L’INNARRESTABILE PERCORSO DEL DARWINISMO SOCIALE: ORIGINI DEL FENOMENO

Dicembre 23, 2009

di Fabrizio Fratus

La scalata al successo degli scienziati inizia nella seconda metà dell’ottocento; la ricerca scientifica si unisce alle applicazioni tecnologiche creando un legame essenziale che porterà la scienza a subordinare a sé la tecnica.

Lo scienziato diviene, allora, il vero “eroe” della società, la sua figura è vista come colui che sviluppa “verità” e benessere per l’intera popolazione.

Lo scienziato, da semplice studioso della natura diviene colui che dà risposte ad aspetti politici, sociali, economici e morali.

E’ molto semplice comprendere, nel panorama culturale descritto, il successo di Darwin e delle sue ipotesi.

L’impatto culturale che Darwin ebbe sulla società fu potentissimo; si rivoluzionò tutta la visione della natura immutabile creata da Dio e sostituendolo con un unico processo che coinvolgeva ogni aspetto dell’universo.

L’uomo viene relegato nella sfera degli animali anche se più evoluto.

Queste concezioni daranno origine a pensieri ideologici con contenuti di carattere scientifico, l’idea dell’evoluzione fu inserita su piano sociale creando così una visione ottimistica di progresso della società; visione che portò la “società delle nazioni” ad un concetto di selezione basata sulla lotta per la vita che voleva dare giustificazioni al diritto del più forte, sia nel campo delle classi sociali, che nei rapporti tra stati; nacque così il “darwinismo sociale” che, interpretando scientificamente la società sulle ipotesi di Darwin, diede sostegno alle concezioni di nazionalismo, colonialismo e razza.

Il processo che portò alla “vittoria” delle teorie di Darwin va ricercato nella corrente filosofica del positivismo, corrente che predicava la supremazia dei dati di fatto, del “positivo” contro le speculazioni filosofiche.

Prima delle ipotesi darwiniane le teorie positive non erano riuscite a contrastare l’egemonia delle correnti di carattere spiritualistiche e idealiste; dopo la pubblicazione de “L’origine della specie” il positivismo prese il sopravvento e si impose culturalmente nelle università e nella cultura in generale. Colui che riuscì a ribaltare la concezione delle impostazioni filosofiche fu Herbert Spencer il quale era convinto che tramite l’osservazione della natura con metodo scientifico e con l’interpretazione data dalle scoperte darwiniane , si era in grado di comprendere la società e il suo futuro caratterizzato da un progressivo sviluppo in senso tecnologico e sociale.

Per Spencer l’evoluzione consisteva nel passaggio dall’indifferenziato al differenziato, all’incoerente al coerente, quindi anche la società umana procedeva verso una progressiva differenziazione e specializzazione delle attività.

Questo modello interpretativo della società portò ad una visione ottimistica di un progresso ottimistico.

Per Spencer “l’evoluzione può terminare, per l’uomo, solo con lo stabilirsi della più grande perfezione e più completa felicità”.

Fu in questo clima che si imposero a livello accademico le nuove scienze: la psicologia, la sociologia, l’antropologia culturale e tutte quelle nuove materie denominate scienze sociali. Tali materie erano frutto diretto della filosofia di Comte; si compiva così la vittoria della metodologia scientifica per la conoscenza della natura, dell’uomo e della società.

Il nuovo pensiero dominante sostenne fortemente le teorie di Karl Marx ossia che i fatti spirituali come l’arte, le religioni, la poesia, le ideologie, avessero un fondamento materiale e, dato questo presupposto, espresso nel testo “Il manifesto del partito comunista”, scritto con il suo collaboratore Engels, e soprattutto ne “Il capitale”, si prospettava una rivoluzione sociale. Marx sostenne che “i filosofi hanno soltanto variamente interpretato il mondo, ma quello che importa è modificarlo”.

Quindi per Marx tutte le opere artistiche andavano considerate come sovrastrutture che dovevano essere interpretate storicamente, nel senso che erano frutto di certe condizioni sociali di cui erano un riflesso.

Marx trovò sostegno per le sue teorie grazie soprattutto alla visione materialistica della vita che andava sempre maggiormente prendendo corpo tra gli scienziati, grazie alle teorie darwiniane Marx aveva la “base” scientifica per interpretare tutto in senso materiale.

Se prima della rivoluzione industriale, di quella francese e poi di quella culturale vi era una società impostata su un dogma religioso, nel ventesimo secolo il dogma materialista andava a sostituirsi a quello religioso, dando origine ad una vera e propria ideologia: lo scientismo. Questo processo ha portato, nel campo dell’insegnamento, ad un vero e proprio indottrinamento massificante della filosofia materialista, negando ogni possibilità di critica ed arrivando perfino all’emarginazione.


È in libreria Evoluzione: il tramonto di una ipotesi, a cura di Roberto De Mattei

Dicembre 21, 2009

L’uscita nelle librerie nei primi di novembre 2009 del libro Evoluzione: il tramonto di una ipotesi, a cura di Roberto De Mattei, Cantagalli, 2009, pagine 257, euro 17,00,  ha scatenato dure e immediate polemiche e prese di posizione da parte di alcuni esponenti del mondo scientifico. I critici sono tutti scandalizzati dal fatto stesso della pubblicazione, non del contenuto che evidentemente non conoscono, dato che non hanno prodotto neanche una recensione. Per un disguido tecnico ho avuto il libro tardi, prima avevo solo alcuni riassunti, perciò solo ora posso esprimermi, a ragion veduta, sui contenuti.

Il libro contiene gli atti del workshop del 23 febbraio 2009 organizzato a Roma dal Vicepresidente del CNR Roberto De Mattei. Gli autori sono dodici: sette scienziati, tre filosofi, uno storico e uno scrittore. Uno solo – Hugh Owen – è Presidente di una istituzione “creazionista”, il Kolbe Center (USA). I capitoli sono undici: cinque (106 pagine su 252) di carattere puramente scientifico ed espongono dati sperimentali che contraddicono il paradigma evoluzionistico;  tre trattano problemi epistemologici, euristici e logici delle teorie evoluzionistiche, quindi appartengono alla biofilosofia, i rimanenti tre, compresa l’introduzione di De Mattei, trattano la storia e gli aspetti filosofici dell’evoluzionismo, comprese le posizioni evoluzionistiche di alcuni scienziati cattolici.

Per il fatto stesso che sfida la cultura dominante, la rivisitazione critica del paradigma evoluzionistico merita l’applauso e la massima attenzione da parte di ogni mente aperta e interessata all’argomento.  Al di là del materiale fattuale contenuto nelle presentazioni scientifiche, spicca la qualità degli interventi di carattere epistemologico e filosofico. A prescindere della condivisibilità o meno delle tesi sostenute, la ricostruzione storica, le problematiche legate al carattere della conoscenza scientifica e i rapporti tra scienza e filosofia sono discussi in modo esaustivo, anche se conciso. I testi sono di altissimo livello, non in stile apologetico, stimolano l’approfondimento e la discussione. Non è facile trovare nel panorama mondiale un volume così compatto che chiarisce molti punti fondamentali oscurati dalla cultura dominante e solleva così tanti interrogativi. Non sono un critico di professione e non apprezzo molto la professione del “critico”, preferisco leggere cose scritte bene e solo dopo, semmai, le opinioni dei critici.  In questo caso poi non c’è nulla da recensire, è un libro da leggere. Ho trovato qualche difficoltà nella distribuzione, perciò segnalo un link utile per l’acquisto: http://www.libreriacoletti.it/advsearch.aspx.  

di Mihael Georgiev


I censori che processano de Mattei si rileggano Wallace, scopritore della selezione naturale

Dicembre 15, 2009
 Il professor Roberto de Mattei, vicepresidente nazionale del CNR, reo di aver organizzato un convegno a Roma con alcune personalità scientifiche piuttosto critiche verso l’ideologia darwinista, ha subito l’ennesimo processo dalle colonne del periodico giacobino MicroMega. A fare da inquirente, il violentissimo Telmo Pievani, un personaggio che dietro le teorie di Darwin, ammantandosi del titolo di difensore della ragione e della scienza, nasconde il suo ateismo dogmatico e assolutista e il suo rancore e disprezzo per il pensiero cattolico e teista, ben espresso nel suo “Creazione senza Dio”.  Pievani è uno di quelli che non possono sopportare alcun rilievo, piccolo o grande che sia, nei confronti di Darwin e del suo pensiero, non per una reale attenzione alla sua opera, quanto per personali motivi ideologici: il naturalista inglese è infatti per lui, come lo fu per Marx ed Engels, o per Stalin, la “dimostrazione” scientifica della inesistenza di Dio (vedi appunto il titolo del suo libro). Questo nonostante Darwin stesso non si sia mai definito ateo, e, al contrario, abbia in più occasioni fatto dichiarazioni di questo tipo: “L’impossibilità di pensare che questo grandioso e meraviglioso universo, insieme a noi esseri coscienti, sia nato per caso, mi sembra il principale argomento a favore dell’esistenza di Dio”, salvo poi aggiungere però che “l’intera questione si trova al di là della portata dell’intelletto umano” (Randal Keynes, Casa Darwin, Einaudi).
La polemica tra il dotto ed equilibrato professore del CNR e lo scomposto Pievani, perfetta espressione di un certo mondo poco amante del libero dibattito sull’opinabile, ci dà la possibilità, in chiusura dell’anno darwiniano, di ricordare anche un altro personaggio importante, quel sir Alfred R. Wallace, che è ricordato, insieme a Darwin, come lo scopritore della selezione naturale, e la cui memoria, pur essendo egli un evoluzionista, non farà forse un gran piacere al nostro Pievani. Qual è il nucleo del pensiero di Wallace?  Wallace entra in discussione con l’amico Darwin a proposito dell’unicità umana. Non che neghi la natura anche animale dell’uomo, ma sostiene che l’unicità umana non può essere negata, ed è anzi evidente nel fatto che l’uomo è l’unica creatura che non è costretta a modificare il proprio corpo “in relazione alle mutate condizioni ambientali”, ma al contrario modifica l’ambiente a seconda delle proprie necessità. Per nuotare, nota Wallace, non abbiamo subito mutazioni genetiche che ci hanno fatto crescere le branchie, né per volare ci sono venute le ali, ma abbiamo inventato le pinne, le maschere, i sommergibili, le navi e gli aerei (e gli ospedali, che contrastano la legge del più forte). Non è dunque solo la natura ad esercitare il suo potere su di noi, ma anche noi ad esercitarlo su di essa.
E questo come si spiega? Occorre, conclude Wallace, ipotizzare “un Potere che ha guidato l’attività di tali leggi (naturali, ndr) in una precisa direzione e con uno specifico scopo”. Occorre cioè, per spiegare l’uomo, una concezione teleologica-provvidenzialistica, un principio spirituale che renda conto della sua irriducibile alterità, ciò che i filosofi chiamano “anima”; occorre “un qualche altro potere, diverso dalla selezione naturale” che sia “stato coinvolto nella realizzazione dell’uomo”, una “legge più generale…forse connessa con l’origine assoluta della vita e dell’organizzazione”. A queste osservazioni Darwin, che non condivide l’idea di riservare all’uomo “un posto a sé stante nel regno animale”, risponde a Wallace: “Non capisco la necessità di tirare in ballo un’ulteriore e diretta causa riguardo all’uomo”, oltre, evidentemente, alla legge della selezione naturale, “la vostra e mia creatura” (Federico Focher, L’uomo che gettò nel panico Darwin, pp.155-197, Bollati Boringhieri, 2006).
Eppure Wallace continua a sostenere una tesi che è ancora oggi la più evidente e di buon senso, e che certo non è mai stata smentita: che nell’uomo una “forza misteriosa”, la mente, costituisce “la vera grandezza, l’originalità dell’uomo” e lo rende “un essere a sé stante”. L’uomo, per Wallace, si sarebbe evoluto sino al momento in cui l’intelletto, raggiunta una soglia minima di sviluppo, avrebbe reso inutile le modificazioni del corpo.
Ma cosa “la selezione naturale non può fare”? Essa, per lui come per Darwin, non ha “nessun potere di spingere un qualunque essere molto più avanti dei suoi simili, se non quel tanto che basta per permettergli di sopravanzarli nella lotta per l’esistenza”. Eppure nell’uomo, nota sempre Wallace, vi è un evidente eccesso: la capacità di costruire aerei, o di dipingere, o di osservare gli astri con un cannocchiale, non sembra avere alcuno scopo, alcuna utilità, tanto meno immediata! Anche la voce umana, così capace di estensione, di versatilità, e di dolcezza, “mostra di eccedere le necessità dei selvaggi” e le nostre: qual è l’utilità, per la sopravvivenza, di un soprano o di un tenore, del gregoriano, o della polifonia? Tanto più che le immense potenzialità della voce umana rimangono latenti anche nella gran parte degli uomini civilizzati. E l’immensa potenzialità delle nostre mani? Con esse l’uomo suona il piano o il violino, costruisce gioielli e microchip, fa operazioni chirurgiche o scrive col computer… Cioè, secondo le parole di Wallace,  “la mano dell’uomo presenta delle capacità latenti e delle potenzialità che non vengono utilizzate dai selvaggi e che devono esserlo state ancora meno dall’uomo paleolitico e dai suoi più rozzi antenati. Ha tuttavia l’aria di un organo predisposto per essere utilizzato dall’uomo civilizzato, anzi di un organo necessario per rendere possibile la civilizzazione”.
Se pensiamo alle facoltà mentali, la capacità di concepire l’eterno, l’infinito, l’armonia, il numero,  non “influiscono minimamente” sulla esistenza individuale o su quelle della tribù, e quindi è “impossibile che si siano sviluppate grazie a una qualche forma di conservazione di forme di pensiero utili”. Inoltre la selezione non “ha il potere di produrre delle modificazioni in qualche misura dannose per chi le possiede”, essendo esse adattative. Si chiede allora Wallace: perché allora perdere il pelo, là dove sarebbe utile? Perché la posizione bipede, e le altre debolezze fisiche dell’uomo, quali appunto la pelle senza peli, che un quadrumane non ha? “La pelle dell’uomo, delicata, nuda, sensibile, priva completamente di quel rivestimento di pelo così comune in tutti gli altri mammiferi- conclude Wallace- non si può spiegare con la teoria della selezione naturale. Le abitudini dei selvaggi dimostrano che essi sentono il bisogno di questo rivestimento, assente nell’uomo proprio nei punti in cui negli animali è più folto. Non abbiamo alcuna ragione di credere che il pelo possa essere stato dannoso, o anche solo inutile, per l’uomo primitivo”. Perché la crescita del cervello, se in primis è solo causa di mortalità alla nascita e di parti più dolorosi e rischiosi? Afferma Wallace: quando “modificazioni nocive o inutili al tempo della loro comparsa” divengono, “col tempo estremamente vantaggiose, e sono ora essenziali per il pieno sviluppo morale e intellettuale della natura umana, dovremmo dedurne l’azione di una mente che prevede e lavora per il futuro, proprio come facciamo noi quando vediamo l’allevatore organizzare il proprio lavoro con il determinato proposito di produrre un dato miglioramento nella coltivazione di una pianta o nell’allevamento di qualche animale domestico”.
Wallace argomenta poi in questo modo: la crescita del cervello, il suo volume, ci differenzia dalle scimmie, ma la differenza tra il volume dei selvaggi e quello dei civili è ben misera (il cervello dei selvaggi è “immensamente più grande di quello degli animali”; “la selezione naturale avrebbe anche potuto dotare il selvaggio di un cervello non molto superiore a quello di una scimmia, e invece egli ne possiede uno di pochissimo inferiore a quello di un filosofo”).
Eppure il selvaggio non usa moltissime delle facoltà di cui si serve l’uomo civile. Ma l’ampiezza del suo cranio (quello di un nero selvaggio può anche essere maggiore di quella di un bianco europeo) dimostra che il suo cervello “è capace, se coltivato e sviluppato, di svolgere un lavoro dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo che va molto al di là di quello che gli viene normalmente richiesto”.
Tra i selvaggi possiamo trovare esempi di senso artistico, di altissima moralità, ecc…, pertanto, “considerato che tutte le facoltà morali e intellettuali occasionalmente si manifestano anche nel selvaggio, possiamo benissimo concludere che esse sono sempre latenti e che il suo grande cervello è sovradimensionato per le reali richieste della sua condizione di selvaggio”. Il cervello del selvaggio sembra cioè “predisposto per essere completamente utilizzato via via che egli progredisce nella civilizzazione”. Ma un cervello così grande rispetto alle necessità, non può essere frutto solo della selezione, che agisce in modo economico, badando all’utile immediato, portando ciascuna specie “ad un grado di organizzazione esattamente proporzionato alle sue necessità, mai oltre”, e mai preparando “nulla per il futuro sviluppo della razza”.
Le facoltà umane della geometria e dell’aritmetica, come tante altre, come possono mai essere emerse “in un epoca in cui non sarebbero state di nessuna utilità per l’uomo nella sua primitiva barbarie?” Si tratta infatti di facoltà “così incredibilmente lontane dalle necessità materiali degli uomini selvaggi”; del resto l’ “ipotesi utilitaristica” (che altro non è che la teoria della selezione naturale applicata alla mente) “sembra inadeguata anche  per spiegare lo sviluppo del senso morale”, in quanto “nella nostra natura esiste un sentimento, un senso del giusto e dell’ingiusto, che è anteriore e indipendente da esperienze utilitaristiche”. Come Darwin era partito dallo studio degli allevamenti artificiali, cioè dalla selezione operata dall’intelligenza umana, così l’evoluzionista Wallace conclude ipotizzando all’origine del cosmo una “intelligenza superiore”, analoga a quella, appunto, dell’allevatore o del coltivatore.
© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Francesco Agnoli


ELOGIO AD ANTONY FLEW

Dicembre 9, 2009

Seguire l’evidenza ovunque essa porti fu il principio socratico a cui Antony Flew si è affidato per sviluppare i suoi famosi ragionamenti che sino al 2004 lo hanno portato  ad essere il maggior rappresentate della filosofia atea nel mondo. Dicevo sino al 2004 in quanto A. Flew, seguendo l’evidenza dei fatti, ha dovuto ricredersi e ha dovuto accettare ed ammettere l’evidenza: Dio esiste.

Il teorico dell’ateismo ha così affrontato uno di quei percorsi che per  tutti gli uomini è sempre stato ostico, l’ammissione di un errore… e che errore. Per 50 anni Flew ha scritto, insegnato e dibattuto in tutto il mondo sul concetto che Dio era un’invenzione dell’uomo. Ma continuando nei suoi studi e nei suoi pensieri, ha seguito il suo pellegrinaggio della ragione passando dalla fede atea a quella in Dio.

Nel suo libro dal titolo Dio esiste, l’autore, nel capitolo “il nuovo ateismo” sistema per bene due dei maggiori atei al mondo: Dennett e Dawkins. Normalmente le persone estranee al dibattito sull’esistenza di Dio credono che la scienza abbia dimostrato la sua inesistenza; ciò è avvenuto a causa di tantissime menzogne che vengono propagandate dai mass media, menzogne secondo le quali  lo scienziato deve essere ateo, mentre  coloro che credono in Dio non possono essere scienziati. Nella storia dell’uomo e della scienza, al contrario, i credenti sono stati coloro che hanno dato forza a nuove scoperte e allo sviluppo della scienza moderna. Sono i maggiori scienziati della storia ad essere stati credenti. Proprio Flew è convinto che la scienza dimostri il contrario e cioè l’esistenza di Dio.

Nei maggiori libri atei di A. Flew l’autore sviluppò argomenti insoliti contro il teismo che fornirono una nuova mappa alla la filosofia delle religioni; per Flew era inutile una discussione sull’esistenza di Dio sino al momento in cui non fosse stabilita una coerenza del concetto di spirito onnipresente e onnisciente, e soprattutto che la prova toccava al teismo in quanto l’ateismo è una posizione implicita. Posizioni chiare che lo hanno reso famoso e filosofo di riferimento dell’ateismo mondiale.

Come dicevo precedentemente sono state le scoperte scientifiche a dimostrare che l’evidenza portava all’esistenza di Dio. Il premio Templeton Paul Davies sostiene : “la scienza può andare avanti solo se lo scienziato adotta una visione del mondo essenzialmente teologica”. Inoltre Davies, che si può ritenere il più influente commentatore della scienza moderna, ha anche dichiarato che “gli atei dichiarano che le leggi (di natura) esistono irrazionalmente e che l’universo è definitivamente assurdo;  come scienziato, trovo che questo sia difficile da accettare, ci deve essere un terreno razionale immutabile nel quale la natura logica e ordinata dell’universo affonda le sue radici” [1]  per Flew  queste considerazioni, oggi, sono assolutamente da accettare e condividere.

Tra le varie motivazioni che hanno spinto a comprendere la necessità di un Dio è la scoperta del DNA e della sua incredibile complessità non spiegabile con la selezione naturale e ipotetiche mutazioni sviluppatrici di nuova informazione. Scrive Flew: “il messaggio genetico del DNA è replicato e poi copiato e trascritto dal DNA al RNA. Dopodiché viene comunicato agli amminoacidi e, infine, questi ultimi vengono assemblati in proteine. Le due strutture della gestione dell’informazione e dell’attività chimica della cellula, fondamentalmente diverse, sono coordinate dal codice genetico universale”.

Seguendo il ragionamento e l’evidenza di una complessità che non è possibile ridurre alla logica riduzionistica del neodarwinismo Paul Davies ha dichiarato “ la vita è qualcosa di più di mere reazioni chimiche complesse. La cellula è anche un sistema d’immagazzinamento, trattamento e replica dell’informazione. Abbiamo bisogno di spiegare l’origine di questa informazione e il modo in cui il macchinario del trattamento dell’informazione iniziò ad esistere”. Questi concetti fanno comprendere quanto in realtà la teoria di Darwin non ha fornito risposte e Antony Flew lo ha compreso bene arrivando a confutare se stesso ed ad ammettere l’errore della sua vita, cioè l’avere creduto all’ateismo.

La capacità di Antony Flew ad ammettere l’errore dei suoi scritti è notevole se si considera che viviamo in una società in cui nessuno ammette di avere sbagliato anche sotto l’evidenza. L’evidenza ha dimostrato al più importante filosofo ateo del ‘900 che si sbagliava, che guardando senza pregiudizi la realtà dei fatti si può vedere la mente di Dio.

 
 
[1] Paul Davies, Whot Happened Bifore the Big Bang? , in God for the 21-st- Century, a cura di Russel Standard, Philadelphia, templeton Foundation Press, 2000, p. 12.

Pievani “bacchettato”, la verità sull’evoluzionismo.

Novembre 29, 2009

Da ormai molti anni mi occupo di antievoluzionismo e vengo tacciato come incompetente, nello specifico posso raccontare di come Cavalli Sforza, durante l’Infedele  trasmissione condotta da Gad Lerner su Darwin, mi disse che se non ero biologo non potevo comprendere la teoria di Darwin. Compresi subito la stupidità dell’affermazione ma non mi venne data possibilità di replica.

Oggi, però, finalmente le cose stanno cambiando. Telmo Pievani su Micromenga (autorevole rivista scientifica) ha firmato l’articolo che “attacca” il convegno organizzato dal CNR (Centro Nazionale di Ricerca) sull’evoluzionismo che ha dato vita al libro: L’EVOLUZINISMO: TRAMONTO DI UN’IPOTESI, a cura di Roberto De Mattei, vicepresidente CNR, edizione Cantagalli.

Il pensiero “dogma” di Pievani e della nomenclatura evoluzionista lo consociamo bene e da sempre sosteniamo con fatti, e non interpretazioni, che la teoria neodarwiniana non è una teoria scientifica ma filosofia. Pievani è il responsabile del sito http://www.pikaia.eu che cerca di informare/disinformare sulla teoria di Darwin con scritti e attacchi che non hanno mai prove sostanziali ma solo presunte.

De Mattei su “Il Giornale” di ieri, sabato 28 novembre 2009 pag. 32, ha risposto a Pievani scrivendo che prima di commentare avrebbe dovuto acquistare il libro e leggerlo scoprendo che il testo ha carattere scientifico ed avrebbe evitato di replicare in modo approssimativo e manicheo.

Ha definito Pievani un fanatico dell’evoluzionismo e sostanzialmente (gli evoluzionisti) non sanno di cosa parlano a partire dalla stessa teoria che continua ad “essere una sorta di oggetto scientifico non identificato”. Chi parla non è un referente senza credenziali, ma bensì il vicepresidente del CNR. Il testo in questione include saggi si scienziati internazionali come: Guy Berthault, Jean de Pontcharra, Maciej Giertych, Pierre Rabischong  ed altri.

Nell’articolo, De Mattei, spiega come per Pievani e combriccola “per ovviare alla mancanza di dimostrazione scientifica, l’evoluzionismo pretende di sostituire alla causalità, la casualità. Il caso diviene la spiegazione dell’inspiegabile. In questa prospettiva Pievani teorizza  che un elemento talmente improbabile può realizzarsi in seguito ad un’enorme quantità di tentativi nel corso di miliardi di anni. Ma il tempo non produce differenza: ciò che è impossibile sotto i rapporti di causa-effetto rimane tale per sempre”.

L’articolo prosegue specificando come la teoria non sia oggetto della scienza e di come in realtà gli evoluzionisti difendono una loro posizione fideistica. La scienza non si evolve.

Simpaticamente mi viene da ricordare come Daniele Formenti (amico di Pievani e appartenente alla nomenclatura evoluzionista) spiegò sul suo sito il problema riguardante le conferenze di Stefano Bertolini al Museo di scienza naturali di Brescia e cioè che Bertolini non era un esperto quanto Pievani a cui non è stato “permesso” di parlare.

In riferimento a quanto scritto da Formenti oggi possiamo chiedergli su quali basi Pievani e tutto Pikaia è da ritenere esperto dell’argomento?
Il vicepresidente del CNR, quindi scienziato ricercatore, ha spiegato che Pievani e gli evoluzionsiti non sanno di cosa parlano.

In un precedente articolo dal titolo “La nomenclatura intellettuale italiana ignora la cultura scientifica” (http://66.71.135.49/articolo.php?id_articolo=29028 ) sostenevo che in Italia “In tutti i campi vi è una nomenclatura intellettuale autoreferenziale organizzata a tal punto che ogni questione o ipotesi non condivisa viene automaticamente oscurata e derisa. Domina il pensiero unico. Per lo più in collegamento globale, sostenuto proprio da coloro che contestano la globalizzazione.  È una scuola che nasce lontano ed è cresciuta nell’indifferenza. Nel mondo si dibatte e si discute su evoluzionismo e Intelligent Design, su neodarwinismo e neocreazionismo, su ateismo e teismo, ma in Italia no.  Appena qualcuno fa notare che la teoria di Darwin è in crisi in America, in Europa, in Russia ecc., la nomenclatura intellettuale si chiude a riccio ridicolizzando coloro che fanno notare un dato evidente a tutti, cioè  che le scoperte scientifiche hanno sviluppato correnti di pensiero che negano “l’ideologia naturalista”.

Nella sostanza sostengo che il nostro mondo accademico è lontano dal dibattito scientifico europeo e mondiale, non sa di cosa si parla e specificatamente è fermo ad un’impostazione scientifica dell’800.

In questi mesi le librerie sono piene di testi in favore della teoria di Darwin, testi che partono non da fatti relativi ad esperimenti ed ad osservazioni ma testi che si fondano sul presupposto fondante che la teoria dell’evoluzione della specie sia scientifica perché l’uomo esiste e altre ipotesi non possono essere contemplate anche se più ragionevoli e plausibili. Nessuno di noi può credere che il semplice possa diventare complesso solamente con il passare del tempo. Nessuno di noi può credere che dove non vi è informazione con il passare di lunghi periodi la si potrà trovare (l’Informazione). Nessuno ragionevolmente può comprendere la validità della teoria neodarwiniana se non entra nella logica della filosofia naturalista.

Nel 2002 organizzai con gli studenti del liceo Vittorini la prima assemblea studentesca con la presenza di professori e scienziati  non evoluzionisti (F. De Angelis, R. Nalin, M. Georgiev) e il 17 febbraio 2003 con i ragazzi di Alleanza Studentesca lanciammo la prima settimana antievoluzionista (La settimana antievoluzionista http://www.creazionismo.org/Articolo.asp?id=60); ci presero tutti in giro.

Oggi siamo noi a prendere i giro i vari detrattori di un’iniziativa di carattere culturale che, anticipando tutti, ha contribuito a portare l’Italia a discutere di un argomento presentato come certezza ma che in realtà è solo fondamento di impostazione ideologica.

Con buona pace dei vari Pievani, Oddifreddi, Formenti e combriccola varia la verità è ormai accessibile a tutti; di come mai esiste l’uomo, da dove veniamo e perché ci siamo nessuno lo sa. La vita è un mistero.


IL CREAZIONISMO: CERTEZZA DELLA FEDE AMMESSA DALLA SCIENZA

Novembre 24, 2009

La posizione dell’AISO sul creazionismo e la scienza

 di Mihael Georgiev

 Scienza e “creazionismo”

 

Forse deluderò qualcuno dei nostri sostenitori dichiarandomi disposto a dar ragione a Telmo Pievani, che sul sito Pikaia scive:in tutte le accezioni note del termine, il ‘creazionismo’ non può avere nulla a che vedere con la scienza e con la storia naturale”, vedi

 

http://www.pikaia.eu/easyne2/LYT.aspx?IDLYT=283&Code=Pikaia&ST=SQL&SQL=ID_Documento=4836).

 

Condivido, ovviamente, solo la parte della sua dichiarazione evidenziata in neretto, dato che sono abituato ad essere preciso e parlare di “scienza” e di “storia naturale” separatamente. Del resto, Pievani stesso le considera due cose diverse, altrimenti non le avrebbe separate.

 

La scienza

 

Per quanto riguarda la scienza, contestare la dichiarazione di Pievani sarebbe tanto inutile quanto il discutere se il giocatore di calcio dichiarato dall’arbitro “fuori gioco” fa parte o meno del gioco. Infatti, vi è un largo consenso sulla necessità che la scienza per definizione, cioè a priori, fornisca solo spiegazioni in termini di processi naturali. Ma c’è di più. Dal punto di vista pratico lo scienziato – credente o ateo che sia – deve accettare che, parafrasando Pievani – la scienza è materialistica “in tutte le accezioni note del termine”. Cercare di creare una nuova scienza, la “creation science” (o “scientific creationism”), da contrapporre alla “materialistic” (o “evolutionary” o “atheistic”) science, come si è fatto creando una seconda federazione mondiale di pugilato, non ha senso. Purtroppo – o per fortuna – il precedente c’è, nell’ex Unione Sovietica, tra il 1938 e 1963. E bene ricordarlo perché purtroppo non è solo un ricordo del passato, ma riguarda anche il presente.

 

Scienziati “creazionisti” e scienziati atei

 

Per noi dell’AISO essere scienziati non ha nulla a che vedere col essere “creazionisti” o atei, Significa semplicemente che, oltre ad essere uomini di scienza, si è anche uomini di fede se creazionisti, oppure anche atei se ateisti. Ma la scelta del campo – quello della fede o quello ateo – non dipende in alcun modo dalla scienza o da prove scientifiche. E non influisce assolutamente sulla qualità del lavoro scientifico. Gli scienziati creazionisti non sono per nulla inferiori nella qualità del lavoro di ricerca, professionale e didattico, rispetto agli scienziati atei. Svolgono, o hanno svolto il loro lavoro con benefici per i loro colleghi, datori di lavoro, studenti e pubblico, nella massima correttezza e rispetto delle idee altrui. Hanno scoperto leggi fondamentali della natura, inventato, progettato e realizzato apparecchiature di alta tecnologia nel sono tra i massimi esponenti dell’ingegneria genetica, hanno fatto scoperte nel campo aerospaziale e della medicina, l’ingegneria genetica, per non parlare dell’astronomia, la fisica, la matematica la medicina. L’ostilità nei loro confronti non è motivata da considerazioni inerenti alla loro attività di scienziati, ma alla loro scelta di campo della fede.

 

 

La storia naturale

 

La storia naturale è qualcosa di diverso dalla scienza nel senso galileiano del termine. La differenza tra le due c’è in tutte le accezioni note del termine ed è qualitativa piuttosto che di grado. Se guardiamo il mondo che conosciamo, costatiamo che ad una serie di domande sulla storia naturale la scienza – “in tutte le accezioni note del termine” – non è in grado di rispondere. Prendiamo ad esempio l’origine dell’universo. Da cosa e come è iniziato? La scienza non da una risposta soddisfacente a nessuna delle due domande, e a dirlo non sono solo i creazionisti. Identico il problema dell’origine e lo sviluppo della vita sulla Terra. Certo, sono possibili delle estrapolazioni che fissano l’età dell’universo e della Terra rispettivamente a 13,8 e 4,3 miliardi di anni, ma utilizzando altri dati, le stesse estrapolazioni danno età diverse. Per non parlare che, partendo da un numero elevato di altri dati ancora, è certamente possibile che la Terra sia addirittura giovane. Semplicemente non abbiamo una risposta scientifica univoca, tutto qui. Il fatto poi che vi sia ampio consenso per una teoria non equivale ad una prova dimostrativa, ma è semplicemente il risultato del conteggio delle opinioni degli scienziati.

 

Lo scontro tra creazionismo ed evoluzione

 

Lo scontro tra “creazionismo” ed “evoluzionismo” avviene interamente nel campo della storia naturale, non in quello della scienza galileiana. La storia del mondo non può essere dimostrata, al massimo costruita su degli “indizi” che lasciano aperta la strada a diverse interpretazioni. Gli evoluzionisti materialisti pretendono che la spiegazione sia esclusivamente materialistica, altrimenti non sarebbe “scientifica”. Noi crediamo che in tal caso semplicemente non sarebbe materialistica e punto. Gli scienziati membri, simpatizzanti o collaboratori dell’AISO, e molti altri che condividono la nostra impostazione, hanno in comune la mente aperta e non aprioristicamente preclusa alle interpretazioni non materialistiche dei fatti della storia naturale. Ma sanno distinguere tra obblighi istituzionali di insegnamento e convinzioni personali. Nella sua lunga carriera didattica Giuseppe Sermonti non ha mai usato le ore di lezioni per propinare agli studenti le proprie idee, in contrasto con il curriculum d’insegnamento. Non le ha nemmeno tenute nascoste, ma le ha rese pubbliche solo in seminari, conferenze, libri e risposte agli studenti. L’abuso di potere per proporre le proprie idee impedendone ogni critica oggi è praticato da altri. Il fatto che sono la quasi totalità dei docenti non dimostra la validità di ciò che insegnano, ma dipende dalla scelta della cultura dominante quale visione del mondo sponsorizzare.

 

Bibbia e storia naturale

 

Per quanto riguarda la storia naturale, semplificando possiamo dire che la differenza tra lo scienziato credente e quello ateo è che per il primo la storia del mondo non è dovuta al caso, mentre per il secondo è dovuta al caso. Fin qui il discorso è sul piano, per così dire, filosofico. In questa accezione del termine, il “creazionismo” è una posizione filosofica rappresentata dal noto movimento Progetto Intelligente (Intelligent Design). Ma non finisce qui.

 

Una cosa è credere in una qualche intelligenza superiore che ha messo in esistenza il mondo e ne ha programmato lo sviluppo, altra cosa è ritenere, ad esempio, che la Bibbia racconta la vera storia del mondo. Su questo punto vi sono comprensibili fraintendimenti, preconcetti e pregiudizi. Non possiamo entrare nei dettagli del perché di questa situazione. Ma vale la pena di sottolineare il paradosso che biblica o no, la convinzione o la fede – perché di questo si tratta – in un Progetto intelligente qualsiasi oppure nella plausibilità o veridicità del racconto biblico è una questione interna al creazionismo e non dovrebbe interessare più di tanto gli evoluzionisti atei. Invece li interessa fino al punto che – a dire il vero in buona compagnia di molti evoluzionisti teisti – spesso bollano i “creazionisti biblici”, escludendoli da una specie di “arco costituzionale”, termine familiare per noi italiani, all’interno del quale comunque sono, ovviamente, divisi. Noi non riconosciamo la validità di questo arco costituzionale, almeno che non abbia significato squisitamente politico, e in tal caso non ci interessa. Non tutti tra noi hanno vedute identiche su ogni singolo punto. Ma tutti riconoscono la legittimità della studio della storia del mondo in riferimento alla storia biblica.

 

Le interpretazioni dei racconti storici della Bibbia

 

Qui entriamo in un campo di fede che non dovrebbe interessare tanto gli atei, quanto i fratelli di fede, “maggiori” o non che siano. Il problema sconfina nel campo dell’esegesi biblica e dipende dalla comprensione e coscienza individuali e, perché no, all’appartenenza ad uno specifico gruppo religioso. In questo campo i membri e collaboratori di AISO non hanno idee identiche, e le dispute teologiche non sono tra le nostre priorità. Va detto che nessuna denominazione cristiana (o ebraica) esige adesione dogmatica ad una specifica e dettagliata interpretazione. Se non lo fanno le chiese, figurarsi AISO. Però sia nella tradizione rabbinica che in quella cattolica, come anche nelle varie divisioni della cristianità, nessuna autorità ha bollato come eresia il credo nel racconto biblico. Basta citare Francesco Redi e Niccolò Stenone, rappresentanti degli scienziati cattolici, e Papa Leone XIII, rappresentante l’Alto Magistero della Chiesa. Ebbene, nell’Enciclica Providentissimus Deus Leone XIII raccomanda “di non allontanarsi per nulla dal senso letterale e ovvio delle Scritture, tranne nel caso che “vi sia una qualche ragione che non permetta di tenerlo, o una necessità che imponga di lasciarlo”. Per alcuni degli scienziati credenti le teorie scientifiche della storia del mondo non sono una ragione o necessità che impongono di abbandonare il senso ovvio, aggiungerei storico delle Scritture. Questa è la anche la posizione dell’AISO, sostenuta in base di ragionamento e non imposta da una specifica autorità ecclesiastica, dato che AISO non è una associazione denominazionale. D’altra parte in questo campo anche l’Alto Magistero della Chiesa si limita al consiglio, vale a dire lascia lo scienziato libero di decidere con la propria ragione e competenza fino a che punto è difendibile il testo biblico e come interpretarlo alla luce delle conoscenze scientifiche. Questo è spiegato per inciso da Papa Benedetto XVI, che riconosce la sovranità delle idee degli scienziati riguardo la storia naturale: «È compito delle scienze naturali chiarire attraverso quali fattori l’albero della vita si differenzia e si sviluppa, mettendo nuovi rami. Non spetta alla fede». (Joseph Ratzinger – Benedetto XVI: In principio Dio creò il cielo e la terra. Riflessioni sulla creazione e il peccato. Torino, Lindau, 2006 (prima edizione 1986), p. 78).

 

Il modo in cui lo scienziato interpreta la storia naturale è un percorso ed una esperienza personale. Che non si identifica con il campo della fede, ma riguarda quelli che san Tommaso d’Aquino chiama “preamboli della fede”. Oltre non può andare. Né può dimostrare la veridicità del racconto storico delle origini, né può fare da qualcuno un cristiano migliore. L’esperienza cristiana è rappresentata meglio da altri testimoni che con la scienza c’entrano poco, ad esempio madre Teresa di Calcutta, per citare un nome conosciuto.

 

In conclusione siamo d’accordo che il “creazionismo” “in tutte le accezioni note del termine non può avere nulla a che vedere con la scienza” nel senso galileiano del termine. Il creazionismo non è scienza ma fede, però fede ammessa e non contraddetta dalla scienza. Per quanto riguarda la “storia naturale”, il discorso è un po’ diverso. In questo campo la scienza galileiana non da risposte migliori delle interpretazioni non materialistiche. I fatti conosciuti sono interpretabili in modi diversi. Ed i scienziati “creazionisti” si distinguono per la loro mente aperta, dato che non precludono – per preconcetto o pregiudizio – lo studio delle interpretazioni non materialistiche. E noi dell’AISO teniamo la mente ancora più aperta fino ad includere come ipotesi passibile di verifica anche la storia del mondo narrata nella Bibbia.

 

La scelta di campo creazionista o ateo non impedisce di essere buoni scienziati. E non lo impedisce nemmeno l’interpretare la storia del mondo in chiave creazionista oppure atea. Lo impedirebbe solo il non rispetto delle leggi naturali. Per essere buoni scienziati e naturalisti non è necessario essere materialisti o atei o sostenere una particolare visione della storia. Almeno fino a quando gli esami di ammissione alle università non vengano sostituiti con giuramento di fedeltà al materialismo ateo.

 


Sistema evoluzionista e sistema creazionista

Novembre 16, 2009

Il sistema evoluzionista è un insieme di teorie naturalistiche, che hanno come retroterra, l’idea che le leggi della fisica siano immutabili e la materia indistruttibile, concetti tipici del panteismo. La materia, in qualche modo eterna, si sarebbe ad un certo punto addensata in un ristrettissimo spazio, non più grande di un pisello, per poi esplodere e dare origine ai vari tipi di atomi presenti nell’universo[1]. Questi atomi, semplicemente obbedendo alle loro intrinseche leggi e in circostanze particolarmente fortunate, avrebbero dato luogo all’universo che osserviamo, poi al primo essere vivente unicellulare (abiogenesi), dal quale si sarebbero poi sviluppate le varie specie fossili e viventi (evoluzione  ).

Per quanto riguarda il mondo vivente, il modo che avrebbe permesso il dispiegarsi della varietà degli esseri viventi è quello indicato da Darwin (la sua teoria dell’origine delle specie), cioè la capacità intrinseca di variazione, seguita da mutazioni e selezione naturale.

 

Le teorie evoluzionistiche sopra menzionate hanno in comune quanto segue:

 • Non richiedono l’esistenza di Dio che, se anche ci fosse, non interverrebbe nel processo.

 

• Hanno un principio di continuità, nel senso che il processo avanti obbedisce a  leggi costanti della materia che non subiscono l’azione  di forze esterne alla materia stessa.

 

In questa sua forma però, supponendo esclusivamente forze materiali, queste teorie sconfinano nel campo della filosofia , più precisamente nel materialismo. Così anche l’uomo diventa solo materia, solo un animale evolutosi per ultimo.

 

 Il sistema creazionista è un sistema coordinato che si basa su presupposti diversi da quelli del sistema evoluzionista, a cui si contrappone. Il principio di partenza è che, al di sopra e al di fuori del creato, ci sia un Dio Creatore dotato di personalità ed onnipotente al punto che non ha plasmato la materia e nemmeno ha messo ordine nel caos primordiale, ma ha creato tutto dal nulla, operando per mezzo della sola parola[2].

Materia ed atomi, perciò, sono così perché Dio li ha voluti tali «nel principio»[3]. Anche la varietà degli esseri viventi non è stata causata da uno sviluppo, ma è stata una scelta iniziale del Creatore, adoperatosi non affinché da una specie se ne originassero altre, ma perché ciascuna si riproducesse «secondo la propria specie» e per mezzo dello specifico «seme» che ha «in sé»[4]. La presenza di Dio al di fuori e al di sopra del creato ha prodotto una discontinuità all’inizio, poi altre in seguito[5]. Nei Vangeli Gesù si  dimostra la sua capacità di creare discontinuità (sanando i malati, risuscitando i morti, moltiplicandi i pani, comandando perfino ai venti) ed i cristiani vivono nell’attesa della discontinuità finale annunciata, quando Gesù tornerà e restaurerà la perfezione originaria del creato,  smentendo l’umana convinzione che «tutte le cose continuano come dal principio della creazione» (2 Pt 3,4).

Molto importante per la teoria evoluzionisticaa è il concetto originario  di Big Bang; secondo questa teoria, alcuni miliardi di anni fa tutta la materia dell’Universo era concentrata in un piccolissimo spazio, non più grande di un pisello. Si sarebbe allora verificata una “Grande Esplosione” (un “Big Bang”, per l’appunto), con l’espansione della materia e la formazione dei vari elementi chimici che costituiscono la Terra e i corpi celesti. Questa concezione non ha bisogno di presupporre un Creatore e consente di far risalire il tutto a cause puramente naturali e materiali.

 

Come per l’evoluzionismo anche in questo caso c’è chi cerca una conciliazione con la Bibbia sotenendo ad esempio che:

 

        Ambedue parlano di un inizio.

 

        Il Big Bang non dice nulla riguardo a ciò che c’era prima e perciò non esclude Dio.

 

        Mentre per la creazione degli esseri viventi la Bibbia ci indica un’età di migliaia di anni, per la creazione della materia (e perciò anche per le rocce della Terra o della Luna) la Bibbia ci dice solo che è avvenuta «in principio».

 

Questi ragionamenti hanno una loro sensatezza e non stravolgono apertamente il testo biblico, bisogna però distinguere fra ciò che emerge da un’analisi interna del testo biblico e gli adattamenti che facciamo per rendere compatibile la Bibbia con la scienza prevalente del momento.

Il B.B., poi, sembra in declino, visto che la prestigiosa rivista New Scientist del 22/5/04 ha pubblicato una protesta firmata da 150 (centocinquanta) scienziati di varia tendenza e di tutto il mondo, in cui, fra l’altro, si afferma che: «La teoria del big bang dipende da un numero crescente di entità ipotetiche e mai osservate […] non può sopravvivere senza queste frottole […] Oggi praticamente la totalità delle risorse finanziarie e di sperimentazione nella cosmologia sono dedicate agli studi sul Big Bang».

Stando così le cose, non è avventato proporre che:

 

1) Il Big Bang è necessario agli evoluzionisti, i quali hanno bisogno di dare una qualche spiegazione sull’origine della materia e dei vari atomi. 

 

2) Non contrasta esplicitamente con la Bibbia, ma è più compatibile col credere in un Dio filosofico che col credere nel Dio rivelato dalla Genesi. 

 

3) Come Darwin cerca di spiegare l’origine delle specie attuali   affermando che vengono da altre specie (spostando il problema anziché risolverlo), così il BB cerca di spiegare l’origine della materia sostenendo che viene da energia pre-esistente senza spiegarne l’origine.

 

4) Come per l’evoluzione della specie, il Big Bang è una teoria che si ritiene «certa» e sostenuta da «tutti gli scienziati»; questa certezza deriva dal fatto che ambedue le teorie sono imposte dogmaticamente e chi non le appoggia viene tacciato come a-scientifico.

 

5) La teoria del B.B. è la prima tappa   del sistema evoluzionistico, a cui segue  l’abiogenesi (origine della vita da materia inorganica) e l’evoluzione biologica (la trasformazione continua degli organismi poco complessi in organismi iper-complessi).

 

Per chi crede che Gesù abbia trasformato istantaneamente l’acqua in vino, abbia risuscitato il corpo in putrefazione di Lazzaro con una semplice chiamata e crede che Dio abbia creato tutto per mezzo di Gesù[7], è più facile e coerente credere che Dio abbia creato tutto per mezzo della parola (2 Pt 3,5), piuttosto che credere che abbia concentrato la materia in un piccolissimo volume, per poi dar origine a tutto facendolo esplodere; non si comprende come professori come Facchini o Franceschelli continuino a fare confusione e a mischiare il credo con una falsa scienza (Big Bang, abiogenesi, teoria di Darwin).

Sia il modello evoluzionistico sia il modello creazionistico si basano su atti di fede, nel senso che non possono essere dimostrati scientificamente, per cui vanno considerate dei meta o megasistemi di stampo filosofico. [6]

 

 

 

 

[1] Teoria del big bang.

[2] Bibbia, Gen 1; Eb 11, 3; 2 Pt 3,5-7.

[3] Bibbia,Gen 1,1

[4] Bibbia, Gen 1,11ss

[5] Per esempio alla cosiddetta caduta dell’uomo descritta nella Bibbia in Gen 3 e al Diluvio di Gen 6-9

[6] Bibbia, Eb. 11,3.

[7] Bibbia Gv 6,1-13; 11,43; 1,3-10.


Principi della scienza.

Novembre 10, 2009

 

Molto importante è comprendere che le scienze empiriche hanno possibilità limitate per esprimersi e incontrano notevoli difficoltà nel momento in cui si tratta di ricostruire dei processi passati che non sono ripetibili e quindi non hanno possibilità di una ricerca immediata.
Tutte le scienze naturali si sviluppano su un piano di ricerca empirica, quindi, tutte le affermazioni debbono essere riferite a fatti che si possono osservare. Tutte le osservazioni debbono essere ripetibili. Le scienze naturali descrivono leggi tramite una ricerca sistematica analizzando dati e reperti empirici che vengono ricavati da osservazioni della natura ed esperimenti mirati.  Tutti noi sappiamo che l’origine della storia della vita sulla terra può essere ricostruita solo parzialmente tramite i metodi delle scienze empiriche in quanto gli eventi della loro creazione sono unici, non riproducibili e non direttamente osservabili. L’unica prova per verificare come l’evento è realmente accaduto sarebbe quello di poter viaggiare nel tempo, quindi nel passato, per verificare come l’origine del creato sì è originato. Ma ciò sappiamo che non è possibile. Tutto ciò che noi sappiamo relativamente all’origine della vita sulla terra consiste su indizi riferibili a strati geologici e a fossili.
L’accumulo dei dati può creare le condizioni per l’interpretazione storica di un’eventuale evoluzione; i dati possono derivare, oltre che dai fossili, anche da patrimonio genetico delle specie tuttora viventi. Molto importante è comprendere che oltre ai dati si effettuano esperimenti empirici per analizzare processi e meccanismi che si pensa producano uno sviluppo di livello superiore degli organismi viventi.
Come evidenziato più in alto noi sappiamo che la storia della vita non è fondamentalmente possibile in quanto non è riproducibile ( non possiamo fare ripartire il processo iniziale della storia della vita). Tutte le affermazioni con carattere di legge riguardanti la storia della vita possono essere espresse solamente in modo approssimativo perché il processo è stato di carattere unico. I dati su cui si possono fare deduzioni sono ridotti. Le considerazioni che si possono fare sono delle retrodizioni , cioè si può solamente esprimere ciò che ci si aspetterebbe sia accaduto in passato.

Per noi è molto importante fare comprendere che l’aspetto soggettivo dell’analisi dei dati e delle valutazioni è molto rilevante. Infatti gli autori distinguono in due modi differenti le spiegazioni: la prima è quella Nomologica deduttiva (si stabiliscono delle ipotetiche leggi da cui si deducono conclusioni che verranno sottoposte ad osservazioni e a esperimenti) e la seconda quella storico narrativa (si cerca di spiegare un presunto scenario storico).
Noi sappiamo che oggi sia nel campo dell’empirismo che in quello della descrizione storica si accetta solamente un’interpretazione dei dati che appartenga all’ateismo metodologico in cui si scarta a priori una valutazione che prenda in considerazione lo sviluppo della vita riconducibile a cause trascendenti; significa che per principio si considerano solo i fattori empiricamente percepibili. Il problema è che questa accettazione aprioristica è frutto di una visione dogmatica e non scientifica in quanto vi è all’origine di questo postulato una specifica visione del mondo (naturalismo). Non ci sono motivazioni scientifiche che possano escludere una creazione che trascende il mondo materiale.
Il naturalismo è una corrente filosofica e si basa su un presupposto specifico: nell’universo e nella storia agiscono solo forze naturali. Il naturalismo è un’impostazione ideologica che influisce negativamente nell’interpretazione dei dati riscontrabili. Come già detto non esistono prove che possano dimostrare empiricamente che nella storia della vita operino solo forze naturali.
Il naturalismo, base ideologica della teoria evoluzionista, porta assolutamente ad uno sconfinamento dell’interpretazione dei dati fuori dalla scienza; non sono più i fatti riscontrabili ed osservabili ad indurre la comprensione del reale da parte del ricercatore ma è l’impostazione soggettiva che farà interpretare l’osservazione e l’esperimento solo in ambito materialista.
La scienza deve essere libera da presupposti soggettivi riferibili ad un’interpretazione filosofica della vita; molto importante per il progresso della conoscenza della natura è che ci si liberi da ogni presupposto aprioristico sviluppando delle ipotesi che possano essere verificate.


RELATORI DEL CONGRESSO A.I.S.O.

Novembre 5, 2009

COSA RESTA DI DARWIN ?

Primo congresso creazionista nell’anno del celebre naturalista

Organizzato da AISO(Associaziazione Italiana studi sulle Origini) www.origini.info

Milano, 16 – 17 ottobre 2009

Hotel Jolly Touring, Via Ugo Iginio Tarchetti, 2

 

PRESENTAZIONE DEI RELATORI

 

 

INTRODUZIONE

Mihael Georgiev (medico, caporedattore www.origini.info)

 

Un convegno dal titolo “cosa resta di Darwin” è già di per sé provocatorio, dato che si chiede “cosa resta” di un personaggio issato alla massima gloria e celebrato con festeggiamenti globali. Eppure dietro le quinte dello spettacolo globale c’è parecchio di cui discutere. Avremmo voluto farlo con persone che rappresentano tutto lo spettro di vedute sull’argomento, e se non siamo riusciti completamente è perché alcuni erano impossibilitati ed altri si sono rifiutati l’ultimo momento di partecipare. Ad ogni modo, non c’è bisogno di appositi relatori per sapere che la cultura dominante considera l’evoluzione un “fatto”, l’unica spiegazione “scientifica” della vita e dell’universo. Inoltre, considera le teorie evoluzionistiche “prova” della scientificità del materialismo ateo, la filosofia che domina oggi nella nomenclatura intellettuale dell’Occidente. I relatori, quindi, partono da questi ovvii e largamente conosciuti presupposti.

 

Per Mart De Groot (astronomo) e Ferdinando Catalano (fisico) il Big Bang è una spiegazione plausibile per la nascita dell’Universo, pur non possedendo le caratteristiche di “scienza galileiana”. Ma, pur accettando il Big Bang, rimangono due importanti questioni: l’origine della materia e lo sviluppo, in seguito ad una banale esplosione, di un universo armonico con pianeti come la Terra, in grado di accogliere la vita. Ma l’esplosione risulta una coperta troppo corta per spiegare la finissima sintonizzazione di decine – forse centinaia – di parametri necessari alla vita. Basta pensare alle grida – giustificate o no – del pericolo di riscaldamento globale di pochissimi gradi, per rendersi conto che anche il più convinto degli evoluzionisti si sente comodo nei parametri stretti geoclimatici e lascia volentieri l’evoluzione del sistema Terra nei testi scolastici. Ad ogni modo, alle due domande sull’origine della materia e la comparsa delle condizioni di vita sulla Terra,  risposta, pur con il minimo possibile di “scientificità”, non c’è. Anzi, la Terra appare un pianeta assolutamente speciale, “privilegiato”, come spiega Mart De Groot usando l’indovinato termine di Guillermo Gonzalez. Il fisico Pier Maria Boria rincara, se possibile la dose, sostenendo che chi si affida al “caso” per risolvere le difficoltà di una spiegazione scientifica, è fuori dalla sana scienza.

 

Il fisico Andrea Lucarelli sottolinea che struttura dei sistemi naturali mostra chiare evidenze di ordine e simmetria onnipresenti nei fenomeni fisici su tutte le scale di grandezza dal macroscopico fino alle particelle elementari. Tale ordine può essere descritto in termini di precise leggi naturali mediante il linguaggio logico-matematico delle scienze. Ma il mondo, così come lo conosciamo, è difficilmente compatibile con un lento e progressivo sviluppo guidato dal caso, ma evidenzia piuttosto un progetto compiuto da un agente intelligente.

 

Ma torniamo all’evoluzione biologica che è più strettamente collegata alla nostra discussione. Vari relatori, come il geologo Marco Chiesa e il docente di scienze naturali Fernando De Angelis, sottolineano come le leggi conosciute della fisica e della chimica non siano in grado di spiegare l’origine della vita, e neanche delle diverse forme animali. I processi che li hanno determinati rimangono, per ora, misteriosi, enigmatici o – per usare la terminologia dei credenti – miracolosi. La ricerca continua, ovvio, ma qui siamo riuniti per fare il sunto della situazione attuale, non per proclamare la fede incondizionata nelle future scoperte scientifiche. A proposito di questo, la maggior parte dei relatori considera le problematiche inerenti all’origine della vita fuori dai percorsi della scienza.

 

Salvatore Pisu, professore di bioetica, sottolinea come la scala evolutiva, pur con le più benevole concessioni, contenga dei passaggi che comportano la comparsa di strutture assolutamente non riducibili alle precedenti: la materia dal nulla, la vita dalla materia inanimata, l’uomo dagli animali inferiori. Per questi passaggi manca la pur minima spiegazione scientifica, dato che i calcoli dimostrano la loro impossibilità statistica (che peraltro è applicabile anche all’ecosistema Terra e all’ipotetica trasformazione di una specie in un’altra).

 

Sul versante evoluzionista il docente di scienze naturali Roberto Verolini mostra che – pur con molte ombre – la teoria darwiniana, con gli opportuni aggiornamenti, è l’unica teoria scientifica nell’attuale uso del termine che riconosce come “scientifica” solo la spiegazione mediante cause e leggi naturali. La ricerca evoluzionistica è quindi un approccio scientifico indispensabile al problema delle origini.

 

Stefano Bertolini illustra invece quella che si potrebbe definire la posizione del creazionismo biblico ragionevole, che non ritiene la Bibbia un testo scientifico “provato” dai dati scientifici, ma un racconto storico ampiamente compatibile con i fatti delle scienze naturali. Il creazionismo presenta perciò un’alternativa alla spiegazione dei fatti delle scienze naturali, ma alternativa politicamente scorretta, e come tale non ammessa. Persino i punti controversi delle teorie evoluzionistiche sono insegnati come dogma non criticabile a tutti i livelli scolastici.

 

Ma se l’ipotesi darwiniana rimane un’ipotesi, perché celebrarla globalmente? Cosa in realtà resta dal darwinismo oggi da meritare questa devozione? Del problema si occupa Fabrizio Fratus che sottolinea il ruolo indispensabile del darwinismo come sostegno “scientifico” alla filosofia materialista che domina l’attuale nomenclatura intellettuale dell’Occidente. Lo scontro è, infatti, tra due opposte ed inconciliabili visioni del mondo: quella evolutiva legata alla fede nel progresso dell’umanità, e quella biblica che vede la soluzione dei problemi nel futuro Regno di Dio. Ma prima che questo Regno venga, siamo tutti chiamati a cooperare e amministrare la nostra Terra per il bene comune, al di là delle divisioni filosofiche e ideologiche. Abbiamo promosso questi incontri per uno scambio di opinione che può solo arricchire tutti, perché da esseri umani fallibili abbiamo sempre da imparare uno dall’altro.

 

 

 

L’ORIGINE DELL’UNIVERSO

Mart De Groot (Astrofisico)

 

“Io credo, in base all’ordine e alla complessità’ presenti nella natura, che un agente intelligente deve essere stato coinvolto nell’Origine dell’Universo. Per me questo agente intelligente e’ il Dio della Bibbia. Tutto quello che vediamo nell’Universo e nel mondo attorno a noi e’ stato creato da Dio senza il ricorso a materia preesistente. E, tutto ciò che e’ relativo alla vita umana e’ stato creato in sei giorni letterali di 24 ore.”

 

Mart De Groot è stato Direttore (1976-1994) dell’Osservatorio Armagh, Irlanda del Nord e Presidente (1988-1992) della Commissione Nazionale per l’Astronomia dell’Accademia Reale Irlandese. Attualmente è Consulente Ricercatore presso L’osservatorio Armagh, Irlanda del Nord.

 

 

 

 

L’ORIGINE DELL’UNIVERSO E DELLA VITA

Ferdinando Catalano (  Fisico)

 

Da fisico la penso esattamente come Antonio Zichichi: la teoria dell’evoluzione è al di sotto del terzo ed ultimo livello di credibilità scientifica, quello che compete ai fenomeni  che si possono osservare una sola volta, come il big bang. Manca il banco di prova della riproducibilità del fenomeno. Ma mentre per  il Big Bang si possono almeno individuare le prove sperimentali delle conseguenze (radiazione fossile a 3°K,red schift, campi magnetici galattici), per l’evoluzione il confronto con le prove sperimentali è paurosamente lacunoso. Gli evoluzionisti si difendono portando a loro scusante i tempi lunghissimi dell’evoluzione ma così facendo si inviluppano in una tautologia: i tempi di osservazione sono lunghissimi perché l’evoluzione richiede tempi lunghissimi!

Io invece accetterei questa affermazione solo se i tempi lunghi dell’evoluzione fossero il risultato di una legge evolutiva generale espressa da una equazione matematica.

In estrema sintesi, per me la teoria dell’evoluzione è solo un’ipotesi scientifica destinata a rimanere tale perché priva di prove sperimentali riproducibili e quindi fuori dalla vera scienza secondo il criterio di falsificabilità di Popper universalmente accettato.

 

Ferdinando Catalano (Messina, 1947) laureato in fisica, esperto in ottica Oftalmica, autore di testi e saggi scientifici, insegna  all’Università di Padova nel laboratorio di Ottica.

 

 

 

 

METODO SCIENTIFICO E ORIGINE DELL’UNIVERSO

Pier Maria Boria (Fisico)

 

 

Uno degli aggettivi più abusati in questa era di rapide comunicazioni è “scientifico” e l’origine dell’abuso va ricercata nella misconoscenza del vero metodo scientifico.

Infatti la corretta realizzazione di una qualunque costruzione, sia essa meccanica che intellettuale, necessita di adeguate fondamenta: nel caso di questa TTC le fondamenta ed i pilastri portanti sono costituiti da argomenti di Fisica Classica conclamati ed accettati dalla comunità scientifica universale.

 

Essi sono:

  • Il secondo Principio della Termodinamica nella versione di Clausius che introduce le proprietà entropiche delle trasformazioni;
  • la probabilità della distribuzione di oggetti identici su più livelli secondo la Statistica di Boltzmann
  • il caso, contemplato dalla Legge di Gauss.

 

Come evento esemplificativo, associato alla probabilità ed al caso, è stato scelto il Paradosso di Eddington riguardante le scimmie dattilografe: se ne è sviluppato l’aspetto numerico, giungendo alla conclusione che la probabilità di ottenere sistemi complessi predefiniti (un libro di solo un migliaio di pagine) dal posizionamento di dati oggetti su dati livelli è praticamente nulla.

Quando, poi, con ipotesi di lavoro ragionevoli, si sovrappongono gli effetti casuali a quelli probabili, il sostenere l’auto-organizzazione della materia diventa una “mission impossible”

 

Coordinando i ragionamenti via via sviluppati, la TTC sostiene che:

 

  1. Mentre le trasformazioni osservabili nel regno minerale procedono nel senso cui compete un incremento di Entropia, solo i sistemi viventi sono caratterizzati dalla produzione continua (e non ciclica) di Entropia “negativa” (come direbbe Prigogine, mentore della Nuova Fisica).
  2. La complessità organizzata non può nascere “sua sponte” con considerazioni statistiche di probabilità.
  3. Il caso, nel senso inteso dall’accezione popolare, non esiste. Se esistesse, Gauss non avrebbe potuto scrivere la “Legge del caso”.
  4. Chi parla di caso, in una disquisizione scientifica, come di un Deus ex machina, in grado di risolvere situazioni scabrose, è fuori da una sana dottrina scientifica (il termine caso è usato con eccessiva ed insensata disinvoltura!).
  5. 5.      Credere che i sistemi dissipativi, soggetti di trasformazioni irreversibili (le uniche realizzabili in Fisica Sperimentale), siano in grado di produrre Entropia negativa, dal punto di vista scientifico è equivalente a credere nella possibilità del moto perpetuo.

 

Cosicché l’asserto conclusivo della TTC afferma: “la Creazione è una necessità termodinamica”.

 

Nel saggio “Termodinamica & Vita” i tre pilastri fondamentali utilizzati (Entropia, Statistica, Casualità) e l’intera trattazione, sono corredati delle informazioni atte a dispensare la consultazione di materiale bibliografico più o meno sparso. Si è cercato, infatti, di produrre un lavoro completo dei richiami di Fisica Classica necessari e sufficienti per renderlo comprensibile a tutti.

 

 

 

L’ORDINE NELL’UNIVERSO

Andrea Lucarelli (fisico)

 

L’osservatore attento e’ portato a riconoscere nella struttura dei sistemi naturali chiare evidenze di ordine e simmetria onnipresenti nei fenomeni fisici su tutte le scale di grandezza dal macroscopico fino alle particelle elementari. Compreso e decifrato, tale ordine può’ essere descritto, riassunto ed organizzato in precise leggi attraverso l’elegante linguaggio logico-matematico delle scienze. Tuttavia, una complessità’ spesso irriducibile emerge  studiando la dinamica e le interazioni di sistemi fisici anche molto elementari. La complessità’ intrinseca dei sistemi viventi, alla base della funzioni necessarie alla vita, risulta difficilmente compatibile con un lento e progressivo sviluppo guidato dal caso. Piuttosto, l’ordine e la funzionalità’ dei sistemi intrinsecamente complessi presenti in natura sono chiare evidenze di un progetto compiuto da un agente intelligente. Io identifico tale agente con il Dio della Bibbia che ha creato ex-nihilo tutto ciò con cui possiamo interagire nell’Universo ed ha creato la biosfera del pianeta Terra in 7 giorni di 24 ore letterali.

 

Andrea Lucarelli e’ nato a Roma  dove si e’ laureato in Fisica con il massimo dei voti ed ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienza dei Materiali presso l’Università’ degli Studi di Roma “La Sapienza”. In seguito al suo dottorato e’ stato selezionato per lavorare come ricercatore presso il College William and Mary (recentemente classificato tra i migliori 10 Colleges statali negli USA) e presso i laboratori nazionali americani Jefferson Labs, in Virginia, USA. Negli USA egli ha sviluppato una nuova tecnica di imaging magneto-ottico risolta in tempo che gli ha permesso di studiare in collaborazione con il dipartimento dell’ areonautica americano e con i laboratori nazionali di Los Alamos l’evoluzione temporale di vortici magnetici in materiali superconduttori.

Attualmente risiede a Zurigo dove lavora come ricercatore in fisica presso il gruppo di spettroscopia ottica ed infrarossa del prestigioso istituto svizzero ETH (classificato tra le 30 migliori istituzioni di ricerca nel mondo). I suoi interessi nel campo delle scienze e della fisica includono spettroscopia ottica e laser, sistemi critici quantistici, nuove fasi della materia e lo studio di sistemi ad alta correlazione elettronica . I sui lavori di ricerca di base e applicata sulla superconduttività sono stati pubblicati su rinomate riviste scientifiche internazionali. Egli e’ membro dal 2004 dell’American Physical Society, della Material Research Society e della American Association for the Advancement of Science. 

 

 

 

 

LA COMPLESSITÀ IRRIDUCIBILE DELL’UNIVERSO, LA VITA E L’UOMO

Salvatore Pisu (Bioetica)

 

La corrente ricerca sull’origine della vita, sotto l’influsso evoluzionista, cerca la conferma anche sperimentale dell’ipotesi che il primo organismo sia comparso attraverso una accidentale, fortuita e progressiva aggregazione di elementi inorganici (abiogenesi). In tal senso si sono concepiti i tentativi che, sinteticamente, partendo dalle teorizzazioni di Oparin, passando attraverso le sperimentazioni di Miller e Urey, (propagandate tra l’altro da qualsiasi testo scolastico che si rispetti ma i cui risultati sono stati successivamente messi in dubbio dagli stessi Autori), giungono del tutto recentemente all’ipotesi del mondo a RNA e a quella proposta come unificante dei building blocks. Così, data per avvenuta l’abiogenesi, al casuale e meccanicistico apparire della prima forma di vita, seguirebbe ugualmente casuale e meccanicistico, sempre secondo l’ipotesi evoluzionista, anche il differenziarsi e moltiplicarsi delle specie.

 

Ma la vita può realmente scaturire da un processo aggregativo di qualcosa che non sia già vivente? La genesi del primo vivente dall’aggregazione di soli elementi materiali è compatibile con le caratteristiche strutturali e dinamiche tipiche degli organismi? C’è spazio nel modo di esistere della realtà vivente per ritenere logico e ragionevole un atto creativo?

 

Certamente non intendiamo entrare nei dettagli biologici, non è compito né pratica possibilità nostra, ma ci interessa comprendere la natura, la stoffa ed il peculiare modo di essere del vivente e la sua differenza con l’inerte. Per tale motivo ci siamo chiesti se ci sia e quale sia la differenza tra un vivente ed un aggregato di elementi. È possibile che un aggregato di elementi diventi un vivente – abiogenesi?

 

Nel dibattito critico in atto sull’evoluzione emerge fra gli altri l’argomento dell’impossibilità statistica dell’origine spontanea e casuale della complessità vivente; noi abbiamo voluto impostare in modo diverso la questione attraverso un argomento filosofico e logico che parte dall’approfondimento del fenomeno dinamico dell’atto e della potenza nel vivente per concludere che materia vivente e quella non vivente sono irriducibili per natura, se non accidentalmente per assimilazione e per disgregazione, fino al punto di dover essere considerate due realtà materiali indipendenti in quanto all’origine. Se si accetta la comparsa della materia dal nulla – l’alternativa è la sua eternità – parallelamente nessuno scandalo dovrebbe allora suscitare l’origine del vivente dal nulla, origine non logicamente incompatibile con un fenomeno creativo.

 

L’impossibilità dell’organismo di scaturire dalla casuale aggregazione materiale dell’inanimato significa allora che il vivente non è frutto del divenire. In quanto non possono essere applicati i concetti di atto e potenza all’origine della vita, questa non è ascrivibile ad un processo che va da un punto ad un altro. Essa è più paragonabile ad una comparsa dal nulla. Noi però sappiamo che nulla viene dal nulla, perciò l’ipotesi di un essere che creando dal nulla venga definito onnipotente non è un pregiudizio religioso, bensì un’ipotesi della ragione che tenta di darsi una spiegazione plausibile della comparsa delle cose. In questo senso l’ipotesi di un disegno intelligente meglio si concilia con la comparsa della vita.

 

Lo stesso ragionamento deve essere fatto per la comparsa dell’essere umano. In esso infatti noi troviamo un fattore assolutamente irriducibile ai suoi antecedenti biologici. La tradizione lo ha chiamato anima razionale, mente, spirito. La comparsa dell’uomo, analogamente a quella della vita, può essere equiparata ad una creazione dal nulla. Anche per esso non possono essere applicati i concetti di atto e potenza.

 

Tra la comparsa della vita e la comparsa di animali superiori escluso l’uomo, teoricamente potrebbe non esistere un argomento logico contro l’ipotesi di una evoluzione delle forme viventi intesa come diversificazione. Su questo punto la biologia, la paleontologia, etc. sono legittimate a formulare ipotesi. L’ipotesi evoluzionista ci pare però essere piuttosto frammentaria, incompleta e spesso ideologica. In ogni caso tale deriva ideologica non rende un buon servizio a qualche seme di verità presente anche nelle teorie evoluzioniste.

 

Concludendo, riteniamo che per quanto riguarda i momenti critici nella comparsa dell’universo – l’apparire dell’essere dal nulla, la comparsa della vita e l’origine dell’uomo – le spiegazioni scientifiche o sedicenti tali mostrano tutta la loro insufficienza. Non possiamo non essere d’accordo con le conclusioni di  Platone nel Fedone circa 2500 anni fa: «Pare a me o Socrate, e forse anche a te, che la verità sicura in queste cose nella vita presente non si possa raggiungere in alcun modo, o per lo meno con grandissime difficoltà. Però io penso che sia una viltà il non studiare sotto ogni rispetto le cose che sono state dette in proposito, e lo smettere le ricerche prima di avere esaminato ogni mezzo. Perché in queste cose, una delle due: o venire a capo di conoscere come stanno; o, se a questo non si riesce, appigliarsi al migliore e al più sicuro tra gli argomenti umani e con questo, come sopra una barca, tentare la traversata del pelago. A meno che non si possa con maggiore agio e minore pericolo fare il passaggio con qualche più solido trasporto, con l’aiuto cioè della rivelata parola di un dio» ( Platone, Fedone, XXXV). Questo significa che secondo la ragione non solo è plausibile l’ipotesi di un Dio creatore, ma è altrettanto ragionevole ipotizzare che un tale Dio possa, in qualche modo, manifestarsi e rivelarci ciò che a noi è impossibile comprendere. L’uomo che ricerca si trova di fronte ad un mistero. Crediamo sia assolutamente lecito, anzi doveroso tentare di spiegarlo. Ma la ragione che riconosce il mistero non è una ragione che ha abdicato. Tale riconoscimento, invece, potrebbe rappresentare un modo più efficace di comprensione della realtà e se esso esiste, il riconoscerlo si configura come il dovere fondamentale di una ragione che ricerca con onestà, serietà e rigore.

 

 

 

CREAZIONE ED EVOLUZIONE

Marco Chiesa (Geologo)

 

CREAZIONE

Al di la della questione di fede personale, che mi porta a credere all’esistenza di un Dio Creatore, la mia visione della creazione come processo non può prescindere dall’onestà intellettuale. Quando vedo discrepanze tra i dati scientifici e le affermazioni contenute nella Bibbia, mi chiedo sempre se ho compreso bene le Scritture. Uno dei punti più importanti riguarda la durata dei periodi creativi e il metterli in accordo con i modelli geologici attuali. Nonostante il lavoro è ancora molto difficile trovare un modello che sostenga una durata breve dei giorni creativi, a meno di non considerare l’intervento di forze miracolose che abbiano scavalcato le leggi della fisica.

Invece, per quanto riguarda la creazione animale, nessun modello basato sulle leggi naturali (leggi teoria dell’evoluzione) sembra funzionare.

In breve, non ho bisogno di miracoli per spiegare la terra (escluso l’inizio), ma solo i miracoli spiegano la vita.

 

EVOLUZIONE

La mia preparazione sull’evoluzione si basa essenzialmente su testi evoluzionistici. Le mie convinzioni nascono proprio meditando sulle affermazioni degli evoluzionisti e sulla loro volontà di tenere in vita a tutti costi una teoria che mostra falle evidenti, con furbizia e una notevole dose di ‘violenza intellettuale’ (peraltro propria anche a qualche infervorato creazionista)

Non spero che si convertano al creazionismo, ma che qualche voce autorevole ammetta i limiti della teoria dell’evoluzione, in modo che le persone capiscano che senza Dio non possiamo spiegare la nostra esistenza.

Ho cercato molto sui fossili e soprattutto sulle serie fossili, unico modo per dimostrare che esistono processi evolutivi, trovando poco e quel poco non certo a vantaggio dell’opera del cieco caso…

 

 INTELLIGENT DESIGN

A mio avviso è solo un modo per dare una dignità scientifica al creazionismo. Mi va bene quando affronta organicamente temi importanti e spesso evitati dai creazionisti, come la complessità irriducibile e il dilemma di Haldane, meno interessante quando insiste nel proporre una soluzione metafisica (il progettista) al problema, non perché non sia credibile ma perché esula dai percorsi della scienza.

 

 

 

 

EVOLUZIONISMO E SCIENZE NATURALI

Fernando De Angelis (Docente di scienze naturali)

 

EVOLUZIONISMO. Ritiene che le specie attuali siano derivate da altre specie molto diverse e più semplici. È l’erede del TRASFORMISMO e va inteso nel senso di MACROEVOLUZIONE, mentre è scorretto intenderlo nel senso di MICROEVOLUZIONE, perché la microevoluzione non è specifica di questa concezione e non è oggetto di discussione, essendo accettata da tutti. A monte si collega in genere con la ABIOGENESI e con il BIG BANG, mentre a valle si collega col DARWINISMO (che propone una modalità con la quale si sarebbe svolta l’evoluzione). Si contrappone al FISSISMO e al CREAZIONISMO. Alcuni distinguono lecitamente fra evoluzione (intesa come fatto più o meno accertato) ed EVOLUZIONISMO (inteso come interpretazione materialista dell’evoluzione), ma in mancanza di una precisazione esplicita, i due termini vanno considerati equivalenti. Come ha recentemente dimostrato Mihael Georgiev (Charles Darwin oltre le colonne d’Ercole, Gribaudi, 2009), l’evoluzionismo è presente nella cultura occidentale fin dall’antichità e viene prima accettato su base filosofica, cercandone poi una giustificazione scientifica.

 

MACROEVOLUZIONE. Si avrebbe se in una specie comparissero organi e funzioni nuove, prodotte da una nuova e più complessa informazione genetica; come per esempio se in un animale con respirazione solo acquatica (branchie dei pesci) a un certo punto comparissero organi adatti a una respirazione aerea (rane), poi perfezionantisi fino ai polmoni degli uccelli e dei mammiferi. La macroevoluzione è l’essenza dell’evoluzionismo, ma non è stata mai constatata: né in laboratorio né in natura. Quando in uno strato roccioso si trovano fossili molto diversi da quelli dello strato, supposto molto più antico, se ne deduce che deve essersi verificata la macroevoluzione. Dal tempo di Darwin in poi, però, le acquisizioni scientifiche (stabilità del DNA, complessità biochimica delle funzioni e loro stretta correlazione, assenza di fossili intermedi) la rendono sempre meno spiegabile e la fanno rientrare più nel campo dei miracoli (realtà inspiegabili con le leggi naturali) che in quello della scienza sperimentale. Si contrappone alla MICROEVOLUZIONE ed al FISSISMO.

 

CREAZIONISMO. Il creazionismo del quale si discute sui media è quello iniziato e promosso da alcuni movimenti statunitensi, i quali interpretano il racconto biblico in modo letterale (con una creazione in sei giorni di 24 ore formanti una settimana ininterrotta, verificatasi circa 10 mila anni fa) e proponendolo con argomentazioni anche scientifiche. Sono i creazionisti ad aver iniziato l’offensiva contro il darwinismo, accusandolo di essere un’ideologia non dimostrata. È perciò equivoco definirsi creazionisti e dare al termine un significato diverso. Chi crede in una creazione realizzatasi in milioni o miliardi di anni, deve definirsi ed essere definito aderente all’EVOLUZIONISMO TEISTA, oppure al CREAZIONISMO PROGRESSIVO. Questo creazionismo viene a volte specificato indicandolo come creazionismo “della giovane Terra” o “dei tempi brevi” e si contrappone all’EVOLUZIONISMO in generale e al DARWINISMO in particolare. Personalmente credo in un “creazionismo dei tempi brevi” sulla base di alcuni fatti e di convinzioni alle quali sono arrivato per vie diverse, ma non credo di poter dimostrare tutto scientificamente.

 

INTELLIGENT DESIGN. Spesso viene tradotto Disegno Intelligente, che è un modo più ovvio e che mantiene le lettere iniziali, ma sarebbe più preciso tradurlo Progetto Intelligente. Afferma semplicemente che la complessità degli esseri viventi fa pensare alla messa in atto di un progetto e non può essere spiegata come frutto del caso, come afferma invece il darwinismo, che postula un’opera di MUTAZIONI casuali e SELEZIONE NATURALE. L’ID non precisa né le caratteristiche del Progettatore,  né come si è realizzato il progetto e neppure quanto tempo è stato impiegato. Si oppone al DARWINISMO e al NATURALISMO, ma fra i suoi aderenti ci sono persone di varie religioni e anche chi crede in un EVOLUZIONISMO TEISTA. La visione dell’ID è stata promossa dal Discovery Institute, fondato nel 1990, e l’idea è stata particolarmente elaborata da William Dembski, le cui idee sono ora accessibili anche in italiano (William Dembski, Intelligent Design, Alfa e Omega, Caltanissetta, 2007). In fondo propone un denominatore comune a tutti quelli che considerano assurdo l’emergere del mondo dei viventi dal solo caso, opponendosi al darwinismo ma facendo appello alla sola ragione. Mentre si è a lungo sostenuto che tutti gli scienziati erano contrari all’ID, in un recente libro dell’evoluzionista Christian de Duve si ammette che gli scienziati più o meno creazionisti ormai ci sono e, seppur minoritari, hanno di fatto imposto la riapertura del confronto all’interno dello stesso mondo scientifico (Christian de Duve, Alle origini della vita, Longanesi, Milano, 2008). Essendo creazionista, evidentemente accetto anche la visione dell’ID, ma non mi fermo ad essa nel mio credere, mentre come insegnante ci sarebbe da andare poco oltre. 

 

 

 

IL CREAZIONISMO “SCIENTIFICO”

Stefano Bertolini (Ingegnere)

 

Creazione: Credo pienamente nella vita recente sulla terra di poche migliaia di anni con Dio come Creatore.
ID: Condivido pienamente che la complessità della vita e della natura conferma l’esistenza di un progetto intelligente, ma non condivido la loro posizione di milioni di anni o di chi/cosa sia l’autore del progetto. La loro scienza però è valida anche per gli creazionisti.
Evoluzione: L’assioma primaria dell’evoluzione è stata confutata in ogni campo di studio. Rimane un dogma senza fondamenta e una grande truffa insegnata ancora in tutte le scuole.

 


CONGRESSO AISO:PRIME CONSIDERAZIONI

Novembre 3, 2009

BOICOTAGGIO EVOLUZIONISTA A BERGAMO E MILANO

Gli evoluzionisti perdono un’occasione per illuminare gli ignoranti

di Mihael Georgiev

Si è appena concluso il convegno del 16 e 17 ottobre, organizzato da AISO a Milano, con il titolo Cosa resta di Darwin? L’iniziativa, programmata come parte degli eventi collegati al bicentenario della nascita di Darwin, avrebbe dovuto tenersi in due sedi, una all’Università di Bergamo, l’altra a Milano. L’intenzione era di organizzare una tavola rotonda per un confronto di idee tra chi la pensa in modo opposto. Allo scopo erano stati invitati degli esponenti evoluzionisti del mondo scientifico e ateo (UAAR). Ma, all’ultima ora, la sede universitaria è stata negata, e tutti gli evoluzionisti – tranne uno – che in un primo momento avevano accettato l’invito, si sono rifiutati di partecipare. Così, anziché tavola rotonda, si è avuto un tavolo con un ospite d’onore, il Professor Roberto Verolini, che ringraziamo sperando che si sia sentito a suo agio.

Le rinunce non sono state per noi una sorpresa, però pongono alcuni interrogativi. Conosciamo, certo, come certuni ci descrivono; evitando il turpiloquio, l’elenco abbreviato degli aggettivi più usati sono: reazionari, oscurantisti, antiscientifici, antistorici, anticulturali, ignoranti. Mi si perdoni l’arroganza, ma personalmente, data la fonte di tali descrizioni, le considero un complimento.

Il problema è un altro. In Italia i rappresentanti del mondo accademico, per fare ricerca, spesso sono costretti ad emigrare all’estero. Pensavo che, in questa situazione, avrebbero con più entusiasmo dedicato il proprio talento e conoscenze all’attività didattica e divulgativa. Sono infatti convinto che diffondere sapienza, conoscenza e cultura non è meno nobile che inseguire un premio Nobel. E invece pare che l’impegno prioritario di alcuni dei nostri accademici è di partecipare alla raccolta di firme su un noto quotidiano. Ma sforzarsi a divulgare le proprie idee, questo no, meglio lasciare il compito alle vecchie e nuove stelle della TV e della carta stampata, prestati dal giornalismo o la matematica alla biologia.

Per come lo vedevo io, l’evento di Milano (e Bergamo) offriva agli evoluzionisti un pubblico di oltre 100 persone i quali, anche se considerate da loro prevalentemente “reazionari, oscurantisti, antiscientifici, antistorici, anticulturali e ignoranti”, erano disposte e curiose di conoscere con educazione e rispetto le loro tesi. Ma i docenti hanno perso questa occasione.

Il perché delle rinunce a partecipare e la negazione della sede universitaria? Non farò dei nomi, ovviamente. Ma qualcuno aveva declinato direttamente e responsabilmente l’invito, e si tratta di persone con i quali personalmente mi lega (spero) reciproca stima. Più difficile capire coloro che prima hanno detto di sì, ma poi l’ultima ora hanno detto di no. Improvviso ripensamento? Paura di non saper difendere le proprie posizioni di fronte a chi la pensa diversamente? Rifiuto di partecipare ad una riunione pubblica per paura di contagio dal virus dell’influenza suina? Obbedienza agli ordini di scuderia (umanamente comprensibile, anche se non codificata in obblighi contrattuali)? A proposito di scuderie, ho l’impressione che il glorioso Istituto per l’Ateismo scientifico presso il Comitato centrale del Partito comunista dell’URSS, chiuso nel 1991, in realtà si è trasferito idealmente in Occidente; non è un’idea strampalata: se non ricordo male, qualcuno aveva offerto ospitalità in Italia addirittura alla mummia di Lenin. Per favore, non accusatemi di parlare di politica: la mummia è oggetto della medicina, e il rapporto tra scienza, fede e ateismo appartiene alla sfera della filosofia, quindi la politica non c’entra. E se vedo certe analogie non è perché sono più intelligente, ma perché, avendo vissuto per ventidue anni oltre la cortina di ferro, sono di pieno diritto “uomo dei due mondi”, senza offese al Festival di Spoleto. E di questi due mondi discuto pubblicamente solo gli aspetti filosofici e ideologici, non certo quelli politici.