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di P.M. Boria
Part 1 (of 4): Entropy
1.1 ENTROPY
To understand the meaning of Entropy[1], the first pillar of this paper, it would be useful to start with its generalized, qualitative definition: it is an indicator of the state of disorder of a defined group of bodies. The greater is the disorder, the greater the Entropy (“Entropy; synonymous with disorder”: Helmholtz, 1821-1894).
We will proceed backwards until its first inception; a strictly thermodynamic origin.
To provide clarity, let us consider the following situation: a room containing a table and on the table a bottle which is sealed and filled with smoke (of unknown nature). An observer can take a photograph, as a witness, of the initial state of order: clearly defined are the bottle, the table, the smoke, which occupies a well defined volume, as well as the room (which constitutes our “universe”): system being observed plus environment.
Figure 1.1 – From the point of view of Thermodynamics, the only possible spontaneous transformation is that of increasing entropy.
Opening the bottle, Figure 1.1, will result in diffusion of the smoke into the room. After a certain period of time (let’s say a day) the observer will be able to record a state of increased disorder: the smoke has come out of the bottle.
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One could imagine that after a million days the table could have disintegrated, or in any case, the interaction of this universe with others (caused, for example, by a cataclysm) would have resulted in the destruction of the table and the bottle, and finally of the room itself: the observer will take a different photograph.
Since the observations could be thought to extend over an unlimited time, the photographs, in succession, will indicate an increasing state of disorder, in other words entropy. Adopting the language of Prigogine: the transformation towards increasing entropy “produced” positive entropy(the difference in entropy between the final and initial states ≥ 0), while those of decreasing entropy produce negative entropy.
In parentheses we note that the inverse transformation (the smoke re-entering into the bottle) could not occur due to at least two reasons, each sufficient in themselves: first, the escape of smoke is an asymptotic function and its concentration tends towards perfect uniformity in volume with infinite time; second, without a concentration gradient it is not possible to have any movement of mass within the expanded smoke.
Proceeding backwards in history we observe that the concept of entropy makes its first entry in physics thanks to the work of Clausius (Germany, 1822-1888), who was searching for principles of conservation which govern thermodynamics.
Leggi l’ intero lavoro su:
Non è medicina preventiva, prevenire significa intervenire prima che si verifichino dei danni, ma un’operazione di mastectomia è un danno, non una prevenzione. La notizia è nota, l’attrice Angelina Jolie ha comunicato alla stampa di avere effettuato un’operazione di mastectomia per ridurre il rischio di contrarre un tumore al seno, rischio che sarebbe passato dall’87% al 5%. La diagnosi dall’incredibile grado di precisione (87%, né più né meno, non 86 o 88…) è seguita in seguito alla mappatura genetica del DNA della Jolie, con la quale si è scoperta la presenza di un particolare gene Brca-1 che predispone appunto alla malattia.
Tale è la fiducia che le persone ripongono nella scienza, che la povera Angelina prendendo molto seriamente quanto emerso dall’esame di suo DNA, ha deciso di infliggersi un’automutilazione pur di allontanare la paura. Ma non è finita qui, poiché il gene in questione sembra legato anche al cancro alle ovaie, la Jolie starebbe meditando di procedere anche all’asportazione delle ovaie “Dopo la mastectomia, Angelina Jolie pensa di asportarsi le ovaie“, infatti pare che il rischio di un tumore sia in questo caso del 50%.
Ma cosa vuol dire che un gene predispone all’87% o al 50% ad una malattia? Sappiamo che esistono geni il cui effetto è certo, nell’esperimento di Mendel in base alla composizione genetica i semi sono gialli o verdi, non accade che con un genotipo “gg” siano gialli all’87%, con quel genotipo sono gialli e basta. Evidentemente la presenza di un particolare Brca-1 non basta a generare un tumore, e allora sappiamo con certezza che deve intervenire qualcos’altro affinché la malattia insorga.
Ecco allora la vera medicina preventiva: cosa determina l’insorgenza del tumore nelle portatrici di quel Brca-1 che da solo non è sufficiente a determinarlo?
Ma cosa accadrebbe se potendo fare una mappa genetica come esame di routine scoprissimo le varie predisposizioni individuali alle malattie? In tal caso la vita di milioni di persone si trasformerebbe in un’infernale attesa di eventi patologici di ogni tipo, la popolazione verrebbe presa da un’epidemia di ipocondria, una follia collettiva in cui innumerevoli individui sani si sottoporrebbero ad interventi chirurgici assolutamente ingiustificati.
Il passo successivo sarebbe quello di richiedere la mappatura del DNA per la scelta di un partner col quale fare figli o anche per decidere o meno l’assunzione di un dipendente che non sia troppo spesso in malattia. Le assicurazioni farebbero poi tariffe differenziate per i portatori di DNA difettoso e per coloro dal DNA di buona qualità.
Infine la soluzione più logica sarebbe quella di generare figli solo dopo aver sottoposto gli embrioni a mappatura cromosomica per scegliere quelli che nella vita potrebbero avere tutti i privilegi dei “validi”. Ovviamente una diagnosi da “non validi” sarebbe ritenuta sufficiente a giustificare un aborto.
Ma tutto questo è stato già immaginato e proposto in un bellissimo film del 1997 intitolato “Gattaca“che nel suo cast vedeva attori come Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law, Gore Vidal, Ernest Borgnine, e se solo Angelina Jolie avesse dato un’occhiata a quel film forse avrebbe potuto cambiare idea.
La verità su operazioni di quelle tristemente reclamizzate da gesti di personaggi pubblici come Angelina Jolie, forse è stata detta solo dal Fatto Quotidiano nell’articolo Angelina Jolie, “no certezze da test genetici su prevedibilità tumore seno”, nel quale, oltre alle giuste considerazioni sulle elevate possibilità di guarigione in caso di effettiva insorgenza della patologia, viene individuato un problema psicologico alla base di operazioni chirurgiche preventive:
Ma soprattutto, prima di un intervento di questo tipo bisognerebbe porsi alcune domande. Ad esempio: che conseguenze può avere l’asportazione di seno e ovaie in una donna di trent’anni?
Forse occorrerebbe anche un lavoro individuale per capire da dove nasce la paura“.
… è possibile ragionevolmente affermare che la decisione di togliere il seno in via preventiva risponde al tentativo di placare l’ansia e alla speranza di poter controllare tutto”, spiega la psicoanalista Marta Tibaldi, autrice del libro “Oltre il cancro” (Moretti&Vitali).
“Purtroppo, la chirurgia non risponde a nessuno dei due obiettivi perché mentre l’ansia che arrivi un tumore in altre zone resta viva, il pensiero di avere tutto sotto controlo si rivela illusorio…”.
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La vera malattia sembra dunque essere psicologica, una malattia che nasce dall’illusione di poter controllare tutto e dall’idea di eliminare la paura dall’esistenza umana, senza pensare che però ansia e paura sono parte integrante dell’esperienza umana e non malattie da eliminare.
Quello che vale a livello individuale è valido anche a livello generale, l’ideale eugenetico non può sopprimere l’ansia e la paura, si tratta di un ideale che porta a “mutilare” l’esperienza umana, che legittima e promuove a livello di massa nuove forme di nevrosi e di razzismo genetico.
Guido Ceronetti, classe 1927, definito poeta, filosofo, scrittore, giornalista, drammaturgo suWikipedia, è stato certamente un importante esponente della cultura del secondo ’900. Da sempre di ispirazione malthusiana è noto per le sue posizioni a favore del controllo demografico, ma anche contro l’igiene personale, espresse ad esempio nell’articolo Ceronetti: Siamo troppi, ci facciamo troppe docce pubblicato su Repubblica nel 2007. La sua visione del mondo è improntata ad un materialismo puro, un materialismo che porta ad equiparare l’uomo all’animale, tanto che coerentemente sostiene il vegetarianismo.
Adesso, a 86 anni ci mostra dalle colonne del Fatto Quotidiano in un articolo intitolato Longevità, patologia sociale la sua visione della vecchiaia, ed è una visione ancora una volta coerente con la sua impostazione materialista, niente di particolare dunque. Quello che colpisce è un passaggio del suo articolo, un passaggio sugli anziani che a molti di noi non può passare inosservato:
Fino a qualche anno fa, nelle città nostre e d’Occidente, il mio stesso invecchiare senza difficoltà deambulatorie mi rendeva orbo di fronte all’impressionante quantità di gente invalida per schiena e gambe, in avanzata senescenza, tutti sostenuti o sospinti da parenti o da badanti, sguardi gonfi di tristezza, facce oscurate dall’istupidimento.
Gli cedevo il passo, ma li vedevo come da un cannocchiale rovesciato, reduci tutti da uno struggle-for-life che non risparmia nessuno.
Sul cannocchiale rovesciato con il quale Ceronetti osservava gli anziani erano dunque montate lenti darwiniste dichiarate grazie all’uso di quella frase pronunciata nella forma originale in inglese “struggle for life“:
La visione della realtà di Ceronetti è dunque governata dalle leggi del darwinismo sociale, e ce lo dice sottolineando la frase presa dall’Origine delle specie di Charles Darwin, una visione secondo la quale la legge fondamentale della natura, e di conseguenza della società umana, è quella della sopravvivenza del più adatto, della selezione naturale che governa la lotta per l’esistenza. E coerentemente anche i vecchi non sono ritenuti “adatti”.
La competizione tra le specie premia le più adatte, poi la competizione all’interno della stessa specie premia ancora i più adatti ed è a questo livello che il darwinismo ha partorito l’eugeneticacon la quale gli esseri umani vengono divisi in “degni” e “non degni” di vivere.
Infine si giunge inevitabilmente alla conclusione che all’interno delle popolazione umana anche i vecchi, nonostante abbiano evidentemente vinto la “struggle for life”, non sono neanche loro più adatti alla lotta per l’esistenza.
E quindi, eliminati anche i sopravissuti, la struggle for life si rivela nella sua essenza di gioco in cui non esiste alcun vincitore.
Ceronetti reclama quindi il diritto alla morte come fuga da una vita che nella sua prospettiva non ha più senso, e da uomo di cultura lo rivendica proponendo il dialogo tra la Morte e il Cavaliere cheBergman rappresentò nel Settimo sigillo:
…una vita ridotta a un “assurdo orrore”, come il Cavaliere dice alla Morte, ed è quella in cui ci hanno conficcati con l’obbligo di non uscirne che ridotti a cadaveri viventi, non può essere pensata e vissuta che come una ossessiva vergogna.
E così, mentre la selezione naturale ormai viene sempre più abbandonata dagli evoluzionisti che non la vedono più come fattore determinante nel fenomeno dell’evoluzione, essa resta invece come fondamento di una visione distopica della società umana.
Ma a ben vedere si tratta solo di un ritorno all’origine, Darwin aveva preso la lotta per l’esistenza dalle idee dell’economista Thomas R. Malthus preoccupato di giustificare i privilegi e gli abusi della classe dominante nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale, una classe vincente che così diventava legittimata nella sua posizione dominante dalle leggi di natura, e più precisamente dalla legge della selezione naturale. Oggi le teorie malthusiane ritornano nella società e nell’economia provenendo dal mondo della scienza.
Il darwinismo scientifico e darwinismo sociale sono due teorie che si supportano reciprocamente, che concorrono ad un’unica visione del mondo rivestita arbitrariamente della legittimità della scienza.
Quando finalmente cadrà la falsa convinzione che la selezione naturale sia la legge che sta alla base della vita, la società si libererà anche dal darwinismo sociale.
Il darwinismo afferma che tutte le cose viventi sulla Terra hanno iniziato a esistere non secondo uno scopo o un piano, ma solo come il risultato di eventi casuali. Il primo anello di questa catena di eventi è che la prima cosa vivente apparve all’interno della materia inerte. Per poter discutere se vi sia stato o meno un processo di evoluzione, bisogna prima dimostrare che la vita abbia potuto davvero iniziare per caso da una materia inerte.
E così, quando paragoniamo questo “anello” a dei dati scientifici, cosa emerge? In altre parole, può il caso formare un organismo vivente da una materia inerte?
Una volta si pensava che le osservazioni e gli esperimenti avessero dato una risposta affermativa a queste domande. Si credeva cioè che delle creature viventi potessero evolvere spontaneamente all’interno della materia inerte. Ma queste osservazioni ed esperimenti, che sembravano confermare quelle asserzioni, erano estremamente rudimentali.
Gli antichi Egizi che vivevano lungo il fiume Nilo pensavano che il numero di rane aumentasse durante la stagione delle piogge perché il fiume le generava dal fango. Essi credevano che non solo le rane, ma anche i serpenti, i vermi e i topi venissero formati dal fango quando il Nilo allagava le sponde ogni estate. Osservazioni superficiali che portarono gli Egizi a credere in questa superstizione.
Il confine tra cose viventi e inanimate non era chiaro non soltanto nell’antico Egitto. Molte antiche società pagane credevano che questo confine fosse facilmente valicabile. Secondo la mitologia indu, il mondo cominciò ad esistere partendo da un enorme, agglomerato rotondo di materia chiamato prakriti. Da questa materia si sono evolute tutte le cose animate e inanimate e ad essa vi faranno ritorno.
Anassimandro, l’anziano filosofo greco discepolo di Talete, scrisse nel suo libro “Sulla Natura” che gli animali venivano dall’evaporazione del fango al calore del sole.
Alla base di tutte queste superstizioni vi era la credenza che le cose viventi fossero delle strutture semplici. Questa opinione fu a lungo sostenuta in Europa, dove la scienza moderna cominciò a svilupparsi nel XVI secolo. Ma l’idea che la struttura della vita fosse semplice tenne banco per almeno altri trecento anni, poiché gli scienziati non avevano i mezzi per osservare i minuti dettagli delle cose viventi, specialmente le cellule microscopiche e le minuscole molecole.
Poche superficiali osservazioni ed esperimenti convinsero gli scienziati che la vita fosse semplice. Ad esempio il chimico belga Jan Baptista van Helmont (1577-1644) sparse del grano su una camicia sporca e, dopo un certo tempo, osservò che dei topi scorrazzavano attorno alla camicia. E concluse che i topi venivano prodotti dalla combinazione del grano con la camicia. Lo scienziato tedesco Athanasius Kircher (1601-1680) fece un esperimento simile. Versò del miele sopra delle mosche morte e più tardi vide che altre mosche ronzavano attorno al miele; ed egli pensò che combinando miele e mosche morte si producessero mosche vive.
Scienziati più attenti furono in grado di capire che tutte queste idee erano sbagliate. Lo scienziato italiano Francisco Redi (1626-1697) fu il primo a fare degli esperimenti controllati al riguardo.
Usando il metodo dell’isolamento, scoprì che le larve sulla carne non nascevano spontaneamente, ma si sviluppavano dalle uova depositate dalle mosche. Redi provò che la vita non poteva venire da una materia inerte, ma solo da un’altra cosa vivente – un punto di vista che diventò conosciuto come biogenesi. Il nome dato alla generazione spontanea della vita fu abiogenesi.
Il dibattito scientifico tra sostenitori della biogenesi e dell’abiogenesi continuò nel XVIII secolo tra John Needham (1713-1781) e Lazzaro Spallanzani (1729-1799). Ognuno di loro bollì un pezzo di carne, e poi lo isolò. Needham osservò che le larve apparivano sulla carne e considerò questo fatto la prova dell’abiogenesi. Spallanzani ripeté lo stesso esperimento, ma fece bollire la carne più a lungo. In questo modo, tutte le forme organiche di vita furono distrutte, e non comparve nessuna larva. Eppure, nonostante Spallanzani avesse invalidato la teoria dell’abiogenesi, in molti non gli credettero; affermarono che Spallanzani aveva bollito la carne tanto a lungo da uccidere il “potere vitale” all’interno di essa.
Mentre Charles Darwin sviluppava la sua teoria, la questione delle origini della vita fu offuscata da dibattiti di questo tipo. Molte persone credevano che la materia inerte potesse generare batteri e altri germi, se non creature visibili come le larve. Nel 1860, il famoso chimico francese Louis Pasteur smentì le vetuste asserzioni dell’abiogenesi, sebbene questa permanesse nella mente di molti.
Darwin non considerò quasi mai come la prima cellula fosse venuta in vita. Non menziona mai questo tema nel suo libroL’origine delle Specie pubblicato nel 1859. Anche quando gli esperimenti di Pasteur rappresentarono un grosso problema al riguardo, egli a stento trattò l’argomento. La sua sola spiegazione per l’origine della vita fu che la prima cellula avrebbe potuto essere nata in un “piccolo, stagno caldo”.
In una lettera a Joseph Hooker nel 1871 Darwin scrisse:
Si dice spesso che ora sono presenti tutte le condizioni per la prima produzione di un organismo vivente, quali potrebbero essere sempre state presenti. Ma se noi immaginiamo che in una qualche calda, piccola pozzanghera, in presenza di tutti i tipi di sali di ammonio e di fosforo, luce, calore, elettricità, ecc., si sia formato un composto proteico pronto a sottostare a un cambiamento ancora più complesso , al giorno d’oggi tale materia verrebbe istantaneamente divorata o assorbita, cosa che non si sarebbe verificata prima che le creature viventi si formassero.7
In breve Darwin sostiene che se una piccola, calda pozzanghera avesse contenuto i materiali grezzi necessari alla vita, essi avrebbero potuto formare le proteine, che si sarebbero poi moltiplicate, per combinarsi a formare una cellula. E aggiunge che tale formazione è impossibile al giorno d’oggi nelle condizioni attuali del mondo, ma che avrebbe potuto verificarsi in un precedente periodo.
Ambedue le affermazioni di Darwin sono pure congetture, senza alcuna fondatezza scientifica.
Ma avrebbero ispirato quegli evoluzionisti che vennero dopo di lui, spingendoli verso un lavoro infruttuoso che sarebbe durato per più di un secolo.
Questo sforzo senza speranza si basava su un errore difeso per secoli, che aveva ingannato anche Darwin, e cioè che la vita è dovuta al puro caso e a una legge di natura.
Da quel momento è trascorso più di un secolo, e migliaia di scienziati hanno provato a spiegare le origini della vita in termini di evoluzione.
Due scienziati che aprirono una nuova strada in questa ricerca furono Alexander Oparin e J.B.S. Haldane — uno russo, e l’altro inglese, ma entrambi Marxisti.
Essi anticiparono la teoria conosciuta come l’“evoluzione chimica” e suggerirono, come Darwin aveva sognato di fare, che le molecole – il materiale grezzo della vita – potessero, con l’aggiunta di energia, evolversi spontaneamente e formare una cellula vivente.
A metà del XX secolo, la teoria di Oparin e Haldane guadagnò terreno perché la complessità della vita non era stata ancora capita. E un giovane chimico di nome Stanley Miller diede un sostegno apparentemente scientifico alla tesi dell’“evoluzione chimica”.
Tratto da: C’era una volta il darwinismo
È Successo perché prima o poi l’evidenza non può essere ulteriormente “nascosta”, così capita che anche sul portale dell’evoluzione le tesi degli anti-evoluzionisti siano accettate… ma si badi bene, senza fare sapere che l’anti-evoluzionismo è l’origine di tale argomentazione…
Sabato su http://www.radioglobeone.it dalle ore 12:30 alle ore 13:30 con Fabrizio Fratus e Enzo Pennetta.
Di Leonetto
Recensione puntata in diretta su radioglobeone.it
Il pensiero unico è un termine coniato per descrivere certe questioni politico-economiche. Però in senso generale quando si è in presenza di una specie dottrina melmosa che insensibilmente avviluppa qualsiasi ragionamento che vada fuori lo schema di un certa galassia ideologica e cerca di inibirlo, crearvi sopra confusione, paralizzarlo fino al soffocamento.
Nasce così la figura del nuovo eretico, quello che confonde con i suoi discorsi, il mistificatore che trae in inganno presentando cose che magari apparentemente possano sembrare veritiere ma che non lo sono, figura per difendersi dalla quale è opportuno ignorare, non concedergli spazio in discussioni, dibattiti, non dargli spazio in contradditori, conferenze etc.. Di questo principalmente con qualche riferimento allo scientismo si parla in questa puntata . L’opportunità di affrontare questo argomento viene fornita da un fatto che il prof.Pennetta ha voluto raccontare e commentare sulle pagine di CS). Giampaolo G. Giuliani è un n ex tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario distaccato presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (quindi competente in un certo settore), divenuto noto per le dichiarazioni rilasciate dopo il violento terremoto che il 6 Aprile 2009 ha colpito la città dell’Aquila, in merito a sue presunte previsioni delle scosse sismiche. Fatto che l’ha messo al centro di polemiche e controversie tanto che per qualcuno, si viene a constatare, sia indegno di parlare.
Infatti il prof.Pennetta vide comparire su diversi siti, tutti appartenenti ad una certa Galassia (Ocasapiens,Leucophea,Query..) una petizione fortemente critica verso l’iniziativa di alcune scuole di Frascati e Grottaferrata di offrire ai loro studenti l’opportunità di assistere ad una conferenza (E’ possibile prevedere i terremoti?) e di ricevere anche crediti scolastici poiché si tenesse in orario extrascolastico. La ragione della polemica era che la conferenza fosse stata tenuta proprio da G.Giuliani. Quando l’iniziativa venne ripresa anche da Le Scienze Pennetta decise di spendere qualche parola in merito. La richiesta della petizione prevedeva che a Giuliani ed a chi come lui venga vietato di fare simili conferenze o incontri o che non debbano essere presenti studenti o che non debba essere riconosciuto alcun credito formativo, rappresentando-spiega Pennetta- un episodio di intollerabile ingerenza nelle scelte dei docenti, un’iniziativa che rasenta l’insulto alla professionalità degli insegnanti e dei dirigenti scolastici degli istituti interessati.
Infatti,la conferenza, organizzata dall’associazione per la tutela del paesaggio artistico,storico e naturale italiano ‘Italia Nostra’ e dall’associazione che In particolare intende offrire uno spazio per un’informazione appassionata “fuori dal coro” per dare voce a “chi non ce l’ha ‘Alternativ@Mente’, si poneva quindi come qualcosa di alternativo, fuori dal coro e dubitativo su cui fare riflessioni e considerazioni. L’importante, l’elemento educativo, di formazione era dato in gran parte da come gli insegnanti abbiano preparato gli studenti all’incontro, e di quello non si fa menzione, ma invece si va comunque a creare un precedente dove si indica agli altri cosa sia corretto fare e cosa no, correndo il rischio di limitare la libertà d’insegnamento, che è un bene fondamentale e democratico.
Dietro alla petizione c’è infatti una evidente critica negativa verso l’operato dei docenti delle scuole interessate. La richiesta,spiegano quelli che l’hanno lanciata,nasceva con l’intenzione di“fornire strumenti adeguati ai ragazzi”, considerati indifesi in confronto a professionisti, professori, laureati, divulgatori etc.. e soprattutto di non dare un avallo incondizionato a ciò che avrebbe detto il sig. Giuliani, come la concessione di crediti formativi avrebbe potuto far pensare.
Il prof.Pennetta riporta che la richiesta fosse però un po’ miope e fuori bersaglio e che i modi non davano a suo favore, infatti si sarebbero potuti scrivere articoli esprimendo critiche o inviare una lettera aperta ai docenti e attendere una loro risposta. Mentre si è dato vita ad un arrogante processo (senza diritto di difesa), culminato poi con la richiesta quasi ‘ingiuntiva’ di modificare le proprie scelte, una velata minaccia di essere sputtanati davanti all’intero Paese, cosa che ha trovato complice diversi siti d anche le Scienze… Inoltre per evitare che un ‘mistificatore’, un ‘ciarlatano’ diffonda idee pericolose o faccia comunque disinformazione si potrebbero organizzare contradditori. Cosa che ogni volta non avviene. Non avviene per l’AGW, non avviene soprattutto per ilneodarwinismo…
Fratus riallaccia la questione ad un fenomeno che trae le sue origini nel ‘700, lo scientismo, una ideologia secondo cui la scienza, ma più che altro gli scienziati del pensiero unico fossero in grado di portare strumenti per soddisfare sempre meglio i problemi ed i bisogni dell’uomo. Per dare maggior valore e forza a questa ideologia e dare l’impressione di un costante e crescente progresso si cercò di demolire, demonizzare e far passare il passato come qualcosa di praticamente per intero da buttare da considerare come retrogrado ed oscurantista. Ideologia che sfociò nella religione positivista di Comte e che ha influenza ancora oggi nella nostra società con ricadute sulla vita delle persone. Il ’mal di vivere’, si ricorda in trasmissione è proprio uno degli effetti dannosi sulla società di questo pensiero. Pensiero che porta esso stesso dogmatismo ed oscurantismo e nuovi eretici, mentre magari non si nota chi siano i veri nemici della scienza e dell’uomo:
(http://www.enzopennetta.it/2012/09/lavvento-della-societa-homo-foba/)
(http://www.enzopennetta.it/2012/06/i-nemici-dellumanita/ )
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This is one of those beautiful coincidences. An article in the Guardian reports that Richard Dawkins, our most famous evangelizing atheist biologist, has been crowned the “world’s top thinker.” He received the honor from Britain’s Prospect magazine.
The very same day, celebrating the 60th anniversary of Watson and Crick’s elucidation of the DNA molecule, the world’s most prestigious science journal, Nature, criticized scientific spokesmen who spread the opinion that science has got evolution all figured out. Nature‘s No. 1 example of such a simplistic popularizer? Richard Dawkins.
Sixty years ago, the DNA’s double helix became the supreme icon of modern biology and of evolution. We are told that DNA makes RNA makes protein makes us — and that mutations in DNA, sifted by natural selection, produce evolutionary change.
Yet about 98% of our DNA does not code for proteins. For years many biologists regarded that 98% as junk, but last September the ENCODE Project published evidence that most of it is functional. Although many specific functions remain elusive, it is abundantly clear that non-protein-coding DNA is at least as important as protein-coding DNA in making an organism.
Now, in the latest issue of Nature, Philip Ball writes (“DNA: Celebrate the unknowns“):
We do not know what most of our DNA does, nor how, or to what extent it governs traits. In other words, we do not fully understand how evolution works at the molecular level…
Yet, while specialists debate what the latest findings mean, the rhetoric of popular discussions of DNA, genomics and evolution remains largely unchanged, and the public continues to be fed assurances that DNA is as solipsistic a blueprint as ever.
According to Ball, “it remains beyond serious doubt that Darwinian natural selection drives much, perhaps most, evolutionary change,” but scientists don’t really understand how DNA maps to an organism’s observable characteristics, and indeed researchers are “not agreed on whether natural selection is the dominant driver of evolutionary change at the molecular level.” Ball welcomes the uncertainty, because it opens the door for a new narrative, though “it is not yet clear which new story to tell.”
Yet science popularizers continue to mislead the public into thinking the old story is still intact. Ball writes,
Barely a whisper of this vibrant debate reaches the public. Take evolutionary biologist Richard Dawkins’ description in Prospect magazine last year of the gene as a replicator with “its own unique status as a unit of Darwinian selection”. It conjures up the decades-old picture of a little, autonomous stretch of DNA intent on getting itself copied, with no hint that selection operates at all levels of the biological hierarchy…
We have been saying such things here at ENV for quite some time.
There is a suppressed story in public discussions of evolution. In popular media and school textbooks, we’re told that Darwin’s theory — random variation, natural selection, unguided churning, reflecting no purpose or design, no author standing behind the origin or history of life — summarizes everything you need to know about how complex creatures developed.
But the truth is very different. As Stephen Meyer demonstrates in his forthcoming book, Darwin’s Doubt, the professional science literature is increasingly alight with debate about the plausibility of neo-Darwinian theory, and for many reasons more fundamental than even those reported in yesterday’s Nature story. Many in relevant scientific fields have left neo-Darwinism behind and gone in search of post-Darwinian explanations. The scene is set for exciting new discoveries. Meyer writes:
Popular defenses of [Darwinian] theory continue apace, rarely if ever acknowledging the growing body of critical scientific opinion about the standing of the theory. Rarely has there been such a great disparity between the popular perception of a theory and its actual standing in the relevant peer-reviewed scientific literature.
Ball suggests that popular accounts of evolution may be sanitized because of anxiety that the uncertainty might be exploited by people who want to undermine evolutionary theory. But, he writes, “We are grown-up enough to be told about the doubts, debates and discussions that are leaving the putative ‘age of the genome’ with more questions than answers.”
Yes, we are grown-up enough. Some people argue against academic-freedom legislation — laws that protect teachers who introduce high-school students to both sides of the scientific debate about Darwinism — on the grounds that kids aren’t mature enough to handle the complexities involved. But I don’t buy that criticism, on the grounds of pedagogy and personal experience: The best high school class I ever took required us to debate the merits of challenging ideas such as socialism versus capitalism. (The teacher was a socialist.) Yes, kids can handle it. I have faith that with skill, art, and sympathy, anything can be explained to anyone.
Surely Philip Ball is right that adults should not be sheltered from the fact that some aspects of evolutionary thinking are under intense criticism in the scientific community. Of course evolution is a fact in the sense that living things have changed over enormous periods of time. It is also a fact that the major groups of animals burst onto the scene some 530 million years ago in the Cambrian explosion — the subject of Stephen Meyer’s book, Darwin’s Doubt. But it is also a fact that science does not know what mechanism lies behind the evolutionary process.
The simplistic views of the world’s greatest thinker aside, that’s indeed a fact to celebrate, not to mourn or conceal.