Aldo Piombino

22 ottobre: EVOLUZIONE DELLA SPECIE; FINE DI UNA IPOTESI

Intervengono Stefano Bertolini e Andrea Lucarelli

MILANO

21 ottobre: L’INGANNO DELL’EVOLUZIONE

Intervengono gli scienziati del Science Research Foundation con la presenza del dott. Oktar Babunia

“OMNE VIVUM EX OVO”

ordine o caos?

materialismo o trascendenza?

Opinioni a confronto su Scienza, Fede, Evoluzione, Progetto Intelligente

ROMA, 22 OTTOBRE 2010, h. 15,30

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Antievoluzionisti vs Evoluzionisti

introduce

Biagio Cacciola

Ne discutono:

prof. Ferdinando Catalano;

prof. Roberto de Mattei;

prof. Roberto Verolini;

dott.  Aldo Piombino;

Modera: Fabrizio Fratus

Per informazioni 02/6127740 – 3391882063


Prova sistematica, prova dei fossili etc…

settembre 23, 2010
  1. Prova sistematica:

 

La sistematica, o scienza della classificazione, ci presenta il mondo vivente organizzato in gruppi (tipi, classi, ordini, famiglie, generi e specie), secondo un sistema gerarchico. Per esempio, le specie sono raggruppate in generi, i quali a loro volta, costituiscono una famiglia, e cosi via. Quindi tutte le specie sono inserite in un sistema di somiglianze e di differenze comprensibili solo se si ammette un rapporto di parentela.

La classificazione del mondo vivente lo dobbiamo al botanico, zoologo, medico e creazionista Carolus Linnaeus che lo ha pubblicato nel 1735 nel suo libro Systema Naturae (nome completo Systema Naturae per regna tria naturae, secundum classes, ordines, genera, species, cum characteribus, differentiis, synonymis, locis).

Segue poi il suo libro Philosophia Botanica nel 1751, contenente una visione completa del suo sistema tassonomico.

Il concetto di eredità è stato pubblicato appena nel 1866 da Gregor Mendel a seguito di esperimenti empirici su piante di piselli. La scienza della genetica moderna nasce nel 1900, ma il DNA a forma elica è stato proposto per la prima volta soltanto nel 1953 da James D. Watson e Francis Crick.

Chiaramente la classificazione linneana (130 anni prima della scoperta di eredità e 220 prima del DNA) considerava solo il fenotipo, cioè le caratteristiche esterne di un organismo perché del genotipo Linneus non ne sapeva bel niente.

Con le conoscenze genetiche odierne e l’abilità di mappare il genoma degli organismi si vede che in molti casi sembrano esserci più similitudini nel DNA fra animali con un fenotipo molto diverso, rispetto a quelli più simili.

Per esempio uno si aspetterebbe una parentela molto più stretta fra un cavallo ed una mucca (essendo quadrupedi erbivori), rispetto ad un pipistrello, però il DNA di un cavallo è più simile a quello di un pipistrello rispetto ad una mucca, e questo ci fa capire che l’apparenza esterna non è una buona guida di parentela.

Altre caratteristiche simili, sono altrettanto delle pessime guide di parentela come, ad esempio, la nostra emoglobina che è simile a quella di un lombrico.

Questo ci fa diventare cugini dei vermi?

Il nostro lisozoma è più simile a quello di un pollo rispetto ad un scimpanzé.

La classificazione linneana, alla luce delle scienza moderna (in particolare per quel che riguarda la genetica) sta riscontrando sempre più difficoltà e questo ha fatto nascere un nuovo sistema di classificazione che considera anche le scoperte della scienza moderna e che è in fase di perfezionamento. Si chiama baraminologia.

2. Prova dei fossili.

La paleontologia, ovvero lo studio degli esseri antichi, cioè, in altri termini, lo studio dei resti fossili, rivela che pochi milioni di anni fa tutte le specie di piante e di animali oggi viventi non esistevano sulla Terra. C’erano, invece, numerose altre specie ora scomparse.

Che cosa provano i fossili? Le specie non sono affatto sparite. Se consideriamo i famosi fossili viventi. Dei veri e propri ossimori non solo come struttura grammaticale di termini contraddittori, ma come filosofia evoluzionistica contraddittoria.

Esistono innumerevoli esempi di specie di fossili che si ritenevano estinte da milioni o addirittura centinaia di milioni di anni, di cui, però, sono stati trovati esemplari non solo vivi e vegeti, ma essenzialmente invariati, cioè rimasti immutati nonostante siano trascorsi, a detta degli evoluzionisti, milioni di anni.

Per citare solo alcuni esempi: Limulo 450 milioni di anni (Ma); celacanto 350 Ma; gamberone 150 Ma; farfalla (Riodinidae) in ambra 65 Ma; pino Wolemi 65 Ma; e uno dei più recenti, il lemure Ida (Darwinius masillae) di 47 Ma.

Una più completa lista di fossili viventi  la si può trovare nell’Atlante della creazione di Harun Yahya.

L’idea che i fossili rappresentino l’evidenza dell’evoluzione, è semplicemente un preconcetto senza alcuna base. Se consideriamo poi, la totale mancanza di fossili di transizione, detti anche anelli mancanti, questi danno un colpo fatale all’ipotesi dell’evoluzione graduale dei piccolissimi passi attraverso milioni di anni.

Gould ed Eldredge, nel 1972, si sono inventati il principio dell’equilibrio punteggiato  per cercare di spiegare questa totale assenza di forme di transizione.

Darwin stesso era molto preoccupato per la mancanza di forme di transizione. Aveva dichiarato che era solo una questione di tempo e poi sarebbero stati ritrovati.

“..p. 171: Perché, se le specie sono discendenti da altre specie attraverso graduazioni impercettibilmente sottili, non vediamo ovunque innumerevoli forme di transizione?… Invece quello che vediamo sono delle specie ben distinte…

p. 280: Allora, perché ogni formazione geologica non è piena di anelli intermedi? La geologia sicuramente non rivela alcuna tale catena organica finemente graduata; questa, forse, è la più ovvia e grave obiezione che si può sollevare contro la mia teoria.”

Charles Darwin, “Sulle origini delle specie”, 1859, London: John Murray, 1° ediz. pp. 171, 280

Sino ad oggi questi miliardi di forme di transizione, fra ogni specie sia nel mondo delle piante sia nel mondo degli animali, mancano ancora tutti. Tuttavia il venerato albero evolutivo, che è possibile trovare in ogni libro di testo scolastico, è stato anche recentemente abattuto.

La copertina dell’edizione di gennaio 2009 della prestigiosa rivista scientifica New Scientist aveva come titolo “Darwin aveva torto, l’albero della vita viene abattuto”. Nel relativo articolo viene citato Eric Bapteste, Biologo, dell’Università Pièrre & Marie Curie, Parigi “Non esiste alcuna evidenza che l’albero della vita sia una realtà”,  Lawnton, G., Uprooting Darwin’s tree, New Scientist  201 (2692): 34–39, 24 January 2009.

3. Prova del codice genetico.

Le strutture e le funzioni degli organismi sono determinate dalle proteine di cui questi sono fatti. In tutti gli organismi viventi siano essi batteri, alghe, funghi, piante o animali, il codice genetico è esattamente lo stesso. E’ come se tutti gli abitanti del globo parlassero una stesse lingua codificata da un unico vocabolario. Il codice genetico, inoltre, è universale. L’esistenza di un codice universale dimostra che tutti gli organismi sono imparentati tra loro.

E’ vero che ogni essere vivente viene codificato dagli stessi mattoni genetici (le lettere C, T, G, A), ma questo significa per forza una parentela? Forse dimostra che un progettista usa gli stessi mattoni in un meccanismo che è efficace per tutti gli esseri viventi. Dopo tutto, devono coesistere nello stesso ambiente e nell’ecosistema di questo pianeta che si chiama terra.

Nonostante il fatto che ogni essere vivente condivida gli stessi mattoni genetici, il meccanismo in cui essi vengono espressi, è molto più complicato e fuori dalla portata della conoscenza della scienza.

Il presunto livello di complessità dell’organismo, non è per niente correlato al numero dei cromosomi, con forme “semplici” o “primitive” avendo più cromosomi dell’uomo. L’uomo ha 46 cromosomi, mentre un crisantemo ne può avere da 18 a 198.

Ecco, ad esempio, alcuni esempi: Cambarus clarkii (gambero di fiume) 200, cane 78, gallina 78, scimpanzé 48, Xenopus laevis (rana del Sud Africa) 36, Drosophila melanogaster (moscerino della frutta) 8, Myrmecia pilosula (formica) 2.

In questi ultimi anni, due importanti scoperte, relative al mondo della genetica, hanno ulteriormente indebolito il dogma evoluzionista.

Si è scoperto, infatti, che l’espressione del genotipo non è dovuto unicamente al suo DNA, ma anche all’esistenza di pseudogeni che influiscono moltissimo in questa espressione.

Gli evoluzionisti, precedentemente, consideravano questi pseudogeni come coppie di geni per la codifica delle proteine che erano stati disabilitati con la progressione dell’evoluzione, diventando inutili.

La seconda scoperta, decisamente a danno dell’evoluzione, e che il 98% del DNA considerato come DNA spazzatura (per ridondanza evolutiva) in realtà ha una funzione decisiva e fondamentale per l’organismo.

Più si approfondisce lo studio del DNA e del RNA (il meccanismo di lettura del DNA), più si intuisce l’incredibile complessità di questo straordinario meccanismo che può essere soltanto il frutto di un disegno intelligente.

4) Prova dell’anatomia comparata.

E’ la scienza che studia e confronta tra loro le strutture degli animali. Essa ci insegna che nell’anatomia degli animali di uno stesso gruppo sistematico c’è sempre una ricca serie di corrispondenze strutturali.

Per esempio le zampe del cane hanno la medesima struttura di base delle nostre braccia e delle nostre gambe: vi sono presenti un femore, la rotula del ginocchio, la tibia con la fibula e infine le ossa del tarso con cinque dita.

L’omologia consiste nella teoria che rapporti evolutivi a grande scala possono essere provati da similitudini nell’anatomia e fisiologia di diversi animali. Dai tempi di Darwin l’omologia viene citato in libri di testo come uno dei più importanti e convincenti prove dell’evoluzione. Tuttavia, uno studio del materiale sull’argomento non da l’evidenza per l’evoluzione naturalista. Al contrario, molti esempi di omologia sono meglio spiegate dal punto di vista di un progetto intelligente. Inoltre, crescenti conoscenze delle fondamenti genetiche e molecolari della vita rivelano molti importanti eccezioni e contraddizioni alla teoria.

Come risultato l’omologia, come prova dell’evoluzione, si può considerare confutata. Gli evoluzionisti hanno cercato di spiegare i molti esempi che sono eccezioni, definendo quelli che sono simili per discendenza da un antenato comune, omologia, mentre quelli che sono simili solo per funzione, sono chiamate analoghe.

Gli arti anteriori dell’uomo, delle balene, degli uccelli e dei cavalli sarebbero omologhe, mentre le ali degli uccelli e degli insetti sarebbero analoghe.

Però la struttura dello scheletro dell’ala di un uccello sarebbe omologa a quella di un pipistrello, per discendenza da un antenato rettilio comune, ma sarebbero contemporaneamente analoghe per la modifica di funzione per il volo (piume per gli uccelli e membrana della pelle per il pipistrello).

Così quando una similitudine di disegno sostiene l’evoluzione diventa un’omologia e viene accettata come una prova dell’evoluzione, mentre quando non sostiene l’evoluzione le stesse similitudini diventano analoghe.

L’esistenza di strutture analoghe viene spiegato con un’evoluzione convergente attraverso un’evoluzione indipendente di strutture simili grazie a pressione ambientali simili.

Tuttavia, ancora una volta ci sono delle serie obiezioni alla proposta evoluzionista. L’embriologia ha dimostrato un importante problema per organi o strutture identiche o molto simili in differenti animali che non si sono sviluppate dalla stessa struttura o gruppo di cellule embrionali?

Non è insolito trovare strutture fondamentali come il tratto digestivo (tubo digerente) che si forma da tessuti embrionici differenti in diversi animali. Per esempio negli squali questo si forma dal tetto della cavità digestiva embrionica. Nelle rane si forma dal tetto ed il fondo, invece in uccelli e rettili dalla parte inferiore del disco embrionico o il blastoderma.

Anche il classico esempio del arte antriore vertebrato (a cui si riferisce Darwin e che viene citato in centinaia di libri di testo come prova dell’evoluzione) ora si è dimostrato errato come esempio di omologia. Questo perché lo sviluppo degli arti anteriori in parti del corpo differenti in specie differenti, ma con struttura simile, non può essere spiegata dall’evoluzione.

Gli arti anteriori di un tritone si sviluppano dai segmenti del torso da 2 a 5, in una lucertola da 6 a 9, e nell’uomo i segmenti si sviluppano da 13 a 18 (de Beer, S.G., Homology, An Unsolved Problem, Oxford University Press, London, p. 13, 1971).

Il Dr. Michael Denton ha concluso che questa prova dimostra che gli arti anteriori non si sono sviluppati omologamente.

Nuovamente la spiegazione più logica e coerente è quella di un progettista che nel suo disegno ha usato la stessa soluzione per diverse specie che devono tutte vivere nello stesso ambiente.

La ruota della biciclette, della moto e della macchina condividono lo stesso ottimo disegno che è considerato il più efficace. Perché reinventare la ruota?

5. Prova dell’embriologia.

E’ la scienza che studia lo sviluppo dell’embrione. Gli studi embriologici mostrano che la formazione di molte strutture non avviene secondo una logica lineare, ma segue vie contorte, spiegabili solamente con tracce di antichi percorsi evolutivi. Per esempio le balene derivano da antenati provvisti di denti, ma esse sono prive di denti; oppure la presenza di fessure sui lati del collo dell’embrione umano: fessure simili compaiono nell’embrione dei pesci, ma poi diventano fessure branchiali.

E’ impressionante quanto il dogma ed i preconcetti dell’evoluzione rimangono fissati nonostante le scoperte della scienza. Questa fissazione che gli embrioni siano incredibilmente simili nei primi stadi dello sviluppo, anche fra specie diverse, lo dobbiamo a Ernst Haeckel che ha disegnato degli embrioni che sarebbero stati l’evidenza dell’evoluzione. Viene chiamata la teoria della ricapitolazione.

La realtà è che Haeckel ha falsificato questi disegni. Wilhelm His, professore di anatomia dell’Università di Leipzig, ha riconosciuto la frode già nel 1874.

Più recentemente Stephen J. Gould, rinomato evoluzionista, ha dichiarato che “La teoria della ricapitolazione è defunta”, Natural History, 89: 144, Aprile 1980.

Il più attivo oppositore alla truffa di Haeckel è stato M. Richardson: “Questo è uno dei peggiori casi di frode scientifica.”, The Times (London), p. 14, 11 Agosto 1997. Se per decenni gli embrioni di Haeckel e la teoria della ricapitolazione sono state scartate dagli scienziati evoluzionisti stessi come una grande bufala, perché questa teoria viene ancora presentata in ogni libro di testo scolastico?

Se facciamo riferimento alla risposta precedente, quella sulle strutture omologhe, vediamo che anche un accurato studio di embriologia, non sostiene l’affermazione dell’ipotesi evoluzionistica.

Semplicemente l’evoluzione non spiega adeguatamente quello che si vede nell’embriologia, nella biologia molecolare e in molti altri rami della scienza.

D’altra parte, visto il riferimento nella domanda all’evoluzione delle balene, il rinomato Pakicetus attocki come forma di transizione fra mamiferi terrestri e balene ormai anche lui devere essere messo da parte. La scoperta nel 2001 di un scheletro più completo di Pakicetus da parte del noto esperto sulle balene Thewisson ha concluso che Pakicetus era semplicemente un rodditore e per niente un animale aquatico (Nature 413(6853):277–281, 20 Settembre 2001.). Cosi la catena evolutiva per le balene si è spezzata perché rimane una favola infondata. Peccato che quasi tutti i siti internet a sostegno dell’evoluzione continuano a promuovere Pakicetus come indiscuttibile forma di transizione, basandosi sul primo scheletro parziale scoperto nel 1983. E’ ora di aggiornare le loro idee, siamo nel 2010!

6) Prova delle strutture vestigiali.

Sono le strutture residuali del corpo. La ridotta peluria del nostro corpo è un esempio di struttura vestigiale: è tutto ciò che rimane della pelliccia dei nostri predecessori.

Nel 1890 la lista di organi vestigiali dell’uomo erano 180 organi considerati ridondanti perché non si conosceva la loro funzione. Sarebbero stati organi che nei nostri antenati animali avevano una funzione, ma che, con il passare del tempo, e  l’evoluzione, hanno perso la loro funzione e anche le loro dimensioni si sono ridotte. Man mano che la conoscenza dell’anatomia e della fisiologia ha fatto dei progressi è stato anche scoperto che alcuni di questi organi vestigiali avevano ancora una funzione!

Nel 1999 è stato scoperto una funzione anche per l’ultimo organo considerato vestigiale, che si pensava privo di funzioni e del tutto inutile. Dal 1999, quindi, anche per la scienza non esistono più strutture vestigiali e quell’elenco di 180 organi si è ridotto a ZERO dato che tutti quegli organi hanno una loro ben definita funzione.  

Per citare solo alcuni dei presunti organi vestigiali e le loro funzioni chiave ci sono l’appendice (parte del sistema immunitaria e critica sopratutto nei primi stadi di sviluppo dei bambini che è strategicamente collocata all’entrata dell’ileo), le tonsille (una simile funzione all’entrata alla faringe), la ghiandola pineale (secerne melatonina, un ormone che regola il ritmo circadiano ed ha altre funzione), il timo (parte del sistema immunitario legato alle cellule-T che vengano attaccate e neutralizzate dal HIV, diventando quasi sempre fatale).

Un’altro colpo mortale per l’evoluzione che in questo modo perde un’altra icona dell’evoluzione. Vediamo, così, che ogni parte, ogni organo del meraviglioso corpo umano ha una funzione ben precisa, testimonianza di un favoloso disegno intelligente!

7. Prova delle somiglianze del DNA.

 

 Una moderna tecnica biologica è quella di appaiare i filamenti di DNA prelevati da due specie diverse: tanto più simili sono i due DNA, tanto più simile risulta l’appaiamento. Questa tecnica, detta ibridazione del DNA, dimostra le somiglianze e le differenze biologiche esistenti tra gli organismi, e confermano l’esistenza dei loro rapporti di parentela.

La tecnica dell’ibridazione non è considerata come una tecnica valida dai microbiologhi molecolari perché solo una piccola sequenza del DNA viene divisa e comparata alla sequenza tratta da un’altro organismo.

E’ proprio con questa tecnica che è stata fatta la prima comparazione nel 1975 del DNA dell’uomo con quello della scimmia. Il risultato era di un schiacciante 97% di similitudine, provando così la nostra stretta parentela e confermando l’ipotesi evolutiva.

Usando una statistica corretta, considerando il numero di misure fatte, la similitudine si riduce al 96%. Sempre una prova schiacciante dell’evoluzione dell’uomo dalla scimmia?

Considerando la genetica, purtroppo non ci arriviamo neanche vicino. Il famoso genetista delle popolazioni J. B. S. Haldane ha calcolato la probabilità dell’evoluzione dell’uomo dalla scimmia in base ad una similitudine del DNA di 96%.

Concedendo 10 milioni di anni a disposizione per l’evoluzione (che non ci sono), ignorando che il 90% delle mutazioni sono fatali, presumendo che ogni mutazione fosse “guidata” nella stessa direzione (una dicotomia per l’evoluzione) e ignorando che le mutazioni non sono indipendenti, ha calcolato che sarebbero possibili solo lo 0,001% delle mutazioni necessarie (il 4% corrisponde a 240 milioni di mutazioni fra i 6 miliardi di geni nel genoma umano). Ha calcolato che servono in media 300 generazioni per fissare una mutazione in tutta la popolazione.

Cosi è nato il Dilemma di Haldane che considera l’evoluzione genetica dell’uomo dalla scimmia (o un antenato comune) come  impossibile nonostante ci sia il 96% di similitudine.

Lo studio del  genoma umano è stata completato nel 2001 e quello del scimpanzé solo nel 2005. Studi più recenti indicano che la differenza, fra DNA umano e quello dello scimpanzé, è ancora più estesa, e la similitudine si riduce ulteriormente, sino al 92%. Nature, 27 May 2004, pp. 382 – 388.

Studi precedenti prendevano in considerazione solo la sostituzione delle lettere genetiche, non le trasposizioni, delezioni, o duplicazioni di lettere. Così è venuto meno un’altro sostegno all’evoluzione.

Ma quello che viene completamente a mancare, secondo il concetto dell’evoluzione attraverso la mutazione, è il fatto che la genetica ha mostrato, in modo inconfutabile, che le nuove informazioni genetiche non vengono mai create.                     

(Su questo argomento, consultare il libro del noto genetista, Dr. J. C. Sanford, inventore  tra l’altro del “gene gun”, Genetic Entropy & The Mystery of the Genome, FMS Publications, 3rd Ed., 2008, p. 27).

8) Prova delle somiglianze delle proteine.

Alcune proteine sono talmente importanti da essere presenti in tutti gli organismi viventi. E’ il caso di una proteina chiamata citocromo c, che è essenziale per la respirazione cellulare. Il fatto curioso è che questa proteina presenta una struttura leggermente diversa nei vari gruppi di organismi. Cioè, alcuni tratti della catena non sono fatti degli stessi amminoacidi. Le somiglianze e le differenze del citocromo c di specie diverse riflettono i rapporti di parentela dedotti con i metodi più tradizionali, dell’anatomia comparata. Cioè, il citocromo di un moscerino è più simile a quello di una farfalla che a quello di un cavallo. Inoltre c’è maggiore somiglianza tra il citocromo del cavallo e della farfalla che tra questi e il citocromo di un girasole.

La proteina citocromo C e la sua espressione in ogni forma di vita viene spesso citato a sostegno dell’ipotesi evoluzionista. Il DNA viene considerato dagli evoluzionisti come un orologio molecolare che ci rivela la storia dell’evoluzione dai primi organismi all’uomo. In realtà l’orologio molecolare crea dei problemi per l’evoluzionista a causa delle anomalie.

Al contrario danno evidenza alla creazione progettata di specie distinte e non una evoluzione continua. Nel suo libro  Evolution: A Theory in Crisis, Dr. M. Denton ha comparato la sequenza di aminoacidi del citocromo C di un batterio (un procariota) con eucarioti molto diversi fra di loro come lievito, grano, colomba e cavallo che praticamente hanno tutti la stessa percentuale di differenza con il batterio (64 – 69%). Non esistono citocromi intermedi fra procarioti e eucarioti, come non c’è nessuna evidenza che gli animali “superiori”, come il cavallo, si siano diversificati di più rispetto agli organismi “inferiori” come il lievito.

Sorge lo stesso problema comparando il citocromo C dell’invertebrato baco da seta con vertebrati come la lampreda, la carpa, la tartaruga, la colomba e il cavallo. I vertebrati sono tutti similmente divergenti dal baco da seta (27 – 30%).

Fra la carpa, la rana, il toro, la tartaruga, la gallina, il coniglio e cavallo abbiamo una divergenza costante del 13 – 14%. Non esiste traccia di una serie di transizione che vada dal ciclostoma (vertebrato acquatico, molto simile ai pesci) al pesce, all’anfibio, al rettile, al mammifero o all’uccello.

Agli evoluzionisti, poi, si presenta un ulteriore problema quando cercano di spiegare come l’orologio molecolare possa procedere cosi costantemente in una proteina, in organismi così diversi fra di loro (con l’eccezione di alcune anomalie che amplificano ulteriormente i problemi).

Deve esserci stato un tasso di mutazione costante nel tempo, ma le evidenze genetiche indicano che c’è un tasso costante per generazione. Così il tasso dovrebbe essere molto più veloce per organismi come i batteri che hanno un ciclo vitale molto breve rispetto ad esempio ad un elefante. Perciò l’evidenza non sostiene la teoria che le sequenze di divergenza siano dovute a mutazioni che si sono accumulate con il passare del tempo, mentre la vita si evolveva.

Su questa terra ci sono molti organismi di vari tipi, anche molto diversi tra loro, che devono tutti vivere nello stesso ambiente gassoso. Questo comporta che, fra loro, avranno qualcosa di simile.

Per esempio, vivendo tutti in un ambiente ricco di ossigeno, non è per nulla sorprendente che ogni organismo vivente abbia il citocromo C, necessario per il processo di respirazione. Considerando questo, non è nemmeno sorprendente che i mammiferi possano avere molte similitudini fra di loro.  

Quando andiamo su una qualsiasi strada vediamo che tutti i mezzi di trasporto utilizzano la ruota rotonda. Non vediamo dei mezzi con ruote quadrate o triangolari. Questo perché i progettisti ormai sanno che la ruota rotando funziona bene.

Per lo stesso motivo possiamo immaginare che un progettista intelligente abbia pensato i mammiferi con dei disegni simili, perché abitano in un  ambiente simile. Per questo, non è per niente sorprendente che il citocromo C dello scimpanzé sia simile a quello dell’uomo, essendo anche fisiologicamente simile.

9) Prova dell’ecologia.

Il rapporto parassita/ospite è un caso molto speciale di rapporto organismo/ambiente. L’uomo, come tutte le altre specie, può ospitare molti batteri, protozoi o vermi parassiti. Alcuni sono esclusivi della specie umana, cioè non vivono in nessun altro animale, né in alcun altro ambiente. Tutti questi parassiti si sono evoluti da antenati a vita libera o parassiti di altri animali.

In caso contrario dovremmo supporre che l’umanità abbia ereditato tutti i suoi parassiti dal suo capostipite.

Non tutti i batteri sono da considerare come parassiti. Un esempio è quello dei batteri ospitati nello stomaco delle mucche e di altri ruminanti che sono fondamentali per scomporre la vegetazione e per la corretta digestione da parte dell’ospite. Dei batteri che si trovano nella gola e nella bocca dell’uomo in buona salute, producono tutta la vitamina B12 di cui necessitano coloro che sono vegetariani.

I problemi si presentano quando questi batteri si moltiplicano e, finendo fuori controllo, distruggendo il normale equilibrio della flora naturale.

Cosa possiamo dire degli altri rapporti di simbiosi fra specie diverse? Questi innumerevoli esempi di simbiosi, sono fondamentali per la corretta salute (come pesce ascia e il pesce barbiere, tartaruga marina e il pesce corallo, ecc), ed è difficile, per gli evoluzionisti,  spiegare questi processi. Non è pensabile che questi organismi simbiotici, strettamente dipendenti uno sull’altro, sia siano evoluti contemporaneamente con lo stesso tasso di mutazione nel corso di milioni di anni. Mentre progrediva l’evoluzione, come sono sopravissuti?

Nuovamente l’unica spiegazione accettabile, e anche logica, è quella di un bellissimo progetto intelligente studiato nei minimi dettagli.

Le icone dell’evoluzione crollano uno dopo l’altra alla luce della scienza e a seguito di accurate indagini. L’ipotesi dell’evoluzione, quindi, rimane solo un dogma sostenuto unicamente da preconcetti.

Stefano Bertolini


Stephen Hawking ci dice com’è nato l’universo. Ma non affronta il perchè

settembre 17, 2010

affronta il perchè di Stefano Zecchi – 03/09/2010

Fonte: il giornale [scheda fonte]

http://www.phobos.pcm.hr/slike/pinwheel-galaxy-m101.jpg

 

Non c’è posto per Dio nella creazione dell’Universo. «La creazione spontanea è il motivo per cui c’è qualcosa e non il nulla, per cui l’Universo esiste, per cui noi esistiamo. Grazie alla legge di gravità, l’Universo può crearsi e si crea dal nulla. È inutile, perciò, chiamare in causa Dio per fargli toccare il cielo e fargli caricare la molla del meccanismo dell’Universo».
Queste tesi che pretendono di cancellare almeno tre millenni di filosofia e almeno un altro di pensiero sapienziale mitico-simbolico appartengono all’astrofisico inglese Stephen Hawking, esposte nel suo ultimo volume, tra alcuni giorni in libreria, The Grand Design (Il processo grandioso), di cui ieri il Times ha pubblicato in evidenza lunghi brani.
Hawking è uno scienziato di grande fama, noto anche al pubblico che non si interessa di astrofisica per la sua terribile disgrazia. Più di una volta lo si è visto in televisione con il suo povero corpo devastato da una malattia degenerativa del sistema nervoso che lo obbliga a muoversi su una sedia a rotelle e chi gli permette di comunicare solo attraverso un sintonizzatore.
Una decina d’anni fa, Hawking, nel suo libro Una breve storia del tempo, aveva sostenuto che non c’è incompatibilità tra un Dio creatore e la comprensione scientifica dell’universo. «Se arrivassimo a scoprire una teoria completa sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana perché così avremo modo di conoscere la mente di Dio», aveva scritto nel libro appena ricordato, pubblicato nel 1998. Ma in quest’ultimo, The Grand Design, la tesi è radicale: non c’è bisogno di un Dio per capire la formazione dell’universo e della nostra presenza su questa Terra.
Se il grande astrofisico ricordasse un po’ della filosofia studiata nel primo anno di liceo non dimenticherebbe che una delle tesi più note del materialismo classico, che ha attraversato la cultura moderna (Karl Marx, per esempio, ne è un grande estimatore), è quella del greco Democrito. La sua teoria delle klinamen, spiegava l’origine del mondo dal contatto di particelle di materia, che si incontrano a causa di una determinata inclinazione, formando il Tutto, così a caso, senza un disegno divino: «Democrito che il mondo a caso pone», scrisse Dante nella Divina Commedia.
La storia del materialismo senza Dio è tanto vecchia quanto la sua confutazione. Ma Hawking intende offrirci una teoria scientifica incontrovertibile, di fronte alla quale si devono genuflettere coloro che credono ancora nella storiella di Dio che ha creato il mondo e l’uomo. Se il grande astrofisico Hawking ricordasse un po’ di filosofia classica, capirebbe che il problema non è la spiegazione dell’origine del mondo, ma il suo significato.
La spiegazione può fornirla la scienza, che ha comunque sempre la pretesa di dire l’ultima parola, come, appunto, è il caso de Il progetto grandioso. Ma gli uomini, che possiedono il lume della ragione, si chiedono qual è il significato del mondo, perché c’è il Tutto e non il Nulla, perché ci sono la vita e la morte. Si chiedono il perché del male all’uomo giusto: dall’antica e originaria domanda di Giobbe a Dio, alle grandi riflessioni filosofiche sulla teodicea, la questione non ha esaurito il mistero, quell’ignoto che guida l’uomo su questa terra alla ricerca del significato di verità che mai potrà raggiungere, proprio come l’orizzonte che si muove insieme a lui.

Hawking è costretto su una sedia a rotelle, parla grazie alla tecnologia: ha tutte le spiegazioni della sua malattia, fornitegli dalla scienza. Ma la scienza medica non gli dirà mai perché proprio lui è stato colpito dal male e quale significato ha la sua sofferenza per il male. Forse Hawking, come Giobbe, avrà domandato a Dio il perché del male a un giusto.
Questo desiderio di comprendere il disegno di Dio è fortissimo in Hawking, come, tra l’altro, è testimoniato dal passo sopra citato dal suo libro del 1998. In questa ultima opera, Il progetto grandioso, Hawking ricorda la scoperta, nel 1992, di un pianeta che orbita intorno a una stella simile alla Terra intorno al Sole. Ciò conferma, a suo giudizio, che il caso terrestre non è unico. Ora, considerando che è altamente probabile che non solo esistano altri pianeti simili alla Terra ma addirittura altri universi, Hawking si chiede: se Dio avesse voluto creare l’universo allo scopo di creare l’uomo, che senso avrebbe avuto aggiungere tutto il resto?
Appunto: che senso, qual è il significato dell’universo, dell’uomo? La ricerca scientifica tenta (ha sempre tentato) di chiudere in una gabbia quel fastidioso, scientificamente inopportuno significato e di buttare via la chiave. Ma finché esisterà l’uomo, quella gabbia non potrà mai essere chiusa, perché finché esisterà, l’uomo, che ha lume di ragione, non rinuncerà a domandarsi il significato della vita e della morte, del male e della bellezza. 

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it


SEDIMENTOLOGIA/STATIGRAFIA/CATASTROFI

settembre 14, 2010
di Maciej Giertych/traduzione di S. D’Alessandro

Sedimentologia

Nello stesso anno – 1980 – in cui i paleontologi ammisero il fallimento nella ricerca degli anelli mancanti, nello Stato di Washington, negli Stati Uniti d’America, ebbe luogo una delle principali catastrofi vulcaniche. Esplose il vulcano Sant’Elena. Questa catastrofe locale fornì un laboratorio sedimentologico naturale. La prima esplosione provocò un soffio laterale che, insieme ad una frana, provocò il riversamento dell’acqua del lago Spirit su un vicino territorio montuoso. Il ritorno d’acqua portò con sé l’intera collina. L’agglomerato di materiale spostato raggiunse uno spessore di 100 m. Dietro a questo materiale, si accumulò acqua mescolata con cenere vulcanica, che formò un nuovo lago. Dopo alcune settimane, la pressione di questa acqua “lattiginosa” sulla massa terrosa di nuovo accumulo provocò un’apertura in quest’ultima ed uno svuotamento del lago. Il flusso di acqua torbida provocò più danni della stessa eruzione. Nel terreno fu scavato un canyon profondo 40 metri. Quando tutto si stabilizzò si scoprì che il nuovo accumulo di terra si era disposto in strati. Abbiamo strati orizzontali. Se non fosse per il fatto che sappiamo che l’accumulo ha richiesto circa 36 ore per formarsi, noi dateremmo gli strati come risalenti a milioni di anni fa.

Questa catastrofe spinse gli scienziati a studiare il meccanismo di formazione degli strati in laboratorio. Quando l’acqua trasporta una miscela di vari materiali, essa li differenzia nel corso del processo. Ciò può essere osservato dietro il vetro in appositi laboratori. Uno dei più grandi laboratori è nella Colorado State University ed è lì che sono state effettuate le più importanti scoperte nel campo. Per parlare più semplicemente, quando l’acqua trasporta qualcosa, perde prima gli elementi più pesanti, poi quelli medi e, infine, le particelle fini. Questo spargimento di materiale si verifica contemporaneamente, con l’unico risultato che ciò che è stato trasportato più lontano viene depositato più lontano e quindi è più profondo. Come risultato si ottiene nel delta la deposizione in strati dei materiali portati dai fiumi. Dopo un forte temporale alcuni depositi di sporco si raccoglieranno tra il marciapiede e la carreggiata. Una sezione verticale rivelerà una disposizione del materiale in strati. Questo è esattamente ciò che dimostra la nuova ricerca sedimentologica. Dall’esperienza pratica degli agricoltori sappiamo anche che è possibile separare le sementi dalla pula agitandole insieme. Qui sono coinvolti gli stessi principi fisici.

Andando avanti, è possibile osservare dietro il vetro come le varie particelle interagiscano in varie condizioni idrauliche e quando e in che sequenza si siano depositate. Ad esempio, quando il flusso si sposta in una direzione e poi in un’altra, si verifica una caratteristica ripetizione di alcune sequenze. Questo potrebbe essere attribuito al movimento periodico dell’acqua regolato dalla attrazione gravitazionale della luna (a bassa e alta marea). Trasferendo le conoscenze in questo campo, si può provare a suggerire in quali condizioni idrauliche si sia sviluppata la stratigrafia osservata. Ciò ha portato alla crescita di una nuova disciplina, la paleo-idraulica. E’ possibile cercare di replicare in laboratorio le condizioni idrauliche che agiscono sulle miscele di materiali raccolti sul campo per ottenere sequenze stratigrafiche come in natura. Una ricerca molto interessante su questo tema è in corso a San Pietroburgo dall’Accademia russa delle Scienze. Lo scienziato leader in questo campo è Guy Berthault.

Naturalmente sia l’incidente del Monte Sant’Elena che le nuove ricerche stanno mettendo un grande punto interrogativo sulle datazioni delle colonne stratigrafiche.


Stratigrafia

Da dove proviene la datazione degli strati geologici ? Le date furono proposte nel 19° secolo, sulla base del tasso di deposizione osservato nei sedimenti di laghi e di altri bacini d’acqua. Questo è denominato modo uniformitario di deposizione di strati, come contrapposto alla modalità catastrofica dominante nel pensiero geologico prima di Darwin (Darwin è stato ispirato dai Principi di Geologia di Charless Lyell, 1830, che propose per la prima volta questo uniformitarianismo in geologia). Questi millimetri annuali di deposizioni, moltiplicati per la profondità degli strati sedimentari di varie formazioni geologiche, hanno indicato in milioni di anni l’età necessaria per la deposizione. Oggi agli studenti di geologia viene insegnato come datare gli strati in base ai fossili e come datare i fossili in base agli strati. Un ragionamento assolutamente circolare !

Se qualcuno pensa poi che queste stime del 19° secolo siano state confermate dalla datazione isotopica delle rocce commette un errore grossolano. Ciò viene fatto solo per le rocce ignee e non per quelle sedimentarie. L’ipotesi è che, nel momento in cui la lava si solidifica, si abbia la cristallizzazione di alcuni cristalli che contengono isotopi radioattivi che si decompongono con il tempo. Ci sono molti problemi con questa datazione perché spesso diversi cristalli presenti nello stesso magma solidificato hanno età isotopiche molto diverse. Tuttavia questo non è di alcuna importanza per la questione a portata di mano, poiché non riguarda le rocce sedimentarie. La ri-deposizione di materiali non influenza l’età delle particelle che li costituiscono. Non vi è alcun modo per datare le pietre o i grani di sabbia che formano i nuovi strati vicino al Monte Sant’Elena. L’età della loro cristallizzazione non ci dirà nulla circa il momento in cui essi si sono disposti in strati.

Ci sono anche altri problemi con la spiegazione uniformitaria della formazione di strati. Oggi gli animali morti non restano sul fondo dei laghi. Essi sono mangiati dagli organismi necrofagi e decomposti. Non sono lasciati resti fossili per le future scoperte paleontologiche. Le persone seppelliscono i loro morti, e per questo siamo in grado di trovare i Neanderthals. Gli animali finiscono fra i fossili solo in seguito a catastrofi, quando vengono sepolti come, per esempio, attorno al Monte Sant’Elena.

Un altro problema è rappresentato dai cosiddetti fossili polistrato. Troviamo alberi pietrificati eretti coperti da diversi strati geologici. Hanno atteso diversi milioni di anni per la loro sepoltura? E ‘ovvio che sono stati sepolti nel corso di un singolo evento catastrofico.
Alla luce delle nuove prove empiriche provenienti dalle sopra menzionate ricerche sedimentologiche sull’intera colonna stratigrafica, la datazione richiede un ripensamento totale. Non sarà facile per i geologi accettare una tale rivoluzione nel loro modo di pensare, ma essi la dovranno affrontare.

Catastrofi

In considerazione di quanto sopra, si ripropone l’argomento delle maggiori catastrofi. Per la formazione dei depositi esposti dal Grand Canyon, ovviamente, sarà stato necessario più tempo che per quelli del vulcano Sant’Elena (si calcola che ci sarebbero voluti diversi mesi, mentre per i 100 metri di depositi del vulcano Sant’Elena sono bastate 36 ore), e molta più acqua rispetto a quella dello Spirit Lake. Tutta la stratificazione nel Grand Canyon, datata in diverse centinaia di migliaia di anni, potrebbe essere spiegata con una grande catastrofe, con la partecipazione di enormi quantità di acqua.

Alcuni anni fa si è avuta la notizia che Bob Ballard, lo scopritore del Titanic, ha trovato tracce di insediamenti umani sotto il Mar Nero. Egli ha ritenuto che esse si siano formate a causa di una alluvione verificatasi 7500 anni fa. Szymczak Karol, un professore della Università di Varsavia, che ha condotto studi archeologici in Uzbekistan su simili strati ha ritenuto che la stessa inondazione abbia raggiunto anche la regione che egli stava studiando. Egli ha proposto una mappa per il Mar Nero, Mar Caspio, il lago d’Aral e anche l’Azerbaigian, la Turkmenia, il deserto Kuzyl Kum ed il sud della Russia. Si tratta di un enorme territorio, fiancheggiato da alte montagne a sud (l’Anatolia, il Caucaso, Elburz, Kopetdag, Pamir, Altai), ma aperto a nord su entrambi i lati degli Urali.

D’altro canto sappiamo che nella vasta area del nord, dal fiume Ob in Siberia fino all’Alaska, all’interno del permafrost, ci sono i copri congelati di molti animali, tra cui milioni di mammut. Essi sono stati riesumati per le loro zanne d’avorio ed un numero di almeno mezzo milione è già stato immesso sul mercato. La loro carne è commestibile, almeno per i cani. È stato accertato che la morte dei mammut avvenne per soffocamento. Nei loro canali alimentari sono state trovate piante di prato non digerite. Quale incidente potrebbe avere immesso questi grandi animali nel permafrost, a una velocità tale da impedire la digestione delle erbe consumate? In quale modo ? Ovviamente ci troviamo di fronte ad una eccezionale catastrofe avvenuta su aree enormi, e in un tempo non troppo lontano.


Come si concilia la “Legge dell’entropia” con l’evoluzione?

settembre 10, 2010

di Pier Maria Boria

La risposta è alquanto facile per chiunque abbia una solida  base di fisica.

 Il secondo principio della termodinamica afferma:

 ”In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo”

 La Terra non è un sistema isolato, in natura non esistono sistemi isolati (esistono solo nella teoria). Quindi consideriamo l’intero universo come sistema isolato( questo è più verosimile).

Nell’intero universo l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo. Questo  vuol dire che se consideriamo solo una piccola porzione dell’universo(non isolata) l’entropia potrebbe anche diminuire mentre in un altra porzione aumenta maggiormente  (in totale aumenta).

Secondo il suo ragionamento allora l’uomo non potrebbe costruire niente perchè il disordine dovrebbe sempre aumentare e questo non ha senso.

A questo proposito le chiedo di informarsi su come si costruiscono i wafer di silicio utilizzati dall’industria elettronica (questo rientra nel mio campo di studi), in cui un macchinario partendo da un piccolo  cristallo di silicio e silicio fuso (entropia alta) riesce a costruire dei grandi blocchi di silicio monocristallino (entropia bassa).

In definitiva in un sistema non isolato l’entropia può anche diminuire. chieda a qualunque professore di fisica.

Io credo che la scienza debba sempre evolversi e magari Darwin avrà fatto degli errori nella sua teoria e si scopriranno  sempre spiegazioni migliori, ma in generale regge molto bene.

 La prego di aggiornare la pagina del suo sito riguardo all’entropia perchè  entropia ed evoluzione conciliano benissimo e la risposta l’ha avuto, se non si fida di me, come le ho già suggerito, chieda a qualunque professore.

 Risponde il Prof. Boria

 Il conflitto tra il concetto di entropia e la teoria evoluzionistica non esiste. Quando ho presentato la Teoria Termodinamica della Creazione al primo congresso creazionista (tenutosi a Milano nell’ottobre 2009) anche il prof. Verolini (in rappresentanza degli evoluzionisti) si espresse subito in questo senso.

Infatti la TTC si conclude con il seguente asserto: “La creazione è una necessità termodinamica” (può confrontare con il testo disponibile nel web, nel mio sito) e, come si sa, coloro che si reputano credenti non hanno difficoltà ad adattarsi al concetto secondo cui il Creatore ha organizzato le cose in modo evoluzionistico (però i discorsi a sostegno, a volte, mi sembrano funambolismi verbali).

L’opposizione all’evoluzionismo fa parte di un altro saggio (sempre reperibile nel mio sito) dal titolo (mi pare ben riassuntivo) “L’evoluzione del nulla”

Veniamo al discorso tecnico ché, qui, casca l’asino (come si suol dire). Il secondo principio della Termodinamica può assumere diverse forme:

Clausius: il calore si trasferisce spontaneamente dal corpo più caldo a quello più freddo (fino all’equilibrio termico). Egli, fondatore del concetto entropico, non parla di universo. La locuzione secondo cui l’entropia dell’universo tende ad aumentare indefinitamente è una battuta, niente di più, anche perché l’universo è, e forse sarà sempre, pieno di misteri: bisogna, comunque riconoscere che detta battuta ha il vantaggio di sembrare logica e molto probabile.

L’avverbio “spontaneamente”, nella definizione di Clausius, è essenziale perché, come Ella ben sa, spendendo energia si può trasferire il calore dal corpo più freddo (che diventerà ancora più freddo) a quello più caldo. Se così non fosse non esisterebbe la Tecnica del Freddo.

In TTC ho parlato in dettaglio del punto di vista clausiano.

Lord Kelvin: una macchina termica (per esempio un motore) deve funzionare con due termostati (dove la parola termostato ha il significato di stato con una data temperatura, come si usa in termologia). Questo enunciato è a cavallo tra il primo ed il secondo principio.

Boltzmann: il più elegante di tutti; scrive la lapidaria (è il caso di dirlo) equazione che introduce l’entropia come logaritmo naturale della probabilità.

La Teoria dell’Informazione Algoritmica si serve del concetto di entropia in un’accezzione che ricorda la precedente, ma, ovviamente, adottando i logaritmi binari.

Come vede la parola “universo” (in senso astronomico) è estranea alle soprastanti definizioni che, in sostanza, si occupano di quei fenomeni che possono essere definiti, con un termine assai generale, “trasformazioni” e, nel caso di trasformazioni in sequenza realizzanti linee chiuse, “cicli”.

Continuando, Zeuner: analogia fra entropia e peso (la trova in TTC, ma l’argomento può portare a fraintendimenti perché il maggior peso assicura maggior energia, mentre la maggior entropia no).

Helmoltz: si esprime in termini qualitativi quando dice che entropia è sinonimo di disordine.

Proprio in base a quest’ultima osservazione possiamo dire che la vita è necessaria per mettere ordine: l’uomo vivo può costruire ciò che vuole (nei limiti delle proprie capacità, ovviamente!), come sostenere il contrario?

Supponiamo che degli astronauti mettano piede su di un pianeta sconosciuto e che vi trovino tre sassi allineati. Già questa potrebbe costituire una sospettabile stranezza. Poi se i sassi fossero quattro o più, o addirittura fossero sistemati a guisa di muro come non pensare alla possibile esistenza di individui intelligenti, ovviamente vivi, che abbiano ordinato in una certa maniera i materiali?

La questione dei sistemi isolati e non, che Ella solleva, prescinde da una osservazione fondamentale: gli esperimenti sono almeno di due tipi, esperimenti possibili (da eseguire materialmente in laboratorio, sul campo o in qualunque altro luogo) ed esperimenti pensati alla cui base ci sta il puro ragionamento. Ciò che non posso realizzare nella pratica lo realizzo nel pensiero.

Ad esempio quando parliamo di una trasformazione adiabatica possiamo stare mezz’ora (e più…) alla lavagna sviscerando l’argomento pur sapendo che in termologia non si conosce un isolante “perfetto” (mentre in elettricità si). Tutti sappiamo che il più efficiente vaso Dewar non potrà conservare a lungo tempo un fluido freddo, mentre una batteria elettrica può conservare la carica per mesi o anni. Tutti gli asserti riguardanti la studiatissima trasformazione adiabatica si basano sull’uso del pensiero razionale e non vedo la meraviglia!

Caro amico mio: quando Ella porge più volte l’invito alla consultazione di professori mi fa molta tenerezza e mi ricorda i miei vent’anni quand’era facile scivolare in atteggiamenti patetici. Cerco di farLe capire il senso vero di quanto voglio comunicarLe, con queste parole, per mezzo di un paio di esempi rimanendo nel tema.

Immagini la lezione sulla trasformazione adiabatica, di cui sopra, fatta dal solito professore (anche chi Le scrive gode di tale titolo, convinto che ciò costituisca… un aggravio di responsabilità): è d’uso dire solamente che in tale trasformazione si conserva l’entropia perché ΔQ=0. E’ una considerazione sbrigativamente riduttiva perché il fatto realmente significativo è che la trasformazione è isoentropica malgrado sia ΔU≠0.

Per convincersene guardi, ora, la medesima trasformazione nei piani (p, v) e (T, S) nel tratto 1;2 del ciclo di Carnot: al punto 1 compete una temperatura, al punto 2 un’altra e, quindi, due diversi valori dell’energia interna U (che generalmente rappresenta il calore non trasformabile in lavoro). Poiché il rapporto U/T (che è l’entropia dello stato) rimane costante la trasformazione è isoentropica.

Infatti, per il primo principio

 

L + ΔU = 0

 

 

e poiché il lavoro è un lavoro esterno di compressione, negativo, in termini finiti misurato da L = p Δv , sarà

 

p Δv = ΔU .

 

Ricorrendo all’equazione generale dei gas perfetti, possiamo scrivere

 

, e poiché per la 1)

 

sarà anche

 

 

, come dire S2 = S1 , c.v.d.

 

Mi sembra che la spiegazione sbrigativa classica manchi del necessario rispetto nei riguardi di una trasformazione che, tra le politropiche, è di gran lunga la più importante!

Vale, anche, la pena di osservare che i due piani su cui abbiamo rappresentato le trasformazioni in figura godono di una medesima e importante proprietà: nel ciclo motore (rotazione oraria) l’area rappresenta il lavoro meccanico ottenibile introducendo nel ciclo una certa quantità di calore, mentre nel ciclo frigorifero (rotazione antioraria) l’area del ciclo rappresenta l’energia da impiegare per ottenere che il calore si trasferisca dal termostato freddo a quello caldo (tanto per usare la già citata terminologia di Lord Kelvin buonanima).

Le faccio un altro esempio: non è vero che l’entalpia di un sistema, ad esempio di un chilogrammo di gas, sia data da

 

H = U + pv,

 

ovvero dalla somma di energia interna e lavoro esterno di dilatazione, come capita di leggere! Infatti non possiamo assolutamente dimenticare i calori latenti che, in certe trasformazioni, giocano un ruolo essenziale (ad esempio nelle trasformazioni dell’aria umida).

Esaminiamo ora la Sua seconda obiezione: trasformazioni spontanee che producono ordine applicate a materiali inerti come nella formazione di un fiocco di neve o di un cristallo in genere.

Ci sono almeno un paio di punti di vista diversi sull’argomento e Le consiglierei di ponderare quello dello stimatissimo Collega Francesco Catalano che può trovare in http:///antidarvin.wordpress.com e che si rifà ad osservazioni in campo biologico.

Ivi si sostiene che il termine ordine nei processi vitali si distingue da quello semplicemente auto-correlato dei cristalli perché è un ordine finalizzato all’esecuzione di un programma che si relaziona all’ambiente (teleonomia). E’ evidente che il programma implica informazione che si deve utilizzare, per scopi ad esempio di crescita, e tramandare nella riproduzione.

Per quanto riguarda la frase da Lei riportata tra virgolette non è nel mio stile e Le sarei grato se me ne indicasse la fonte.

Io riscriverei la prima parte così: “La Termodinamica ci insegna che le trasformazioni spontanee tra oggetti inanimati avvengono nel verso di entropia crescente. In termini di Teoria Algoritmica dell’Informazione ciò equivale a dire nel verso di perdita d’informazione”. Mi permetto di raccomandarLe l’uso abbondante della parolina magica: trasformazione.

Mentre, per la seconda parte, credo che per mostrare l’infondatezza dell’evoluzionismo si debba ricorrere a principi naturali di conservazione e non alla Termodinamica, come sostengo nel già citato saggio “L’evoluzione del nulla”.

Ci tengo a dirLe che quanto Le ho scritto è a braccio: noi, umili ancelle della Scienza e della Tecnica, dobbiamo coltivare questi pensieri e queste vie in modo che essi diventino sangue del nostro sangue, midollo delle nostre ossa, ventricolo del nostro cuore… E così sia anche nel Suo futuro (che, beato Lei, Le sta davanti… a buon intenditor…)

Per finire Le invio sinceri auguri per il Suo corso di studi. Spero che le portino almeno tanta fortuna quanta ne portarono a me gli auguri di Dante Giacosa, emerito ingegnere Direttore Tecnico della produzione motori in Fiat, che me li porse nel corso di una corrispondenza quand’ero studente (quasi cinquant’anni fa!).


TIKTAALIK:LA SQUALIFICA DI UN’ICONA

settembre 6, 2010

di Mihael Georgiev

I fossili dei primi tetrapodi – vertebrati con quattro zampe (quadrupedi) anziché con pinne come i pesci – consistono in corpi animali e le loro orme. Una delle più importanti forme di transizione tra pesci e tetrapodi è il Tiktaalik, trovato in Groenlandia negli strati “giusti”i proprio dove gli evoluzionisti se l’aspettavano. Ora però dei paleontologi polacchi hanno trovato orme eccezionalmente conservate di tetrapodi, datati 18 milioni di anni prima dei più antichi fossili di tetrapodi e 10 milioni di anni prima dei fossili di Elpistostegidi (animali di transizione tra pesci e tetrapodi) finora conosciuti, come ad esempio il Tiktaalik.

Il ritrovamento è riportato nel fascicolo di 7 gennaio 2010 della rivista Nature (Grzegorz Niedz´wiedzki, Piotr Szrek, Katarzyna Narkiewicz , Marek Narkiewicz & Per E. Ahlberg. Tetrapod trackways from the early Middle

Devonian period of Poland, Nature 2010;463:43-48. Commento editoriale: Philippe Janvier and Gaël Clément. Muddy tetrapod origins, Nature 2010;463:40,41).

I nuovi reperti fossili costringono a ripensare in modo radicale sia i tempi sia l’ambiente nel quale si è verificata la transizione da pesci a tetrapodi, sia la completezza dei reperti fossili. I tetrapodi quindi esistevano molto prima del loro presunto antenato, il Tiktaalik. Sequenza evolutiva tutta da rifare, a dimostrazione della fallacità di certe “prove”. Intanto si mettono subito le mani avanti incolpando l’incompletezza dei reperti fossili. Nel frattempo, dato che un pezzo di storia evolutiva andrebbe riscritto, fossile di transizione cercasi.


POCA SCIENZA MOLTA SPECULAZIONE, W LO SCIENZIATO ATEO.

settembre 3, 2010

Anche in Italia, grazie al quotidiano La Repubblica, veniamo a conoscenza del nuovo libro di Hawkins che come al solito le spara grandi come una casa ma essendo una icona dell’ateismo, come il suo amico Dawkins, viene elogiato sempre con grande entusiasmo.

La Repubblica spiega che Hawkins è l’astrofisico più “famoso” al mondo, ciò non equivale all’essere il più preparato, ma nella società della comunicazione vuol dire essere il più pubblico e quindi il piu’ importante, poco conta se ciò che si sostiene sia realmente scienza o mera ipotesi.

Nel pezzo del quotidiano viene riportata questa frase del “famosissssssssimo” astrofisico: “C’è una fondamentale differenza tra la religione, che è basata sull’autorità, e la scienza, che è basata su osservazione e ragionamento”, conclude. “E la scienza vincerà perché funziona”. Rispondo, io povero sconosciuto, che se la scienza è la sua, la religione ha già vinto L’ipotesi di Hawkins non è scienza ma si possono definire solamente “speculazioni cosmologiche” pre-BigBang.

Ricordo, inoltre, che nel 2004 alcuni scienziati atei firmarono una lettera pubblica in cui sostenevano che il Big Bang non fosse scienza (http://www.origini.info/Articolo.asp?id=70). Hawkins ci dovrebbe spiegare a che tipo di scienza fa riferimento, probabilmente non a quella sperimentale… quella, per intenderci, che ci ha insegnato Galileo Galielei.

La Repubblica, per dare credito al noto scienziato, scrive “…considerato da molti l’erede di Newton”. Il problema è che Newton era un creazionista e sosteneva proprio l’opposto “Non credo che l’universo si possa spiegare solo con cause naturali, e sono costretto a imputarlo alla saggezza e all’ingegnosità di un essere intelligente”.

Anche i suoi colleghi all’università di Cambridge dicono che Hawkins non ha afferrato l’idea e non concordano con lui: http://www.cnn.com/2010/WORLD/europe/09/02/hawking.god.universe/index.html?hpt=C2

Insomma, siamo alle solite, poca scienza e molta speculazione, un attacco alla religione e due paladini dell’ateismo sostenuti dal quotidiano La Repubblica, in realtà nulla di nuovo sul fronte.

L’articolo pubblicato da La Repubblica: http://www.repubblica.it/scienze/2010/09/03/news/hawking_universo-6721699/


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